Raul

di Sandro Salerno

Quando sei arrivato, stavo per andare via. Le valigie erano pronte, poggiate alla parete del corridoio. In una ci avevo messo i libri di lavoro e quelli che, come Martin Eden, mi porto sempre dietro. Nonostante tua sorella tenesse ancorate le mie gambe alla nostra casa, aspettavo un guizzo, uno stimolo che mi facesse decidere. Fino a quando un giorno tua madre, con il suo abituale sorriso indolente, appoggiata con le mani sulla spalliera della sedia, mi ha detto:
– Mi sa che c’è una novità. C’è un ritardo.
– Dove? – ho chiesto stranito.
– Non fare il coglione – ha detto lei.
Le valigie sono rimaste lì qualche tempo ancora. Poi le ho disfatte.
Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Somigliavi a uno scheletro di lucertola, anzi, di un geco: macchie chiare e macchie scure su uno sfondo ovoidale di carta lucida. Ti ho visto crescere ogni mese, portando la tua immagine nel Leggi il resto dell’articolo

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