Scrittori Precari Football Club

di Vanni Santoni

AtleticominacciaChi conosce il subcomandante Liguori, sa quanto sia forte in lui l’indole del coach (o dell’editore): poche cose gli fanno brillare gli occhi come il debutto in libreria di qualcuno che è passato da Scrittori precari (ed è qualcosa che avviene sempre più spesso, grazie al costante lavoro di ricerca che qui ha luogo, e allo spazio rilevantissimo che viene dato ai racconti, e in generale ai testi letterari, rispetto alla critica e ai contenuti di altro genere); e infatti, qualche settimana fa eccolo che mi fa “lo hai visto Marsullo?”, tutto pieno di orgoglio.
E certo che l’ho visto, Marsullo, il cui Atletico Minaccia Football Club è da poco uscito per Einaudi Stile Libero. L’ho visto e l’ho già letto, poiché è un libro dal passo svelto, ben scritto e soprattutto divertente, che si legge in poche ore ma ti lascia comunque con la pancia piena. Vi si narrano le vicende di una malmessa squadra di calcio minore e del suo straziato ma comunque entusiasta allenatore Vanni Cascione, tra alti e bassi e fino, naturalmente, alla partita decisiva. Ho letto altrove un accostamento di questo romanzo a Sforbiciate di Fabrizio Gabrielli, libro nato proprio a partire da una rubrica qui su Scrittori precari, e L’ascensione di Roberto Baggio, che ho avuto il piacere di scrivere assieme a Matteo Salimbeni. È vero che sono tre libri che parlano di calcio, è vero che lo fanno in modo leggero (ma ci mancherebbe che ci mettessimo a parlare di calcio prendendoci sul serio…), ed è vero che sono usciti a non troppa distanza l’uno dall’altro, scritti da autori che bazzicano o hanno bazzicato questo blog, ma rispetto ai due libri succitati, Atletico Minaccia Football Club è più narrativo e meno metacalcistico Leggi il resto dell’articolo

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Fútbologia

Riproponiamo qui, in attesa di Fútbologia, l’indice dello speciale che Scrittori precari curò per i Mondiali del 2010.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia
è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora. Leggi il resto dell’articolo

La megafesta di compleanno di Satana

di Marco Marsullo

Satana, il Signore degli Inferi, ne aveva davvero le palle piene. Tutte le proposte canore per la megafesta del suo compleanno illustrate da Emilio Borraccia, il suo ufficio stampa, gli facevano letteralmente cagare.
Lui voleva qualcosa di tosto, qualcosa per cui i suoi ospiti si sarebbero dannati l’anima. Più che letteralmente.
Così, quella notte, in preda a una strana angoscia esistenziale si incollò al computer e fece l’unica cosa che gli tirava su il morale quando gli girava di merda: prese a guardare le vecchie puntate de I Ragazzi della Terza C su youtube.
Lo mandavano ai matti le scene col ciccione, quello coi capelli rossi, che poi dimagrì un sacco e finì a fare Forum con Rita Dalla Chiesa. A dirla tutta non è che dimagrì… Satana conservava ancora l’originale del Patto che strinsero a metà anni Novanta. Ma questa è un’altra storia.
Dopo essersene sparate quattro di fila, l’occhio gli cadde sui “video correlati”. Per lo più spezzoni della serie tivù College e video in cui Susanna Messaggio raccontava l’esperienza della sua maternità. Ma fu l’ultimo filmato a rapire la sua attenzione, cliccò su play.
Jo Monaciello (neomelodico satanista) – Zolfo e cioccolata.
Satana non poteva credere ai suoi occhi. Agguantò con entrambe le mani lo schermo del piccì e prese a urlare di gioia nel silenzio della sua stanza. In pochi attimi Borraccia si precipitò da lui.
«Che succede, signore?», chiese con l’affanno a spezzargli ogni parola.
«È lui, è lui!».
«Lui chi, signore?».
«Lui! Monaciello! Voglio lui a cantare alla mia festa!». Leggi il resto dell’articolo

La Corea del Nord ai Mondiali di Calcio

Pagliuca, miracolo!”

(Bruno Pizzul – Usa ’94)

«Capo, siamo nella merda» il luogotenente Xiao Ping aveva la fronte piena di goccioline di sudore, gli occhi a palla e la camicia militare tutta fuori dai pantaloni.

«Che cazzo di un Buddha succede?» il Leader nordcoreano, Maxioi XII, si sradicò il sigaro da bocca «È per via di questi cazzo di Mondiali di calcio, vero?» tonò.

Xiao Ping fece rimbalzare il faccino giallognolo, le mani erano diventate due Black&Decker fuori controllo. «La squadra ha perso col Brasile».

«Quanto?» ribatté nervoso Maxioi.

«Due a uno»

«Troppo. Che umiliazione! Al ritorno in patria, dateli in pasto alle scrofe»

«Sissignore, sarà fatto!»

«Bene. Ora pensiamo a cosa dire alla Nazione…».

Il Leader Maxioi XII si grattò le chiappe, poi decise che avrebbe parlato al popolo in diretta televisiva dopo il telegiornale delle 20. Anzi, avrebbe fatto ancora di più. Avrebbe condotto lui stesso il telegiornale delle 20. E forse, dopo, si sarebbe nominato Super Leader, una carica nuova per dare più lustro al Paese, bisognoso di maggiore lustro secondo le sue ultime ricerche statistiche.

«Allestite lo studio delle conferenze, si va in scena, Buddha incatramato!» strillò, poi si diresse verso la sala trucco.

Ore 20, nello studio delle conferenze.

«Cari compatrioti, chi vi parla è il vostro Leader Maxioi XII, figlio del fuoco e di Maxioi XI l’impavido, creatore del mondo, del frigorifero e della scaltrezza» Maxioi XII fece una pausa molto teatrale e si inumidì le labbra carnose «La nostra nazionale di calcio, la nostra gloriosa nazionale di calcio!, come ben sapete si trova in Sudafrica per giocare i Campionati del Mondo. Un drappello di eroi che onorerà il nostro Paese e che ha già battuto la nazionale dei giocolieri brasiliani per una rete a zero! Viva la Corea!» partì un fragoroso applauso preregistrato «Al via le immagini dell’impresa».

Sul video apparvero gli highlights della partita, commentate dal Pizzul nordcoreano: Pal Xo Pai, l’unico cronista sportivo del paese, che oltre a commentare le partite della nazionale, tutte quelle del campionato maggiore e firmare ogni pezzo di ogni edizione giornaliera della Gazzetta dello Sport coreana, era anche il genero di Maxioi XII.

Pal Xo Pai sembrava un tarantolato, mitragliava parole più velocemente del Paolo Bonolis coreano e grugniva di gioia per ogni contrasto vinto dalla squadra in maglia rossa. Le azioni salienti erano state sapientemente montate per garantire al pubblico la visione della netta supremazia coreana, tramutando la sconfitta nel più clamoroso dei successi.

«Ehhh, molto beeella questa vittoria contro il Brasileeeh!» concluse il Pizzul coreano, prima di ridare la linea allo studio.

La prima era fatta, la nazione doveva essere in delirio, pensò Maxioi XII mentre congedava i telespettatori prima del coprifuoco delle 21, quando la corrente elettrica sarebbe stata staccata a tutta la Corea del Nord.

Cinque giorni dopo.

«Sette pere, capo. Sette» il luogotenente Xiao Ping era più mortificato di un chierichetto alla seconda sega della giornata.

«No grazie, ho già mangiato la frutta oggi» rispose Maxioi XII con uno stuzzicadenti infilato tra le labbra.

Xiao Ping si strinse nelle spalle «Capo, ne abbiamo presi sette dal Portogallo. Abbiamo perso sette a zero…».

Un urlo disumano invase ogni angolo del palazzo reale.

Se per rimediare alla figuraccia col Brasile bastava montare le immagini eclissando le reti verdeoro, stavolta serviva un vero miracolo per non far cadere nell’angoscia l’intera popolazione. Serviva un colpo di genio, pochi cazzi. E Maxioi XII non si smentì neanche quella volta.

«Ascolta… tu… coso…» il Leader prese a schioccare le dita in direzione del suo luogotenente di fiducia «tu… ma come cazzo ti chiami, tu?»

«Leader, io sarei Xiao Ping, la servo con onore da otto anni…»

«Davvero? Un tempo eri più alto, forse anche più bello. Ad ogni modo il tuo nome non mi piace, Xiao Ping, e che è? Una marca di assorbenti? Da oggi ti chiamerai Choi Son Chai, che è come avrei sempre voluto chiamare un’iguana, se mai ne avessi avuta una. Ma siccome non l’ho avuta, ci chiamerò te. Occhei?»

Choi Son Chai acconsentì senza aprire bocca.

«Oooh, bene. Allora, veniamo a noi. Ho avuto un’idea» Maxioi XII si alzò da tavola e si diresse pensoso verso l’enorme scacchiera vivente che alloggiava nel suo salone regale «Noi prendiamo la torre…» e afferrò per un polso un uomo con una sagoma di cartone a forma di torre sulla testa «…E la scaraventiamo dalla finestraaaaaa!» e trascinò l’individuo verso l’enorme balcone che dava sui giardini, fino a scagliarlo di sotto. In tutta la sala echeggiò il gridolino di terrore degli altri figuranti.

Choi Son Chai sgranò gli occhi «Leader, ma perché l’avete buttato di sotto? Stavamo parlando della partita… o sbaglio?»

«L’ho buttato di sotto perché erano settimane che mi spiava. E poi io faccio il cazzo che mi pare, sono il Leader!».

Il luogotenente si strinse ancora nelle spalle. Meglio farsi i cazzi suoi, si disse.

«Dicevamo…» Maxioi XII riprese le fila del discorso fregandosi le mani «Abbiamo perso sette a zero col Portogallo. Bene. Cioè, male. Prima di tutto, ricordi il mio precedente ordine? Quello di darli in pasto alle scrofe?»

Choi Son Chai acconsentì.

«Bene, dimenticatelo. Appena tornano in patria, incendiali vivi, cremali, con le maglie di calcio indosso»

«Sarà fatto»

«Bene, Choi Son Chai tu farai carriera, lo sai?. Ti promuovo a luogotenente spaziale, ora il tuo potere è esteso anche allo spazio aperto. Se mai dovessimo trovarci a regnare su Giove, o Venere, sappi che il tuo ruolo sarà ancora valido. In più hai diritto a ottocento grammi di riso in più all’anno. Gioiscine».

Il luogotenente spaziale spalancò un sorrisone, poi chinò il capo in segno di ringraziamento.

«Perfetto, allora, la partita. È facilissimo, mandate in onda le immagini di quella col Brasile e dite che il Portogallo è il Brasile, fate cambiare il commento a quella mezza sega di Pal Xo Pai e il gioco è fatto»

«Genio, genio!»

«Lo so, non è che si diventa Leader così, mangiando bottoni».

Altri cinque giorni dopo.

L’idea di Maxioi XII era stata un successone, il popolo nordcoreano era in brodo di giuggiole per il bottino pieno nelle prime due partite al Mondiale. L’indice di gradimento verso il Leader era salito del 3% (arrivando ad un clamoroso 103%) e, per festeggiare, il governo aveva permesso l’accesso ad una versione interna di Google, dove, però, si potevano cercare solo immagini di Maxioi XII a bassa/media risoluzione. In poche ore furono registrati tremila accessi. Insomma, la vita in Corea del Nord era decisamente migliorata grazie alla trionfale avventura della Coppa del Mondo in Sudafrica.

«Capo» Choi Son Chai si mise sull’attenti di fronte al trono reale «Brutte nuove…»

«Non me lo dire» Maxioi XII arrestò il suo luogotenente spaziale con un cenno della mano «È sfiatata l’atomica!»

«No, in realtà…»

«Lo sapevo! Lo sapevo! Idioti, incompetenti!»

«Signore, non è questo…»

«Quei maledetti scienziati pazzi! Loro e la smania di rispetto per la vita umana! Cazzoni!» il Leader scattò in piedi, prendendo a roteare le mani nell’aria «E questo non si può fare! E duecentomila persone non possiamo arrostirle coi lanciafiamme! E pippì e puppupù!»

«Signore, abbiamo perso la terza partita del girone… siamo stati eliminati dai Mondiali… volevo dirle questo…»

«Perché non me l’hai detto subito, inetto?»

«Stavo provando ma…»

«Ti avevo promosso luogotenente spaziale, vero?»

«Sì»

«Beh, sei degradato a stalliere maleodorante».

Lo stalliere maleodorante chinò il capo in segno di accettazione, una lacrima gli solcava la guancia sinistra. Dopo tutta quella fatica per diventare luogotenente spaziale… E poi si era fatto da solo, lui. Che jella.

«Va bene, signore» squittì.

«Quanto abbiamo perso?» Maxioi XII riprese posto sul trono in pelle di cervo albino.

«Tre a zero, con la Costa d’Avorio» Choi Son Chai si fece piccolo piccolo.

«Contro dei negri!»

«Tecnicamente sì…»

«Tecnicamente stocazzo! Che umiliazione… Non possiamo farci vedere deboli davanti ai sudditi! Soprattutto contro dei negri!»

«Si direbbe neri, Signore…».

Maxioi XII si voltò di scatto, gli occhi di ghiaccio fissavano dritti il suo interlocutore. Non disse niente, estrasse la 44 Magnum dalla fondina ascellare e sparò dritto in mezzo agli occhi allo stalliere maleodorante Choi Son Chai. Un solo colpo. Steso, dritto.

«L’Ispettore Callaghan è arrivato in città, baby» chiosò, soffiando nella canna fumante del revolver.

Il sovversivo era eliminato, ma ora come poteva risolvere il problema?

Ancora una volta, la sua mente brillante gli venne in soccorso.

«Ma certo!» esclamò, battendosi una mano aperta sulla fronte «Come ho fatto a non pensarci prima!» e, riposta la pistola nella fondina, prese a trottare verso l’enorme portone della sala reale.

Il giorno dopo.

Il telegiornale della sera irruppe così nelle casette dei nordcoreani:

«Clamoroso! Dopo il nove a zero rifilato ai negri della Costa d’Avorio, tutte le altre nazionali di calcio iscritte al torneo mondiale si sono ritirate per manifesta superiorità della nostra gloriosa squadra! È un giorno di giubilo per la Corea del Nord! Siamo Campioni del Mondo! A seguire, le immagini del rientro in patria degli eroi, accolti all’aeroporto dal grande Leader Maxioi XII!»

Sul video apparve un aereo in fase di atterraggio. Poi, le immagini commentate dal solito Pal Xo Pai, descrivevano passo per passo l’evento.

Il portellone del veivolo che si spalancava, il capitano che usciva mostrando la Coppa del Mondo, Maxioi XII che lo abbracciava una volta toccato il suolo nordcoreano. Le lacrime di tutti, anche quelle delle hostess, ad accompagnare il miracolo sportivo più incredibile della storia del calcio.

La Corea del Nord era Campione del Mondo per la sesta volta. Il record del Brasile pentacampione era spazzato via una volta per tutte.

Marco Marsullo

IL LIBRO NERO DI SANREMO RELOADED, 2010 d.c.

Nota dell’autore:

Il seguente racconto prende nome, e idea, da uno scritto di Niccolò Ammaniti apparso sul suo sito qualche anno fa, dal titolo, appunto, “Il libro nero di Sanremo”. Questo mio racconto breve non ha alcuna pretesa letteraria, come qualsiasi cosa io scriva d’altronde, né tantomeno quella di ricordare lo scritto del mio vate Nic. Quindi, divertitevi. Tanto, pure che vi fa schifo, è gratis. Salvo il costo della corrente elettrica, si capisce.

può scoppiare in un attimo il sole
tutto quanto potrebbe finire
ma l’amore, malamorenò
(Arisa – Malamorenò)

Arisa si stava facendo una striscia di coca, il naso infarinato e le pupille dilatate, quando la porta del suo camerino si spalancò. Simone Cristicchi si era perso, stava cercando da ore la Clerici per ingropparsela a modo, ma non era stato capace di trovarla.
«Arisa, cosa diavolo fai? Ti droghi?»
«Cristicchi, fottuto figlio di una puttana querula, non si usa più bussare?» gli strillò contro la cantante.
«Arisa? Ma…» Cristicchi sembrava un’anziana di Portogruaro il giorno della pensione, lo stesso tono rincoglionito, meravigliato. Anche gli stessi capelli.
«Beh?» ribadì Arisa prima di fiondarsi ancora con le froge sul tavolino, un’altra striscia dritta dritta ad attenderla «Non hai mai visto una bagascia pippare cocaina?»
«Ho visto Carla Bruni alla tele il mese scorso però, e c’ho scritto la canzone del festival. Vuoi sentirla?»
«Puoi infilartela su per il culo la tua canzoncina, Cristicchi maledetto! Ora togliti dalle balle, che stasera la serata la apro io, devo essere in scena tra venti minuti! Fuori dai coglioni o ti faccio un buco su quella faccia da pirla!» Arisa prese a strillare come una poiana rimasta prematuramente vedova.
Simone Cristicchi si richiuse la porta alle spalle. Arisa si faceva a cocaina. Che mondo di merda, pensò il giovane cantante sosia di Gilardino, l’attaccante della Fiorentina.
Proprio in quel momento, il corridoio fu invaso da una processione di uomini vestiti da Pulcinella. A capeggiarla, Nino D’Angelo e Maria Nazionale.
«Jamme ja, Cristììì!» esordì il celebre cantante napoletano «Lievat’ nu poc’ dananz’ ‘e pall’!». Intanto Maria Nazionale ballava, agitandosi come se avesse un capitone infilato nei collant. Cristicchi si appiattì al muro, lasciando defluire tutta la sfilata dei Pulcinella. Una volta finito il baccano, il cantante riprese a cercare il camerino della Clerici; doveva averla prima della diretta, prima dell’eurovisione, prima dello stacchetto copiato dai Sigur Ros. Doveva averla, insomma.
Bussò ad un’altra porta. Dall’altra parte nessuna risposta. Fece un respiro profondo e afferrò la maniglia.
Nel camerino, Valerio Scanu e Marco Mengoni si stavano passando olii balsamici al Patchouly su tutto il corpo. Entrambi erano nudi. Più in là, anch’egli nudo, ad osservare la scena c’era Marco Carta, il vincitore della passata edizione, intento a tirarsi una sega mentre lo stereo passava tutti i successi di Al Bano e Romina Power.
Un delirio. L’ingenuo Cristicchi, senza farsi sentire, richiuse piano la porta e sparì. Un quarto d’ora alla diretta, e la sua voglia della bionda presentatrice ancora intatta.
Imboccò un altro corridoio, sentiva come dei gemiti provenire dalla porta infondo all’andito. Incuriosito (Cristicchi era un tipo molto curioso), prese ad origliare. Effettivamente, erano proprio dei lamenti ad arrivare dal ventre della stanza. Senza farsi pregare, e siccome aveva fatto 30 e poteva fare pure 31, aprì anche quella porta.
Il Principe Emanuele Filiberto di Savoia era intento a trombarsi il Maestro Vessicchio, truccato e vestito da Madonna, la cantante. Pupo intanto cantava “Gelato al cioccolato”, e il tenore senza nome si stava chiedendo cosa diavolo ci facesse lì, nel bel mezzo di un’orgia, a Sanremo, quando gli avevano offerto un remunerativo posto da fattorino a Borgo Tricignano Inferiore. Nel dubbio, attaccò ad accompagnare Pupo con acuti degni della salma di Pavarotti.
Cristicchi prese aria per dire qualcosa, quando uno zampone lo afferrò per una spalla.
Era Enrico Ruggeri. Gli occhietti esoftalmici, il ciuffo da troll e il colorito giallognolo.
«Stasera, al Bivio, una storia vera. Una storia vissuta» prese a dirgli Ruggeri, stringendogli la carne con le unghie «Una storia che a un certo punto, cambia direzione…»
«Ruggeri, mi fai male!» Cristicchi prese a piagnucolare come Cicciobello.
«Ti faccio male perché stasera al Bivio si parlerà di storie vere, di cambiamenti…»
«Che caspiterina dici, Enrico?»
«Un attimooo, scusiii, oddiooo!» un ometto con un camice bianco arrivò di corsa dall’altra parte del corridoio «È che non gli abbiamo dato le pillole, oggi. Si pensa di stare al Bivio, su Italia Uno…»
«ITALIAAA… UNOOO!» a strillare era la voce di Pistarino, inspiegabilmente anche lui sul posto.
«Pistarino! Tu qui?» Cristicchi era felice come un bimbo al luna park «Io ti guardavo sempre a Drive In!»
«Non sono Pistarino» disse Pistarino scurendosi in volto «Sono Tom Cruise» e con una mano si tolse la maschera di cera che aveva incollata sul viso. Solo che non era Tom Cruise, ma Povia.
«Povia, dai, non fare scherzi»
«Quando i piccioni fanno… BLUUUAAAA» e Povia vomitò tutto sul pavimento.
Enrico Ruggeri, scosso dalla vista del vomito, disse che era colpa della scelta di non essere più Pistarino.
«Una vita che cambia. Prima era Pistarino, poi Povia… Al Bivio ne succedono di cose strane…»
«Sì sì, Ruggè, andiamo va» l’infermiere lo prese sotto braccio, portandolo via.
Cristicchi era disperato. Cinque minuti alla diretta e della Clerici nessuna traccia. Quando a un tratto, proprio mentre tutte le speranze sembravano svanite, Antonellina apparve fasciata in un vestito di raso rosso, con autoreggenti blu cobalto e una corona di lucine dell’albero di Natale in testa.
«Antonella, fatti possedere» eruppe il cantante.
«Devo fare Sanremo, non posso, ne parliamo dopo Cristì»
«Stabbene».

La sigla dell’eurovisione invase le case degli italiani alle ventuno in punto. Antonella Clerici, sobria come la carta di un Mon Chéri, prese a mitragliare una serie di cazzate sulla città di Sanremo, sui fiori, sul sindaco di Sanremo.
Poi, finalmente, diede il via alla gara.
«Signoriii e signoreee… Arisaaa».
L’applauso dell’Ariston esplose come una bomba carta. La cantante, vestita come un imitatore sardo di Charlie Chaplin, arrivò trottando sulla scena. Uno sguardo diverso filtrava dalle lenti enormi, il bianco degli occhi rotto da crepe rosse, un leggero tremolio nella palpebra sinistra.
«Buonasera, ciao a tutti…» squittì la giovane cantante.
«Arisa ci canterà… MALAMORENò! Per televotarla, codice 023» altro applauso del pubblico.
Forse fu per i rumori forti, o per la vista di Rutelli tra il pubblico, ma Arisa perse completamente il controllo. Tirò fuori dalla gonna un kalashnikov e prese a sputare fuoco sulla platea.
«FOTTUTI FIGLI DI PUTTANA, TELEVOTATEMI QUESTO!».
Una carneficina. Si salvò solo il sindaco di Sanremo (che era un ologramma) e Pippo Baudo, che le pallottole non potevano colpire per contratto Rai.
Finito il caricatore, Arisa si lanciò nell’orchestra, e morì infilzata nell’asta di un legìo. I superstiti applaudirono, da casa il televoto galoppava impazzito.

Poi la Clerici annunciò l’ospite internazionale della serata. Il mago Tony Binarelli accompagnato dalle ragazze del Moulin Rouge di Cinisello Balsamo.

Marco Marsullo

Papà De Pasquale, buona sera

Era un periodo particolare della vita di Luca De Pasquale.
In qualità di amico, beh, diciamo che ero un po’ preoccupato. Ogni volta che andavo a casa sua, nel suo loft specchiato che affacciava su via Pigna, non percepivo più nell’aria la stessa tranquillità di prima. Luca De Pasquale era inquieto, lo avrebbe capito anche un cammello ritardato.
Poi, un giorno succede che trovo Luca De Pasquale conciato come Billy Idol che mi parla di Brendost, di Crain, della Dimensione 2000 (e di come questi fenomeni reagiscano combinati tra loro).
Quella cena si svolse in un clima artico, tra i suoi singhiozzi e i miei perché.
Tra la pasta al sugo e una fetta di pane della Conad, Luca De Pasquale vuotò il sacco: aveva voglia di avere un figlio, un figlio vero. Il cofanetto dei Rolling Stones, con il poster di Mick Jagger poco più che ventenne, non gli bastava più. Un figlio da vestire, da sfamare, un figlio da amare. Un figlio a cui tramandare lo scibile musicale, a cui leggere i propri racconti prima di farlo addormentare.

Sì, Luca De Pasquale aveva un problema. Un vero problema.
Certo, anche volendo – mi disse – dove lo sistemo in 26 metri quadrati un infante? E i soldi? E i libri per la scuola?

Insomma, eravamo nella merda.
Ascoltai devoto De Pasquale mitragliare lacrime napoletane e decisi di fare qualcosa.
Avrei dato un figlio a Luca De Pasquale.
Non biologicamente, certo, ma avrei fornito la prole in eredità al noto scrittore vomerese.
Quella notte, prima di salutarci, guardammo su you tube una serie di risse di Sgarbi e di gol di Batistuta e capii in che direzione dovevo muovermi. Diedi la mano a Luca De Pasquale e, prima di svicolare definitivamente dal suo loft specchiato, gli feci una promessa: Luca De Pasquale farò qualcosa per te, te lo giuro su Maradona e su Dio Universale. E solo lui conosceva la reazione di questi due fenomeni combinati insieme.
Scesi in strada, il freddo schiarì definitivamente le idee. Il giorno seguente sarebbe partita la mia missione.

Mi svegliai di buon ora (la mezza) e mi recai in un’agenzia del centro che affittava macchine, scooter, motoscafi e mongolfiere alimentate dal sacro fuoco di Brendon. Noleggiai una Panda bianca, annata ’82 come i mondiali di Espana (targata NA Y87632), e – fatto il pieno di benzina e Dimensione Acrain – presi l’autostrada.
Sarei andato in Romania a prendere un figlio a Luca De Pasquale. Un bel bimbo biondo, ignifugo al fuoco sacro di Crain e Brendost, possibilmente agghindato in una maglia di calcio pezzotta di qualche squadra italiana. Questi, i requisiti che avevo letto nelle parole di Luca De Pasquale.
Mi gonfiai il petto d’orgoglio in un respiro pavone: ce l’avrei fatta e Luca De Pasquale sarebbe stato di nuovo contento. Sarebbe tornato a scrivere di cosce tornite in calze sguainate, di coiti a ritmo di Progressive Rock e di monolocali. Insomma, avrei donato al mondo – nuovamente – il miglior scrittore della provincia oscura.
All’altezza di Bologna rischiai, però, di prendere fuoco. Crain e Brendost facevano l’autostop in una piazzola d’emergenza ed io non li avevo riconosciuti a primo acchito. Avevo addirittura fermato la Panda (a “piede”, ché i freni, dopo una certa velocità, perdevano colpi) per farli salire ma, fortunatamente, mi resi conto in tempo che i due fenomeni, combinati, mi avrebbero fatto prendere fuoco all’istante. Sgommai via in una nube di fumo. Dovevo tenere gli occhi aperti 24 ore su 24; Brendon e la Dimensione 2000 mi stavano col fiato sul collo, mi erano ostili, era evidente.
Se mi fossi rilassato un solo istante mi avrebbero fatto prendere fuoco come un arrosticino dimenticato sul grill e arrivederci alla Romania, al sorriso di Luca De Pasquale e alla letteratura italiana del primo XXI secolo.
Arrivai al confine dopo venti ore di viaggio, con la Panda per metà in fiamme. Valicai la dogana a Tarvisio travestito da monaco leghista, con la maschera popolare del luogo (Borghezio Power Ranger) così da non destare sospetti, e mi addentrai nel ventre dell’est Europa.
Avrei traversato l’impervia Slovenia prima di arrivare in Ungheria, dove avrei fatto una breve sosta di qualche ora per girare un porno ambientato in un casinò barocco.
Ma le cose non andarono esattamente secondo i piani.

Vissi avventure incredibili; tra fiches, vibratori al gusto lampone selvatico e seni rifatti che parevano budini Cameo. Divenni Marco “twentyfour” Marsullo e la gente iniziò a riconoscermi per strada. Mi salutavano, inneggiando al sesso libero.

La ricchezza mi diede alla testa; in breve tempo i fumi viscidi del danaro – manna ingannatrice mandatami da Crain in persona – mi destabilizzarono, impedendomi di ricordare la missione per cui ero partito dall’Italia appena qualche giorno prima.
Poi, come d’incanto, la mia illuminazione sulla via di Damasco. Mi apparve, vivido come se non fosse un sogno ma la vera verità, Giuliano dei Negramaro che danzava sinuoso su un motivetto un pop porno.
Giuliano dei Negramaro mi ricordò il perché di tutto questo, riconsegnandomi le chiavi della Panda – che avevo scioccamente sostituito con una Saab decappottabile – dicendomi che per il pieno di benza ci aveva pensato lui. Lo ringraziai, lui si spogliò e mi obbligò a guardarlo avere sei rapporti sessuali con se stesso. Lo scotto da pagare per chi perdeva la retta via, pensai.
Il mattino seguente, dismessi i panni del pornodivo magiaro e fattomi laserare via il tatuaggio di Rocco a Praga, mi rimisi nella Panda, pronto a traversare gli ultimi chilometri della mia Odissea personale.
Mi accorsi che Giuliano dei Negramaro aveva lasciato sul sediolino posteriore dei suoi slip usati. Deciso a non farmi più distrarre da nulla, li scaraventai fuori dal finestrino e sgommai alla volta della Romania.

Dopo qualche ora sulle strade rumene, mi parve di essere tornato a casa, nella Napoli che ricordavo. Groviere d’asfalti e pozze d’acqua marroni mi accolsero, come presagio di labirinto mentale. Era chiaro che Crain, Brendost e perfino Brendon, si erano adunati al confine tra la Romania e la Dimensione 2000 per farmi perire, proprio a pochi passi dalla meta.
Raggiunsi Otopeni, piccolo sobborgo nei pressi di Bucarest. Avevo letto su internet che lì scambiavano bambini, sani e bellissimi, con figurine di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Ovviamente ero pieno di effigi dei due celebri calciatori.
Arrivai nel centro abitato e venni accolto da festoni colorati e dalla banda cittadina, vestita con le maglie della Dinamo Bucarest (mi dissero poi che era il loro completo per la festa). Venni sfamato, vezzeggiato e proclamato cittadino onorario. Il sindaco, un trans di nome Venezuela, mi consegnò le chiavi della città. La Panda venne lavata, a mano, da degli immigrati calabresi. Mi dissero che al mattino seguente mi avrebbero portato al bambile per scegliere l’infante che avrei preferito, ma prima volevano vedere la merce, le figurine. Con una certa tracotanza sbattei sul tavolo il codino di Baggio e gli occhi spiritati di Schillaci durante Italia ’90. Un boato accompagnò il movimento.
Festeggiammo per il resto della notte con le note di “Vamos a bailar” di Paola und Chiara, tra fiumi di vino in cartone e dolci calabresi fatti in casa.
Mi portarono, che era praticamente l’alba, nella mia tenda, augurandomi una buona notte. Dopo qualche ora saremmo andati a scegliere il bambino.

Il bambile era un luogo tutt’altro che deprecabile. I bambini erano tenuti in ampie gabbie riscaldate, con timer automatici per il rifornimento di acqua e biscotti Plasmon, che irrigavano le ciotole dall’alto con un meccanismo computerizzato gestito da un Ibm 3.86 (compatibile).
Fui molto critico nell’osservare i marmocchi. Luca De Pasquale si meritava il meglio, non avevo dimenticato i requisiti di scelta, ma pareva non esserci trippa per gatti. Chi era troppo grasso, chi non aveva un occhio, chi era convinto di essere un vampiro. Insomma, stavo per mollare e riprendermi la mia figurina di Baggio che calcia la punizione con la maglia della Juve, quando in un angolo notai un bimbo mingherlino fasciato da una maglia della Cremonese degli anni ’90, quella col numero 11 di Andrea Tentoni, ex idolo della curva di Cremona. I fluenti capelli biondi coprivano un po’ gli occhi azzurri, e un sorriso sdentato sembrava dire: “Prendimi, prendimi, forza Cremonese, alè alè”.
Non esitai oltre. Indicai l’infante e scelsi di portarlo con me. Rinunciai alla confezione regalo, salutai i miei amici rumeni (ancora la banda cittadina accompagnava l’operazione, intonando stavolta una canzone di Sabrina Salerno) e mi rimisi in viaggio per tornare in Italia con Florian, il nuovo figlio di Luca De Pasquale.

Mentre macinavo i chilometri nel verso opposto, pregustavo la faccia di Luca De Pasquale che, al ritorno dal reparto dischi dalla Knack, avrebbe trovato in casa Florian. Florian De Pasquale.
Insegnai, nei due giorni di viaggio, l’italiano al bimbo. Gli fissai in mente delle frasi da dire una volta visto il nuovo genitore. Florian sembrava piuttosto recettivo, tant’è che aveva imparato tutto a menadito già all’altezza di Padova Est.
Le ultime ore di viaggio sgusciarono via in un tramonto che sapeva di liberazione: ce l’avevo fatta.
Quella notte, quando arrivai a Napoli, uscii direttamente al Vomero dalla tangenziale (andando piano perché c’erano i tutor attivi), direzione via Pigna.
Entrai nel palazzo di Luca De Pasquale che Luca De Pasquale non era ancora tornato. Ne avevo la certezza perché quel giorno, in Knack, aveva il turno dalle 6 alle 24.
Corsi con Florian fino al secondo piano dello stabile e, arrivato di fronte alla porta di Luca De Pasquale, la sfondai con un calcio.
Stella, la gatta strabica, mi accolse rotolandosi sul marmo gelido. L’accarezzai e la feci socializzare con Florian, che pareva amasse gli animali.
Preparai una pasta al sugo col battuto GS e attesi che Luca De Pasquale tornasse dalla Knack per mostrargli la clamorosa sorpresa. Florian sembrava vivesse lì da sempre. Aveva già iniziato a giocare con i dischi dei Prodigy, costruendo una tana con i vinili e i cuscini del letto.
Poco dopo la mezzanotte sentii la porta aprirsi (a mano, era sfondata!) e vidi un intimorito Luca De Pasquale solcare il mini corridoio per arrivare nel salotto (che poi è il resto del loft).
Appena mi vide rasserenò il volto in un’espressione compiaciuta. Sorrise liberato, dicendomi che aveva avuto paura che ad entrare fosse stato Crain o, peggio ancora, Brendost l’ignifugo. Solo che, non vedendo il fuoco, si era insospettito. Era stanco in volto e nei gesti.
Gli dissi: “Luca De Pasquale ho una sorpresa per te, guarda!” e lasciai uscire da sotto il letto Florian, ancora avvolto nella maglia della Cremonese di Tentoni.
Il bimbo, riconosciuto il nuovo padre dalla mia descrizione sommaria, gli saltò al collo.
“Papà De Pasquale! Scrittore! Papà De Pasquale! Buona sera”.
Luca De Pasquale scoppiò a piangere e iniziò a maledire Crain, Brendon, Brendost, la Dimensione 2000 e Dio Universale.
Da allora Luca De Pasquale e Florian De Pasquale vivono insieme nel loro loft, giocando a subbuteo, ascoltando heavy metal e leggendo, rigorosamente insieme, i racconti che papà De Pasquale scrive ogni notte. Tra cosce tornite e autoreggenti ombrate.

Nota dell’autore:

Crain, Brandost, Acrain, Brendon, Dimensione 2000 e Dio Universale, sono parti della mente del notorio mago campano Gennaro D’Auria.

Durante la stesura di questo racconto nessun bambino è stato maltratto. Solo la lingua italiana, ne ha risentito un po’. Ma niente di che.

Marco Marsullo

Diario di bordo – Napoli

Tutta colpa dei precari. Stavo scrivendo il mio nuovo romanzo, ho lavorato alla brutto dio per 24 giorni, dal 1 agosto fino al 24, chiudendo le prime due parti, poi al lavoro (quello che mi occorre per pagare l’affitto della mia stanza e il cibo e pochi vizi) mi hanno costretto a fare straordinari (che è pure una cosa buona, visto che sto con “le pezze ar culo”, ma c’è sempre la storia maledetta del tempo che manca per scrivere), poi sono tornati i precari dalle loro più o meno vacanze, c’era da organizzare il tour e la maratona letteraria, e addio scrittura. Affanculo il mio romanzo. Per adesso ho scritto le prime due parti e stanno bene lì, a riposare. Troverò il tempo per riprendere, adesso sono qui nella mia stanza a Roma, sono tornato da qualche ora da Napoli, devo scrivere questo pezzo d’apertura del diario di bordo del tour precario, alla mail ci sono già i pezzi di tutti gli altri, sono in ritardo ma va bene lo stesso. Debbo distillare il tempo inquinato dagli imprevisti.

Napoli è cominciata a Roma.

È tra le mura capitoline, dove il collettivo è nato, cresciuto ed ha cominciato a farsi conoscere, che abbiamo ricominciato. Giovedì 17 settembre, a San Lorenzo, al Simposio, il ritorno del nostro reading itinerante dopo la pausa estiva, volevamo qualcosa di memorabile, e credo che ci siamo riusciti, grazie ai tanti bravissimi ospiti presenti in sostegno della nostra causa e di un pubblico meraviglioso.

Si sono alternati a noi nelle letture Antonio Romano, Girolamo Grammatico, Ilaria Mazzeo, Cristian Giodice, Dario Falconi, Peppe Fiore, Roberto Mandracchia, Alessandro Hellmann, Luca Moretti, Cristiano Armati, Dario Morgante, Massimiliano Coccia e Vanni Santoni.

Ha suonato per noi Mad. Res. Klern (cliccate sul suo nome e andate ad ascoltare la sua musica sul suo myspace)

Ne approfitto per ringraziare pubblicamente tutti a nome mio e di Scrittori precari.

Tra qualche settimana nascerà un nostro canale youtube dove potrete vedere e ascoltare tutti gli scrittori che hanno partecipato alla maratona letteraria, seguiteci qui e appena sarà pronto ve lo comunicheremo.

Quindi Napoli.

Al mattino sveglia alle sette meno un quarto. Solito risveglio e poi al lavoro. Ultimo giorno e poi in ferie per una settimana. Sono pronto, l’ultimo sforzo, intanto che sono ancora convalescente, il primo freddo e l’acqua addosso della prima copiosa pioggia mi avevano causato un brutto raffreddore e una tosse tremenda che aggredisco continuando a fumare, poi a casa per una doccia al volo e via di corsa verso la stazione dove trovo ad aspettarmi Alex e Luca. Dopo qualche minuto arriva Simone ed eccoci pronti. Zabaglio salirà a Latina.

Fame. Dovevo mangiare qualcosa, avevo i crampi allo stomaco e mi sentivo debole. Un panino pietoso all’autogrill dentro la stazione Termini, che poi se ci pensate, non molti anni fa gli autogrill erano solamente sulle autostrade, adesso sono dappertutto, a maggio mi sono spesso nutrito ai loro chioschetti che si trovavano ovunque all’interno della Fiera Internazionale del Libro di Torino.

Fatti i biglietti, saliamo sul treno. Dopo dieci minuti mi telefona Zabaglio, dice che non sa se riesce a prendere il treno, sta male. Panico generale. Poi arrivati a Latina Zabaglio chiama Simone e chiede a che vagone siamo. La comitiva era riunita.

Alex faceva foto in continuazione, alcune le trovate già sul nostro Flickr. Si ride, si scherza, si discute e il viaggio è già qualcosa che vale la pena di esser vissuta.

Arrivati a Napoli, metro fino a Montesanto ed a piedi superiamo piazza del Gesù e siamo presto davanti alla Ubik.

Questa città folle e magica ci avvolge. Riconosco echi della lingua delle mie origini, sono vicini i luoghi che mi hanno dato i natali, dove sono cresciuto, Napoli che è Napoli, da secoli e secoli scriviamo di questo luogo mitico, una storia millenaria, infinita, tutta da raccontare.

Davanti alla libreria c’è Raffaella con Pino Imperatore. Ci presentiamo, facciamo un giro nella libreria e intanto arriva pure il giovanissimo Marco Marsullo. Sono i primi tre pezzi della Brigata Parthenope, un collettivo di scrittori campani. Marco lo avevo conosciuto in fiera a Torino, me lo presentò Dario Falconi.

Presto ci raggiunsero anche gli altri “brigatisti”. Si decise di andare a prendere qualcosa da bere. Ci allungammo di due passi a piazza San Domenico e lì chi prese una birra, chi un caffè, chi una coca cola e chi una cedrata. Era una bella tavolata numerosa.

E finalmente il reading.

Abbiamo presentato i due collettivi e poi abbiamo letto un po’ di cose. Una bella serata. Tra il pubblico c’era Francesca, una ragazza che ci aveva conosciuto attraverso internet e ci aveva proposto una serata a Benevento, e a fine presentazione, mentre si parlava di cosa fare per la serata, lei disse che sarebbe stata al Perditempo, un posto dietro piazza Bellini. Disse che sarebbe stato un bel luogo per fare un reading.

“Andiamo mo’, vediamo se possiamo fare qualcosa stasera”, buttai in mezzo io.

Ed eccoci lì, il posto era accogliente e le persone squisite. Mentre leggevo, una vecchia, matta, con dei santini in mano, mi fissava. Io sono sbottato a ridere. Insomma, una serata meravigliosa, siamo stati apprezzati, hanno preso parecchi librini. Sarebbe da raccontare ogni istante, ogni frammento di tempo, di vita vissuta, ma credo che io mi sia dilungato già abbastanza. Si era detti poche righe a testa, ma tanto il blog lo gestisco io e faccio come mi pare. I ragazzi sono d’accordo che io faccia come mi pare. C’è grossa fiducia reciproca tra di noi. Alla base di Scrittori precari c’è una forte consistenza di rapporti umani. Probabilmente questo, unito alla passione che ci mettiamo nel fare quello che ci piace, sono la nostra forza.

Che altro dire? Siamo stati benissimo, abbiamo fatto due reading al prezzo di uno, e ci siamo divertiti un mondo. A conti fatti, coi librini venduti sinora tra la maratona e il doppio appuntamento napoletano, riusciamo a mettere il gas (perché noi scrittori siamo ecologici) per arrivare a Firenze prima e poi a Bologna. Non abbiamo ancora in tutti i posti che toccheremo dove dormire, e si prevede di mangiar poco, stiamo investendo i pochi spiccioli che abbiamo in questa meravigliosa avventura, ma va bene così. Questa è una grande avventura.

Vi lascio ai resoconti degli altri precari. Se chi ben comincia è a metà dell’opera, c’è del buono in cui sperare.

Vibrazioni positive, dice l’amico Vanni Santoni. Ci siamo sentiti qualche ora fa per darci appuntamento. A Firenze ci aspettano. Ci vediamo martedì.

Gianluca Liguori

Napoli, 19 settembre 2009 – San Gennaro

Arriviamo alla libreria Ubik alle ore diciotto circa. C’è il tempo per una birra e quattro chiacchiere con gli amici scrittori della Brigata Parthenope , poi siamo catapultati insieme a loro in un reading facilitato dall’aria condizionata e da un buon pubblico.

Finisce bene. Tanto bene che in realtà non finisce. Tra il pubblico, Francesca Capone, persona generosa e vogliosa di promuovere noi precari in terra campana, si fa avanti assoldandoci per due reading nel Beneventano, a ottobre, e organizza in pochi minuti una performance al Perditempo, un locale in centro, dietro piazza Bellini. Lì incontriamo Luca, un poliedrico dj dalla cultura musicale sconfinata, che con maestria inserisce basi elettroniche ad accompagnare le nostre parole.

Ancora una volta finisce bene e non sarebbe potuta iniziar meglio.

Napoli c’ha accolto e coccolato salutandoci a tarda notte mentre qualche clacson si perdeva all’inizio del nostro sonno.

Forse questa prima data del nostro tour è ciò che si definisce un inizio inaspettato. Forse Napoli c’ha illuso, oltre ad averci ben trattato.

Ma noi ci speriamo, abbiamo fede e questo, per ora, è l’importante.

Luca Piccolino

Sciorta, pianti di dolore, febbre e voglia di non partire che i dolori erano lancinanti. Il treno arriva alla stazione di Latina e chiamo il Ghelli che è l’unico che è wind che così ho i minuti, per sapere in che vagone sono. Li trovo. Seduti vicino ai cessi più sporchi di trenitalia. Si arriva a Napoli ed una cocacola mi rispolleva un po’. Alla libreria si legge a turno tra Scrittori precari e Brigata Parthenope. Ancora non mi sono ripreso del tutto e leggo un po’ fiacco anche perché il bianco sparato della libreria rende il tutto asettico, o forse devo solo mangiare. A Napoli le mammelle la fanno da padrona ed il tutto è molto gradito ai miei occhi. Mi viene voglia di mozzarella di bufala ma con lo stomaco dolorante non è il massimo. E si arriva a pigliare un pezzo di pizza che mi rifocilla. Intanto il Liguori e Francesca organizzano in meno di 12 secondi un reading al Perditempo a piazza Bellini. Ed il clima è totalmente diverso e più vivo: gente che fuma, anziane che vendono santini, neri fattonissimi e gente che ascolta e ride. Il succo di frutta alla banana è finito e mi offrono uno alla pera che mi risolleva del tutto. L’energia è parecchia ora e si legge da paura col della musica elettronica di sottofondo. Si vendono un botto di libretti precari e ci accompagnano a casa di mia nonna. Poi il Ghelli crolla a dormire noi quattro ci inoltriamo nella notte napoletana per comprare due cornetti e due birre da portare su in casa. Appena fuori il portone sette truzzi (su due motorini) ci accolgono con “Song’ arrivati i pank!!!”. Ma nulla. Su in casa si fumacchia e si parla di tutto. Al mattino davanti al bar (lo stesso della notte prima) trovo 5 euro e con quella ci paghiamo la colazione, poi cacca, si ripulisce casa dallo schifo della sera prima, lavata e via a prenderci una pizza al volo e dei babbà. Io sto una chiavica raffreddato e con la tosse da vecchio. Ma Napoli mi ci voleva proprio. Era troppo tempo che non respiravo la sua aria nelle vene.

Andrea Coffami

Napoli, 19 settembre 2009

In treno ci preoccupavamo per il sangue di San Gennaro, e invece era del Napoli calcio che dovevamo preoccuparci.

Marsullo ci accoglie davanti alla Libreria Ubik orfano di alcuni compagni della Brigata Partenope, che hanno preso la via dello stadio per godersi la partita.

Gli confido la mia passione amaranto, ma lui smorza subito i toni, dando a intendere che non lo troverò mai un posto dove spizzare qualche azione della partita con la Juve. E invece più tardi San Gennaro mi fa il miracolo, allestendo due maxi schermo lungo la via che porta alla friggitoria dove ci siamo rifocillati. Miracolo è un parolone, diciamo mezzo, che alla fine il Livorno ha perso e a dire il vero io manco l’ho visto, che la serata è migrata al Perditempo, dove abbiamo costretto gli ignari bevitori ad ascoltare le nostre parole. Francesca ci aveva parlato con entusiasmo del posto, e dall’accoglienza abbiamo subito inteso il perché: un luogo piccolo e raccolto dove ci siamo sentiti subito a casa, cullati dalla generosità di Napoli e dei suoi abitanti.

Il viaggio è appena all’inizio, ma San Gennaro ci ha dato la sua benedizione…

Simone Ghelli


Si parte. Uno lo pensa, lo dice, poi lo fa. E mi ritrovo su un treno per Napoli, ovviamente un interregionale, che siamo precari, anche se io non lo sono. Questo è il primo pensiero durante il tragitto. Ho un lavoro, sono sempre in movimento e sto con questi ragazzi che il precariato lo vivono sulla pelle davvero ogni santo giorno. Sì, anche io ho avuto il mio momento, ma adesso!? Mi guardo attorno: Ghelli dorme, Piccolino guarda fuori con il suo sguardo perennemente perso dietro a pensieri che secondo me parlano d’amore, Zabaglio sta sistemando le cover dei suoi cd da vero maniscalco e Liguori legge l’articolo di Franchi su D di Repubblica.

Abbiamo un’intera carrozza per noi e capisco che il precariato che condivido con loro è quello emotivo-sentimentale. Un precariato esistenziale per usare termini grossi.

Ridiamo e discutiamo e ridiamo. Se le nostre risate fossero monete potremmo aprire tre case editrici. Questa è una delle grandi forze che abbiamo.

Napoli è una botta allo stomaco, stiamo vicini e ci guardiamo attorno, ognuno sta facendo la spugna e sta assorbendo dalle strade che percorriamo. Lo so per certo. Le vedo le facce e i sorrisi. Sono quelle di chi sta mangiando l’aria.

A proposito di mangiare, nella fretta nessuno ha messo qualcosa nello stomaco e io e Luca iniziamo a perdere colpi. Ubik. Libreria ospitale e ospitante. C’è la Brigata. Sono giovani, freschi e hanno la cazzima vera! Vogliono fare. Sono abbracci, saluti, sono nomi e foto su facebook o su libro che diventano persone.

“Eddai!” penso. Guardo intorno a me e rivedo Napoli con questi amici.

Tutto scorre: la presentazione/reading, le fotografie, Zab e Luca che mi cojonano mentre leggo (mortacci!!!), Gianluca che fa da collante, il Ghelli che ride. La gente c’è e ci sta. Precari e Brigata fanno un bell’assist alla tradizione orale (no bukkake please) e sono sempre più convinto che se non si continuano a fare queste “performance” non si potrà andare avanti. Basta con gli scrittori che si incazzano e si sputano addosso, qui ci vuole unione d’intenti. Diverse angolature, diversi colori, sapori. Ma unione.

Spunta di botto un’amica di Gianluca ed ecco che la serata diventa un blitz precario in un locale chiamato Perditempo. “Prima se magna però!” io e Luca lo diciamo in coro, che le gambe stanno diventando pesanti e accusiamo il colpo. Dobbiamo trascinare via a forza il Ghelli dalla partita del Livorno (“O Ghelli!!! Dai!” “Giungo!”) e mangiamo la pizza più cattiva di Napoli se ciò è possibile.
Via al locale. Mo se comincia a ragionà! Il posto ricorda San Lorenzo, alla consolle il dj è una specie di Vincenzo Mollica, soltanto che ha “una testa così” per la musica, e lo fa capire immediatamente. Siamo accolti da re, ci sorridono, ci ringraziano e ci offrono da bere. Comincia il reading ed è jam session. Stavolta è jam session e si sente nell’aria che stiamo dividendo.
Finisce tutto. Ci accompagnano a casa dove vengo a conoscenza di cose che voi umani è meglio che non sappiate, altro che Necronomicon e Abdul Alhazred!

Mi faccio una gran bella dormita. Io tendenzialmente professato all’insonnia dormo della grossa e prima di chiudere gli occhi mi faccio una grassa risata. Perché questo tour non me lo potrò vivere tutto, ma una sola tappa mi ha fatto capire che qui c’è molto di più di un progetto in ballo, molto di più di un semplice reading, qui ci sono cinque vite che si stanno sbattendo insieme per qualcosa che non ha un nome. Qualcosa che si può vivere soltanto quando siamo tutti nella stessa stanza.

p.s. Il Liguori è psicotico: alle 8.20 di mattina, visto che partivo per primo, si è alzato per dirmi di inviargli le foto per il blog.

p.p.s. Il Ghelli è stato il primo ad andare a letto.

p.p.p.s. Piccolino dorme come se avesse schienato un avversario di Wrestling, praticamente domina il cuscino.

p.p.p.p.s. Zabaglio… bè, Zabaglio… Bukkake

Alex Pietrogiacomi