Il Maradona dei Carpazi

I campi del Ravelli sono sempre stati i peggiori della zona. E’ una follia giocare qui un intero torneo. Addirittura patetico chiamarlo Sud Africa 2010, in vista dei prossimi mondiali di calcio. E’ un appuntamento che va avanti da anni e le tradizioni vanno rispettate. Al di là del nome, che cambia ogni volta, quello per tutti è soltanto “il torneo del Ravelli”. Pazienza se le strutture cadono a pezzi. L’erba sintetica, fine, è poggiata direttamente sul cemento. La superficie del quadrato è dunque terribilmente dura e inadatta alla corsa. Senza contare che ogni caduta può costare cara. Le linee sono tanto scolorite che una delle aree di rigore è totalmente inesistente. Ci si regola a occhio, grazie alla posizione del dischetto.

Le voci dicono che siamo una squadra cuscinetto. Non si può neanche dargli torto. Siamo i peggiori e lo sappiamo. Gliel’avevamo detto a Enzo ma quello non ha voluto sentir ragioni:

“Iscriviamoci pure noi al torneo del Ravelli quest’anno.”

Hai voglia a dire che non giocavamo da una vita. Che eravamo grassi, mezzi acciaccati e pigri, tanto pigri. Niente da fare. Insisti e insisti, quel rompipalle è riuscito a convincerci. Uno alla volta. Persino arrivando ad assillarci con ripetute e fastidiose telefonate notturne.

La nostra maglia è quella della Germania. Perché Massimetto, il portiere, l’ha ottenuto da Enzo come compromesso alla sua convocazione. Massimo è sempre stato un vero nazista: o la maglia tedesca o niente. Deutschland 34 il nome della squadra. Ogni mercoledì una sfida. Fino alla vittoria finale. Nel nostro caso, una sconfitta epocale.

Gli unici tre punti che abbiamo in classifica, li abbiamo ottenuti a tavolino. I nostri avversari non si sono presentati per via dell’improvviso lutto capitato a uno dei cinque giocatori. Per il resto soltanto prestazioni umilianti, goffi movimenti e scarsa attitudine al gioco di squadra.

Negli spogliatoi, prima del match, la solfa è sempre la stessa. Enzo, il capitano, che dà la carica al gruppo elencando strategie che non seguiremo. Sistemiamo con cura i parastinchi sotto ai calzettoni. Esce fuori un pallone e qualcuno prende a calciarlo facendo rimbombare quel piccolo locale ricoperto da maioliche bianche. Fino a che Enzo, con un colpo di mano, afferra la palla gridando – E basta cazzo!

In campo siamo lenti. Ce la mettiamo tutta ma contro abbiamo ragazzini di vent’anni che vanno a mille all’ora e persone dell’età nostra, con la passione del calcetto e dello sport in genere. Di solito nei primi dieci minuti ci crediamo. Riusciamo a tamponare l’arrembaggio dei nostri avversari. Poi gli anni di fumo e inattività si fanno sentire e restiamo travolti. Uno a zero. Due. Tre. Quattro. Tutti dentro la porta di Massimetto che è un tronco umano e non ne prende una. Ciò che abbiamo speso per l’iscrizione al torneo e l’acquisto di quelle magliette del cazzo, sono gli unici motivi per cui siamo ancora qui a far figure di merda.

Best Team Tiburtino contro Deutschland 34. La prima in classifica affronta l’ultima. La pioggia ha bagnato la città per parecchie ore e anche se è tornato il sereno, il clima è freddo e umido. Quelli del Best Team sono dei veri mostri. C’è Enrico, un difensore roccioso, cattivo e attaccabrighe. E c’è il Pialla, un goleador di razza, alto un metro e ottantacinque, dotato di un tiro mancino in grado di piegare in due la porta. In mezzo al campo, a far da regista, c’è Sandrino. Ha giocato in serie C, nell’Acireale. Finita la carriera, se n’è tornato a Roma con un piccolo gruzzolo da parte con cui ha aperto un negozio di articoli per la casa. E’ appesantito e panciuto. Si muove lento come un bradipo ma non importa. I suoi piedi sono fatati. Riesce sempre a mettere il pallone dove vuole e se per caso gli capita di tirare da fuori area, Dio scampi quelli che si trovano sulla traiettoria.

Nel nostro spogliatoio manca la solita euforia. Il motivo è chiaro: un imbarazzante confronto ci attende. Stavolta non reggeremo neanche quei dieci minuti. Il Best Team ci distruggerà, con grasso divertimento dei suoi sostenitori che accorrono sempre più numerosi. Forse sarebbe meglio dargliela vinta e basta. Risparmiarsi la figura. Ma ci hanno visti tutti arrivare. Un nostro ritiro sarebbe molto più umiliante.

Guardo la preoccupazione dei miei compagni ma sono come chiuso in un guscio. Ho altri cazzi per la testa e non penso al martirio che ci attende. Davvero una pessima settimana. Il tubo del cesso esploso lunedì notte. Il concretizzarsi del rischio di perdere il lavoro. Quando Valentina m’ha confessato di aver scopato con un altro era domenica, alla televisione trasmettevano Stadio Sprint.

Devo ammettere che in questo momento, le corna che ho in fronte, pesano sull’avvenire più delle fucilate del Pialla, delle gomitate di Enrico e dei colpi di tacco di Sandrino. M’è passato addosso un carro armato, tre giorni fa e mi sento ancora schiacciato, dilaniato. Ho l’umore sotto ai tacchi, il muso lungo e qualcos’altro che mi cuoce dentro.

Il momento di entrare in campo. In fila indiana verso il terreno dello scontro. Le raccomandazioni dell’arbitro ai due capitani, a centrocampo. Il fischio d’inizio.

Gioco dietro a destra. Il mio avversario è un brutto cliente. Si chiama Marco Pandolfi. Veloce e tecnico, possiede la dote della spericolatezza e scatta di continuo come una molla impazzita. Punta sempre l’uomo sicuro di riuscire a saltarlo con un dribbling veloce o una finta perfetta, impossibile da marcare. Come quando giocavamo nel cortile dell’oratorio salesiano “Teresa Gerini”. Chi aveva la fortuna di averlo in squadra, sapeva che quella sarebbe stata una partita divertente. L’intelligenza tattica e i movimenti di Pandolfi, infatti, facevano dialogare meglio tutto il collettivo.

Ora Marco lavora in proprio. Fa l’elettricista e guadagna bene. Ultimamente è venuto anche a casa mia, per montare una ventola elettrica nel gabinetto. Quando Valentina m’ha confessato di aver scopato con lui, volevo fare un macello. Avevo immaginato di prenderlo, tagliarlo a fette e infine ficcarlo nel congelatore. Mangiarlo pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, tenendo il cuore come ultimo boccone. Poi il pensiero è andato a mercoledì. Alla partita.

Marco mi salta. Una, due, tre volte. Fa il suo solito gioco. Sbruffone ed epilettico. Dal nostro primo scontro ha annusato l’immensa differenza tecnica che ci divide ed ora tutto sta a contare quante volte riuscirà a nascondermi la palla. Marco batte un fallo laterale. Gli passo vicino e mi faccio sentire solo da lui – Alla prossima te ne accorgi. Ti mando sulla carrozzella per Dio!

Gheorghe Hagi. Soprannominato Il Maradona dei Carpazi, in un’Italia-Romania di qualche anno fa. Il campione dell’est, a un certo punto dell’incontro, era entrato con un fallo da assassino su uno dei centrocampisti italiani, procurando a quest’ultimo un gravissimo infortunio. Mentre i sanitari portavano via in barella l’atleta azzurro, l’arbitro tirava fuori il cartellino rosso, espellendo Hagi. Guardando il replay, si vedeva benissimo che l’aveva fatto apposta. Il suo volto, i suoi occhi, il modo troppo palese di mancare la palla e colpire la gamba del suo avversario. Mio padre, seduto in poltrona, sciarpetta tricolore al collo e Peroni gelata in mano, s’era alzato in piedi gridando – Guarda come cazzo è entrato sto’ cornuto!

Se Gheorghe Hagi era, come asserito da mio padre, un cornuto, di certo era un cornuto violento e spietato.

Sono passati soltanto venti minuti e siamo sotto per sei a zero. Passaggio rasoterra del solito Sandrino per Marco Pandolfi che stoppa la palla e si invola sulla fascia. Mentre corre verso di me mi guarda fisso, con quella sua faccia da stronzetto. Conosce le mie intenzioni, gliele ho promesse poco fa. Ma è anche sicuro di evitarmi come al solito. Quello che non sa, è che io non sono Gheorghe Hagi. Tutto quello che il romeno faceva in campo era classe pura. Persino quel fallo da stronzo poteva apparire elegante, dopotutto. Faccio quattro passi di corsa e poi spingo sulle gambe, con tutta la forza che ho. Mi sollevo distendendomi quasi in aria. Volo verso le gambe di Marco e a piedi pari mi infrango sulla sua tibia destra e sul suo ginocchio sinistro. Mi sorprende come, dalla suola dello scarpino che ha colpito il ginocchio, io riesca a sentire qualcosa. Un movimento. Un movimento rotto.

Ricado sul campo con l’osso sacro, una spada mi trafigge dal coccige alla schiena, un dolore della madonna. Non riesco a muovermi. Marco urla dimenandosi a terra. Enrico e il Pialla vengono verso di me, decisi a darmi il resto. L’arbitro prova a dire qualcosa ma i due lo spingono lontano minacciandolo. Sono incapace di difendermi e persino di rannicchiarmi mentre mi prendono a calcioni. Si mettono in mezzo Massimetto ed Enzo, per fortuna. Poi arrivano tutti gli altri.

E incomincia la rissa.

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Il nuovo credo

Credo nel dribbling, nel passaggio laterale,
nel colpo di tacco, nel “sombrero”, nella
“bicicletta”, nello stop di petto e nella
rovesciata, nel tiro al volo all’incrocio
dei pali; credo in San Blatter, in San Rimet
ora pronobis, in Sanbittér, in San Pelè
Edson Arantes do Nascimento, credo
in San Diego Armando Maradona, credo
in San Johan Cruijff, in San Gianni Rivera,
credo nel profeta Zinedine Zidane, credo
nell’illuminismo di Michel Platini, credo
nel protestantesimo di Neeskens, in papa
Franz Beckenbauer kaiser di tutte le guerre
di religione, credo nei Freikoerper di Gerd
Mueller, credo in Ameri, Ciotti, Bortoluzzi,
credo in Pulici, in Sivori, in Paolo Rossi,
credo in Cristiano Ronaldo, in Andrade,
in Garrincha, in Vavà, in Junior, in Zico,
credo nella filosofia di Wolfgang Overath
e nella volontà di potenza di Rummenigge,
credo nell’eleganza di Jogi Loew, nel fado
di Mourinho, nella follia althusseriana
di George Best, credo nel suicidio del caro
Di Bartolomei, nella chioma dittatoriale
di Mario Kempes, nella Barilla di Falcao,
credo nel calcio, nella folle magia insensata,
in questo gioco stupido per bimbi devastati
dalla violenza, in questo lurido cortile
che è stato il nostro campo per anni,
prima che fossimo presi dal monte di pietà,
e rivenduti sul mercato d’una vita espulsa.

Franz Krauspenhaar

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio?

Prima parte

-Spagna ‘82

Un giorno, quando sarò vecchio e completamente pazzo, conterò tutte le partite viste nella mia vita dal vivo e in tv. Le mille partite del Bologna, le partite della Nazionale, le partite di altre squadre…
Ecco: l’elenco partirà dal primo mezzo incontro di calcio visto con i miei occhi. Su uno schermo tv. A Igea Marina, hotel Eliseo. Ovvero, il secondo tempo di Italia-Argentina. Due a uno.
E proseguirà con la famosa Italia-Brasile –i tre gol di Paolo Rossi-, con la meno famosa Italia-Polonia –i due gol di Paolo Rossi-, e la celebre finale.
Ora, ci sono immagini di quel mondiale che ho visto e rivisto, per cui mi sono quasi convinto di ricordare cose che in realtà non rammento davvero. L’esultanza folle di Tardelli sono sicuro di averla ricostruita in seguito: in quel momento ero coperto da una massa di tifosi a braccia alzate -tutti più alti di me- che si abbracciavano scomposti nella sala tv dell’albergo.
Pertini che festeggiava in tribuna, boh, non lo so se me lo ricordo davvero o se ho ricostruito anche quello.
Chissà.
Io, di quei mondiali, ricordo di sicuro due cose:
-di aver creduto che l’Italia avesse battuto il Brasile quattro a due, non conoscendo il concetto di fuorigioco, causa dell’annullamento del gol di Antognoni
-il rigore sbagliato da Cabrini nella finale.
Questo e basta, ricordo di sicuro.
E poi ricordo di sicuro di aver festeggiato con una bandierina tricolore in mano, sul lungomare di Igea Marina, mentre passavano caroselli di auto strombazzanti. Ma giusto così, per partecipare all’evento.

-Messico ‘86

Ai mondiali dell’86 ci ero arrivato da invasato ed enciclopedia umana. Conoscevo tutti i nomi dei terzini della Bulgaria e i gol segnati in carriera da Butragueno e il clima medio stagionale del Messico e il fuso orario e tutto quanto, insomma.
E, anche se la cosa sorprenderà chi mi conosce, avevo ancora delle simpatie estranee al rosso e al blu. Per le grandi squadre. Per i grandi giocatori.
In nome del patriottismo, avevo tifato per la Juve contro il Liverpool –pensa!- nella finale di Supercoppa. In fondo era una squadra italiana, no?
Non ci si crede, a ripensarci.

In nome del mio nuovo amore per il calcio, mi ero lustrato gli occhi pieno di ammirazione di fronte alle imprese di Platini o di Maradona. In fondo, come dire, Maradona e Platini appartenevano a un pianeta differente a quello del Bologna che languiva in serie B.
Platini, Maradona, la finale di Supercoppa, la finale di Coppa dei Campioni, la coppa Uefa, la Coppa delle Coppe, la Coppa Intercontinentale, erano tutte robe al di fuori del bolognacentrismo. I miei problemi erano ben altri, in quegli anni. Cos’aveva a che fare la finale di Tokio col triste Bologna dei due –due!- gol in trasferta in tutto l’anno, della salvezza all’ultimo respiro sul campo del Varese, dell’appena più decente Bologna di Mazzone? Mondi diversi. E io la serie A, da tifoso, non l’avevo ancora vista. Ogni tanto qualche squadrone veniva al Dall’Ara per la coppa Italia o per un’amichevole, ma erano brevi vacanze, toccata e fuga.
Era il Cesena, la mia rivale. Era il Campobasso, la mia realtà.
Certo, noi eravamo sempre il Bologna, una società carica di gloria e di vecchi scudetti. Guardavamo dall’alto in basso la Sambenedettese, il Parma, la loro totale mancanza di titoli. Tra le squadre di B rispettavamo giusto il Genoa, che di scudetti ne aveva nove -due più di noi- un po’ la Lazio, e basta.
Poi, scudetti o non scudetti, in serie A ci andavano l’Ascoli e l’Empoli. Ma noi restavamo fieri e arroganti lo stesso.

Se avessimo vinto quel mondiale, quello lì, io avrei veramente goduto. Ma davvero. Non come quello di Spagna, di cui in fondo non avevo capito niente, non conoscendo neanche le regole. Se avessimo vinto quel mondiale lì, io, che avevo quindici anni e vivevo per il calcio, avrei perso la testa davvero.
Non mi ero spaventato per l’agghiacciante girone eliminatorio, per il triste pareggio con la Bulgaria, per l’errore di Giovanni Galli su Maradona contro l’Argentina, per la sudata vittoria sulla Corea con i gol di Altobelli. In fondo era andata così anche in Spagna, no? Girone eliminatorio pietoso, poi l’esplosione. Ora arrivava la Francia, ci saremmo rifatti con la Francia.

La Francia ci aveva massacrati con un secco due a zero, e il mondiale per noi era finito così.
Mi era toccato consolarmi con i godimenti estetici che mi regalava Maradona.

-Italia ‘90

Ai mondiali di Italia ’90 avevo tifato per gli azzurri senza riserve e senza storcere il naso per certi nomi e certe facce, come avrei fatto in seguito. Ero decisamente di ottimo umore.
Avevo una fidanzata per la prima volta in vita mia. Valeria. Avevo una fidanzata, il Bologna era in serie A e, per di più, si era qualificato per la coppa Uefa.
Con questo umore, potevo tifare per i giocatori dell’Inter, anche se due anni prima erano venuti a vincere in casa nostra sei a zero.
Potevo tifare per i giocatori della Juve, anche se ci avevano battuti in casa quattro a tre.
Potevo tifare a denti stretti per i giocatori del Milan, che pure in quei primi anni berlusconiani cominciavo a guardare storto. Non per motivi politici, eh? Era ancora presto, per quello.

Quello è stato l’anno in cui scendevamo in strada a festeggiare qualunque vittoria. Ci eravamo scaldati poche settimane prima, festeggiando in piazza l’approdo del Bologna in Uefa, e allora avevamo festeggiato il gol di Schillaci nella prima partita contro l’Austria, il gol di Giannini con gli Stati Uniti, la qualificazione contro la Cecoslovacchia, e la vittoria sull’Uruguay e poi sull’Eire…
Eravamo sempre in piazza a festeggiare una vittoria, in pratica.
Eravamo tutti convinti e straconvinti che avremmo vinto i mondiali, e anche lì io ero puro, ero ancora puro, davvero. Il mio cuore batteva sincero per l’azzurro. Avrei festeggiato il mio secondo mondiale ballando nudo nella piazza del Nettuno.
Fino a che, naturalmente, eh, be’, lo sappiamo.
Zenga che esce così e così, Caniggia che tocca di nuca così e così, i rigori tirati così e così, Maradona che festeggia. Fine dei mondiali di Italia ’90.

-USA ‘94

L’anno dopo i mondiali italiani, il Bologna aveva avuto una stagione orribile. Una tragedia dopo un’altra tragedia.
Io, alla fine di quell’anno atroce, odiavo tutte le squadre e tutti i giocatori del mondo. Schillaci, in particolare. Dopo che Schillaci si era buttato in area e avevamo perso uno a zero su rigore con la Juve e Poli era andato a insultarlo per quel tuffo e Schillaci aveva risposto Ti faccio sparare, ecco, mi ero vergognato di aver esultato ai suoi gol in azzurro. Avrei voluto cancellare retroattivamente l’immagine del me stesso più giovane che alzava i pugni ai gol di Schillaci contro l’Uruguay o l’Eire o l’Argentina, dopo quell’immondo episodio.
Comunque, miseramente retrocesso, io odiavo chiunque. Per fortuna, da lì ai mondiali del ’94, c’erano stati tre anni di purificazione. Tre anni in cui avevo avuto ben altro da pensare, due orrende serie B, un fallimento, la serie C, i playoff persi con la Spal…
Quando la nazionale di Sacchi era approdata a quegli strani mondiali giocati a orari bizzarri col sole a picco, io stavo in un mondo abitato da squadre come Ospitaletto e Leffe e Fiorenzuola, quelle che sarebbero state le nostre avversarie anche nel campionato successivo, e non avevo tempo di odiare nessuno che non fosse Mino Bizzarri della Spal.
Così avevo tifato Italia, pur perplesso per le scelte di Sacchi, tipo, togliere Baggio nella partita con la Norvegia, o far giocare Beppe Signori sulla fascia per far spazio a Casiraghi.
(Già sapevo, profetico, chi sarebbero stati i due futuri numeri dieci del Bologna.)
Avevo storto il naso sul tiraccio di Houghton che aveva battuto Pagliuca nell’esordio con l’Eire, esultato al gol di Dino Baggio con la Norvegia, a quello di Massaro col Messico. Mi ero intristito al lento trascinarsi verso la sconfitta con la Nigeria, fino alla doppietta di Roby Baggio che aveva ribaltato le sorti. Di nuovo mi ero esaltato per i due futuri numeri dieci del Bologna che confezionavano il gol della vittoria sulla Spagna, e per la doppietta del codino con la Bulgaria, in semifinale.
La finale col Brasile l’avevo guardata con i miei amici Pasciu e Bomber insieme a tre simpatiche ragazze di Modena, in casa di Pasciu, con la pizza e la birra a preludere ai festeggiamenti. Festeggiamenti che, nei nostri piani, avrebbero dovuto contagiare le tre ragazze fino a indurle a concedersi a noi virili tifosi. Peccato che Baresi, Massaro e Baggio non avessero nessuna intenzione di agevolare i nostri intenti romantici.
Tre rigori tirati a minchia di cane.
Dalla finestra di fronte, un istante dopo il tiro sbilenco di Baggio, con la palla ancora in volo sopra la traversa, il dirimpettaio di Pasciu aveva urlato fortissimo “Sacchi, sei un povero idiota”.

Se lo teneva dentro dall’inizio dei mondiali e non vedeva l’ora di dirlo, secondo me.

Gianluca Morozzi

Monumento al calciatore non ignoto

Nel 1990 i mondiali giocati in Italia erano un po’ come dire Totò Schillaci, ruolo di attaccante, maglia numero 19. Il Totò Schillaci capace di passare da una posizione iniziale di panchinaro a quella di capocannoniere del torneo e di miglior calciatore della manifestazione. Il Totò Schillaci che quando esultava – occhi spiritati, corsa folle, pugni chiusi – esultava anche il quartiere CEP di Palermo in cui era nato e poi esultava anche la Penisola. Il Totò Schillaci paragonato al Paolo Rossi dei mondiali del 1982. Quando ti viene eretto un monumento da vivo vieni messo nelle condizioni di non dover mai sgarrare. E Totò Schillaci lo fa. Sgarra. Il 3 luglio allo stadio San Paolo di Napoli si consuma la semifinale fra l’Argentina e l’Italia – fra i due monumenti animati: Maradona e Schillaci – con un assurdo pubblico napoletano combattuto fra l’acclamare Maradona e il sostenere la Nazionale; con un’Argentina che, ad un certo momento, vuole arrivare ai rigori e un’Italia che dei rigori ne farebbe anche a meno. E più di tutti proprio Totò Schillaci che, scrollandosi il marmo di dosso, rifiuta di far parte della cinquina dei rigoristi. Ne nascono polemiche.

La scena è una scena classica: un cortile desolato, un muro pieno di crepe, tre ragazzini, un pallone. Bisogna immaginare anche un odore che è l’odore del sudore estivo. Uno dei tre ragazzini, mani poggiate sulle ginocchia già piegate, è fermo davanti al muro come a difenderlo e sul muro col gessetto è stata tracciata una parvenza di porta; gli altri due circondano il pallone, il piede di uno dei due tiene fermo il pallone.

Il ragazzino che difende il muro dice: “Io sono Walter Zenga”

Il ragazzino che blocca il pallone dice: “E io sono Totò Schillaci”

L’altro ragazzino dice: “No, sono io Totò Schillaci”.

Estorsioni e traffico di stupefacenti è un po’ come dire mafia. In questo caso, il clan della Noce che distendeva i propri tentacoli dal centro di Palermo fino ai sobborghi. Nel pieno degli anni zero, grazie ad intercettazioni ambientali e telefoniche, gli inquirenti riescono a ricostruire le attività criminali del clan e la polizia a notificare 18 ordini di custodia cautelare in carcere. Poi, il processo. Viene chiamato a testimoniare Totò Schillaci perché, anche se non è tra gli indagati, in una di queste intercettazioni, lo si sente parlare con Eugenio Rizzuto, uno dei 18 arrestati: Schillaci gestisce a Palermo la scuola calcio ‘Louis Ribolla’, un ragazzo del quartiere di Passo di Rigano ha derubato soldi e orologi ad alcuni clienti, Rizzuto dice di non conoscere l’abitazione di questo ragazzo, gli dà il numero del fratello Aurelio, se il fratello non conosce il ragazzo allora l’indomani ci pensa lui di persona. Questo, il contenuto della telefonata registrata.

“Sono tranquillo. Non ho commesso niente di grave. Il signor Rizzuto in un primo momento era socio della scuola calcio ed è normale che, tra soci di uno stesso organismo, si parli anche di queste cose, anche se sono cose spiacevoli” dice Totò Schillaci ai giornalisti, ma il giorno in cui dovrebbe deporre come testimone dell’accusa non si presenta. Poi viene chiamato a testimoniare nel maggio del 2008 e per la seconda volta Totò Schillaci – il monumento da vivo di Italia ‘90 che continua a stupire essendo stato, in seguito, il primo calciatore italiano a giocare nel campionato giapponese – non si presenta. Ammenda di duecento euro, ingiunzione di accompagnamento coattivo alla seguente udienza.

Il 3 luglio del 1990, allo stadio San Paolo di Napoli, i rigori vengono battuti: tic, tac: l’Argentina vince, l’Italia perde.

“C’eravamo illusi di poter galleggiare ancora una volta sulla prodezza personale di Totò Schillaci” dice al microfono un amareggiato Bruno Pizzul.

Roberto Mandracchia

fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Schillaci

http://www.youtube.com/watch?v=8kmWl50zA0A

http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=24910

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/30/schillaci-da-forfait-il– giudice-lo-multa.html

http://www.youtube.com/watch?v=TcJoxoZBeNU

Papà De Pasquale, buona sera

Era un periodo particolare della vita di Luca De Pasquale.
In qualità di amico, beh, diciamo che ero un po’ preoccupato. Ogni volta che andavo a casa sua, nel suo loft specchiato che affacciava su via Pigna, non percepivo più nell’aria la stessa tranquillità di prima. Luca De Pasquale era inquieto, lo avrebbe capito anche un cammello ritardato.
Poi, un giorno succede che trovo Luca De Pasquale conciato come Billy Idol che mi parla di Brendost, di Crain, della Dimensione 2000 (e di come questi fenomeni reagiscano combinati tra loro).
Quella cena si svolse in un clima artico, tra i suoi singhiozzi e i miei perché.
Tra la pasta al sugo e una fetta di pane della Conad, Luca De Pasquale vuotò il sacco: aveva voglia di avere un figlio, un figlio vero. Il cofanetto dei Rolling Stones, con il poster di Mick Jagger poco più che ventenne, non gli bastava più. Un figlio da vestire, da sfamare, un figlio da amare. Un figlio a cui tramandare lo scibile musicale, a cui leggere i propri racconti prima di farlo addormentare.

Sì, Luca De Pasquale aveva un problema. Un vero problema.
Certo, anche volendo – mi disse – dove lo sistemo in 26 metri quadrati un infante? E i soldi? E i libri per la scuola?

Insomma, eravamo nella merda.
Ascoltai devoto De Pasquale mitragliare lacrime napoletane e decisi di fare qualcosa.
Avrei dato un figlio a Luca De Pasquale.
Non biologicamente, certo, ma avrei fornito la prole in eredità al noto scrittore vomerese.
Quella notte, prima di salutarci, guardammo su you tube una serie di risse di Sgarbi e di gol di Batistuta e capii in che direzione dovevo muovermi. Diedi la mano a Luca De Pasquale e, prima di svicolare definitivamente dal suo loft specchiato, gli feci una promessa: Luca De Pasquale farò qualcosa per te, te lo giuro su Maradona e su Dio Universale. E solo lui conosceva la reazione di questi due fenomeni combinati insieme.
Scesi in strada, il freddo schiarì definitivamente le idee. Il giorno seguente sarebbe partita la mia missione.

Mi svegliai di buon ora (la mezza) e mi recai in un’agenzia del centro che affittava macchine, scooter, motoscafi e mongolfiere alimentate dal sacro fuoco di Brendon. Noleggiai una Panda bianca, annata ’82 come i mondiali di Espana (targata NA Y87632), e – fatto il pieno di benzina e Dimensione Acrain – presi l’autostrada.
Sarei andato in Romania a prendere un figlio a Luca De Pasquale. Un bel bimbo biondo, ignifugo al fuoco sacro di Crain e Brendost, possibilmente agghindato in una maglia di calcio pezzotta di qualche squadra italiana. Questi, i requisiti che avevo letto nelle parole di Luca De Pasquale.
Mi gonfiai il petto d’orgoglio in un respiro pavone: ce l’avrei fatta e Luca De Pasquale sarebbe stato di nuovo contento. Sarebbe tornato a scrivere di cosce tornite in calze sguainate, di coiti a ritmo di Progressive Rock e di monolocali. Insomma, avrei donato al mondo – nuovamente – il miglior scrittore della provincia oscura.
All’altezza di Bologna rischiai, però, di prendere fuoco. Crain e Brendost facevano l’autostop in una piazzola d’emergenza ed io non li avevo riconosciuti a primo acchito. Avevo addirittura fermato la Panda (a “piede”, ché i freni, dopo una certa velocità, perdevano colpi) per farli salire ma, fortunatamente, mi resi conto in tempo che i due fenomeni, combinati, mi avrebbero fatto prendere fuoco all’istante. Sgommai via in una nube di fumo. Dovevo tenere gli occhi aperti 24 ore su 24; Brendon e la Dimensione 2000 mi stavano col fiato sul collo, mi erano ostili, era evidente.
Se mi fossi rilassato un solo istante mi avrebbero fatto prendere fuoco come un arrosticino dimenticato sul grill e arrivederci alla Romania, al sorriso di Luca De Pasquale e alla letteratura italiana del primo XXI secolo.
Arrivai al confine dopo venti ore di viaggio, con la Panda per metà in fiamme. Valicai la dogana a Tarvisio travestito da monaco leghista, con la maschera popolare del luogo (Borghezio Power Ranger) così da non destare sospetti, e mi addentrai nel ventre dell’est Europa.
Avrei traversato l’impervia Slovenia prima di arrivare in Ungheria, dove avrei fatto una breve sosta di qualche ora per girare un porno ambientato in un casinò barocco.
Ma le cose non andarono esattamente secondo i piani.

Vissi avventure incredibili; tra fiches, vibratori al gusto lampone selvatico e seni rifatti che parevano budini Cameo. Divenni Marco “twentyfour” Marsullo e la gente iniziò a riconoscermi per strada. Mi salutavano, inneggiando al sesso libero.

La ricchezza mi diede alla testa; in breve tempo i fumi viscidi del danaro – manna ingannatrice mandatami da Crain in persona – mi destabilizzarono, impedendomi di ricordare la missione per cui ero partito dall’Italia appena qualche giorno prima.
Poi, come d’incanto, la mia illuminazione sulla via di Damasco. Mi apparve, vivido come se non fosse un sogno ma la vera verità, Giuliano dei Negramaro che danzava sinuoso su un motivetto un pop porno.
Giuliano dei Negramaro mi ricordò il perché di tutto questo, riconsegnandomi le chiavi della Panda – che avevo scioccamente sostituito con una Saab decappottabile – dicendomi che per il pieno di benza ci aveva pensato lui. Lo ringraziai, lui si spogliò e mi obbligò a guardarlo avere sei rapporti sessuali con se stesso. Lo scotto da pagare per chi perdeva la retta via, pensai.
Il mattino seguente, dismessi i panni del pornodivo magiaro e fattomi laserare via il tatuaggio di Rocco a Praga, mi rimisi nella Panda, pronto a traversare gli ultimi chilometri della mia Odissea personale.
Mi accorsi che Giuliano dei Negramaro aveva lasciato sul sediolino posteriore dei suoi slip usati. Deciso a non farmi più distrarre da nulla, li scaraventai fuori dal finestrino e sgommai alla volta della Romania.

Dopo qualche ora sulle strade rumene, mi parve di essere tornato a casa, nella Napoli che ricordavo. Groviere d’asfalti e pozze d’acqua marroni mi accolsero, come presagio di labirinto mentale. Era chiaro che Crain, Brendost e perfino Brendon, si erano adunati al confine tra la Romania e la Dimensione 2000 per farmi perire, proprio a pochi passi dalla meta.
Raggiunsi Otopeni, piccolo sobborgo nei pressi di Bucarest. Avevo letto su internet che lì scambiavano bambini, sani e bellissimi, con figurine di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Ovviamente ero pieno di effigi dei due celebri calciatori.
Arrivai nel centro abitato e venni accolto da festoni colorati e dalla banda cittadina, vestita con le maglie della Dinamo Bucarest (mi dissero poi che era il loro completo per la festa). Venni sfamato, vezzeggiato e proclamato cittadino onorario. Il sindaco, un trans di nome Venezuela, mi consegnò le chiavi della città. La Panda venne lavata, a mano, da degli immigrati calabresi. Mi dissero che al mattino seguente mi avrebbero portato al bambile per scegliere l’infante che avrei preferito, ma prima volevano vedere la merce, le figurine. Con una certa tracotanza sbattei sul tavolo il codino di Baggio e gli occhi spiritati di Schillaci durante Italia ’90. Un boato accompagnò il movimento.
Festeggiammo per il resto della notte con le note di “Vamos a bailar” di Paola und Chiara, tra fiumi di vino in cartone e dolci calabresi fatti in casa.
Mi portarono, che era praticamente l’alba, nella mia tenda, augurandomi una buona notte. Dopo qualche ora saremmo andati a scegliere il bambino.

Il bambile era un luogo tutt’altro che deprecabile. I bambini erano tenuti in ampie gabbie riscaldate, con timer automatici per il rifornimento di acqua e biscotti Plasmon, che irrigavano le ciotole dall’alto con un meccanismo computerizzato gestito da un Ibm 3.86 (compatibile).
Fui molto critico nell’osservare i marmocchi. Luca De Pasquale si meritava il meglio, non avevo dimenticato i requisiti di scelta, ma pareva non esserci trippa per gatti. Chi era troppo grasso, chi non aveva un occhio, chi era convinto di essere un vampiro. Insomma, stavo per mollare e riprendermi la mia figurina di Baggio che calcia la punizione con la maglia della Juve, quando in un angolo notai un bimbo mingherlino fasciato da una maglia della Cremonese degli anni ’90, quella col numero 11 di Andrea Tentoni, ex idolo della curva di Cremona. I fluenti capelli biondi coprivano un po’ gli occhi azzurri, e un sorriso sdentato sembrava dire: “Prendimi, prendimi, forza Cremonese, alè alè”.
Non esitai oltre. Indicai l’infante e scelsi di portarlo con me. Rinunciai alla confezione regalo, salutai i miei amici rumeni (ancora la banda cittadina accompagnava l’operazione, intonando stavolta una canzone di Sabrina Salerno) e mi rimisi in viaggio per tornare in Italia con Florian, il nuovo figlio di Luca De Pasquale.

Mentre macinavo i chilometri nel verso opposto, pregustavo la faccia di Luca De Pasquale che, al ritorno dal reparto dischi dalla Knack, avrebbe trovato in casa Florian. Florian De Pasquale.
Insegnai, nei due giorni di viaggio, l’italiano al bimbo. Gli fissai in mente delle frasi da dire una volta visto il nuovo genitore. Florian sembrava piuttosto recettivo, tant’è che aveva imparato tutto a menadito già all’altezza di Padova Est.
Le ultime ore di viaggio sgusciarono via in un tramonto che sapeva di liberazione: ce l’avevo fatta.
Quella notte, quando arrivai a Napoli, uscii direttamente al Vomero dalla tangenziale (andando piano perché c’erano i tutor attivi), direzione via Pigna.
Entrai nel palazzo di Luca De Pasquale che Luca De Pasquale non era ancora tornato. Ne avevo la certezza perché quel giorno, in Knack, aveva il turno dalle 6 alle 24.
Corsi con Florian fino al secondo piano dello stabile e, arrivato di fronte alla porta di Luca De Pasquale, la sfondai con un calcio.
Stella, la gatta strabica, mi accolse rotolandosi sul marmo gelido. L’accarezzai e la feci socializzare con Florian, che pareva amasse gli animali.
Preparai una pasta al sugo col battuto GS e attesi che Luca De Pasquale tornasse dalla Knack per mostrargli la clamorosa sorpresa. Florian sembrava vivesse lì da sempre. Aveva già iniziato a giocare con i dischi dei Prodigy, costruendo una tana con i vinili e i cuscini del letto.
Poco dopo la mezzanotte sentii la porta aprirsi (a mano, era sfondata!) e vidi un intimorito Luca De Pasquale solcare il mini corridoio per arrivare nel salotto (che poi è il resto del loft).
Appena mi vide rasserenò il volto in un’espressione compiaciuta. Sorrise liberato, dicendomi che aveva avuto paura che ad entrare fosse stato Crain o, peggio ancora, Brendost l’ignifugo. Solo che, non vedendo il fuoco, si era insospettito. Era stanco in volto e nei gesti.
Gli dissi: “Luca De Pasquale ho una sorpresa per te, guarda!” e lasciai uscire da sotto il letto Florian, ancora avvolto nella maglia della Cremonese di Tentoni.
Il bimbo, riconosciuto il nuovo padre dalla mia descrizione sommaria, gli saltò al collo.
“Papà De Pasquale! Scrittore! Papà De Pasquale! Buona sera”.
Luca De Pasquale scoppiò a piangere e iniziò a maledire Crain, Brendon, Brendost, la Dimensione 2000 e Dio Universale.
Da allora Luca De Pasquale e Florian De Pasquale vivono insieme nel loro loft, giocando a subbuteo, ascoltando heavy metal e leggendo, rigorosamente insieme, i racconti che papà De Pasquale scrive ogni notte. Tra cosce tornite e autoreggenti ombrate.

Nota dell’autore:

Crain, Brandost, Acrain, Brendon, Dimensione 2000 e Dio Universale, sono parti della mente del notorio mago campano Gennaro D’Auria.

Durante la stesura di questo racconto nessun bambino è stato maltratto. Solo la lingua italiana, ne ha risentito un po’. Ma niente di che.

Marco Marsullo