Il futuro della scrittura collettiva

Vorrei partire dicendo che lo spunto per queste considerazioni nasce dalla conoscenza del progetto SIC di Magini e Santoni. In base a quanto m’è sembrato di capire di quel che ho potuto leggere, ho avuto l’impressione che il SIC si regga sui propositi di due (o chissà quante) persone preparate e appassionate: a differenza di molti altri progetti di scrittura collettiva attualmente in circolazione (spesso solo sussiegosi, tirannici o confusionari: decisamente scrittura truffaldina), Magini e Santoni hanno messo a punto un sistema logico, trasparente e – dote rara e preziosa – ragionevole. Posso non condividere i loro scopi e i loro presupposti, ma non posso non apprezzare la “gentilezza” con cui il SIC è strutturato: ognuno può, seriamente, contribuire grazie alla oggettività della “scheda”. E questo a me pare un contributo genuino alla scrittura. Trovo altresì che la presenza di un Direttore Artistico che esoneri l’autore dalla “integrabilità” sia salutare e azzeccata come soluzione organizzativa, mi preoccupa solo la sua importanza nodale: da lui dipendono davvero troppe cose, è lui che decide se un’idea è buona o no, quindi c’è da sperare solo che sia capace e intelligente. Infine è ottimo che ogni scrittore possa trovare il proprio utilizzo in base alle sue peculiarità. Stupendo. Detto ciò proverò a occuparmi, nei limiti di spazio e capacità, di questo argomento più in generale. O, meglio, a fare delle domande a cui non ho trovato una risposta. Leggi il resto dell’articolo

Piano B: indipendenti come i gatti randagi

Quando si parla di editoria di progetto, con carica nuova e un bel catalogo, si fa sempre una grande fatica a inquadrare un nome. Sembra però che ci siano piccole oasi capaci di grandi sorprese: tra queste la casa editrice Piano B, che si è rivelata capace di una grande maturità mista a entusiasmo adolescenziale per i libri ben fatti.

 

Piano B, una casa editrice giovane ma non giovanilista. Come nascete?

Nel 2008, dopo varie esperienze all’interno di altre case editrici, decidemmo di provare a fare qualcosa di nostro. Ci spingeva la passione, la voglia di indipendenza e l’incoscienza, soprattutto.

Così a ventisette anni, senza investimenti e senza una sede, abbiamo iniziato questa meravigliosa avventura. Adesso intanto abbiamo una sede…

 

Parlateci delle vostre collane e delle vostre scelte editoriali.

Fin da subito ci fu chiaro il nostro primo progetto editoriale, e il filo rosso che avrebbe dovuto unire tutte le nostre pubblicazioni: la volontà di pubblicare opere e autori dimenticati o volutamente emarginati dalla grande editoria, cercando di dare spazio a quelle idee che fanno scorgere interpretazioni alternative e non conformi della realtà.

La mala parte, la nostra prima collana – chiamata così in onore di Curzio Malaparte, il nostro concittadino più celebre dopo Paolo Rossi – nasce proprio così. I primi titoli sono stati il Trattato dei tre impostori: Mosè, Gesù, Maometto, di un anonimo spinoziano; Disobbedienza civile, del sempiterno H.D. Thoreau e L’uomo e la tecnica, di Oswald Spengler. Tutti e tre i titoli hanno già avuto più di una ristampa, e questo ci ha dato la spinta e la fiducia per continuare.

Elementi è un’altra collana di saggistica, dove ad ogni autore associamo un elemento della tavola periodica, per caratteristiche o analogie comuni: il nichel, ad esempio, veniva usato nel conio della moneta americana (il nichelino); da qui l’associazione con Emerson, uno dei padri e fondatori della cultura statunitense. Nietzsche è associato al kripton come allusione al superuomo; Twain all’elio per la sua leggerezza e perché viene ritenuto un gas esilarante; Schopenhauer al fosforo per la sua capacità d’illuminare e perché il fosforo si associa naturalmente alla profondità dell’intelligenza, e via dicendo… i nostri “elementi” diventano così dei tasselli culturali “fondamentali” che contribuiscono a creare ipotetici mondi.

Le altre collane sono Controtempo, dedicata alla narrativa, con un occhio sempre attento alle riscoperte ma anche a nuovi autori e storie non ordinarie e Disport, una collana trasversale che si vuole occupare di tutto ciò che parla di sport, dalla narrativa alla saggistica alla fotografia. Jack London ne fa parte con Storie di pugni, così come Calciobidoni, le storie dei più grandi fallimenti calcistici.

C’è inoltre Avatara. Gli avatàra, nella religione Indù, sono le reincarnazioni del dio Visnù che ciclicamente appaiono sulla terra per aiutare l’umanità. Il vecchio che si reincarna nel nuovo assumendo nuove forme. Così i libri di questa collana si propongono di reinventare il classico, dando un nuovo corpo al passato. I grandi classici vengono illustrati da giovani artisti e illustratori emergenti.

L’ultima collana in ordine di tempo è Zeitgeist, saggi dedicati ai temi dell’attualità (nuove tecnologie, correnti di pensiero, ambiente).

 

Cosa si nasconde nel nome della vostra casa editrice?

È universalmente noto che il Piano A non funziona mai. Ci concentrammo subito sul Piano B.

Il nostro Piano B è la capacità di reazione, l’alternativa efficace, la soluzione inaspettata che può far cambiare soltanto un punto di vista, oppure risolvere un’esistenza. Le nostre scelte editoriali vorrebbero assecondare questo spirito. Tutti dovrebbero avere il proprio piano B.

Cosa manca a Piano B e di cosa vi fate forti?

A Piano B per adesso manca un corposo catalogo di qualità, ma ci stiamo lavorando. Mentre ci facciamo forti di avere un piccolo catalogo di qualità, sul quale abbiamo lavorato!

 

Credete nella realizzazione di eventi legati ai vostri titoli?

Certo, stiamo proprio adesso progettando una serie di eventi che accompagneranno l’uscita di tre nuovi titoli nella collana Zeitgeist. Ma per scaramanzia non ne parliamo.

 

Quanto è importante la cura dell’oggetto libro al di là del valore commerciale?

Per una piccola casa editrice è fondamentale. Vogliamo e dobbiamo offrire libri belli da vedere e da leggere, quindi curiamo molto l’aspetto grafico e la qualità della carta, che scegliamo ecologica e rispettosa dell’ambiente.

 

Quali sono le spinte in Italia che alimentano l’editoria? Ce ne sono ancora?

Le spinte provengono da un pubblico di lettori sempre più esigente e interessato: l’Italia è tristemente famosa per essere uno dei paesi europei dove si legge di meno, ma con il passare del tempo le nuove generazioni più abituate alla lettura e più attente al mondo che le circonda stanno inevitabilmente innalzando questa soglia. La maggiore attenzione di questo pubblico più maturo ed esigente rappresenta una possibilità e una sfida. Questo è lo scenario per una editoria di qualità.

 

Vi ritenete una realtà indipendente?

Certo, siamo indipendenti come i gatti randagi. La nostra linea editoriale è libera da ogni vincolo, siamo noi a decidere in completa autonomia come, quando e perché pubblicare i nostri libri.

 

L’Italia ha: troppi scrittori o troppi intellettuali?

Sicuramente l’Italia è un paese di grafomani: tutti hanno un romanzo nel cassetto e tutti aspirano alla pubblicazione. Da qui il fiorire della cosiddetta “vanity press”, a cui noi abbiamo felicemente rinunziato. Al di là di questa, crediamo però che gli autentici scrittori e gli autentici intellettuali non siano mai troppi.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

Hey brother, welcome to hell

Certo che c’ero anch’io là sotto a cantare «Suan, non ti vogliamo». L’avevo lette, le interviste, cosa credete? Stavano per fare una cazzata, tutto qua. «Credo di esser pronto, il calcio può abbattere le barriere,» aveva detto quello zozzo muezzin. «Se ci fosse un giocatore arabo tanto bravo da meritarsi una chiamata, non vedo perché no,» aveva rincarato la dose Ossie Ardiles. Gringo di merda. Non l’hai capito, Osvaldino? Noialtri, qua, gli arabi non ce li vogliamo. E tu, Abass, abbasso Abass, che pure quando ti vedo con la maglia azzurra della nazionale mi viene un nervoso, che anche davanti alla televisione ti sputo contro «non ci rappresenti, Abbass Swan, tornatene affanculo nello stadio che t’hanno pagato gl’emiri,» cosa cazzo credevi? Che il calcio abbatta davvero le barriere? Che sia uno strumento di pace?

Noi la pace non la vogliamo. Noi vogliamo la guerra. Capito, Swan?

Mi chiamo Itzik e sono un tifoso del Betar. Tutto il resto è merda.

A Gerusalemme di squadre ce ne sono tre: c’è l’Hapoel, “lavoratore”, significa in israeliano, è la squadra dei comunisti, degli operai, del partito laburista. Falliti. C’è il Maccabi, polli cagasotto. E poi ci siamo noi.

E poi, poi. Ci siamo noi, punto e basta.

Noi siamo quelli con le maglie gialle e nere. Quelli con la menorah nello stemma.

Noi siamo Gerusalemme. Noi siamo Israele. Solo noi, noi e basta. Guarda il leader del nostro gruppo di Ultrà, ci chiamiamo La Familia, siamo tutti fratelli e non ci sono mogli che contino. Il capo si chiama Guy. Guy è un tosto, e di cognome fa Israel, non a caso. S’è pure lasciato con la moglie, Guy, per stare sempre insieme a noi a seguire in casa ed in trasferta i gialloneri, «questa è la mia casa, la mia vita, tutto quello che ho,» ha detto.

Siamo i più forti, gli altri sono merde. Corrono, scappano quando ci sentono arrivare. Dovreste vederli, quelli del Maccabi quando gli sfoderiamo contro la nostra rabbia: come galline, scappano.

Prima che nascesse La Familia io stavo coi Tradition Keepers. Facevamo quello: salvaguardavamo la tradizione. Perché poi coi governi laburisti, coi governi sinistroidi, noialtri eravamo la squadra dei reietti, dei rinnegati, noi, capite?, noi che Israele l’abbiamo voluta prima degli altri, l’abbiamo fatta prima degli altri.

La sapete la storia del Betar, no?

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