Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 10

Ricordate il mal di denti di Mal di Libri? Il responso del dentista è stato netto: via i denti del giudizio, e anche con una certa fretta: sono bombe pronte a esplodere. Che poi, dei quattro, ne era uscito solo uno; gli altri son rimasti sotto, ce n’è uno, terribile, che è addirittura in orizzontale sotto la gengiva. Tre giorni fa ho tolto il primo e dopo due giorni difficili oggi sto un po’ meglio, ma la mia esperienza è in netto contrasto col detto “via il dente, via il dolore”: il dolore vero Leggi il resto dell’articolo

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Libera Val di Susa

di Marco Rovelli 

Libera Val di Susa

Comincia tutto, sempre, con la città che impone parola sguardo senso legge, la voce del padrone

la campagna, e la montagna, senza alcuna condizione, si immolino al progresso, alla sua grande Ragione

all’immensa megamacchina che non si ferma ad aspettare chi perde tempo a far domande, A chi serve? A cosa serve? Chi lo paga? Chi ha deciso? Perché mai questa violenza? E allora in val di Susa una nuova Resistenza Leggi il resto dell’articolo

Trauma cronico – Dalla rivolta alla rivoltella

Ho come dei crampi allo stomaco, gli occhi arrossati di lacrime, una rabbia che mi contorce le budella e rende amare le sigarette che fumo mentre batto i tasti di una tastiera, l’unica speranza che mi resta per condividere questo malessere che brucia dentro come ferite, viscerali, che mi lacerano pezzi d’anima, che umiliano il mio essere umano.

Ieri, verso ora di pranzo, ero nella mia auto, bloccato nel traffico capitolino di un sabato come tanti, e ascoltavo Radio Popolare Roma, dove in collegamento da Rosarno, gli intervistati ripetevano una canzone sentita, che spiega poi tutto: “qui da noi la mafia non c’è”.

Come ha detto Roberto Saviano:

Siamo figli di un popolo strano. Pasolini diceva:

Provo grande dolore per le vessazioni quotidiane che subiscono i tanti fratelli africani, questi schiavi dell’epoca nuova. Non riesco ad andare avanti, preferisco lasciarvi un percorso di lettura per approfondire la questione. Vi invito a diffondere e far circolare, quanto potete e come potete.

Qui, Marco Rovelli, su Nazione Indiana, pubblica un estratto da Servi.

Sempre su Nazione Indiana, c’è questo articolo di Biagio Simonetta.

Su MicroMega segnalo questo articolo di Alessandro Dal Lago, e questo di Saviano.

Infine, per concludere, su L’Antefatto, questo articolo di Enrico Fierro.

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Io sto male, ho come dei crampi allo stomaco, gli occhi arrossati di lacrime, una rabbia che mi contorce le budella.

Gianluca Liguori

Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro

SERVI. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, 2009)

di Marco Rovelli

Poi mi accompagni alla macchina e mi dici: “Mi piacerebbe sapere meglio l’italiano, sai la lingua è un problema, non capisci mai fino in fondo, e nelle cose il gusto è in fondo”, e già è il primo regalo che mi porto dietro nel viaggio, e poi mi lasci dicendo: “In patria ormai sono straniero, quando torno al paese non mi piace più andare a rubare la frutta sugli alberi”, e questa immagine perfetta del tuo sradicamento la porto con me, in questo viaggio, che mi fa fare un passo sotto, nel paese sommerso. (p. 106)

Vi ricordate degli “italiani brava gente”? Quelli che hanno permesso il boom economico del dopoguerra e che sono conosciuti in tutto il mondo per il loro estro e la loro fantasia? Quegli stessi che sono emigrati in massa a cercar lavoro, in America o nel resto d’Europa, e che in materia di discriminazioni dovrebbero saperla lunga?

Forse no, perché il popolo italiano pare avere la memoria corta, o forse fa finta di non averla affatto, grazie a quella stessa capacità istrionica di saper ribaltare la realtà dei fatti che lo contraddistingue da sempre. Anni e anni di trucchi e sberleffi ci hanno ormai abituati a identificare ciò che conviene con la realtà dei fatti, che poi è un altro modo per dire che chiudiamo volentieri gli occhi dinanzi a ciò che non ci piace vedere. Anzi, per non dover neanche sostenere lo sforzo di abbassare le palpebre, ciò che è sconveniente lo rendiamo direttamente invisibile, relegandolo in uno spazio cieco, per poi illuminarlo solo quando ci torna utile.

È quanto più o meno succede da anni nei confronti dei clandestini, ché riconoscere una massa di nuovi servi nel paese del Rinascimento sarebbe poco meno che bestemmiare, o giù di lì.

Marco Rovelli, in quello che la quarta di copertina definisce un “reportage narrativo”, gli occhi non li chiude, anzi, ci restituisce con la sua scrittura il viaggio allucinante nel mondo della clandestinità made in Italy, di cui la legge (e quindi lo Stato) è diretta produttrice. L’autore fa quest’opera di scavo – nella lingua, nella vita – necessaria a gettare una luce sui vasti coni d’ombra di un’economia italiana fatta ancora di braccianti e di subappalti che moltiplicano i cantieri di lavoro nero.

Come non capire, leggendo le storie qui riportate, a chi convenga mantenere gli immigrati in situazioni d’irregolarità per sfruttarli a condizioni lavorative inumane? Forse molti di noi già lo sanno, o intuiscono come vanno certe cose, ma conviene far finta di non saperlo. Conviene a noi italiani, soprattutto. E allora è necessario un libro – ebbene sì, anche loro, a volte, sono ancora necessari – per andarci a sbattere contro queste verità: un libro che restituisca la parola e un volto, o dei gesti, a chi solitamente non ne ha.

Rovelli riesce magistralmente in questo lavoro, assieme geografico e geologico, che è sì un reportage (la geografia di un’Italia sconosciuta), ma al tempo stesso anche un romanzo in cui la voce narrante è il prodotto dell’incontro tra l’autore e i propri temporanei compagni di viaggio. Un libro, soprattutto, in cui ci si rivolge in seconda persona nei confronti di chi non viene mai interpellato, di chi spesso non ha neanche un nome. Difatti, in più d’una di queste storie si riscontra questo stupore dell’altro – il clandestino – davanti alla disponibilità all’ascolto . Non si tratta di compassione, bensì di rispetto, quello a cui dovrebbe avere diritto ogni essere umano, ma che sembra roba da marziani in un paese che non conosce più il rispetto neanche per se stesso; in un paese che perde volentieri la memoria, come ci ricorda Maloud, che non si capacita di come gl’italiani non si rivedano nella situazione che investe oggi i nuovi emigrati, bloccati in questa terra di nessuno e stranieri in ogni luogo. Prigionieri in Italia, dove non gli vengono riconosciuti i propri diritti; prigionieri nel proprio paese, dove non possono rientrare sia per motivi politici (possibili ritorsioni o persecuzioni), sia a causa di una legge kafkiana che li mette in condizioni di irregolarità perenne. E lo dice uno come Maloud, che è fortunato, perché per via della pelle chiara, il capello biondastro e gli occhi chiari non lo prendono per maghrebino. Eppure anche per lui l’integrazione resta un sogno, perché quando gira con i suoi amici marocchini vede la gente che c’ha paura, che si stringe la borsa al corpo. E se lo dice uno come Maloud, che forse l’Italia non è quell’America che tutti si credono prima di partire, c’è da credergli, perché all’interno di questo libro la sua storia sembra la più normale, o forse è soltanto perché sono le altre ad essere allucinanti oltre ogni immaginazione. Proprio come in quest’Italia, dove la realtà sembra ogni giorno di più uno sceneggiato girato male, ma dove chi viene costretto a pagare, alla fine, paga davvero.

Simone Ghelli

Trauma cronico – Appunti

Sono in ritardo mostruoso, in genere il pezzo per Trauma cronico sono solito scriverlo almeno un paio di giorni prima della domenica, lo carico sul blog e programmo la sua pubblicazione per la mezzanotte e un minuto. Questa volta no. Questa volta avevo buttato giù qualche appunto, delle riflessioni sull’omicidio di Brenda, sulla storiaccia della querela a Tabucchi da parte del presidente del Senato (colpirne uno per educarli tutti), oppure dell’inquietante caso Cosentino, avrei voluto parlare di queste cose e concludere con la bella notizia della decisione del giudice a sospendere l’ordinanza di sfratto a Frigolandia di cui vi ho parlato già qui e qui.

E invece sono nella mia stanza, mezzanotte passata da un po’, Zabaglio è appena andato via, era venuto un paio d’ore fa, dopo avermi telefonato per uscire ma io ero troppo stanco. Abbiamo mangiato un piatto di pasta col pomodoro e chiacchierato di tante cose. Abbiamo letto insieme il pezzo di Alex del primo tentativo di racconto collettivo che stiamo sperimentando noi precari, e poi il pezzo, fantastico, del Diario di bordo di Colle Val d’Elsa di Vanni Santoni. Già, perché con Scrittori precari non ci fermiamo mai. Venerdì scorso siamo stati all’università di Siena, in una splendida giornata letteraria in cui prima Wu Ming ha presentato Altai (di cui vi invito a leggere il resoconto qui) e poi Rovelli ha presentato Servi.

Nemmeno una settimana dopo, giovedì, eravamo a Colle Val d’Elsa. L’appuntamento con i ragazzi era per l’una e mezzo a casa mia, dove avremmo dovuto mangiare la frittata di maccheroni di Zabaglio e poi partire. La frittata fatta da Zabaglio era qualcosa di immangiabile, insipida, gommosa, insapore, dopo il primo morso ho desistito, eppure io non sono di quelli schizzinosi, mangio quasi tutto. Ma la frittata di Zabaglio era qualcosa di indescrivibile. Lo stesso Piccolino non è riuscito a buttarne giù più di due bocconi. Zabaglio non sa bere, non sa mangiare e non sa cucinare; lo amiamo anche per questo. Lo abbiamo preso in giro per l’intero viaggio, sgranocchiando risate incontenibili.

Siamo arrivati a Colle che era già buio, abbiamo parcheggiato e passeggiato fino a che non ci ha raggiunto Francesca, che ci ha scortato dapprima a depositare gli zaini, prendere un caffè rigenerante e una mezz’ora di relax a Villa Francesca, dove eravamo ospiti, e poi di lì al Teatro dei Varii dove ci aspettavano i registi, gli straordinari Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani. Quindi prove. Una pizza e del vino in teatro. Ancora prove. Poi tutti a Villa Francesca, dove.

Premo il tasto ffww – scorre la nottata insieme a Luca ed Angelo (Simone, arrivati a casa, si è messo nel fodero, ha letto qualche pagina di un libro, poi è crollato) e la notte, quindi eccoci al venerdì mattina. Si è trascorsa la mattinata tra la casa e il giardino, in completa rilassatezza e buon umore, poi si è andato a mangiare un paio di panini a qualche chilometro di distanza, quindi di nuovo a casa fino alla chiamata del Chimenti che ci dava appuntamento per le cinque e mezzo in teatro, dove si è fatta un’altra prova, e poi mentre si fumava sigarette fuori è arrivato pure Vanni. Rituale di baci, abbracci, sorrisi, poi via con la prova generale. Quindi ancora un’altra pizza, la birra, le sigarette, il caffè, il whisky, ed il teatro che si riempiva e s’era fatta l’ora.

Lo spettacolo si chiama proprio Trauma cronico. Appunti per un film in terra straniera. Quando Dimitri mi ha chiesto l’autorizzazione ad utilizzare per lo spettacolo il nome di questa rubrica, mi sono sentito molto orgoglioso di me stesso.

La performance è volata. Siamo andati alla grande, tutti bravi. I registi, due pazzi. Vanni è stato eccellente, come suo solito. Non vedo l’ora di leggere il suo prossimo romanzo.

Una serata eccezionale. Siamo partiti per il verso giusto in un’altra nuova magnifica avventura. Certo c’è ancora tanto da crescere e da lavorare, ma sono certo che se ne vedranno ancora delle belle. I lavori, d’altronde, non finiscono mai.

Vi saluto tutti, abbracciandovi, invitandovi a ritornare domani, lunedì, per il Diario di bordo della carovana errante di Scrittori precari con piacevolissimi contributi esterni, ma non vi dico altro. L’appuntamento è a domani.

Buona domenica

Gianluca Liguori

Next stop!

Venerdì 20 novembre
Padiglione esterno, Palazzo San Niccolò
via Roma 56, Siena

Mediterraneo e Oriente
ore 17.00Wu Ming presenta per la prima volta Altai.

ore 18.30Marco Rovelli presenta Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro

ore 21.30Scrittori Precari & Vanni Santoni nel reading/performance Trauma Cronico

Ingresso libero

Giornata letteraria a cura di Associazione LevelFive