Guida per riconoscere il tuo precariato

uomo cricetodi Matteo Pascoletti

Allora tu forse vuoi la storia genere Oh Come Mi Sento Vicino Al Protagonista E Alle Sue Sfighe Quotidiane Speriamo Che Alla Fine Ce La Faccia Perché È Un Tipo In Gamba Proprio Come Me, vuoi l’io narrante, l’io narrato e, per non annoiarti troppo, vuoi pure l’io copulante e la lei copulata. Vuoi il tizio che lavora al call center o il tutor in una scuola parificata, vuoi il procacciatore di contratti, lo schiavo Co-Co-Dè: lo vuoi vessato, sfruttato, disperato. Vuoi il mobbing, l’alienazione, vuoi il confine tra lucidità e follia farsi sottile e tagliente come lama di rasoio sporca. Vuoi che in mezzo a tutto questo sturm und crash sbuchi la provvidenziale dose di riscatto, vuoi il protagonista che trova l’aiuto insperato e dà fondo a ogni energia rimasta, vuoi che approdi al lieto fine contro ogni previsione, vuoi chiudere il libro pensando «oh, allora c’è speranza, lo sapevo, il mondo non è poi così brutto come sembra, stanotte posso dormire tranquillo».
Col cazzo. Leggi il resto dell’articolo

Cooperativa di narrazione popolare: Lo zelo e la guerra aperta

Tre autori (Jacopo Nacci, Ilaria Giannini, Enrico Piscitelli) per tre storie che gettano tre sguardi diversi, ma complementari, sulle vite di Luca e Michela, coppia precaria sia nel lavoro che nella vita affettiva. Tre sguardi che, per riprendere il nome del progetto (Cooperativa di Narrazione Popolare) cooperano, ossia lavorano insieme, ciascuno da una posizione diversa, per cercare di scalfire, o quanto meno ridisegnare con le parole il Moloch dell’assurdo quotidiano.
Ilaria Giannini racconta le meschinità dei colletti bianchi, fatalmente raccomandati e fatalmente schiavi della catena sociale che produce le raccomandazioni. Nel racconto le incursioni nel dialetto toscano mostrano, al di là dell’ambientazione provinciale, la distanza tra il piano delle relazioni affettive e quel groviglio di opportunismi in cui si consumano carriere senza un vero scopo al di fuori del rinnovo del contratto: un groviglio fatto di silenzi complici, di maldicenze bisbigliate o fuori scena, di bugie dette per nascondere la crudeltà dei rapporti lavorativi. Perno di questo tavolo da poker da cui sembra impossibile alzarsi, chiamato dai più “mondo del lavoro”, è la scadenza di contratto di Luca. Una condizione che genera ansia nel protagonista: ma in un mondo di rapporti deteriorati l’ansia, da sintomo, diventa lusso: «dovrei solo abituarmi all’ansia, in fondo ho già superato quattro rinnovi».
Jacopo Nacci sceglie una narrazione potente, sia per ritmo sia per soluzioni linguistiche: Leggi il resto dell’articolo

Montecitorio Wrestling Federation /8

[Puntate precedenti: 123 – 4 – 5 – 6 7] (“Tecnicamente” questo è l’ultimo episodio)

di Matteo Pascoletti

Le rivalità (feud) più importanti e in grado di catturare e mantenere facilmente l’interesse del pubblico sono quelle centrate sui titoli di federazione, rappresentati da cinture. Se lo show simula una competizione, deve esserci un vincitore, e il più bravo tra i vincitori deve avere un simbolo che esprima questo status. Il simbolo è la cintura di Campione. In genere le cinture messe in palio (naturalmente per finta, trattandosi di match sceneggiati) sono quella di Federazione o di Campione del Mondo (per federazioni abbastanza importanti, come la WWF), la cintura dei titoli di coppia (tag team) e una cintura secondaria con titolo di minor prestigio, come Campione Intercontinentale, Nazionale, o Pesi Leggeri, che serve per feud in cui far lottare le giovani promesse, in prospettiva di un lancio, prima o poi, nel feud per il titolo di Campione. La scelta del campione da parte del team di sceneggiatori (booking team) è fondamentale. Il regno di un Campione è destinato a influenzare i tipi di feud: se il Campione è un cattivo (heel), i feud con i pretendenti al titolo saranno caratterizzati da match scorretti o violenti, magari annullati per squalifica; ci saranno agguati e tradimenti, e tutta una serie di espedienti per far capire al pubblico che, nonostante i buoni (i face) siano più abili e meritevoli, la disonestà degli heel purtroppo talvolta paga. Se c’è da lanciare un promettente face nel ruolo di main-eventer, allora la scelta di un Campione heel sarà azzeccata. Viceversa un Campione face può essere una buona occasione per far cambiare allineamento a un altro face, che magari, roso dall’ambizione, diventa cattivo e prova la scalata al titolo, oppure per un lungo e spettacolare regno in cui, a mano a mano che il beniamino del pubblico esce vittorioso dai feud, la vendita del merchandising premia la scelta del booking team e le casse della federazione. Leggi il resto dell’articolo

Montecitorio Wrestling Federation /7

[Puntate precedenti: 123 – 4 – 5 – 6]

di Matteo Pascoletti

Lo stile di vita imposto dal wrestling è logorante, paragonabile a quello vissuto da una rockstar continuamente in tour, ma con un maggior rischio infortuni. In genere un wrestler, raggiunti i quarant’anni, entra nell’ottica del ritiro oppure del semi-ritiro. Un wrestler di comprovata esperienza e con un buon impatto nel backstage della federazione ha magari abbastanza potere contrattuale per concordare un calendario ridotto di impegni, evitando di farsi dare un benservito per raggiunti limiti di età e di fisico. Con un simile accordo la federazione così non perderà un beniamino del pubblico e un wrestler di esperienza che può fare da ‘chioccia’ o da mentore ai nuovi arrivati; il wrestler continuerà ad avere un contratto di lavoro, non sarà costretto a reinventarsi una vita, e continuerà a soddisfare la sua dipendenza da luci della ribalta. Di solito i semi-ritirati lottano per pochi mesi o settimane all’anno, oppure diventano commentatori a bordo ring, o general manager, in modo da ridurre al minimo essenziale l’attività sul ring. Leggi il resto dell’articolo

Montecitorio Wrestling Federation /6

[Puntate precedenti: 123 – 4 – 5]

di Matteo Pascoletti

Un lottatore che desideri un brillante avvenire, oltre al fisico e alla tecnica, deve sviluppare la mic skill, la capacità di parlare al microfono. Nella finzione del wrestling (kayfabe) le rivalità richiedono infatti i combattimenti sul ring, ma non sono sufficienti a creare una storia che spieghi per quale motivo i due wrestler vogliono combattersi e mostri al pubblico chi è il buono (face) da tifare. Servono dunque segmenti di vario tipo in cui i lottatori coinvolti nella rivalità parlano al microfono. Oltre a classiche interviste, ci sono i promo, segmenti registrati in cui il wrestler fa proclami di vario tipo, a seconda della gimmick: leggendari i grotteschi promo di Ultimate Warrior in cui il lottatore sproloquiava a tutta enfasi, blaterando a proposito di forze sovrannaturali, divinità di incerta natura e spiriti di antenati, inserendo qua e là il nome dell’avversario di turno. Oppure ci sono gli angle, confronti verbali sul ring che di solito si concludono con tafferugli, o assalti a tradimento da parte di un wrestler di allineamento heel, utili per far salire l’attesa e il coinvolgimento del pubblico (hype) verso il futuro match. Un tipico particolare di segmento, quasi uno show nello show, è riservato ai wrestler con la miglior mic skill, veri e propri animali da palco in grado di calamitare col proprio istrionismo e la parlantina l’attenzione di un’intera arena. Questi segmenti simulano sul ring dei veri e propri talk show, dove il wrestler intervista altri personaggi della federazione, oppure fa dei lunghi siparietti in cui arringa il pubblico. Sono segmenti con nomi accattivanti e cool, dove il ring è arredato con alcuni accorgimenti scenografici per sembrare uno studio televisivo. Un classico esempio è il Peep Show condotto da Christian, che nel video vediamo confrontarsi con Batista. Leggi il resto dell’articolo

Montecitorio Wrestling Federation /5

[Puntate precedenti: 123 – 4]

di Matteo Pascoletti

In quanto spettacolo il wrestling riflette la società in concreto, e non come concetto. Differenti società hanno differenti tipi di wrestling. Il rapporto è analogo al teatro: il teatro giapponese è molto diverso dal teatro italiano, che a sua volta è diverso dal teatro inglese.
Perciò il wrestling americano è differente da quello messicano, noto come lucha libre (“lotta libera”). Le principali differenza tra wrestling e lucha libre sono nello spirito alla base dell’incontro e nella fisionomia del lottatore. Nella lucha libre sono frequenti i lottatori mascherati, ma al di là della gimmick e del vestiario la maschera ha un valore totemico e antropologico. La maschera è il lottatore e il lottare è la maschera: indossarla significa diventare qualcosa di più di un uomo col volto coperto. Un lottatore cui viene tolta la maschera durante il combattimento, o a cui viene tolta come stipulazione del match, è un lottatore che perde parte del suo prestigio, della propria forza, e in qualche modo avrà bisogno di recuperare prestigio agli occhi del pubblico. È un Sansone cui sono tagliati in pubblico i capelli. Se indossasse la maschera la sera successiva, il pubblico vivrebbe l’evento come la violazione di un tabù, non come una semplice rottura della kayfabe.

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Montecitorio Wrestling Federation /4

[Puntate precedenti: 123]

di Matteo Pascoletti

Nel wrestling un aspetto centrale della kayfabe è riassumibile nella frase “vendere le mosse”. Poiché i colpi che i lottatori si scambiano sono una finzione finalizzata allo spettacolo e non a un reale scontro, come avviene per esempio nel pugilato o nella lotta greco-romana, il wrestler che subisce una mossa deve dare al pubblico l’impressione di accusare il colpo, imparando come e quanto esagerare. Se la mossa è particolarmente atletica, o mira a parti del corpo che nella realtà sono più vulnerabili, come la testa, la capacità di fingere mostra tutta la sua importanza. Un calcio volante alla testa che passa come una folata di vento addosso al wrestler colpito può infrangere la kayfabe, danneggiando lo spettacolo.
Indicative di questo scarto tra necessità di spettacolarizzare i colpi e danno effettivo sono le mosse di sottomissione. Chi le compie di solito non fa altro che afferrare blandamente uno o più arti dell’avversario: a creare l’illusione complessiva sono le facce sofferenti, il volto rosso per lo sforzo fisico intenso, le urla di dolore o l’agitarsi per cercare di uscire dalla presa; in questo modo le mosse di sottomissione sembrano tecniche micidiali e pericolose. Vediamo nel filmato una classica armbar, una mossa in cui nella kayfabe Del Rio afferra e torce il braccio di Rey Mysterio fino a farlo cedere.

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