La società dello spettacaaargh! – 8

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Caro Jacopo,

grazie innanzi tutto per la precisazione sull’Illuminismo. Mi rendo conto che l’avevamo trattato da diverse prospettive, girando un po’ intorno a una sua definizione, solo sfiorata. Faccio presente, per sintetizzare le nostre posizioni e i nostri linguaggi (ma correggi pure se scorgi errori, mi raccomando) come nel breve scritto di Kant sia toccato un discorso da me posto:

Forse una rivoluzione potrà sì determinare l’affrancamento da un dispotismo personale e da un’oppressione avida di guadagno e di potere, ma mai una vera riforma del modo di pensare.

Ossia che la riforma del modo di pensare non può prescindere dal percorso individuale: ci si può emancipare dall’oppressione in quanto istituzione sociale, ma questo non determina, di per sé, una liberazione individuale, in particolare per quanto riguarda le categorie di pensiero. Ciò ritorna anche nel discorso che fai, mi pare, sulla contiguità tra fascismo e berlusconismo (che condivido in particolare sull’elemento che individui, il «me ne frego»): ci siamo liberati di quella nefasta dittatura, ma ciò non ha coinciso, immediatamente e automaticamente, con l’emancipazione dal modo di pensare fascista. Leggi il resto dell’articolo

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L’inutilità del genio post-moderno /3

Dati i presupposti, non possiamo dimenticare l’importante affermazione che Giorgio Colli fa in La nascita della filosofia («La follia è la matrice della sapienza») e il fatto che i più straordinari documenti dell’antichità, oltre agli illusori testi filosofici (compromessi interamente con l’intangibile se non col folle) e ai reiterativi saggetti (che ruotavano sempre attorno alle stesse cose e sempre negli stessi termini), sono opere teatrali con personaggi che – per i motivi disparati – commettono quelle che oggi (come ieri, spesso) definiremmo “pazzie”: Edipo, Medea, Antigone, Elettra…

Perché il “gesto insano”, conducendo alla catarsi, è tramite per la divinità: come l’idiozia dostoevskijana, che è insania e vocazione mistica.

Tiriamo di nuovo le fila, altrimenti in questa selva di deduzioni e supposizioni potremmo sperderci, e vediamo cosa abbiamo in mano: unità spazio-temporali in dissolvenza, illusione, irrealtà, morbosità, follia, divinità.

Improvvisamente si crea un nesso, anzi, un’equazione:

letteratura : illusione = follia : divinità

ed ecco che nello sputtanatissimo legame fra letteratura e divinità si evidenzia un percorso che passa per la finzione (la nota “finzione letteraria”) e la follia (la “theia mania” platonica del Fedro). Tutti elementi abbastanza risaputi, ma raramente o mai esaminati nella loro sequenza.

Un nuovo quesito movimenta questo dipanarsi: visto che la letteratura è citazione (dovremmo dire “metafora”) della follia e perciò della divinità, data la letteratura corrente, a cosa s’è ridotta la divinità?

Ci sono dei legami nelle opere di autori lontanissimi e nelle opere – ovviamente – del medesimo autore.

E così: fra il Conte Ugolino e i due poveri amanti Paolo e Francesca c’è il legame del racconto in pianto; fra l’Ofelia di Rimbaud e la Marinella di De André c’è il fiume e l’amore di mezzo con stelle e fiordalisi di contorno; Jonson, il poeta del «Lascia un bacio dentro la coppa e io non ti chiederò vino», s’assomiglia nei modi e in alcuni tratti biografici al Catullo di «Odi et amo»; Zorba e l’Inglese di Kazantzakis altri non sono se non il Dionisio e l’Apollo di Nietzsche.

Lo strutturalismo, se vuol fissare delle Gestalt che si meritino questo nome, deve fare a meno di limiti e compartimenti stagni: la struttura del materiale culturale con cui opera dev’essere leggera e interscambiabile, levigata e pronta a combaciare con ogni cosa.

Quindi, la divinità sottesa (anche se involontariamente… involontariamente per gli autori medesimi, ovviamente) alla letteratura contemporanea non deve avere troppi legami e deve potersi accostare a tutto – esattamente come i personaggi e le situazioni di cui abbiamo parlato qualche riga fa.

I principi e i valori devono farsi trasparenti e volatili. Leggerezza, raccomandava Calvino nelle Lezioni americane.

Ma i principi sono anche la trama: sono spinte su cui si muovono i personaggi. Principi volatili danno personaggi inesistenti e plot cadenti.

Rispondiamo alla nostra domanda: la divinità – motore sotteso e originario delle letteratura – è svanita, o meglio s’è ridotta alla sua effige: la follia.

Ambiguità e ironia

Humbert Humbert, l’Abate Faria, Hannibal Lecter, il Vecchio della Montagna, Eraclito, Omero, Tiresia, Edipo, Buddha, il Mago di Oz, Nero Wolfe, perfino Babbo Natale: tutti questi personaggi (e molti altri affini) recano in sé delle tracce mai soppresse e sempre presenti in certe figure letterarie.

L’Oracolo in Matrix o la figura del profeta nei Libri Sacri o Sherlock Holmes: questi tre i grumi in cui, più che in altri personaggi, si sono mostrate le tendenze della letteratura occidentale.

Onniscienza. Ombra. Onnipotenza.

Tutti i personaggi che ho elencato poco fa hanno tre caratteristiche che manifestano singolarmente o accoppiate o nel complesso: vivono nell’ombra, intesa in senso lato (Holmes, per esempio, si traveste e vive immerso nel fumo o nella nebbia); sono, o sembrano, onniscienti; giocano con la vita e la morte perché sono immortali o perché si sentono tali oltre che onnipotenti.

Lo scrittore non s’è mai liberato di queste tre fascinazioni: il sapere, il vedere e il potere. Perché il sapere è anche potere, ma questa capacità di conoscenza (e dunque di dominio) si esplica meglio laddove gli altri non vedono: lo scrittore, così addentro alle parole, sente anche di poter manipolare come vuole i concetti, quindi la verità medesima, quindi – in ultima istanza – la vita degli altri. Perché gli altri sono ignoranti, perché non vedono, e dunque niente possono più di chi mette loro in bocca le parole di cui si servono come sonnambuli. Questa malattia degli scrittori, io la chiamo “sindrome di Polo”, dal nome del personaggio del Gorgia di Platone: consiste nell’immaginare di controllare tutto e di vivere in una trama solo perché si controlla il linguaggio, e lo spirito degli altri attraverso il controllo sul linguaggio.

Questa tendenza s’è estrinsecata, quantomeno in me, nel patologico citazionismo de Il volo interrotto, nel suo amore per l’ambiguità del dubbio dell’indeterminazione e dell’ombra, nel suo raffigurare omicidi che somigliano più a gesti quotidiani che ad attentati contro tutto ciò a cui siamo stati educati.

Ed è in fondo questo il principio di tutti i libri che si propongono oggi di essere “creativi”: l’omicidio, la conoscenza, l’ambiguità.

La generazione pulp sbandierava e sbandiera la violenza, i moderni giallisti la conoscenza, e tutti gli autori, nessuno escluso, l’ambiguità (che, per loro pochezza, s’è ridotta quasi esclusivamente ad ambiguità sessuale e non è molto di più della parodia di se stessa).

L’ambiguità siede allo stesso tavolo dell’ironia: dov’è finita l’ironia? Nei libri di oggi non ce n’è traccia.

Spostiamo allora la nostra attenzione su questi due ambiti: ambiguità e ironia.

Antonio Romano

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Dalle scarpe di marca passando per le marche da bollo,

dal bollo auto a “Double Dragon” e “Puzzle Bobble”,

dalle bolle del Cristal Ball passando per il solco di un disco,

dalla disco alla tecno, dalla tecno al buon liscio,

dalla vodka con ghiaccio all’acqua liscia,

dalla frizzante al chinotto, dal caffè ristretto al corretto,

dal poliziotto corrotto al cerotto che cura il danno fatto,

digerisco. Dal sipario alla fine primo atto,

mi sollevo dalla poltrona in platea di teatro,

dalla sensazione del tetro alla sensazione del vuoto.

Da “Indovina chi” ai giochi MB,

dalla BMX al cambio Shimano,

da una partita a Tetris al tris in mano,

dalla perdita di un amico caro al caro vita,

dal rincaro del cetriolo al caro petrolio,

dall’amico schivo a Lucio Dalla del “caro amico ti scrivo”.

Dal giornalismo di Matrix alla panza di Obelix,

dal Risiko a Trinity passando per all’oracolo,

dal Gin Fizz al bis dopo lo spettacolo,

da un brano di Samantha Fox ad un remix di Dj Shadow.

Da un’orchestra di Muti ad una suoneria in polifonia,

dai poliposfati ai polipi, dalle briciole di pane ai cannelloni ripieni.

Da Leo Gullotta a Mastella e da Pannella a Mastelloni,

da Nino Frassica ad Abantuono,

dal lampo di un lampo al fragore di un tuono,

dal calcio balilla al Subbuteo al fusillo Barilla,

dai Balilla al fascismo il passo è breve e senti come piove.

Dai giovani in lambretta con otto in pagella

dalla bidella al rettore passando per il ripetente

dal ripetente alla Gelmini, dai bocchini alle suore

dal monsignore all’onore, da Forza Nuova a Casa Pound

dal Pound alla Sterlina, dalla lira che prima c’era all’euro,

dall’Unieuro all’intercity e l’Eurostar,

dal diretto al regista,

dalla comparsa all’attore non protagonista e la Star.

Dal dado di brodo al dado di fumo, da Babbo Natale al camino,

da Michael Cimino a “Natale sul Nilo”.

Da Ezio Greggio alla pecora nera del gregge,

da Rai3 al comunista, dal comunista alla lista nera,

dalla bandiera del tricolore al calore

e dal calore al calore di una hola,

dalla curva allo stadio agli Stadio ed il gran figlio di puttana in radio.

Dalla costituzione agli Articolo,

da Tiziano al cantante neomelodico che spopola nel vicolo,

da Scampia alla ferrovia,

da piazza Garibaldi a Napoli all’unirsi dei popoli,

dalle malattie al propoli, dalla marcia di Topolino come suoneria.


Da “Domenica In” a Paperinik e da Topolino alla massoneria,

dagli effetti collaterali dei medicinali alle droghe da legalizzare,

dai codici subliminali agli animali trasformati in cartoni,

dal Giappone ai brani di Little Tony,

da Tony Corallo al terremoto e la scala Mercalli.

Dal corallo al mare, dall’estate all’inverno,

dalla neve al candore di un bimbo,

dalle palle di neve alle bombe carta,

dalla caduta del muro alla guerra in Iraq,

dal kebab ad Al-Qaeda, dalla verità alla finzione,

dalle notizie di regime al mangime per cani,

dalle case chiuse alla mercificazione.

Dal lavoro fisso alla cassa integrazione,

dalla PlayStation all’altalena, dal pattino alle barche a vela,

dalla velina alla satira vera, dalla censura all’underground,

dall’Underground all’Heaven, da Melonarpo allo stile,

dallo stile al nuoto, dal cloro al clero, dai bersaglieri agli alpini,

dalle stragi di Stato ai cuori neri,

da “Sentieri selvaggi” a “Sentieri” e da “Sentieri” alla “Valle dei pini”.

Dalla Valleverde ai calzini, dai piedi nudi al fetish,

dal pissing al cumshot, da “Hot Shots!” a Buster Keaton,

da Mickeal Keaton a Burton passando per Batman,

Rat-Man e Sandokan,

dall’applauso dopo la venuta del Messia alla suora in clausura,

dai Sepoltura all’ora di religione, da Bellocchio alla prigionia,

da Lucignolo alla libertà e dalla dittatura alla Cina.

Dagli arancini di riso agli aranci,

dalle quattro stagioni di Vivaldi alla margherita tagliata a tranci,

dai saggi francesi e dai francesi ai formaggi.

Dai trattati di pace e dalla pace all’amore,

dall’amore all’odio, da Kassovitz ad Asterix,

dalle pozioni magiche ai santoni in televisione,

dalla cultura popolare alla fine del mondo,

da un saggio sul nazismo ai libri gettati al rogo,

bruciati da legno di faggio,

da Valeria Rogo alla sala di montaggio,

da una canzone a Sanremo di Pino Donaggio,

alla canzone d’impegno al Primo Maggio…

con pugni chiusi nelle piazze che stringono il poco coraggio.

Andrea Coffami e Angelo Zabaglio