Amorte

Un esercizio interessante potrebbe essere quello di prendere quattro autori che apparentemente non hanno nulla in comune fra loro, se non a malapena una compresenza temporale al mondo, e cercare di metterli in relazione, magari esplorando percorsi inusitati o semplicemente erbosi e sterrati.

Supponiamo quindi di prendere Oscar Wilde e Franz Kafka e domandiamoci cosa possono avere in comune, possibilmente a partire dalle loro opere meno compatibili: le fiabe per l’uno e La metamorfosi per l’altro.

Le fiabe più famose sono forse quelle del principe felice o del gigante egoista, meste almeno quanto quella dell’usignolo e la rosa. Tutte fiabe contrassegnate da una tristezza che non si addice a letture per bambini, che sembrano piuttosto rivolgersi a un lettore disposto a sobbarcarsi della loro bellezza e della loro decadenza. Ciò c’introduce a una distinzione fondamentale fra la favola (con una morale e animali o piante antropomorfizzati) e la fiaba (senza una vera e propria morale, con personaggi fantastici, appunto quelli delle “fairy tales”, da ascoltare nel corso delle comuni attività di lavoro: ossia per intrattenere gli adulti mentre svolgevano le loro opere quotidiane). Wilde sembra riprendere schema e utilizzo della fiaba, le ibrida con elementi della favola e la destina a un pubblico di adulti, ma stavolta non si tratta del suo consueto pubblico: le sue fiabe sono per un ristretto pubblico di veri consimili. Sia quelle del primo sentimentalistico gruppo, che del secondo umoristico gruppo

Kafka nasce cinque anni prima che Wilde pubblichi il suo libro di fiabe, nel 1883, quindi magari glielo hanno pure regalato per qualche compleanno, e La metamorfosi vede la luce ventiquattro anni dopo The Happy Prince and Other Tales, nel 1912. Gregor Samsa è un personaggio di una tristezza imbarazzante, triste almeno quanto il principe felice o l’usignolo di Wilde. È un personaggio votato alla disfatta, ma senza il riscatto dell’estetica, della bella morte. Muore tra la sporcizia e i suoi rifiuti, con una mela conficcata nella schiena. Per la capacità che Kafka ha di rendere questo tipo orrore lo paragonerei al Cronenberg di Videodrome. Perché, però, Samsa non ha diritto al riscatto? La questione, anche se fuori tempo massimo, è squisitamente romantica, ma la vedremo dopo.

Ora prendiamo altri due autori che fra loro non c’entrano molto a prima vista: il Poe dei racconti e l’Ibsen di Casa di bambola.

Poe, che scrisse anche un dotto saggio di cosmogonia intitolato Eureka: a prose poem rielaborando il testo di una conferenza che tenne alla Society Library di New York il 3 febbraio del 1848, è universalmente conosciuto come autore di racconti dell’orrore, dell’arabesco e del mistero. È il creatore del moderno poliziesco, fine cesellatore della follia, maestro della vendetta e della deduzione. Una delle principali caratteristiche che distinguono nettamente questo autore da Lovecraft è la capacità meravigliosa che possiede nel mostrare il percorso che conduce un essere umano alla follia: il suo genio della perversità, come lo tradusse Giorgio Manganelli. Mentre in Lovecraft l’orrore è universale, vi siamo immersi e lo respiriamo, ma sempre male esterno all’uomo rimane, quello di Poe è un male intrinseco. Non un male con un colore strano o con la faccia mostruosa o narrato da un arabo pazzo: è un male civile, comune, acquattato nel cervello di ognuno di noi. È il gatto nel cervello, direbbe Fulci, mentre Carpenter parlerebbe di seme della follia. Il cuore rivelatore o Il gatto nero ne sono i manifesti.

Ibsen, un tetro norvegese di cui si racconta che la claustrofobicità dello studio potesse far impazzire chiunque, pensò bene di parlare della famiglia e di farlo con pressoché identici presupposti dello svedese Strindberg. Nora, moglie perfetta di una famiglia borghese, a un certo punto della propria esistenza si rende conto di non essere per il marito altro che una bambola. Viceversa lei è una donna forte, disposta a sacrificarsi per il proprio marito, che invece non la capisce, che non è forse nemmeno lontanamente in grado di cogliere la sua forza e la sua intelligenza, l’abnegazione del suo amore. Dramma comune a molte donne.

Così come Wilde (1888) e Kafka (1912) hanno in comune la sconfitta, Poe (1840-1845) e Ibsen (1879) hanno in comune la follia. Per Nora, la follia consiste nella decisione repentina di abbandonare il tetto coniugale: il procedimento che in Poe conduce alla violenza, in Ibsen sgretola la famiglia in nome della consapevolezza.

Tutti e quattro questi autori (un irlandese, un norvegese, un americano e un praghese) sono figli di varie istanze, che vanno dal suicidio ossianico di Werther all’indagine sul bello e sul sublime di Burke, all’idea stessa di sublime spaventoso di Kant (per non dire dei retaggi winkelmaniani).

Ma perché tutti e quattro ricorrono al patetico?

Per i romantici l’idea del sublime era collegata all’essenza stessa dell’arte divinificata. Ma era un sublime solo in parte somigliante a quello dello pseudo-Longino. Per i romantici era sì un istante, un momento, una congiunzione beata: ma, nell’uso comune, si consolidò nell’orrido. Perché, se com’era diffusa opinione kantianamente spremuta, il sublime scaturisce dai sentimenti al cubo, allora il cubo del sentimento è la paura – ancestrale, arcana. Quindi il cubo del cubo è il sublime. Il sublime si ottiene più facilmente con la paura. E qui Stendhal direbbe che non c’è storia nel bene, nel rassicurante.

Non è curioso, però, constatare come sia stato un uomo ligio alla legge come Kant a inventarsi un dispositivo come questo? I romantici si divertirono a privilegiare il sublime dinamico (forse pensando che i greci fossero insuperabili in quello matematico), a saggiare lo stratagemma emotivo per lo sperdimento nell’oltre-razionale. Ovviamente, come abbiamo detto, con la paura è più facile.

Sarà Schopenauer a cogliere ed esplicitare meglio queste implicazioni parlando della forza distruttrice della natura: l’uomo agisce sull’ambiente (dunque creando, ma non dal nulla) sostanzialmente modificandolo a colpi di forbice, quindi una natura che dovesse abbattere una città con un’ondata sarebbe il non plus ultra delle capacità creatrici esistenti sulla terra (specie perché crea dal nulla).

A questo punto la domanda che si pone è: cosa volevano distruggere i nostri quattro autori?

Ce lo dicono le loro storie: tutti e quattro sono degli irregolari e tutti e quattro hanno rapporti molto travagliati con la loro famiglia, da cui desumono la loro sfiducia nelle istituzioni borghesi.

E proprio in questo si precisa la loro assoluta comunione: nel contrasto fra Kultur e individualità, fra precetto e desiderio. A questo punto possiamo intravedere il motivo per cui Samsa è senza riscatto: se per Wilde c’è ancora un barlume di bellezza nella disfatta in nome dell’amore, Samsa non conoscerà mai l’amore. E la sua famiglia, scoperta la sua morte, non esiterà a distrarsi con una gita.

Kafka, come Ibsen, decreta la morte dell’amore: alla borghesia l’amore è precluso per via del denaro. Il borghese crede nel matrimonio indissolubile e nella fedeltà muliebre perché la moglie è il mezzo di produzione di una merce pregiata: la prole, che poi eredita cognome, sostanze e bada ai genitori invecchiati. Non si presta a nessuno la propria fabbrica per produrci la propria prole.

Sono cose a cui né Poe né Wilde pensano troppo, l’uno perché parte dal presupposto che l’arte americana stia nella forma breve del racconto trasportato a spalla dalla penny press (Poe, per di più, vive inginocchiato davanti alla ragione e legge senza sosta i romantici, Byron in testa, quindi non può che associare irrimediabilmente l’amore alla morte: è il disfacimento stesso una forma d’amore. Spruzzando il tutto di deduzione non si può che avere la lucida visione del nostro destino, votato alla disperazione e all’orrore, in agguato dentro ognuno) e l’altro perché si diverte troppo a ridere dei ricchi, ma è altrettanto vero che l’uno cercherà sempre di crearsi una famiglia e l’altro – come rileva Joyce – si rivolgerà al Cristo della tradizione gnostica.

Dunque, se è vero che ognuno per la sua via ha tentato di analizzare il dissidio fra società borghese e individuo, piegando il disfacimento a proprio comodo, non è forse più esatto dire che l’unico vero sublime che ci è stato dato di vedere sia un “sublime borghese”?

Verosimilmente, il concetto di sublime e la borghesia come classe sociale dominante si affermano nello stesso periodo. È pur vero, però, che la borghesia aveva elaborato fin dal ‘600 (pensiamo all’Olanda) una propria arte, tendenzialmente encomiastica e “fotografica”, e che il sublime è degli antichi greci. Ma nel primo caso era meramente strumentale (il borghese, con la macchina fotografica, manderà in malora il pittore et similia), nel secondo il Longino-patacca sta facendo una difesa: i greci non erano d’accordo col suo concetto di sublime, lo saranno i romantici.

Ed ecco finalmente chiaro il narcisimo: se la borghesia era la cosa da distruggere, in quale ruolo s’identifica l’artista se non in quello della maestosa onda anomala, strumento divino del sublime borghese?

La scomparsa dell’amore nella morte condanna al disfacimento e al narcisismo il sublime.

 

Antonio Romano

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BURLESQUE. Quando lo spettacolo diventa seduzione

È tornata Lorenza Fruci, la caparbia giornalista scrittrice capitolina. E lo ha fatto con un altro libro, un altro saggio dopo il  fortunato Mala Femmena (Donzelli), intitolato BURLESQUE. Quando lo spettacolo diventa seduzione (Castelvecchi).

 

Perché hai scritto Burlesque?

Perché avevo notato che c’era un vuoto culturale che si sarebbe potuto colmare con un saggio che raccontasse la storia e l’evoluzione di questo genere di spettacolo, il fenomeno sociale che è diventato e cosa significa oggi per le donne fare burlesque. Avevo seguito l’arrivo del burlesque con la compagnia Cabaret New Burlesque per il Napoli Teatro Festival nel 2008 e avevo notato che nessuno sapeva di che tipo di spettacolo di trattasse. È stato lì che ho concepito la necessità di questo libro.

Cosa cercavi e cosa hai trovato?

Ho cercato la vera storia del burlesque, quella americana, e ho trovato non un susseguirsi di date e fatti, ma tanti sentimenti. Il burlesque rinasce in America negli anni ’90 per nostalgia, amore e amicizia per quest’arte.

Le storie che più ti hanno colpito?

La storia del museo Exotic World Museum che si trova a Los Angeles, voluto dall’ex ballerina di burlesque Jennie Lee perché mossa dal desiderio di non far morire nel nulla quest’arte che lei aveva nel cuore. Dopo la sua morte, il suo progetto è stato portato avanti dall’amica Dixie Evans, altra ex ballerina di burlesque, che ha aperto il museo nel 1990 e che nel 1991 ha istituito il premio Miss Exotic World per premiare ogni anno la reginetta del burlesque. Oggi le nuove dive del burlesque nascono principalmente da lì. È una storia di amicizia, di nostalgia e amore per un’arte, come avevo anticipato, che ho adorato e che mi ha motivato a scrivere questo libro.

Perché le donne sono così affascinate da questo mondo, forse più degli uomini?

Perché il burlesque recupera prima di tutto la femminilità che le donne negli ultimi decenni hanno perso; e poi perché propone una donna senza modelli di riferimento: la donna del burlesque non ha un corpo standard, ma è unica rispetto alle altre, sia per le sue forme che per la sua personalità e il suo carisma. Tutte le donne possono quindi identificarsi nelle performer (anche se poi fare burlesque non è per tutte). Inoltre il tipo di seduzione che il burlesque presenta non si avvale di aggressività e corpi al vento, ma ironia, giocosità e mistero, caratteristiche che tutte le donne possono utilizzare.

Hai partecipato a qualche corso di Burlesque? Puoi raccontarci qualcosa?

Ho partecipato a diversi corsi di burlesque perché credo che quando si scrive di teoria, se è possibile, bisogna passare anche dalla pratica. Questo non vuole dire però che diventerò una performer, perché il burlesque non è una forma di espressione che mi appartiene, ma consiglio a tutte le donne di seguire dei corsi perché liberano dai complessi, permettono di manifestare delle qualità che sono inespresse e aiutano ad acquisire sicurezza.

Come sono i maschi che si interessano a questo tipo di spettacolo?

Se parliamo di boylesque, cioè gli uomini che fanno burlesque, si può dire che sono quasi tutti attori o performer che sperimentano il burlesque come ulteriore forma di espressione. Se parliamo di uomini che vanno a vedere gli show di burlesque, si può notare che sono uomini che spesso accompagnano le loro donne e che sperano di vedere sempre qualcosa di più di quello che di fatto si vede negli show. Per quanto riguarda la mia esperienza di autrice di questo saggio, ho notato che finora sono stati soprattutto gli uomini ad acquistare e ad apprezzare il mio libro. Ancora non ho ben appreso il motivo, credo però per una curiosità di base nei confronti di questi spettacoli da cui sono affascinati, ma che in fondo in fondo non hanno ben compreso. Per un uomo uno strip o è uno strip o non lo è: non concepisce la via di mezzo che il burlesque propone (che poi è proprio l’elemento che invece piace tanto alle donne). E quindi immagino che un uomo acquisti il libro per capire.

Passiamo a te: continui con l’interessamento verso il mondo dell’eros, sei ancora una Uoma?

Sì, sono ancora una Uoma. Ahimè e per fortuna. È la mia debolezza e la mia forza. Però questo mi permette di riuscire a comunicare sia con le donne che con gli uomini e quindi poi, di conseguenza, raccontare storie. Sai… ho capito cosa “devo fare da grande”: raccontare storie. Non importa in quale forma o linguaggio. Ma è quello che devo fare. E avere una sensibilità sia maschia che femmina mi aiuta.

L’eros, poi, fa parte della vita e credo che continuerò a parlarne e a scriverne.

Come ti senti nelle vesti di scrittrice, oramai possiamo dire che ti sei guadagnata il titolo.

Tu dici? Ancora quando mi presentano come scrittrice non mi riconosco. Non ho mai scritto per guadagnarmi questo appellativo, scrivo per una necessità di comunicare. Però, se il mondo ha bisogno di dati per classificare, allora credo che due saggi per due case editrici importanti mi fanno accedere nell’olimpo degli scrittori. Che poi chi l’ha detto che è un olimpo? Vogliamo parlare del mal di schiena e di natiche che ti procura scrivere per dei mesi interi? Della cellulite che avanza insieme alla gobba? Della vista che cala e del dolore alle mani? Insomma… ma chi me lo fa fare?! Quando si dice “è più forte di me”…

«Prendi il tuo spazio e trova i tuoi simili» e una volta fatto che succede?

Spieghiamo che hai citato dei miei versi che sintetizzano il senso della vita per me. Una volta capito questo, ho iniziato a stare bene. Fino a quando ero circondata da persone lontane da me ero sempre a disagio, così come quando mi capitava di stare in spazi limitati. Ora invece ho trovato la mia dimensione.

Domani per te?

La tv e la radio. Un altro saggio e un po’ di narrativa. E poi di nuovo in piscina a nuotare. Anzi, forse un viaggio in America per un reportage fotografico.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

La famiglia di pietra – un estratto

La famiglia di pietra (Round Robin, 2010)

di Gregorio Magini

 

Adele parlava di qualcosa di incomprensibile che non c’entrava niente. Vauro si scostava i capelli dalla fronte in continuazione come se fossero sferzati da vento e pioggia.

«Ti ricordi tua nonna? Giacomo era troppo piccolo ma tu avevi sette otto anni. Diceva “pazzo e pazzo non fa mazzo”. Non voleva che Claudio mi sposasse, perché diceva che aveva il pazzo anche lui. Salutami tua madre. Come sta? Che signora elegante. Lo so che è sciocco, ma mi sono sempre sentita un po’ in soggezione davanti a lei. E che cuoca eccezionale. Mi insegnò il pollo alle mandorle. Fu la prima a importare i piatti cinesi negli anni Settanta. Peccato che tutte queste larghe vedute non le abbia poi messe a frutto, ma d’altra parte, non vedo come sarebbe stato possibile. Io non sono neanche in grado di accendere un computer…». Continuò su questo tenore per un quarto d’ora, poi invitò Vauro ad andare salutare Giacomo, che era come sempre in camera sua.

«Giacomo?» chiamò dolcemente la mamma bussando sulla porta di camera. Udirono dei tonfi, dei passi rapidi e pesanti, mormorii, e un aprirsi e chiudersi di ante e sportelli.

«Giacomo, c’è una persona in visita. È Vauro».

Nella stanza si fece silenzio. Vauro, alto una testa più della zia, aspettava alle sue spalle.

«Giacomo? Che cosa fai?».

Vauro aspettava in silenzio con le mani nelle tasche dei jeans. Si ricordava di Giacomo come un ragazzino magrolino e taciturno. La zia gli aveva detto: «Sapessi quant’è cambiato. Non lo riconoscerai mai». Gli aveva detto anche: «È molto reclusivo».

«Aspetta!» esclamò Giacomo.

Tramestò per la camera per un minuto, poi chiamò: «Avanti ma solo Vauro!».

La madre dischiuse la porta e si fece da parte per lasciar passare il nipote. Giacomo si fece all’uscio e le disse concitatamente:

«Scusami mamma è una questione di prossimiglianza capisci sicuramente vero sì».

E chiuse la porta.

Vauro guardò la stanza. Gli parve, dapprima, che fosse del tutto spoglia. Le pareti lo erano. I mobili pure. Il fatto era che stava tutto per terra. Fogli, libri e vestiti, tutto sparso sul pavimento. Un sentiero angusto si faceva strada tra gli oggetti dall’ingresso al letto, con una ramificazione che giungeva sotto la finestra.

Senza che avesse avuto modo di guardarlo in faccia, Vauro si trovò a cercar di afferrare quello che Giacomo gli aveva preso a dire. S’era inginocchiato sotto un tavolo, rovistava e diceva qualcosa su qualcosa che cercava. Era in mutande. Una canottiera azzurra gli metteva in evidenza il fisico solido e un po’ corpulento. Vauro, stupito, guardava le grosse cosce, le gambe pelose e tozze, i piedi in calzerotti bianchi scivolare sulla minutaglia sottostante nel tentativo di puntellarsi. Voleva vederlo in viso. La zia gli aveva detto anche:

«È introverso, ma dà retta come sempre. È un ragazzo d’oro».

«Che cerchi Giacomo? Ti posso dare una mano? Perché non vieni fuori un secondo?».

«È importante che voi vi asteniate dall’ora delle decisioni irrevocabili come se ci fossero decisioni revocabili vecchio mio» gli rispose il cugino.

«Ma di che parli?».

Giacomo smise di rovistare ed esclamò:

«Parlo dell’aria odierna di mistero, della necessità di astenersi dal male e di operarsi per il bene. Posso darti del lei?».

«Del lei?».

«Sì vorrei darti del lei in segno di rispetto perché ti voglio bene».

«Comincia che esci di là sotto».

Uscì con un peluche in mano: un ippopotamo marrone.

«Questo è Ippopazzo. Io lo chiamavo Ippocastano, ma Gloria preferiva Ippopazzo».

Finalmente poté osservarlo. Una faccia larga, zigomi a punta, quasi vietnamiti. Occhi stretti e vispi. Una peluria rada e ispida, capelli corti, disordinati e unti. Vauro si chiese quanto gli assomigliasse. Tacque in attesa; del resto, non sapeva che dire.

«Stamattina ho fatto le pulizie di primavera. Mi mancano solo i capolavori».

Indicò una libreria alta e sottile, in cui sopravviveva un’unica fila di volumi.

«Hai fatto questo stamattina?» allibì Vauro.

«Ho staccato prima i poster e le foto e ho tolto gli altarini».

«Gli altarini?».

«Sì vedi per esempio lì sul cassettone c’era una cartina di un Ferrero Rocher che mi aveva regalato Liala alla fine del Novecento. Accanto ci avevo messo una cartolina dal Giappone e un mattoncino rosso che avevo trovato sulla spiaggia di Spalato».

«A Spalato?».

«Sì, era pieno di ricordi. Ho dovuto levare tutto. Siedi qui e chiudi gli occhi».

Lo accompagnò al piccolo letto scompigliato. Vauro si lasciò trascinare con docilità. Gli aveva detto la zia: «Ha tante, tante cose da dire. Se hai la pazienza di ascoltarlo, è un tesoro vero». Giacomo armeggiò.

«Apri gli occhi ora» disse. «Vedi questa cornicetta che ti mostro di retro? Di davanti c’è una fotografia di Gloria, e ascoltami bene: non te la faccio vedere, piuttosto ti ammazzo».

Nonostante le parole, il tono non parve a Vauro troppo serio, per cui, ma anche d’impulso, provò ad allungare un mano per voltare la cornice. Giacomo scattò all’indietro e si buttò di faccia sul materasso, difendendo così la foto con tutta la stazza del corpo. Con il collo girato e metà faccia perciò tra le coperte,  disse:

«Mamma ti ha detto quello che ci è capitato ma non ha detto di babbo dov’è né che fa perché non lo sa. Tu lo sai?».

«Zio Claudio? Non ne so nulla. Ma non sa niente? Nessuno l’ha avvertito? E dov’è?».

«Non importa sarà qui per terra. Prendi un foglio, ci sta che lo trovi».

Vauro prese un foglio.

«Leggiamolo».

«Vuoi che legga ad alta voce?».

«Sì grazie mille grazie».

Era stampato, ma coperto di correzioni a matita. Per trarne un senso, Vauro dovette ignorarle tutte:

«Ora una mosca mi ronza d’intorno. Sembra cosa da niente e lo è. A un primo momento, non è che ho pensato “ecco una mosca che mi ronza d’intorno”. Sono rimasto teso e concentrato e silenzioso e ho continuato a studiare. Ma l’orecchio s’è accorto e l’ho perso dietro la mosca». Vauro saltò alcune righe: «Ora è un movimento piccolo e scuro e anche l’occhio lo coglie e lo segue, e presto tutto il corpo gli crede e teso e in silenzio si mette in agguato. Una lieve angoscia si somma alla mosca. La mano formicola e la mano scatta e il palmo si abbatte sul dorso e il piccolo scuro movimento formicolante si ferma. La mosca è morta e il mio corpo si rilassa, gli occhi tornano a non guardare e l’orecchio a non ascoltare. Ma con fatica, perché la mente torna alla mosca che non ronza d’intorno e l’angoscia è la stessa ma senza mosca, ed è più lenta da assorbire per la mente».

Alzò gli occhi verso il cugino in cerca di spiegazioni. Ma Giacomo non disse niente. In quella, Adele bussò e chiamò:

«Ragazzi volete far merenda?».

Vauro fu preso da uno stordimento. Quello che gli avevano sempre detto a casa, che quel ramo della famiglia Conforti era una gabbia di matti, era vero. L’aveva dubitato, ma non poteva non ricredersi. La zia lo condusse in cucina – Giacomo non volle saperne – e gli offrì tè e biscotti. Era così stordito che non riuscì ad ascoltarla. Gli diceva qualcosa di pratico sul funerale, in tono neutro, come se si trattasse di una pratica uggiosa ma inevitabile. Mangiò i biscotti al burro meccanicamente e poco dopo si trovò fuori, in mezzo a gente che trafficava su e giù per la via senza parere. In mano aveva un assegno in bianco e dei fogli con indicazioni e numeri di telefono: il giorno, il luogo, l’impresa di pompe funebri, il fioraio… Su uno era scritto:

“Epitaffio: GLORIA CONFORTI 1983-2004 / AD MAIOREM GLORIÆ GLORIAM”.

Delia Murena

Delia Murena (Ad est dell’Equatore, 2010)

 

di Michele Vaccari

 

Dov’è finito Giorgio? L’amico di sempre sembra essersi eclissato nel nulla di questa Torino, che fa da sfondo a tutte le giornate spese insieme. Giorgio, dove sei?

È normale che ogni tanto sparisca, ne ha bisogno, deve respirare libero i propri pensieri, ma stavolta dove ti sei cacciato?

Lionel, l’amico sedicenne di Giorgio, l’amico sedicenne di cui la madre di Giorgio si è invaghita da tempo, dire innamorata sarebbe troppo, perché l’amore è roba che rimane mentre l’innamoramento è l’illusione, e nel caso di questa donna c’è soltanto questo, si sta arrovellando il cervello per darsi una risposta.

Poi lui arriva come sempre e si ricomincia il giro di vite con la madre di Giorgio che non si arrende, che ha molte frecce nel suo arco e una di queste è che lei è Delia Murena, attrice di commedie all’italiana erotiche degli anni ’70 e non solo di quelle, una femmina su cui si sono posati gli occhi di tutti, anche dei compagni di Lionel e anche lo sguardo di Giorgio stesso, (che però incoraggia il suo amico, perché sa che il sentimento che Delia prova per lui è ben diverso da quello che prova per il figlio e in questo la scusa, la capisce).

Una donna con un marito amorfo, silenzioso, “morto”, lontana dalle luci della ribalta e abituata a sedurre, si sta accanendo su un sedicenne, sul migliore amico del figlio provandole tutte, usando ogni mezzo necessario per placare la sua brama.

Un giorno però Giorgio sembra sparire davvero e Delia, in preda alla preoccupazione ma in cuor suo con la speranza di poter ottenere l’attenzione di Lionel, si precipita dall’amico del figlio per chiedergli di aiutarla; e da qui il romanzo breve, o meglio, il racconto lungo di Michele Vaccari, diventa un maelstrom di situazioni paradossali, colpi di scena esoterici, citazioni dei B-Anni ’70, qualche accenno di pulp e follia divertente e nera.

Un peccato che Delia Murena sia rimasto un racconto e non si sia sviluppato in un vero e proprio romanzo, perché avrebbe divorato il lettore che rimane dispiaciuto dal fatto che tutto finisca subito.

Un mistero rimane… l’indice che riporta101 pagine e il romanzo che si sviluppa in 71… un enigma numerologico?

Delia Murena è deliziosamente grottesco.

Alex Pietrogiacomi

Face to face! – Paolo Baron

Toilet è una realtà letteraria giovanissima, tenace, incredibilmente in mutazione e soprattutto capace di tirare fuori veri e propri conigli dal cilindro.

La testa (rasata) dietro questa energia editoriale è Paolo Baron e mi sono fatto due chiacchiere veloci con lui…

Toilet. Detersivo, detergente, profumo o che?

Scelgo il detergente, un detergente profumato per le ansie del quotidiano, direi. Toilet, la nostra raccolta di racconti da leggere in bagno è un momento di distacco da tutto quello che è fuori dalla porta (del bagno appunto) che è poi il luogo dove “consigliamo” di leggerlo, almeno ci piacerebbe che fosse così, anche se in metro, tram, aereo va bene lo stesso…

Quando avete messo la prima maiolica e perché?

Alla fine del 2005, volevamo mettere su carta quello che già pubblicavamo su web (www.toilet.it) per il puro piacere di raccontare storie. Ci piaceva l’idea di farci leggere anche lontano da un pc, partendo appunto dal bagno. Il numero 0 rimase in giro per 6 mesi prima di accorgerci che la gente lo aveva richiesto ancora e ancora presso le librerie amiche dove lo avevamo “poggiato” per vedere cosa succedeva.

Chi legge e chi scrive Toilet ma soprattutto cosa rende un racconto “da Toilet”?

A leggere e scegliere siamo in dieci, editor di professione, scrittori e non. Tutti sfrenati lettori di libri.
Lo scrivono tutti coloro che hanno la voglia e le qualità per mettere su carta un’emozione o una storia ben raccontata, con una bella prosa senza lungaggini.

Ma si può fare sesso in un bagno?

Non esiste un posto dove non si possa fare sesso, non credi? Il bagno offre una serie di spunti, la vasca, la cabina doccia, non esiste un limite alla fantasia. Quando la natura si scatena non guardi dove sei.

La domanda voleva portarti alla vostra ultima fatica “I love porn”. Ce ne parli e ci dici come avete scelto i porno scrittori che hanno macchiato la carta?

Anche se è un progetto ben distinto, abbiamo voluto utilizzare lo stesso sistema di raccolta di toilet, il nostro sito internet, abbiamo inserito il link a www.iloveporn.it e poi un bando che diceva: pornografia: s. f. trattazione o rappresentazione, in scritti, disegni, fotografie, spettacoli, di temi o soggetti osceni, fatta senza altro intento che quello di stimolare eroticamente i fruitori.

Ci è arrivato di tutto, e credimi, ci sono i termini per un’indagine sociologica su: “l’interpretazione della pornografia del nostro tempo”. Abbiamo letto tutti i racconti pervenuti ed abbiamo capito che esiste una confusione tra porno, sesso e descrizioni schifose degli atti più strambi e spesso disgustosi che puoi immaginare, ma questa è un’altra storia. Così, scelto il meglio dal materiale ricevuto, abbiamo reclutato direttamente un piccolo gruppo di autori ed autrici a cui abbiamo chiesto di trasmettere un’esperienza, un’idea, un sogno.

Il risultato è un volume pieno di racconti a base di sesso intenso, chiaro, vibrante, a volte estremo, a volte dolce. A sfondo ironico, misterioso o politico. Sesso nella sua magia e nelle sue aberrazioni, l’ho scritto anche nell’introduzione.

Tu sei anche un musicista e te la servo lì: la colonna sonora ideale per stare sotto le coperte?

Questa tua domanda è troppo bella per essere vera, era preparata, lo diciamo? Infatti mi permette di annunciare l’uscita di PLAY TO LOVE.

Volevamo diversificare l’offerta, insomma: “non solo libri”.

PLAY TO LOVE è un cd espressamente scritto e registrato per fare sesso. Niente compilation e robe tipo love songs. Abbiamo inciso una lunga serie di brani cercando di trasmettere una sensazione di pace e relax. Siamo stati attentissimi a non infastidire con suoni distorti o batterie assordanti, abbiamo lavorato nota per nota, rullanti e casse, per regalare un’atmosfera diversa agli spazi dedicati all’intimità. Le ritmiche di PLAY TO LOVE ti “cullano” senza mai eccedere in velocità, oscillando, tra i 60 e i 90 bpm, una velocità volutamente vicina alla frequenza cardiaca (70-75 bpm in un essere umano adulto a riposo), così da trasmettere, in maniera subliminale, un’ulteriore sensazione naturale di piacere e rilassatezza, quella dell’utero materno per dirla tutta.
Otto mesi di produzione, un mixaggio in uno studio tra i migliori della capitale e il mastering affidato a Greg Calbi che ha lavorato con così tanti artisti che non avrei spazio per elencarli: David Byrne, Brian Eno; ha masterizzato
The unforgettable fire degli U2, mi vengono i brividi solo a pensarci. Ha lavorato anche con John Lennon, un’esperienza unica.

Toilet: stimolante e…

Divertente, a volte amaro, crudele e altre vivo, pungente, polemico, critico, insomma qualcosa di estremamente eterogeneo. Così come eterogenee saranno le proposte della nostra casa editrice, la 80144edizioni, lungo tutto quest’anno e sicuramente lungo i prossimi.

Stiamo cercando infatti di evidenziare la netta distinzione tra Toilet e gli altri progetti (come appunto I love porn e PLAY TO LOVE) per evitare di fossilizzarci su quello che è il nostro cavallo di Troia, ma che adesso si sta aprendo e, uno ad uno, sta facendo uscire Ulisse e i suoi guerrieri. Ma non intendiamo bruciare niente, state tranquilli…

Alex Pietrogiacomi