Reincarnazione

di Simone Lisi

Sostengono i mistici orientali che se fai schifo nella prossima vita sarai cacca. Meritocrazia? No, reincarnazione. Che poi magari essere capra o cane di piazza Alameda non è per forza una punizione. Anzi, per nulla. Però sembra questo. Ma quello che voglio dire è che per conseguenza, anzi per opposizione, ci sarà un ascendere. Tu prima sei pianta, prima ancora eri sasso, poi sarai capra o cane di piazza e poi sarai uomo perché passando di lì – dall’essere uomo – troncherai il teatrino samsara. O potrai troncarlo. Benissimo. Solo che non si vede perché o cosa di un animale potrebbe alla fine essere meritevole o de-meritevole. Cagare e pisciare sul letto del padrone è Leggi il resto dell’articolo

Amore 2.0 – #TUS2

charlie chaplindi Francesco Faralli

Finite – sì, di già! – le vacanze pasquali si torna tutti alle consuete occupazioni e ai consueti regimi alimentari. Ecco allora l’appuntamento coi testi del reading Torino Una Sega 2Oggi ospitiamo Amore 2.0 di Francesco Faralli, breve storia distopica a base di cromosomi, vaccini contro le emozioni e meritocrazia.

Era la terza volta che la signora si ripresentava quella settimana. Bussava al vetro della reception, stringendo nell’altra mano uno stropicciato modulo B21, il volto rigato di lacrime. Il consulente si limitava a scuotere la testa, sorridendo. “Signora la prego, è la prassi. Il filamento di suo marito…”. Ma lei niente, continuava a battere sul vetro agitando il modulo. “Mio marito è la persona più buona al mondo e non si è mai sognato di bere! Per favore per favore, non abbiamo nulla, questo lavoro è importante per mio marito, nostra figlia …”. Il consulente annuiva mestamente, da programma. In cuor suo avrebbe voluto prendere a calci quella dannata seccatrice. Era la terza volta (la terza volta!) che quella si presentava a lagnarsi! E cosa ci poteva fare lui se i test genetici obbligatori per legge avevano riscontrato in suo marito una lieve anomalia nel cromosoma DRTY483820 del filamento HFHSK3946895, che nel 30% dei casi evidenzia una latente tendenza all’alcolismo e alla cleptomania? Certo, questo non dava la certezza che suo marito fosse un cleptomane alcolista, ma era una ragione più che sufficiente perché l’azienda non l’assumesse. Ovvio. Leggi il resto dell’articolo

Guida per riconoscere il tuo precariato

uomo cricetodi Matteo Pascoletti

Allora tu forse vuoi la storia genere Oh Come Mi Sento Vicino Al Protagonista E Alle Sue Sfighe Quotidiane Speriamo Che Alla Fine Ce La Faccia Perché È Un Tipo In Gamba Proprio Come Me, vuoi l’io narrante, l’io narrato e, per non annoiarti troppo, vuoi pure l’io copulante e la lei copulata. Vuoi il tizio che lavora al call center o il tutor in una scuola parificata, vuoi il procacciatore di contratti, lo schiavo Co-Co-Dè: lo vuoi vessato, sfruttato, disperato. Vuoi il mobbing, l’alienazione, vuoi il confine tra lucidità e follia farsi sottile e tagliente come lama di rasoio sporca. Vuoi che in mezzo a tutto questo sturm und crash sbuchi la provvidenziale dose di riscatto, vuoi il protagonista che trova l’aiuto insperato e dà fondo a ogni energia rimasta, vuoi che approdi al lieto fine contro ogni previsione, vuoi chiudere il libro pensando «oh, allora c’è speranza, lo sapevo, il mondo non è poi così brutto come sembra, stanotte posso dormire tranquillo».
Col cazzo. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 15

[La società dello spettacaaargh! 1 2345678910111213 – 14]

Caro Matteo,

ho appena terminato il libro di Federica Sgaggio, Il paese dei buoni e dei cattivi (Minimum Fax 2011), e vorrei farti partecipe delle mie riflessioni, da un lato perché il libro tratta molti dei temi che abbiamo discusso qui (dalla splendida esemplificazione del piano meta- “a negazione” di Barbara Palombelli al fatto che «…la retorica della semplicità ha contribuito a creare intorno alla complessità dei ragionamenti un alone di disprezzo sociale che rende sempre più difficile costruire frasi più lunghe di due righe senza sentirsi in colpa»), dall’altro perché introduce, per la sua costruzione, per lo spirito che lo pervade, per il contenuto, un tema del quale avrei voluto parlare ma che è rimasto in ombra rispetto alla prospettiva – il dominio della tecnica – che soprattutto io ho adottato finora; un tema che, credo, potrebbe anche essere il nuovo gomitolo che stavi aspettando, o – come penso – il medesimo gomitolo afferrato all’altro capo del filo.
Dunque non illustrerò i temi trattati dal libro, che tu hai peraltro già letto e recensito: il lettore può agevolmente documentarsi sulla relativa pagina della casa editrice, e leggendo le recensioni facilmente raggiungibili da qui. Mi interessa invece altro, e cioè la natura del libro, il suo fondamentale equilibrio tra analisi e partecipazione, tra documentazione ed emozione, tra saggio e pamphlet (o forse è questo che un pamphlet dovrebbe essere). Leggi il resto dell’articolo

Generazione TQ. Il manifesto letto da uno scrittore trentacinquenne fuori dai giri

Una cosa è certa: la generazione trenta-quaranta è ossessionata dagli anni Ottanta.
Li buttiamo nel cesso, poi li andiamo a riprendere e li laviamo con cura. Li poggiamo sulla mensola dell’ingresso e aspettiamo che si impolverino, poi li prendiamo e li nascondiamo nello stanzino. Un giorno, mentre stiamo decidendo se andare al mare o cominciare a scrivere la storia che ci ossessiona da qualche mese, ci ricordiamo che sono rimasti chiusi nello stanzino per tanto tempo e li andiamo a riprendere, controlliamo che sia tutto a posto, li guardiamo e li ributtiamo nel cesso, tirando lo scarico. Dopo due giorni facciamo un’incursione disperata nelle fogne e li ritroviamo. Ce li contendiamo con topi e scarafaggi e li riportiamo a casa. Pulizia e restauro e di nuovo in bella esposizione sulla mensola di casa con tanto di foto trionfale su facebook. Non riusciamo a capire se ci piacciono da morire o se li detestiamo, se sono stati la nostra palestra adolescenziale o la nostra dannazione culturale. Ci vantiamo di essere andati a sentire gli Europe dal vivo al Teatroteam di Japigia e ci ricordiamo che a Bari quel giorno nevicava e che due giorni dopo uno che conoscevamo è morto di overdose (da eroina e non da ecstasy) e passiamo intere serate a guardare su youtube le frangettone di Sanremo ’83 e le migliori scene di Grosso guaio a Chinatown. Poi spegniamo tutto e leggiamo Pincio e Pynchon, Wallace e Barth, Vonnegut e Benni. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /3

Col Giusnaturalismo osserveremo la nascita di una concezione di giustizia che si basa sulla reciprocità, come la giustizia commutativa di Aristotele, e sul sistema di limitazione reciproca (secondo cui la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri). E in ogni caso si tratta di un diritto connaturato con l’uomo, anteriore a qualsiasi altra legge scritta.

Avremo un cambiamento radicale con Hobbes, che teorizzerà l’esistenza del diritto naturale di tutti su tutto, che automaticamente si vanifica piombando nell’ambito della casualità e dell’arbitrio soggettivo. Egli sosteneva – rientrando pienamente nell’ambito del nominalismo – che se non vengono scritte leggi, non è possibile infrangerle; per questo, finché non si trova un capo assoluto a cui affidare il destino della comunità, le leggi non esisteranno e tutti potranno agire liberamente secondo il suddetto diritto che tutti possono vantare nei confronti di tutto. Insomma, ci dice che non esiste alcuna regola a cui dobbiamo sottostare che non abbiamo codificato noi stessi. Per dovere di chiarezza, inoltre, bisogna dire che perfino Hobbes aggiungerà che serve un capo a cui sottomettersi per poter trovare un ordine in cui vivere serenamente. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /2

Dopo aver specificato che la legalità è un valore relativo ed esterno perché cambia a seconda delle leggi e non pretende una spinta interiore, dovremo porci una domanda: cosa spinge gli uomini a produrre delle regole? Cosa vogliono raggiungere con l’edificazione d’un palazzo di leggi e norme? D’istinto si risponderebbe che vogliono la giustizia, confondendola erroneamente con la legalità (che dovrebbe invece essere un modello di saggezza). Ma è non è del tutto ridondante specificare che esse sono due cose radicalmente differenti: la legalità è la “giustizia” degli uomini, la Giustizia vera e propria è un concetto che solo Dio (se esiste) conosce. Leggi il resto dell’articolo

Guida per riconoscere i tuoi santi (in paradiso)

GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI (IN PARADISO)

“Mi raccomando, non fate troppe raccomandazioni”

Giulio Andreotti

Quattro italiani su cento ammettono di avere ricevuto un aiuto dall’alto. Forse è orgoglio, forse presunzione, forse incoscienza. Peccato che circa un italiano su due abbia trovato lavoro, negli ultimi anni, soltanto tramite le proprie conoscenze: ritrovandosi quando segnalato, quando raccomandato, quando cooptato. E le famose agenzie interinali? E i rinnovati centri di collocamento? Siamo dalle parti del cinque percento dei nuovi impieghi: e questo a dispetto del generoso sostegno statale che non dubito abbia alimentato l’apertura di tanti, stupendi uffici colorati per le nostre strade. La mia generazione conosce le statistiche, sa giocarci, sa interpretarle; forse proprio perché s’è accorta di chi le statistiche le inventava, o le rovesciava a piacimento. Quando eravamo adolescenti, vagiva il forzismo e Gianni Pilo pubblicava strani sondaggi. Ci siamo fatti gli anticorpi. La mia generazione ha l’onestà e il coraggio di accettare la cultura popolare ereditata e al contempo nutre la speranza di poterla correggere, progressivamente. Noi siamo coscienti che i titoli di studio e le nostre capacità intellettuali non sempre bastano; siamo consapevoli che il sacrificio è la parola d’ordine della quotidianità, che la pazienza è la prima virtù che questo tempo ci domanda, e che la sensibilità e l’apertura mentale sono fondamentali. Noi abbiamo imparato a essere sociali, a tutti i costi. L’Italia è una nazione fondata sulla socialità, sulle amicizie, sulle appartenenze; sulle rivalità, e sugli antagonismi. Per essere integrati nel tessuto lavorativo dobbiamo essere riconosciuti e integrati nel tessuto sociale: per questo dobbiamo sforzarci di studiare il nostro territorio e dobbiamo essere felici di appartenervi. Per essere accettati e apprezzati non dobbiamo soltanto essere preparati, onesti e determinati: dobbiamo essere socievoli. Io pensavo, stupidamente, che certe dinamiche valessero soltanto nel mio ambiente, l’editoria. Un giorno, un vecchio maestro mi aveva detto, ghignando: “L’editoria si fa a tavola, cena per cena. Non hai capito?”. Lì per lì c’ero rimasto male. Mi sono accorto che aveva ragione, crescendo, e non soltanto per il nostro ambiente. Il vecchio maestro mi stava insegnando quale fosse la cultura della mia nazione. A ben pensarci, adesso è anche una questione di buonsenso: considerato il costo dei contratti, quanta fiducia deve avere un’azienda in un cittadino per ingaggiarlo? E chi può guadagnarla istantaneamente? Soltanto chi è stato segnalato o raccomandato: per merito, senza dubbio; ma anche per tempismo, disponibilità, affidabilità. Così vanno le cose, cantava qualcuno, così devono andare. Un giorno, sorridendo, costruiremo una nazione fondata sulla meritocrazia. Per adesso, ci addestriamo a riconoscere i nostri santi, e a salutarli col rispetto che si deve ai mecenati. Per 1000 euro al mese, a occhio e croce. Lorde.

Gianfranco Franchi

Fonti:

Rapporto “Generare classe dirigente” della Luiss, 2008

Rapporto ISFOL, 2007

Repubblica, 11 marzo 2009