Raul

di Sandro Salerno

Quando sei arrivato, stavo per andare via. Le valigie erano pronte, poggiate alla parete del corridoio. In una ci avevo messo i libri di lavoro e quelli che, come Martin Eden, mi porto sempre dietro. Nonostante tua sorella tenesse ancorate le mie gambe alla nostra casa, aspettavo un guizzo, uno stimolo che mi facesse decidere. Fino a quando un giorno tua madre, con il suo abituale sorriso indolente, appoggiata con le mani sulla spalliera della sedia, mi ha detto:
– Mi sa che c’è una novità. C’è un ritardo.
– Dove? – ho chiesto stranito.
– Non fare il coglione – ha detto lei.
Le valigie sono rimaste lì qualche tempo ancora. Poi le ho disfatte.
Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Somigliavi a uno scheletro di lucertola, anzi, di un geco: macchie chiare e macchie scure su uno sfondo ovoidale di carta lucida. Ti ho visto crescere ogni mese, portando la tua immagine nel Leggi il resto dell’articolo

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Le monetine del Raphaël – II

[Qui di seguito la seconda parte del capitolo 13 del romanzo Le monetine del Raphaël di Franz Krauspenhaar (Gaffi editore). La prima parte la leggete qui]

Arrivai finalmente fino a Catania. Ferruccio mi venne a prendere con la sua Opel Record scassata, e mi portò lungo le strade statali della Sicilia, per chilometri e chilometri. M’ero pentito. Il caldo mi soffocava, le chiacchiere del mio gentilissimo amico d’improvviso mi annoiavano. Avrei dovuto prendere un treno da Bologna diretto a Milano, o farmi accompagnare nella mia città in auto da Boratti, meglio. E invece avevo voluto sfidare tutta quella morte e quella desolazione, avevo voluto, ancora una volta, prendere le cose per traverso, sfidarle all’arma bianca, percuotere la natura, il giusto verso del mondo. Volevo riprendere nelle mani la sfida, continuare a giocare la mia interminabile partita a poker con la vita. Mi sentivo perso, lungo quelle strade brucianti, mentre Ferruccio s’imbarcava in sorpassi pericolosi, contro il sole, l’auto di turno che ci veniva incontro vicinissima nel verso contrario. Dopo un centinaio di chilometri, lungo la costa orientale, finalmente quel lungo viaggio ebbe fine. Ferruccio mi sistemò in questo grosso bungalow, già pieno di ospiti, imboscato in una pineta freschissima, poco battuta dal sole, che arrivava a fitte e a spasmi, a stilettate di colore oro.
Dormii per almeno diciotto ore. Ogni tanto mi svegliavo, dopo aver preso in pieno volto un incubo feroce di morte, bambini sanguinanti nel nero dell’asfalto, macerie che venivano caricate su una dozzina di autobus 37, treni che si tamponavano e poi scoppiavano tutti assieme… Mi svegliavo, andavo in cucina, prendevo dal frigo la bottiglia della minerale gassata e bevevo a canna, quasi con disperazione, come se quello fosse l’esaudimento delle mie ultime volontà. Tornavo nella mia piccola camera, pensavo a una sigaretta, ma non avevo la forza di procedere a tentoni per afferrarle. Così, mi lasciavo completamente andare sul letto e mi riaddormentavo dopo pochi secondi. Leggi il resto dell’articolo

Confessioni qualunque – 4

#4 – Gemma

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Perché se mia madre lo scopre le viene un infarto.

Già la vedo, nella luce calda del suo cucinotto in legno, tutta intenta a scovare in qualche libro di ricette la torta più buona da preparare alla sua bimba di ventisette anni. È avvolta nel pigiama di flanella, sul suo petto molle due pinguini si baciano sopra una scritta in inglese. Ce l’ho proprio qui davanti agli occhi, l’immagine di lei che affloscia le guance rugose dalla delusione, lascia scivolare gli occhiali sul naso, perché pensa che così leggerà meglio dentro i miei occhi, gli occhi della sua topina. È sempre stata convinta di saperlo fare. Anche quando saltavo la scuola, quando prendevo un brutto voto o quando stavo troppe ore a casa di un ragazzo per fare le cose che secondo lei non ero pronta a vivere. Diceva di sapere tutto, semplicemente guardandomi. Facevo fatica a mentirle, perché le credevo. Poi ho capito che nei miei occhi, in realtà, ci ha sempre trovato quello che più le piaceva. Per questo penserebbe che è uno scherzo, lo penserebbe così fortemente che riuscirebbe perfino a non farsi trapassare le orecchie vecchie e morbide da quella brutta notizia.

Faccio la ballerina, mamma. Da qualche tempo, saranno due mesi, credo. No, la mia amica Valentina non viene con me. Vedi mamma, ora è un po’ diverso, non c’è il saggio a fine anno. Non c’è mai nessun saggio qui, mamma. Ballo al Maga Circe, in viale Certosa, a Milano. È un night club, mamma. Leggi il resto dell’articolo

Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 4

Ogni volta che accendi una sigaretta su una candela muore un marinaio. Non ricordo neanche più chi me lo disse, è un ricordo di anni fa, dieci, forse più. Sto scrivendo a lume di candela, è quasi sera, fuori imbrunisce nel silenzio colorato di cinguettìi di uccelli che non riconosco. Ogni tanto irrompe un frinire di grilli o un ronzìo di mosca. La pineta suona, silenziosa. Sabato scorso Leggi il resto dell’articolo

La linea infinita

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il secondo racconto.

di Ilaria Mazzeo da una foto di Andrea Pozzato

 

Da Rogoredo a Stazione Centrale ci sono undici fermate della linea gialla della metro.

Sara lo sa perché le ha contate sulla cartina, e le sembrano inaffrontabili, infinite; ostili.

Tutto è ostile, da due anni a questa parte.

Inizia a scendere le scale, con il cuore che ogni tanto, le pare, salta un battito; ma poi lo recupera in velocità.

Sara si fa forza stringendo in mano il suo ciondolo. Glielo ha regalato suo padre, molto tempo fa. Poi si tocca la pancia, e attraverso la maglia sente quel calore che la rassicura. Sembra dirle: «Non sei sola».

Sola lo è stata, per tanto. Percorrendo il lungo corridoio che porta ai tornelli, Sara cerca di non pensare a quello che sta facendo, ma non ci riesce. Butta le chiavi di casa in un cestino, e prosegue, rasentando il muro, con la gente che la supera velocemente, senza degnarla di uno sguardo.

L’idea gliel’ha data Julia Roberts.

Qualche sera prima, in tv, ha visto un vecchio film con lei protagonista. Il titolo era stupido: A letto con il nemico, ma Sara ha seguito con grande attenzione, mentre suo marito russava nell’altra stanza.

Nel film, la diva Julia è sposata con un animale che la picchia e la umilia in tutti i modi; i due vivono in una casa bellissima con vista sull’oceano, e il pazzo è un uomo alto, prestante, con folti capelli neri.

Sara e suo marito vivono in un bilocale con vista sui binari della stazione di Rogoredo, e lui non somiglia proprio per nulla a un attore americano; per il resto, però, la situazione è la stessa. E lei, come la Roberts nel film, ha deciso di scappare.

Fino a pochi giorni prima una soluzione del genere non le era balenata alla mente nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate; neanche dopo l’ennesima umiliazione subita al Pronto Soccorso, dove una dottoressa, a occhio sua coetanea, le aveva detto apertamente che quei segni sul collo e sulla schiena non erano compatibili con nessuna caduta, e che la smettesse di prenderla in giro, per favore.

Lei era stata zitta e aveva tenuto gli occhi bassi, come quando, a scuola, la beccavano impreparata; si era fatta medicare e incerottare per bene ed era filata a casa a preparare la cena, terrorizzata che lui tornasse da lavoro e non trovasse il piatto in tavola.

Sara arriva al tornello e tira fuori il biglietto, che, nell’agitazione, le cade per terra. Lo raccoglie con mani tremanti e lo inserisce nella fessura.

Con gli occhiali da sole, là sotto, vede a malapena dove mette i piedi, ma non se li toglierà per nessun motivo, così come non si toglierà il cappellino da baseball con la scritta “I love Milano”, comprato appositamente su una bancarella del mercatino di Senigallia per poterci poi nascondere i capelli sotto. Nel film, la Roberts si metteva una parrucca bionda. Lei non avrebbe saputo dove andare a comprarla e, comunque, ha pochi soldi.

Il tornello si sblocca e Sara passa oltre, cercando di non accelerare. Si guarda intorno: nessuno fa caso a lei. Forse, grazie allo zaino e al cappellino, può passare per una turista. Vorrebbe correre, ma non lo fa; fino a stasera, del resto, lui non potrà accorgersi della sua fuga. Non hanno il telefono fisso, a casa, e lei ha simulato uno scippo con conseguente perdita del telefonino, proprio il giorno prima. Lui, naturalmente, si è incazzato di brutto, e le ha urlato che se lei, inutilezoccola, è così stronzadeficiente da farsi derubare dal primo rumenodimmerda che passa per la strada, a lui nonglienefregauncazzo, e il cellulare, almeno per ora, non glielo ricomprerà, ziocane.

In realtà il cellulare Sara ce l’ha nello zaino, ma con un’altra Sim, acquistata ieri.

La sua è andata a lanciarla nel Naviglio Grande, insieme alla fede; così, se mai le ritroveranno, magari penseranno che si è suicidata, o che l’hanno uccisa. Per lei va bene. Le sarebbe andato bene anche morire, fino a pochi giorni fa; ora, però, non vuole più.

Sara è sulla banchina, adesso; il tabellone luminoso comunica che al prossimo treno per Maciachini mancano tre minuti. Avrebbe preferito trovare il treno già pronto ad accoglierla nella sua panciona lucida, ma non tutto può andare come nei film. Ora che è riuscita ad arrivare fin quaggiù si sente più forte: non credeva che ce l’avrebbe fatta. Forse allora è vero che non è quella nullità che il marito sostiene.

Ripensa a sua madre, a quando le ha telefonato, ieri. Non la sentiva da due anni, ma non si è stupita che la voce fosse sempre la stessa, uguale a quella che ha continuato a venire a trovarla in sogno: bassa e decisa, senza mai un’esitazione. Sara, invece, balbettava. Mi aiuterai, mamma? Sì. Posso venire da te, mamma? Sì, figlia mia. Ti voglio bene, figlia mia.

«Anche io, mamma».

Sara lo dice ad alta voce, entrando nel treno della metropolitana, diretta alla Stazione Centrale, da dove ripartirà per Napoli, e da lì per Agropoli, il suo paese. Qualcuno si volta a guardarla, ma lei bada solo a trovare un posto libero per sedersi. Rogoredo rimane alle sue spalle, e anche Porto di Mare, Corvetto, Brenta

Sara tiene le mani posate delicatamente sul grembo, per sentire ancora quel calore forte, rassicurante.

«Ce ne andiamo, piccolo mio,» mormora. E sorride.

SPAZIO SOCIALE

Fatevi suonare in testa una qualsiasi melodia, un jingle stupidino, cinque o sei note orecchiabili sotto le parole “Spazio sociale”. Magari la musichetta la si potrebbe affidare a quelli di questo sito oppure la si fa in casa con amici, ma sarebbe meno professionale. Fatto è che l’idea che ho è questa: perché non ideare, progettare, creare, costruire ed investire in una catena di fast-food in stile centro sociale? Voi direte: Ma già ci sono i centri sociali?! sì, va bene, ma quelli sono per i punkabbestia, per quelli che si portano il cane appresso e si fanno le canne, per i rimastini cronici, per i fighetti alternativi, per gli artistoidi pseudo intellettuali, per gli attivisti politici, per quelli che sono veramente persone da centro sociale.

Io parlo di centri sociali per famiglie, merchandising in stile Burger King, Spizzico, KFC e McDonald’s. Una catena di ristorazione in stile centro sociale occupato, ricreato ad hoc, dove anche la madre di famiglia non ha paura di entrare e portarci i propri figli. Dove il nonnino ci porta il nipotino a mangiarsi il gelatino. Locali standard con scritte standard intagliate su tavoli in legno standard, con sedie, porte, finestre e colori standard, costruiti appositamente al fine di ricreare l’idea del “centro sociale occupato”, ma che non spaventi. Come se il tutto fosse un set cinematografico, un parco giochi ricreativo dove poter mangiare schifezze, un Gardaland dell’impegno politico mangereccio.

Chi compra il pacchetto e vorrà aprire l’attività dovrà stare alle regole imposte dall’ideatore, cioè alle mie regole. Eccole.

Ho una cugina che collabora con Ferrè e le divise da punkabbestia dei commessi le facciamo fare a lui. Tutte uguali, dieci modelli per ristorante, capi estivi ed invernali, gonne, pantaloni, felpe e magliette di cotone lerce ad hoc. Voi direte: «Fai prima a comprare al mercatino dell’usato,» e io vi rispondo che allora non ci avete capito un cazzo! Non andrebbe bene, non si percepirebbe la finzione del posto. Sarà anche grazie ai costumi disegnati appositamente che si potranno ottenere gli effetti desiderati, ossia: trascuratezza e degrado sociale ma contemporaneamente accoglienza e sicurezza.

I lavoratori per contratto dovranno portare almeno tre orecchini ed avere un tatuaggio visibile sul corpo. Ferie, indennizzi, tredicesime e tutto il resto: ‘fanculo. I contratti saranno a sei mesi e se sarai bravo e farai squadra te lo rinnoveremo e te ne faremo uno da dodici mesi, dove ci sarà scritto che ti pagheremo anche in caso di fallimento dell’azienda, non si sa come, ma questo è un dettaglio. Come nelle compagnie teatrali di De Filippo, tutti dovranno saper fare tutto, pulire i cessi e fare i panini, stare alla cassa e friggere le patatine. Per norma fissa si laverà il pavimento solo due volte al giorno, anche se cadrà merda per terra, ‘sti cavoli. Gli orari di pulizia del pavimento saranno alle ore 12:00 e alle ore 18:30, giusto per dare quel senso di sporcizia cadenzato. Stop. Per i cessi invece la pulizia sarà obbligatoria ogni quaranta minuti. I bagni dovranno essere sempre splendenti e profumati. La maggior affluenza per le famiglie al completo sarà naturalmente intorno alle 18:30, quando il pavimento sarà meno lercio, i figli avranno finito i compiti ed inizieranno ad avere i primi languori allo stomaco per via della fame. E quale spuntino migliore se non un bel panino da noi? O un gustoso trancio di pizza con delle patatine?

Come menù, niente Coca-cola e Pepsi, solo Freeway Cola, aranciata marca discount, vino rosso e bianco che però venderemo con moderazione, due bottiglie massimo a tavolata. Siamo pur sempre un posto per famiglie. La gente spenderà meno e noi guadagneremo di più. Piatti, bicchieri e posate saranno di plastica. Sticavoli dell’ambiente, qui si parla di soldi e di profitto. Ed il profitto con la tutela dell’ambiente sono due cose incompatibili, sono come l’acqua e la sabbia magica. Menù a base di cous cous, cotolette, pollo, patate al forno, salsicce, uova sode e frittatine multristrato ai gusti vari, pasticci di pasta avanzata dal giorno prima in offerta speciale, robe così, che sembrano fatte in casa ma che invece saranno sempre uguali. Porzioni perfette standard. Come le zeppole e le finte pizzette napoletane di Rosso Pomodoro. Fateci caso: sono tutte uguali, forme perfette. Se andate ai borghi di Napoli, le paste cresciute, per definizione, sono una diversa dall’altra, perché fatte a mano, non con un macchinario che dosa porzioni ed ingredienti. Naturalmente non mancheranno dolcetti e gelati e poi, sempre nel nostro menù, ci sarà la novità delle novità: il piatto sorpresa a un euro, formato dagli avanzi del cibo degli altri clienti. Un po’ come le buste sorpresa che si vendono in edicola, noi daremo il piatto sorpresa. Con un euro potrai mangiare un bella porzione mista composta di ogni ben di dio avanzato: patate, pasta, pollo, carne da rosicchiare attorno ad un osso, fette di pane magari smozzicate (le verdure no, che quelle dopo qualche ora vanno a male e non si possono riscaldare). Insomma con un euro avrai un pasto quasi completo, così non si butterà mai nulla e di questo anti-spreco ne faremo una bandiera.

Area giochi per i bambini: ci sarà eccome! Del resto deve essere un fast-food per famiglie. Quindi: Scivoli pezzati ad arte che terminano in enormi cubi trasparenti con all’interno centinaia di palline colorate. Colori approvati per le palline: rosso 30%, viola 25%, nero 25%, verde 5%, celeste 5%, giallo, 5%, bianco 5%. Stop.

La musica del locale dovrà includere solo ed esclusivamente brani commerciali di artisti alternativi. Si potrà inserire anche un Frank Zappa ogni tanto, i Clash vanno benissimo, ben accetti Subsonica, Caparezza, Frankie Hi Nrg, Cristina Donà ma anche artisti più underground come Il teatro degli orrori, Le luci della centrale elettrica, I giardini di Mirò e poi tutte le posse italiane e la scena indipendente nostrana e mondiale, basta che però si prendano i brani più “moderati” dei cd selezionati. Tanto c’è sempre un brano d’amore, una canzone tranquilla, un pezzo “commerciale” ed orecchiabile anche in un cd di KaosOne o dei Biohazard. Ottimo naturalmente il trash italiano ed il revival anni ’80 ché quello va sempre forte, soprattutto per i bambini che ascolteranno le sigle dei cartoni animati ed i motivetti orecchiabili delle canzoncine Mediaset e RAI. Nessun riferimento esplicito a sovversioni ed uso di droghe, e vedi come si digerisce tranquilli! Il gioco è semplice: basterà selezionare i brani i cui video sono stati trasmessi in televisione o in qualche emittente radiofonica nazionale anche a tarda notte. Il cliente dovrà riconoscere il suono come familiare, anche se non lo identificherà appieno, anche se questo suono è un parente lontano che magari hanno intravisto una sola volta al funerale dello zio.

Questione scenografia. Si ingaggeranno per ogni regione i migliori writers italiani e le mura del locale saranno dipinte da loro. Pezzi standard che però cambieranno da locale a locale. Stesso pezzo ma diversa firma. Ci sarà una sorta di “concorso” dove ogni artista proporrà delle bozze, il migliore per ogni regione verrà ingaggiato per dipingere gli interni del locale. Si dovrà arrivare al punto che un ipotetico cliente di Milano che se ne va in vacanza a Roma, dovrà mettere nella sua personale lista di cosa da fare anche “visitare Spazio Sociale in via Cavour”. Si dovrà arrivare a questo. Dovrà essere una sorta di museo con ristorante.

Beh insomma, l’idea è semplice e secondo me ci si può fare un botto di soldi, alla faccia dei centri sociali occupati. Occupiamo anche noi gli spazi, riprendiamoceli, riutilizziamoli, ricicliamoli a modo nostro. E non preoccupatevi se eticamente può sembrare scorretto. È solo marketing. La vita è un’altra cosa.

Angelo Zabaglio e Andrea Coffami