Una vita da romanzo

Nel 1889 la letteratura italiana attraversò una piccola crisi perché a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro saranno pubblicati Mastro Don Gesualdo e Il piacere: da un lato si chiudeva il verismo naturalistico neopositivista e dall’altro si apriva il periodo del “poema moderno”, come ebbe a definirlo Angelo Conti.
Queste due scuole di pensiero e di scrittura si scontrarono essenzialmente sull’accidentato terreno della critica letteraria. Infatti, se Conti definì Il piacere un “poema moderno”, Luigi Capuana lo tacciò di scarsezza contenutistica (rileggersi Gli “ismi” contemporanei).
Per il critico siciliano il romanzo di d’Annunzio possedeva solo alcuni sprazzi di sostanza che, però, venivano soffocati da uno stile troppo elaborato e liricheggiante: esercitava la «malìa dell’artifìzio squisito». Per Conti, invece, si trattava dell’emanazione continua e prepotente dell’io dell’autore che permeava tutto il libro: era un genuino prodotto d’autore.
A dar retta a Conti, allora, si potrebbe perfino identificare ne Il piacere l’antesignano del post-modernismo, visto che del post-modernismo ha l’introspezione, le contraddizioni del personaggio e soprattutto l’illusorietà del fine: Il piacere è un libro fondamentalmente senza scopo, non ha – come direbbe Lyotard – una metanarrazione.

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