La camera oscura

Mi sto svegliando.

Le palpebre ancora incollate e tra i miei occhi e il buio, galleggianti chiazze color muco.

Chiazze informi, che nell’aprirsi lento degli occhi si dissolvono sulla parete a cui mi ritrovo appiccicato.

Sento bagnaticcio tra le gambe, la mamma me l’aveva detto di starci attento ai sogni sporchi.

Mi devo alzare. Il letto è incastrato in un angolo della stanza e adesso pure io con lui.

Mi alzo e osservo l’impronta del corpo impressa calda sul materasso.

All’altro lato della stanza c’è una scrivania.

Appese al muro, penzolano storte alcune fotografie.

In quella più a destra ci sei Tu. Sei in sella ad un cavallo al pascolo, probabilmente nel giardino della villa.

La osservo. Il tuo sguardo non è sereno; eppure sono sicuro che in quella foto, qualche giorno fa, Tu sorridessi e sono altrettanto convinto che il cavallo fosse leggermente più sulla destra, circa all’altezza della quercia e il suo muso fosse puntato in mia direzione.

Un caffè già zuccherato aspetta caldo nella tazza color crema sul comodino, due brioches, appoggiate su un piatto in tinta con la tazzina, una è già smangiucchiata; un’altra tazza è sulla scrivania, già svuotata, già fredda.

Non filtra luce dalle imposte, filtrano solo i suoni e gli odori dal giardino.

Sulla scrivania è appoggiata la lettera che sto tentando di scriverti; anche durante questa notte è avanzata di qualche altra riga, brevi tracce dei sogni di stanotte, che però adesso non ricordo.

E’ la lettera che se li ricorda per me.

E quando al tuo ritorno la troverai, ne sarai felice.

Io lo so bene quanto ti piaccia trovare le mie lettere.

Una volta presa dalla cassetta, già ti vedo correre sul letto e poi a gambe incrociate con la schiena appoggiata alle parete le apri e ti immergi nelle mie tante tante righe, come se il mondo al di fuori di questa camera non esistesse.

Ti ho sempre immaginato tanto felice e talmente impressionata dalla bellezza delle mie lettere. Talmente emozionata al punto di non trovare mai le parole giuste per rispondermi.

Una mappa geografica dell’Europa è appesa vicino la finestra, mi ricorda quella che c’era nella nostra classe, quando eravamo vicini di banco.

Questa ha tante puntine che segnano altrettante località,

Puntine dello stesso color giallo, ma c’è ne è una nuova, color malva.

Devo essermi distratto, ma non ricordo quando tu sia andata a Malta.

Ricordo ogni tua partenza e ogni tuo ritorno almeno fino al viaggio di nozze.

Circa ogni ora bussano alla porta, io non rispondo mai; in fondo non è camera mia e non è educato, poi da sotto l’uscio sfilano foglietti tutti uguali; 10 x 15 circa, scritti a penna o matita o pennarello. Li raccolgo, neanche li leggo: non sono per me, saranno di qualcuno che è venuto a disturbarti. Allora li accartoccio e li butto nel cestino: stasera sarà poi colmo raso.

Così era pieno ieri sera. Eccolo li nell’angolo; stamattina è lì vuoto e sotto l’uscio compare il primo messaggio.

Non filtra alcun raggio di sole dalle persiane, ma fuori sento vociare di gente; i tuoi fratelli che giocano nella piscina.

Chissà se nel prato del giardino passeggia il cavallo della foto; deve esserci da qualche parte, di sicuro non nella posizione della foto, ma per forza deve esserci; tu dove potresti essere altrimenti?

Sicuramente non li

Quella quercia non ti era mai piaciuta poi. Ricordo il giorno che sono venuto per la prima volta a trovarti: stavamo giocando proprio attorno a quel bellissimo albero si è messo improvvisamente a piovere e io mi sono avvicinato a te.

Mi hai detto che sarebbe stato meglio tornare verso la casa, perchè ti faceva paura, la quercia.

Accendo la radio, c’è la nostra canzone, quella bella, canzone melodiosa che ti dedicavo tuti i pomeriggi alla radio.

Te la ricordi bene quella bella, dolce canzone?

Io ricordo bene di averti visto ballarla la sera del matrimonio.

La nostra canzone.

Da quel giorno l’ascolto ininterrottamente, forse è colpa sua se poi faccio quelle cose brutte con le mani.

Non deve essere passato tanto tempo da quel giorno a giudicare dalla rosa con il bigliettino che è ancora nel vaso sul davanzale.

Non è una di quelle che ti ho regalato io, ma mi fa piacere immaginarlo; quelle saranno già morte e pure questa,oramai sta per fare la stessa fine.

Ma è dietro la finestra, che è chiusa e non riesco ad aprire per poterla innaffiare quella povera rosa.

Sopra la finestra l’orologio segna sempre la stessa ora: le undici.

Ma non è fermo, lo so.

Ti spiego: il ticchettìo lo sento chiaro, anche troppo e lo so bene che le lancette si muovono, ma quando lo osservo segna sempre la stessa ora. Forse nella lettera te l’ho anche raccontato; resta fermo, ma secondo me lo fa più per l’impossibilità di tornare indietro che per quella di andare avanti.

Non riesco a spiegartelo.

Lo so, non sono mai stato bravo a farmi capire; soprattutto da te.

Ma le ore passano, lo vedo benissimo: non mi può fregare così e io ti aspetto; mi piace aspettarti, seduto qui sul bordo del letto.

So che tra poco squillerà quel telefono, facendo cadere i fogli che ci sono sopra e che si spargeranno per la stanza.

Ecco è adesso che le pareti cominciano a cambiare colore.

No, te l’assicuro: non è che cambia la luce perché apro le persiane, quelle restano sempre chiuse.

E’ come se dai bordi del soffitto calasse un altro colore a coprire il giallo per poi virarle al rosso,

Il giallo che a te non piaceva,

E quando hanno cambiato del tutto colore è proprio in quel momento che suona il telefono e se chiudo gli occhi e li riapro il pavimento è pieno di foto, foglietti appunti, biancheria sparsa.

Devo mettere in ordine prima che tu torni, mi spiacerebbe che mi trovassi qui con la camera in questo stato.

Anche la mamma me lo dice sempre: non fare cose brutte e tieni tutte le cose a posto. Io, lo sai, ubbidisco sempre alla mia mamma.

Sul comodino ho appoggiato il martello, ci ho provato a mettere meglio il chiodo per raddrizzare la cornice, per fartela trovare più bella quando sarai tornata.

Ma poi suona il telefono e io mi distraggo, sbaglio e lo sai: io ci sto male quando sbaglio e allora comincio a colpire il materasso ed ecco le lenzuola prendere il colore del sangue, quel colore che immagino ogni tanto lasciassi come traccia; come nelle tue mutandine che ancora conservo.

E quel colore si sparge, è una macchia che avanza veloce dal cuscino fino ai piedi del letto, ma meno male non cade per terra, non saprei proprio come pulire.

Poi a poco a poco il sangue si raccoglie nell’incavo dell’impronta fino a sparire.

E la foto è sempre li, un po’ storta, e forse è questo che fa cambiare il tuo sguardo.

La raddrizzo.

Tu però continui a non sorridere; forse è per colpa di tutto questo sangue?

Ora ricordo: il sangue ti infastidiva, ti rendeva nervosa. Anche quella volta che sono venuto a trovarti e mi ero appena fatto di corsa la barba ed ero pieno di taglietti; tu non volevi baciarmi o come quando entrai quel pomeriggio che eri malata nella tua stanza. Era bella la tua stanza, tutta rossa e la tua camicia da notte color crema era bellissima, tranne quella macchia li in mezzo.

Neanche il colore della stanza ti piaceva.

Mi dicesti che quando ti saresti sposata l’avresti tinta tutta di bianco, quel rosso ti imprigionava, ti sentivi come impressionata su una fotografia

Dicesti esattamente quella parola, “IM PRES SIO NA TA” calcando le sillabe.

E mentre guardavi fuori dalla finestra, ti immaginavo seduta e triste con la tua bella camicia da notte, rinchiusa in una gabbia tutta rossa mentre arrivavo su quel bel cavallo a salvarti.

Te l’ho scritto in una lettera, quella che ho ritrovato in giardino e che probabilmente qualcuno aveva voluto accartocciare e buttare via: mi piaceva la tua camicia da notte.

Dopo il matrimonio sei andata via; quando sei tornata ti sono venuto a trovare.

Volevo fare l’amore con te quel giorno, mentre i tuoi fratellini facevano il bagno nella piscina e potevamo approfittare di quel momento, ma tu corresti via dicendo che ti era parso che uno di loro si fosse spaventato.

O forse è perchè con le mani stavo facendo quelle cose brutte?

La mamma mi aveva avvisato di starci attento.

E allora decisi di scriverti.

Giurai di non smettere mai, perchè così avrei usato le mani per fare delle cose intelligenti e non avrei fatto le cose brutte.

Il sangue si è oramai ritirato, sul materasso resta sempre quell’impronta.

Guardo la foto davanti a me. Non sorridi proprio per nulla ma il cavallo sembra essersi mosso di nuovo, sono sicuro che stesse guardando verso di me.

E’ tardi e tu ancora non sei arrivata.

Bussano ancora , raccolgo il messaggio: è l’ultimo: lo so perché è scritto con un pennarello, di quelli grossi, indelebili di un fastidioso e tanto doloroso inchiostro color verde.

E’ successo qualcosa? Perchè non rispondi al telefono?”

lo butto nel cestino, adesso è colmo.

Fuori è diventato sicuramente buio, nessuna voce dal giardino e il cavallo sarà tornato nella sua stalla.

Sono tanto stanco, torno a dormire.

Mi rimetto a letto, e mi incastro comodo nell’impronta.

Spengo la luce e tutto ritorna nero.

Sento freddo, mi copro con queste coperte di un rassicurante avvolgente color giallo muco.

Quando mi sveglierò, la lettera sarà finita, tu sarai tornata e tutto tornerà come prima.

Prometto che stanotte le cose brutte non le farò, anche se mi piace tanto la tua camicia da notte macchiata; la mamma sarà contenta, anche tu e allora mi sorriderai.

La mamma però non conosce il nostro segreto; lei non lo saprà mai che ho conservato i tuoi denti e mentre ti abbraccio, li stringo in mano sotto il cuscino.

Jacopo Ninni

Digressione libera su felicità e altre specie

Digressione libera su felicità e altre specie *

Ti offrirei da bere e otterrei dieci minuti del tuo tempo, poi l’intera serata, magari anche la notte; mi permetteresti di vestire i panni di un gentleman d’altri tempi, cultura di sinistra e abiti globalizzati, tanto quanto i tuoi così originali, frivoli e fuori dagli schemi e che però ti rendono molto simile ai manichini del centro commerciale. Dovrei dirti che odio i centri commerciali per lo spreco, l’ansia all’acquisto e la febbrile, isterica, angoscia di riempimento interiore fra carte di credito e rate da pagare e invece odio i centri commerciali per i manichini senza testa che ci somigliano un po’ tutti tranne che per il colore della pelle che è sempre troppo chiara o troppo scura, l’innaturale imitazione plastica di un incarnato senza nei e smagliature, e ci illudiamo che quei vestiti vestirebbero meglio noi, con le nostre forme da riempire, da coprire piuttosto, e le nostre facce tutte diverse. E invece vestono l’ansia di somigliarci tutti anche se viviamo fingendo d’essere tutti diversi. E tu mi daresti dieci minuti del tuo tempo, e io potrei fingere di possedere abbastanza denaro per offrirti da bere, abbastanza cultura per parlare di supermercati e centri commerciali, esproprio proletario no perché nessuno più ne parla nei bar e nemmeno negli scantinati e nei salotti che restano muti davanti alla televisione; e tu mi concederesti il tuo tempo in cambio di un bicchiere sapendo bene che non ti venderesti mai e poi mai per un bicchiere, dichiarando la responsabilità delle donne nel nostro sistema sociale mentre io ti pago da bere. Sorseggio e parlo, e bevo il secondo mentre ascolti con quegli occhi che sembrano l’unica cosa che ti appartenga davvero sotto strati culturali di ombretti iridescenti, che celano occhiaie e regalano qualche mese in meno, ma stai tranquilla io non ti dirò niente del genere perché tu scapperesti e non voglio che scappi, perché a nessuno piace sapere più di quanto non voglia, ci bastiamo noi con le nostre pseudo-coscienze neolitiche e analfabete e le nostre orecchie sorde alle critiche. Meglio credere di esistere ancora sotto lo spessore del trucco e le etichette che coprono la tua essenza perché tu possa proporti a me e agli altri uomini come un oggetto luminoso in una vetrina, aspettandoti però che io ascolti i tuoi turbamenti interiori e le convinzioni sul matrimonio sugli uomini e sui figli, ma non te lo dirò perché mi daresti del maschilista e niente è più lontano da me del maschilismo, se lo fossi dovrei sentirmi superiore e invece non lo sono, no non mi sento affatto superiore, il mio livello è così basso che non posso nemmeno essere realista perché dovrei costringermi alla consapevolezza di molte cose ed è così difficile essere consapevoli, sono un meschino e un bugiardo, come te anche io credo di esistere ancora, nonostante non lavori da mesi perché hanno dilapidato le loro promesse, o le hanno dimenticate, nessun rinnovo di contratto e tanti saluti. Senza lavoro non esisto, non esisto senza soldi, senza auto, non esisto senza un ruolo sociale riconosciuto e retribuito. Eppure io esisto ancora nella mia essenza, questo lo credo, mi costringo a crederlo senza pensarci tanto su, e non voglio soffermarmi a pensarlo perché equivarrebbe e non crederlo più, di fatto, e la fattualità delle cose mi renderebbe realista ma sono troppo meschino e bugiardo per spingermi a essere realista, di fatto non ammetto che sono un uomo di trentacinque anni senza lavoro e senza una moglie da odiare e senza figli da controllare come appendici o protesi della mia esistenza e senza potermi dannare per la scelta di un matrimonio sbagliato, cosa che mi occuperebbe la mente almeno per quattro ore al giorno, un uomo solo e abbastanza infelice senza nessuno da incolpare per la mia infelicità, ma questo non te lo dico perché potrebbe turbarti, voi donne siete sensibili a questo genere di cose, cambierebbe la tua espressione e per un momento il tuo coinvolgimento empatico forse ti avvicinerebbe a me in modo autentico, ma poi potresti sentirti in dovere d’essere tu a offrirmi da bere, d’essere tu a consolarmi e cambierebbe tutto, cambierebbe il gioco delle parti fra di noi che equivale a dire che cambierebbe tutto; solo dopo io potrò essere il peggio di me stesso, fra qualche anno mi parlerai del colore delle piastrelle della cucina e saremo felici di tacere sulle nostre aspirazioni, che non abbiamo mai avuto davvero; perché vedi, io credo che ogni cosa sia frutto di questo meccanismo che ci costringe a vestirci come qualcun altro, a pensare come qualcun altro anche se poi forse è proprio vero che siamo tutti uguali e i tuoi stupidi incubi sono tali e quali ai miei, non c’è rivelazione che tenga, non c’è genio che riesca a estinguere questa uguaglianza fascista, ma fascista è una parola che appartiene al passato, oggi è meglio dire cosmopolita, universale, sì meglio mantenersi nel campo vago delle linee imprecise e senza giudizio alcuno, perché il mondo è in continua evoluzione ed è un momento storico pieno di slanci e cambiamenti e mille possibilità e mezzi e strumenti nuovi, e tutto è ma tutto può cambiare, eppure non cambia nulla. Ecco siamo agli interessi, libri film sport. Ci ingozziamo di informazioni superficiali sulle nostre vite sviando la questione del desiderio. Cosa desideri davvero? Io non credo di saperlo ma stando così, senza nulla da fare tutto il giorno finisce che me lo chiedo di continuo e smetto solo se incollo le pupille a una televendita di coltelli gioielli quadri e tappeti e finisce che poi desidero quelli e la cosa si risolve. E però si risolve per poco. La questione desiderio e la questione frustrazione, vuoto mancanza o come la si chiami, è sempre quella. Se avessi un lavoro non starei tanto tempo a chiedermi i sinonimi delle parole per renderle meno dolorose. Mi dico che se avessi un lavoro mi sbatterei per mantenerlo, rendersi indispensabili, che è impossibile, mi sbatterei come con il vecchio lavoro, tutto sorrisi e puntualità, pratiche compilate, timbri, tutto ordinato, io al mio posto, sorrisi e cordialità, serietà e puntualità, senza avidità mai, sempre con rispetto e buon senso, ah umiltà sì, soprattutto umiltà, ed ero piaciuto tanto, dico davvero, mi avrebbero confermato di sicuro perché compilavo timbravo sorridevo e sorridevo meglio di chiunque altro, proprio bravo, molto bravo mi dicevano. Poi mi hanno scaricato, le scuse banali, umilianti per quant’erano banali, balbettano ancora nelle orecchie tipo il rumore dei bicchieri e voci e musica che fanno da sottofondo alla nostra conversazione che procede rallentata dai nostri filtri, dalle finzioni che esigiamo di mantenere. Potremmo cambiare però, potrei dirti che tutti i libri che ho letto e la laurea in economia e i viaggi non mi sono serviti a niente, che ho accumulato esperienze su esperienze perché ti fanno credere che serviranno, titoli su titoli di nessun valore utili solo ad allontanare il momento in cui scoprirai che non servi proprio a nessuno; la frustrazione aumenta a dismisura e cresce, cresce senza che io mi muova di un millimetro, lì, stabile, inchiodato alla linea di confine tra i perdenti e i vincenti con il mio curriculum di sei pagine in cui scrivo anche di un vago interesse per gli scacchi maturato all’età di sette anni. Ma non ti dirò tutto questo perché adesso è prematuro e quando potrò dirtelo, quando i nostri ruoli lo permetteranno, una relazione seria tra noi, una relazione in serie, dopo questi dieci minuti, dopo la notte passata insieme a scambiarci sudori e promesse, a usare frasi fatte come questa fatta e strafatta scambiarci sudori e promesse, piuttosto che dire leccare il tuo corpo fino a consumarlo, strafatta anche questa, dopo che avrò esaurito le espressioni rancide di un melenso repertorio condiviso e sarò costretto a trovarne altre, una relazione stabile e seria, che si prometta duratura per esempio, non potrò dirti più nulla, non potrò dirti la mia incapacità e la mia inadeguatezza, non potrò dirti che la corsa verso un posto di lavoro per me non è mai partita, il mio vizio di retorica, che non ci sono segnalazioni per me, né incarichi prestigiosi, vittimismo, che la mia responsabilità nella faccenda è enorme, che non mi voglio piegare al sistema, eppure lo desidero così tanto far parte di questo sistema, essere in gara, sorridere e stringere mani come loro che lo fanno, e forse lo fai anche tu che adesso mi racconti dei tuoi successi che durano un giorno e mai una vita, perché non sai che vengono cancellati, che verrai cancellata perché ancora ti illudi che sarà così e che resterai e che sei indispensabile con le tue capacità e qualità per loro, e io non potrò dirtelo perché sarai dentro il loro sistema anche tu e mi accuseresti d’invidia, non te lo dirò quello che penso neanche fra dieci anni quando avrò prosciugato il romanticismo utilitarista ed esaurito i complimenti di rito perché fra dieci anni io e tu saremo fermi alla balbuzie, non al silenzio dignitosissimo ma alla balbuzie, fingendo che ancora abbiamo qualche cosa da dirci, un universo di condivisioni, un’altra sciocchezza del sistema, e che non ci diremo nulla solo per imbarazzo, perché non troviamo le parole, fermi alla balbuzie perché sarebbe troppo difficile, distruttivo, ci annienterebbe, ammettere che davvero non abbiamo nulla da dirci, e da dire. Adesso ti accompagno all’uscita e pago il conto che non potrei permettermi mentre tu abbassi lo sguardo e ti sistemi i capelli. Entreremo a casa mia, consumeremo un rapporto mediocre senza specchi a ostacolare la finzione dei corpi in penombra, fra qualche mese ti confesserò il mio amore e tu farai lo stesso con me, vivremo insieme, compreremo mobili da riempire le dieci stanze che non abbiamo e che però tu desideri così tanto, ci saluteremo con un bacio o due prima di andare a lavoro, ciascuno il suo posto nel mondo, insieme come coppia nel mondo e il regalo della tua presenza sarà quello di educarmi a una frustrazione nostalgica di qualcosa che non avrò la forza di nominare.

Simona Dolce

* Racconto pubblicato nel 2009 sul trimestrale Rassegna sindacale

Dentro Marylin

Ferma l’auto. La strada prosegue con una curva larga.

Le dice di scendere. Parla molto lentamente, impastando ogni singola lettera di quella frase con la saliva. Sa che quando lei avrà messo i piedi oltre il bordo metallico dell’auto e il suo corpo sarà definitivamente fuori dall’abitacolo, lui l’avrà perduta.

L’ha già perduta, in realtà. Si sono persi.

Pensa: non mi hai mai avuto. Gli dà forza saperlo. Ma adesso vorrebbe solo gridare e chiudere gli occhi.

Gira la testa verso la pineta e resta a guardare in quella direzione. Vuole che lei capisca che è lì che le sta indicando. Che non l’ha portata qui, come le avevo detto, per mostrarle quel posto. L’ha portata qui per allontanarla dalla sua vita. Con uno strappo. Come una pianta che venga scardinata dal terreno.

“Ci fermiamo?”

“Si.”

“Io lo so a cosa stai pensando Luca.”

“Davvero? Beh, è tutto così inutile.”

“Si. Si lo è, e non possiamo farci nulla.”

E invece è lui a scendere. Apre lo sportello, si tira fuori dall’auto appoggiando le mani al tettuccio, l’auto reagisce abbassandosi di un centimetro. Appena fuori butta le spalle all’indietro e respira.

“E’ qui che volevi portarmi Luca?”

“E’ qui.”

“Un anno di matrimonio, oggi, e…”

Lascia la frase in sospeso, rabbrividisce. Non passano auto, non ci sono suoni. Solo loro due, e lui che comincia a tremare. Ma non è il freddo. Sta pensando: se avessi più tempo. E più calma. Ma non sa come fare, non ha mai saputo darsi tregua, può solo camminare a passi lenti verso la pineta.

L’auto è rimasta aperta, riesce a distinguere la musica che diminuisce oltre le sue spalle, un vecchio pezzo degli Afterhours

Cinque pianeti, tutti nel tuo segno

Il fallimento è un grembo e io ti attendo

Entra nell’intrico di alberi e piante. Come essere inghiottiti. Sotto i piedi la terra scricchiola, ha strani suoni, sembrano rantoli o piccole urla di protesta; sente cose che si spezzano, pietre minuscole, rami secchi. E più avanza, più il sole gli sfarfalla negli occhi giocando tra i rami.

La luce è netta e glaciale.

È un trenta dicembre pulito, il vento di levante ha pulito l’aria. Nei punti in cui il sole gli cade sulla fronte è così caldo, simile ad un massaggio. Gli piace, si ferma e allarga le braccia e aspira l’odore di resina che c’è nell’aria.

Lei è qualche metro più dietro, può sentire la sua presenza.

“Che facciamo?” lui le dice

“Dimmelo tu. Tu sei voluto venire qui.”

“Se avessimo più tempo…” Prova. Poi non sa come proseguire.

“Dillo adesso, Luca. Dillo subito!”

E invece si mette a correre. All’improvviso. Abbassa le mani, ingoia dell’aria e parte. I rumori di prima accelerano nella sua testa, centinaia di sassi e di rami che vengono calpestati e spezzati, ma lui corre, non sa nemmeno dove, sta semplicemente puntando l’orizzonte dove il sole sembra più netto e gli arriva verticale in faccia.

E anche lei corre, ne sente il respiro affannato, il rumore dei suoi passi che ritrovano i frammenti di terra che lui ha già infranto.

E mentre corre pensa: è come se stessimo scopando questo bosco, siamo entrati dentro, ci muoviamo all’unisono e la terra reagisce con isteria, allarga i suoi sentieri per accoglierci e farci sprofondare ancora di più.

E alla fine della corsa, dove il sentiero all’improvviso si interrompe, un piccolo muro di tufo gli sbarra la strada. Ci arriva davanti e si ferma. Ha il respiro corto. Sbuffa aria calda dalle narici. Lei lo raggiunge.

“Dimmi perché?…” Lui le dice

“Io non lo so, non lo so perché. Rassegnati, smettiamola ti prego.”

“Ti faccio del male?”

“Ne fai a te stesso.”

“Oh non pensare. Sei cara, ma non pensare a me. Non l’hai mai fatto, non lo sai fare.”

Mette le mani nelle fessure del muro e si solleva. Vuole scavalcarlo.

“Non è così – le dice, ansimando – che dev’essere. Ci voleva del silenzio. Lo capisci? Perché mi hai portato qui?”

“Sei matto?! Tu ci hai portato qui.”

“No! No! Tu sai…non fare finte con me. Non fingere. Io non parlo di questo luogo. Io parlo del silenzio.”

“Vuoi che non parliamo?”

“Voglio che le mie parole non mi si ritorcano contro. Sempre. È come un boomerang che non so controllare.”

“Io non c’entro.”

“Tu sei il boomerang.”

Si ferma quando è in cima al muretto. Le tende la mano.

“Tu sei il boomerang Laura – ripete – è tutto per te. È sempre stato così.”

Lei sale, lo raggiunge lassù. E guardano. La pineta finisce dove ha inizio una spiaggia nera, di sabbia lavica. E il mare, sullo sfondo, è una distesa argentata.

“Tutto.” Lui ripete. Di nuovo si aggrappa alla sua lentezza. “Tutto. Sei tutto.”

Si butta. Sono nemmeno due metri. È alto. Ma lo fa. C’è molta sabbia sotto, è sicuro che l’impatto sarà indolore. Invece i piedi reagiscono con uno slancio all’interno e il dolore si irradia in ogni nervo della gamba destra.

Urla.

“Ti sei fatto male?” lei lo guarda restando in bilico sulla cima del muretto. Il sole le scende nei capelli, ma è quel colore tonico degli scogli e della sabbia a catturarla. Non può smettere di guardare.

“Dovevo dimenticarti subito.” Lui le dice. Si rotola nella sabbia. Il cappotto e i capelli si imbevono di quel nero, la polvere resta sul viso, vagamente appiccicosa, come miele.

Lei scende lentamente.

“Fallo” gli dice. “Dimenticami.”

Lui continua a rotolarsi nella sabbia.

Luigi Pingitore