La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 9

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Si narra che i cinque giunsero a Bologna con largo anticipo, e che per tutto il tempo d’avanzo continuarono a criticare la città emiliana, rea di aver perso quell’aura che la caratterizzava durante gli anni ottanta e novanta. L’arrivo non fu d’altronde dei più accoglienti, visto che trovarono strisce blu a pagamento ovunque, financo fuori delle mura, e furono costretti a dilapidare diversi euro per il parcheggio (di quelli che tenevano in un barattolo di vetro per conserve, detto anche fondo cassa comune).

Sotto i portici, poi, la desolazione era così tanta che si sentivano risuonare soltanto i loro passi claudicanti, strascicati per via dell’acido lattico che bucava i muscoli delle loro gambe di scrittori, abituate più che altro a star sedute – con l’eccezione di quelle appartenenti all’imbianchino scribacchino, che in quanto a movimento non era messo poi così meglio degli altri.

Inoltre, da ferventi credenti quali erano, essi mandarono non poche bestemmie durante l’estenuante ricerca di un punto wireless da cui postare alcune notizie sul loro blog.

Gli è che le cinque menti bacate non ci riuscivano affatto a staccarsi dall’infernale aggeggio virtuale, tanto che, nonostante tutti i proclami per la folle impresa podistica, si erano prefissati anche lo scopo di tenere un diario di bordo – si vede che si sentivano capitani coraggiosi e navigati – dove documentare il viaggio con alcune simpatiche impressioni – ché oltre la simpatia non riuscivano proprio ad arrivarci, almeno non con la penna.

Insomma, finirono col bruciarsi le due ore pomeridiane in eccesso a scorrazzare per la città col portatile in mano a mo’ d’antenna, finché non raggiunsero Piazza Maggiore, dove s’iscrissero presso l’apposita postazione telematica per usufruire della connessione. Tutto questo per offrire quelle quattro righe a pochi sfigati lettori – quanti mai ne potevano avere infatti questi ribelli novellatori, già consapevoli di non poter ambire ad antologia alcuna, se non grazie a un’azione extraletteraria? – anziché riposarsi il tempo necessario a non far sembrare il loro reading una lettura dei salmi in notturna.

Oltretutto, il locale adibito alla performance era sprovvisto di microfoni, e con annessa sala di avventori ben poco interessati alla letteratura, e in particolare a quella dei cinque intossicati – dei famosi miasmi di cui all’inizio – e infervorati parolieri.

Nonostante tutte le complicazioni, pare che al momento giusto furon ripescate le forze residue per tenere il palcoscenico – in realtà un piano rialzato con divano – e che addirittura vi fu chi suonò in sottofondo per accompagnar quei versi – uno che a dire il vero, a giudicar dal cognome, sembrerebbe personaggio inventato di sana pianta; ma, come si dice, a volte la realtà supera la fantasia.

La serata scivolò insomma via liscia, bagnata dal solito vinello, perché i cinque trucidi non andavano affatto per il sottile in certi ambiti, e toscano o emiliano che fosse, l’importante era il non abbandonar la tinta rossa.

E dunque, a forza di girarci intorno, è giunta l’ora di prendere la palla al balzo – o sarebbe forse meglio dire il bicchiere – per parlare delle strane idee politiche che i nostri s’eran messi in testa. D’altronde il nostro Presidente, e in testa al corteo un suo Ministro che altrimenti non si sarebbe potuto vedere, l’avevano detto di stare attenti a certi artisti profittatori del bene comune, avvezzi a sputare nel piatto in cui mangiano, che nella fattispecie era quello del sistema Italia. Un sistema inespugnabile, verrebbe da dire col senno di poi…

Simone Ghelli

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Bamboccioni

BAMBOCCIONI

Un giorno, un ministro mi ha detto che dovevo andare fuori di casa; che era ora che alzassi i tacchi, che non potevo restare con papà e nonna a oltranza, senza sposarmi, senza diventare autonomo. Quel ministro mi ha anche offerto degli incentivi: delle favolose detrazioni fiscali sugli affitti. Io non ho saputo resistere, ho deciso di accettare una delle settantadue offerte che ricevo ogni giorno – noi laureati in Lettere Moderne siamo richiestissimi; figuriamoci quelli del vecchio ordinamento, come me – da tutte le parti d’Italia, allora ho preso e sono uscito di casa. Ho detto “Ciao papà! E grazie” e ho preso l’uscio, con un trolley che mi faceva pensare ai libri di Labranca e una sacca piena di romanzi. Sotto casa mi aspettava la mia BMW: era ora che la tirassi un poco, si stava ingolfando. Certi motori non possono restare fermi troppo a lungo. Senza curarmi troppo di problemi grotteschi come le radici famigliari, l’appartenenza al territorio o a un tessuto sociale, avevo pensato di accettare l’offerta di una buona azienda di una città in cui non conoscevo proprio nessuno. Così, finalmente, sarei diventato un ometto, e il ministro avrebbe smesso di insultarmi. Stavo così comodo a casa, a spedire curriculum a vuoto. Alla fine ti stanchi, servono stimoli nuovi, ha ragione lo Schioppa. E così, raggiunsi la ridente cittadina di Novara, dove non vedevano proprio l’ora di ospitare un romano di ventisei anni: da più parti, in città, sentivo parlare i proprietari dei ristoranti della necessità di tenerli aperti sino a mezzanotte, proprio per venire incontro alle mie abitudini. Il mio locatario era un cinghiale molto sicuro di sé che non la smetteva di ringraziarmi per essermene andato da casa mia. “Così si fa” – mi ripeteva, dandomi clamorose manate sulle spalle. “Firma!” – aggiunse. E io firmai, versai la caparra (papà mi dava molte paghette) ed entrai nella mia nuova vita. Come usciere, a Novara, avevo un avvenire garantito: mi sarei sfiancato a fare amicizie e a sedurre donne nuove, nel dopocena, non c’era proprio rischio che mi pentissi. Del resto, l’importante – diceva il ministro – era uscire di casa. E io di casa ero finalmente uscito. Ammetto di avere avuto qualche imprevisto problema economico; per esempio, il costo delle telefonate, con i telefonini, si faceva pesante. Chiamavano parenti (ne ho pochi, ma ciarlieri) e amici, vecchi creditori (questioni da poco) e potenziali clienti (ma ora sì che avevo un lavoro!). Poi, volta per volta, scoprii l’emozione di farmi una lavatrice, di stendere i panni e un quarto d’ora dopo piove, di scottarmi con l’acqua calda della pasta, di bruciarmi l’unica fetta di carne che m’era rimasta. E tutte le volte pensavo a Padoa Schioppa, e dicevo “Ti frego”. Quando mi hanno licenziato perché c’era un amico etiope che costava duecento euro di meno io non mi sono lamentato mica. Sono andato all’agenzia interinale sotto casa e ho ricominciato a cercare lavoro. “Laureato in Lettere?” – m’hanno chiesto. “Sì…” – ho risposto, e già gongolavo. “Esplosivo! Che ne pensi di fare il facchino? È un’esperienza!”. “E andiamo!” – esclamai. E poi feci uno squillo a casa, così papà mi richiamava e potevo parlargli, ché avevo finito il credito. Sarebbe stato orgoglioso di me, il suo coraggioso bamboccione: io ero uno che lavoravo fuori Roma giusto per pagarmi l’affitto. Che gran paraculo.

Gianfranco Franchi