Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.   Leggi il resto dell’articolo

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Lo Psicotico Domato

Lo Psicotico Domato (Nicola Pesce Editore, 2010)

di Toni Bruno

 

Toni Bruno ha la capacità di impressionare il pensiero in tratto. Di fare storia con chiaroscuri.

Toni Bruno è un disegnatore al suo primo romanzo grafico, dopo aver illustrato libri per Newton e aver disegnato Non mi uccise la morte. Questa prima opera in toto non delude, anzi lascia con la voglia di averne ancora nello stomaco.

Lo Psicotico Domato è irrequieto, incivile nella sua ostentazione del disagio mentale, colpisce duro con una forma di distacco psicanalitica, e chi legge si trova a chiedere quanto di autobiografico ci sia o quanto possa essere fintamente autobiografico il tutto.

Una matita incosciente, che travolge nel suo tratto che sembra non aver mai bisogno di essere temperato; un ammiccante vortice di voci, anzi un lungo flusso di coscienza che si sviluppa nel disegno che ricorda il Giappone e la scuola europea, in un mix felice di originalità e familiarità pop.

Il giovane siciliano, oramai adottato dalla capitale, ci racconta il suo viaggio verso il continente, le motivazioni che lo hanno spinto a spostarsi in una città che ha fauci sempre aperte e denti taglienti. Nel suo percorso da immigrato non mancano i ricordi, le prime paturnie, e sempre presenti sono le mille facce dell’omonimo protagonista che racchiudono paure e sopralluoghi della depressione. La depressione, la psicosi, è vera e propria amante che in tutta la graphic novel riecheggia in un particolare, in una frase lasciata cadere o in un annuncio plateale, una femmina sinuosa che serpeggia dentro i jeans come le dita di una voluttuosa adultera, eccitando la fantasia e sfiancandola una volta presa in mano. L’instabilità mentale è quindi personaggio, affatto fittizio, che si approfitta di tutto il racconto, che ne abusa in modo sfacciato per mostrarsi nella sua totale alterigia edonistica, e Toni, che come ogni amante viene usato e usurpato, non fa altro che essere la voce, trasognata e a volte idolatra di questa concubina.

Tra giochi linguistici e grafici, pagine che riportano alla mente ambientazioni oniriche degne (e non ci sentiamo di esagerare troppo vista la pasta di cui sono fatte queste pagine) di Miyazaky, con Lo Psicotico Domato si viaggia in un mondo impalpabile per la sua semplicità, per la sua concreta crudezza quotidiana, quello dell’uomo e dei suoi problemi, quello di un ragazzo e dei suoi sogni, quello dell’oggi crudelmente certo e del domani di cui non vi è mai certezza.

 

Alex Pietrogiacomi