La legalità? Attenti a quando scade! /5

La legalità scade perché è frutto di una dialettica, quindi maciullata dal meccanismo dell’integrazione fra opposti. Ad aggravare la mobilità della legalità ci si mette il sistema economico industriale che, strappando all’agricoltura (sottoposta molto di più a vicissitudini extraumane) il primato produttivo, consente all’uomo di darsi sue proprie regole di vita in misura decisamente maggiore. E qui nasce il problema: queste regole che l’uomo si dà sono di valore o di principio? Leggi il resto dell’articolo

Precari all’erta! – Resistere o reagire?

L’intervento della settimana scorsa ha dato vita a una serie di risposte che si sono sviluppate su facebook e su alcuni blog, ad esempio su Clobosfera e su Vaghe stelle dell’Orsa .

Si tratta di un effetto di non poco conto, che dimostra l’importanza e l’impellenza del problema sollevato, ma che ha generato tutta una serie di riflessioni ad esso collegate che in alcuni casi rischiano di creare un po’ di confusione.

Si è parlato di fuga di cervelli all’estero, di artisti e intellettuali incompresi, della nostra tradizione di migranti, ma un punto mi ha colpito più di tutti: la mancata reazione da parte di un paio di generazioni (tra cui la mia) alle quali le ultime classi dirigenti hanno praticamente rubato il futuro. E’ la generazione che usiamo definire dei precari, di chi si è ritrovato con la laurea in tasca (e a volte anche il dottorato) a dover scegliere tra la fuga verso un paese migliore e la prospettiva di rimanere in Italia a fare il primo lavoro che capita, che spesso non ha niente a che vedere con l’istruzione acquisita e le esperienze precedentemente maturate.

Ciò che balza subito agli occhi è un senso diffuso d’insoddisfazione, che però molto raramente produce prese di posizione o azioni atte a modificare la situazione esistente.

Tanto per fare un esempio, chiunque può andare sui siti delle varie università italiane e constatare che continuano a fioccare i cosiddetti insegnamenti a contratto, molto spesso gratuiti o con un corrispettivo di poche centinaia di euro. Bisognerebbe avere la forza di dire di no a simili proposte, che sono dei veri e propri ricatti propinati con l’illusione di poter costituire un accesso privilegiato ad altre posizione. Bisognerebbe poter dire di no, ma i più accettano perché non ci sono alternative, e per qualcuno pronto a dire di no ci sarà sempre una nutrita fila di altri pronti ad accettare, così come ormai accettiamo la prassi del master e dello stage dopo la laurea, con la conseguente prospettiva di non entrare effettivamente nel mondo del lavoro (quello che ti paga e ti permette di costruirti qualcosa di tuo) prima dei 30 anni.

Eppure, a ben vedere, di questa generazione precaria se ne è parlato e se ne parla non solo in internet, ma anche tra le pagine dei libri o nelle immagini di alcuni film e documentari nostrani. Insomma, non è certo l’informazione a mancare, quanto piuttosto una presa di coscienza collettiva, una reazione che non si limiti all’indignazione individuale. Ciò che appare anomalo è l’anaffettività generalizzata che caratterizza il nostro paese da almeno un ventennio, e che è il frutto di più cause convergenti che hanno avuto l’effetto di allontanare le nuove generazioni dalla sfera del politico. Un allontanamento che si è tradotto da un lato in totale insofferenza e disaffezione verso la politica, dall’altro in un’adesione passiva al sistema della delega (sistema rafforzato dalla complicità di gran parte degli organi d’informazione). Il risultato è che l’Italia è diventata oggi un “paese per vecchi”, e di conseguenza disinteressata a coltivare un qualsivoglia interesse per la ricerca, l’istruzione o la cultura.

Una minoranza, quella dei precari, che per resistere deve trovare nuovi modi di organizzazione e di trasmissione del sapere e delle competenze acquisite nel corso degli anni. Il dibattito in rete può essere un buon inizio, ma è necessario che esso prenda corpo nelle azioni di tutti i giorni, che non si fermi insomma allo sproloquio.

E’ soltanto attraverso l’individuazione di un terreno comune che la resistenza (di chi ha deciso di rimanere) può trasformarsi in reazione, nella creazione di un’alternativa a un sistema in cui, nel migliore dei casi, possiamo sperare di sopravvivere tra mille rimpianti.

Simone Ghelli

Restare o partire?

Coraggioso è chi resta. Come possiamo pensare di lasciare questa terra devastata in balia di tale smarrimento? Ma poi, dico, non siete curiosi di vedere come andrà a finire? Essere in prima linea a scoprire fin dove si potrà spingere l’assurdo, questa non-vita, questa politica, questa società che è una farsa di una farsa.

Non è guerra, ma è come se fosse, come non fosse mai finita. È una repubblica ancora bambina, Italia, vittima di stupro. Io la conosco, o almeno credo, le voglio bene, è parte di me, devo aiutarla a superare la tragedia di cui è stata vittima impotente. Da sola, non ce la può fare.

No, non me ne voglio andare. Ogni tanto ci penso, ma poi mi passa subito. Perché devo arrendermi e andarmene dalla mia terra, dal mio paese? Come posso abbandonare la mia lingua, le mie radici seppur sradicate?

Non condanno chi se ne va, come potrei, ma io non ce la farei proprio. Troppi morti non sono bastati. Troppe ingiustizie, vestite da misteri, restano impunite. Dimentichiamo in fretta, indotti. Si cambia la storia, o forse ricordavamo male. La verità è finzione. La storia ribaltata.

Italia, ferita a morte, cede il passo. Nulla più indigna, nulla sconvolge. Le porte del futuro sono serrate, aprono al nulla.

Verità è finzione. Il germe dell’odio coltivato sin dall’infanzia. Il male, travestito da bene, dice di voler combattere il male. Molti gli credono. Italia non è cambiata, regredisce.

Il problema è al vertice. La base è distratta, ma stimolata reagisce. Bisognerebbe arrivarci. Sono bloccate le vie di comunicazione. Embolia.

Focolai sparsi in tutta la penisola. Abbiamo mezzi incredibili. Ora più che mai non si può abbandonare. Ora più che mai bisogna resistere.

Saremo pure una minoranza, ma siamo una minoranza consistente, e se qualcosa abbiamo imparato in ore chini sulle pagine di un libro, è proprio che la cultura è libera, non conosce prigioni, non subisce imposizioni. Bisogna lavorare ogni giorno per cambiare, non bisogna arrendersi. Oggi più che mai.

In quanto uomo di lettere di questo paese, non debbo mai dimenticare il debito morale contratto con la mia società quella maledetta notte di novembre, quando un poeta fu brutalmente assassinato, e messo a tacere per sempre, all’idroscalo di Ostia. Come una sorta di peccato originale mai purificato.

Ci sono ancora poeti e scrittori da scoprire e da difendere, in questo mostro, Italia, ferito a morte, che dobbiamo curare.

Tra i loro compiti, quello di svegliare il dormiente.

Gianluca Liguori

*Testo ispirato dagli interventi di Simone e Claudia.