Uomini e donne

Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv.

L’anziano signore nello schermo sta seduto su una poltrona rossa con i braccioli a forma di leone dorato. Ha grandi orecchie e i radi capelli imbrillantinati tirati tutti indietro. Parla con un accento del sud difficile da definire. Fra il siculo e il romano. Probabilmente è emigrato da giovane. Magari subito dopo il militare. Tiene in mano un foglio con una serie di scritte e, con tono solenne, le legge.

«Io non la voglio che si droghi,» dice, «e voglio che sia desiderosa e vogliosa».

Di fronte a lui, sedute su poltrone di plastica trasparente, ci sono altre signore della sua stessa fascia d’età. Una indossa un abito rosso con un lungo boa di piume che le tocca terra. Un’altra, con le mani sulle orecchie, viene spesso inquadrata, mentre finge di non ascoltare l’appello dell’uomo. Un’altra ancora, dalla lunga permanente bionda, annuisce alle parole lette, con sguardo intenso rivolto verso la telecamera.

«Io voglio che abbia un’età massima di settant’anni,» dice, «e che mi porti un certificato di buona salute e, se possibile, che faccia un check up assieme a me».

D’un tratto, interviene, o meglio irrompe, un’altra signora magra e con i capelli corti, che tutti chiamano Rosetta e che sta seduta accanto ad un’imitazione casereccia di una Marylin sotto vuoto. Con gesti plateali, chiede al lettore se sua moglie fosse morta di noia, scoppiando poi a ridere e producendo un’ilarità generale nel pubblico.

L’uomo, stordito per la domanda inattesa, le dice di no. Le risponde che è morta di vecchiaia, che una mattina non si è più svegliata.

«Non si è più svegliata per non avere più rotture di palle così!» gli risponde la signora, urlando e facendo il gesto con le mani. Anche stavolta, tutto il pubblico scoppia a ridere e la conduttrice fa uno sguardo di richiamo bonario, come quelli che si vedono nei vecchi telefilm, quando il bambino fa una marachella in chiusura di puntata.

Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv. Accanto a lei, sdraiata sul divano, dorme la sua bambina di quattro anni. Le immagini sullo schermo sono quelle della puntata di Uomini e Donne Over che ha registrato nel pomeriggio.

Quella stessa sera, poche ore prima, ad un ragazzo con cui usciva da un paio di mesi, aveva confessato questa abitudine.

«Io mi registro le puntate e alla sera le riguardo con mia figlia, sai che risate che ci facciamo con Martina?» gli aveva detto.

Lui aveva spalancato gli occhi e le aveva chiesto se non pensasse che fosse diseducativo per la bambina vedere quelle cose.

«Vedere quelle scene di violenza verbale e di vacuità di pensiero, oltre che di pochezza grammaticale e lessicale,» aveva sentenziato.

Lei era scoppiata a ridergli in faccia e gli aveva risposto che forse aveva ragione, ma che con i suoi diktat morali da censore del nuovo millennio si sarebbe pulita il culo, così aveva preso la borsetta e, senza salutarlo, se ne era andata.

Mentre tornava a casa dei suoi genitori a riprendere Martina, durante il viaggio in macchina, aveva pensato rabbiosa come fosse possibile che, ancora oggi, gente che aveva anche studiato, si permettesse di mettersi sul pulpito per dire cosa guardare e cosa censurare.

«Tutti preti mancati, cazzo,» si era detta a mezza voce, prima di accendersi una sigaretta.

«Che odio,» si era ripetuta.

Alla rotonda, costeggiata da un grandissimo edificio verde e bianco, con le luci accese anche di notte e una scritta Brico rossa che svetta sul tetto, aveva svoltato a sinistra ed era passata accanto alla pubblicità del Cepu. Sul cartellone, era raffigurata la faccia sorridente di un calciatore con accanto una scritta gialla: Se ci sono riuscito io!

Sabina aveva seguito con lo sguardo quegli occhi stampati e, dal nulla, era scoppiata a piangere. Aveva accostato l’auto in mezzo alla fermata dei bus e poggiato la fronte sul volante. I pensieri le giravano a vortice, mentre fuori il vento faceva muovere i rami e le foglie morte cadute a terra.

Io non ce la faccio, pensava, io non ce la faccio più.

Pensava che, a ventotto anni, avrebbe voluto andare all’estero a fare il dottorato in psicologia, come il suo ex ragazzo, non stare a casa a crescere una bambina, lavorando part time in un centro commerciale. Pensava che tutti vogliono insegnarle a vivere e lei non ne può più. Pensava che, in fin dei conti, a lei Uomini e Donne aveva sempre fatto cagare, ma essendo l’unico modo per far addormentare sua figlia, l’avrebbe guardato anche cento volte in una sera.

Ripreso fiato, si era asciugata gli occhi e le guance dalle lacrime, si era soffiata il naso e, dopo aver controllato nello specchietto di non aver sbavato il trucco, era ripartita.

«Mamma, sei triste?» le aveva chiesto poco dopo Martina in macchina.

«No, Marti, figurati, e tu ti sei divertita dai nonni?» le aveva risposto Sabina, guardandola dallo specchietto retrovisore.

Ogni volta che arrivano a casa, Martina va subito a lavarsi i denti e a mettersi il pigiama, mentre Sabina manda all’inizio la videocassetta.

La bambina si stende sul divano coprendosi con una coperta blu di pail. Quando la madre torna dal bagno, accende la tv e schiaccia il tasto play sul videoregistratore. Si siede e si copre anche lei assieme alla figlia.

«Oggi ci sono i vecchi,» fa notare Martina.

Sabina annuisce senza parlare, ma prendendole i piedi nelle mani per scaldarglieli, e la fa ridere.

Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, un uomo di ottantaquattro anni si posiziona al centro dello studio, e inizia a leggere una lista di caratteristiche che dovrebbe avere la sua amata.

Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, Martina si addormenta di sasso, poggiando la testa sulla gamba destra di sua mamma. Sabina continua ad accarezzarle i capelli, fissando la tv.

Alessandro Busi

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Il bambino dimenticato

Il mio nuovo racconto si svolgeva nei giardini Margherita di Bologna. Fra tutti i parchi d’Italia avevo scelto quello perché il tema superficiale della narrazione (la maternità) aveva risvegliato in me, in maniera del tutto automatica, un ricordo d’infanzia confuso nei contenuti ma netto nel contorno: quando ero bambino, nel corso di una visita organizzata da mia nonna per passare in rivista il distaccamento emiliano di biscugini e prozie, si era fatto tappa in quei giardini.

A seguito di rapida documentazione, avevo appreso che Margherita era stata sì Regina amatissima, filantropa, benefica, dispensatrice di doni, ottima moglie a onta delle avventure galanti dell’infausto Re che accompagnò già dal primo di tre attentati – l’ultimo fatale, sullo scoccare del XX secolo; e ancor più prodiga e munifica (con devozione e modestia) era stata come vedova, e nondimeno ancor più amata, adorata quasi, da destra e da sinistra, in democrazia come in dittatura, fino all’apoteosi del funerale; sì, era stata ottima regina.

Ma pessima madre. La sua prole: un unigenito nanesco, bilioso, ottuso, la cui nauseante longevità servì solo a permettergli di manifestarsi appieno in tutta la pochezza di cui era capace.

Una mattina di fine luglio montai dunque sul Regionale, valicai gli Appennini, e da Bologna Centrale saltai sul 33, l’autobus della circonvallazione – ma quello sbagliato, che viaggia in senso antiorario invece che orario –, e seduto su un seggiolino rovente, dopo venti minuti di vedute panoramiche di viali non trafficati, scesi a Porta Santo Stefano e varcai il cancello nordorientale dei giardini.

Del luogo che ricordavo non c’era traccia. Io ricordavo: un pratone in salita (un’erta salita) pieno di margherite, animazione, chiasso, ragazzi con i pattini, sentieri che si perdevano nella foresta, e naturalmente mia nonna. Invece ora non c’erano né foreste né prati scoscesi né ragazzi intenti in acrobazie. Delle margherite restavano milioni di mozziconi color tabacco bruciati dall’estate. Come diceva il cartello all’ingresso, il giardino aveva “evidenti legami con il giardino all’inglese o romantico”: un tessuto ampio e disteso di viali asfaltati dal percorso ondulato, inframmezzati da prati e boschetti (soprattutto, sempre secondo il cartello, di “cedri, pini, ippocastani, platani, cipressi calvi, farnie, una sequoia”). Su tutto incombevano il caldo meticoloso della pianura e l’eco inesauribile delle cicale. Siccome il mio racconto si svolgeva su una panchina, dovevo anzitutto esplorare il parco e scegliere la panchina più appropriata. L’esplorazione fu istruttiva: scoprii che il parco era assai ameno, che le strade erano dedicate a eroi della Resistenza, e che faceva troppo caldo perché qualsiasi madre avesse l’incoscienza di portare il suo bambino al parco (poco male: non avevo necessità di modelli, avendo già precisa idea dei personaggi del racconto).

Trovai tre luoghi adatti: il primo era Piazzale Mario Jacchia (“caduto per la libertà”), uno slargo sul lato orientale del parco, un centinaio di metri dopo la statua equestre di Vittorio Emanuele II. Era un piazzalotto inutilmente ampio, triste, percorso dal vento che vi menava ondate di foglie. Vi si affacciava lo “Chalet restaurant”, una palazzina liberty in ottimo stato ma in disuso, tanto lugubre ora quanto gradevole un tempo, specialmente a causa dell’effetto tombale delle saracinesche turchese che sbarravano il triplo ingresso e le due doppie finestre al piano terra. Al lato opposto del piazzale, sormontata da conifere notturne e maestose, c’era un’insenatura dello scalino separante l’asfalto dal terreno, nel cui spazio trapezoidale si raccoglievano tre panchine. In quell’accenno di alcova, pensai, avrei potuto ambientare il racconto, sfruttando i tratti di malinconico abbandono dell’ambientazione per dare alla storia un tocco vagamente gotico.

La seconda panchina che trovai era dall’altra parte del parco, vicino al cancello di Porta Castiglione, un po’ nascosta fra il chiosco con tavolini di un bar, la buffa ricostruzione di una capanna villanoviana (“la muratura è in terra cruda, il coperto è in legno e canne di palude”), dei giochi per bambini su formelle di gomma, e il retro di un cinema parrocchiale dismesso. Era una curiosa panchina a forma di boomerang posta davanti a una interessante vasca a forma di fulmine, senz’acqua, piastrellata con un reticolo di quadratini di un blu così intenso che quando un piccione lo sorvolò gli se ne tinse il petto. Il luogo era accogliente, ma un po’ troppo affollato di elementi che non avrei saputo come inserire nella vicenda.

La terza panchina era in realtà un gruppo di nove panchine circolari che facevano ognuna un anello alla base di un pino. Si trovavano nella parte centrale del lato nord del laghetto, l’invaso artificiale che corre all’incirca parallelamente a Viale Gozzadini, e separa la striscia di parco più esposta al traffico e alla vita cittadina dalla parte più grande, dove le macchine non si vedono e non si sentono i motori. In quel punto la vegetazione delle sponde si apre per lasciar posto a una elegante “scogliera in selenite” che serve a dar agio ai visitatori di affacciarsi ad ammirare le cinque fontane lacustri e le centinaia di tartarughe che stazionano appena sotto la superficie dell’acqua.

Fu per istinto, non per scelta consapevole, che scelsi come teatro dell’azione quest’ultimo scenario. Mi sedetti sulla panchina più vicina al laghetto (era il mio piano fin dall’inizio: scrivere un racconto che si svolgesse nel punto esatto in cui ero seduto a scrivere), tirai fuori il quaderno e la penna, e mi misi a scrivere.

Gregorio Magini

Continua tra una settimana…