VERONA BEAT

Vecchie favole

di un’epoca un po’ più in là

colori di un’età

cantavano I Gatti di Vicolo Miracoli.

Che poi lo sapevo mica, io, fossero nati a Verona gli Oppini, i Smaila, i Jerry Calà e compagnia bella, nella città scaligera che ha come simbolo i Mastini.

Gatti nella tana dei Mastini. Fa ridere, no?

Uno che faceva ridere davvero era Saverio Garonzi, il presidente dell’Hellas. Andavi a Veronello, ch’era il campo d’allenamento dei gialloblu e niente: ti mettevi ad ascoltarlo. Ogni volta una perla, folklore dialettale.

Quello è un musso, è un figlio de puta, troppe donne che lo sfiniscono, quando vuole è un purosangue, ma quando?

Gianfranco Zigoni, a Verona, ce l’aveva voluto fortemente, Garonzi. Per essere un campione lo era in maniera indiscutibile, Zigo, nonostante la nomea da testa calda, uno che due anni prima s’era fatto beccare a Grottaferrata a tirare di Colt contro i lampioni, che diceva ai guardalinee di ficcarsi le bandierine in culo, che non disdegnava le scazzottate in campo e i whisky al bancone, che costringeva Guidolin, diciottenne terzino chierichetto, a portargli la colazione a letto. Prima degli allenamenti polenta e usei e dopo la partita donne all night long, un assioma per Zigoni da Oderzo, che caracollava per il campo coi capelli lunghi e i calzettoni perennemente abbassati credendosi il più forte giocatore al mondo. Anche più di Pelè.

Che poi c’ha anche giocato contro, Zigoni, era ancora un calciatore della Roma e capita quest’amichevole contro il Santos, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi, dice Zigo-goal, poi però lo vedo dal vivo e mi piglia una botta di malinconia, di depressione, penso che a fine partita annuncerò il mio ritiro dal calcio, in terza persona, “Zigoni lascia l’attività”, dirò, “non sopporta che ci sia qualcuno più forte di lui”.

Poi in quella partita O Rei sbaglia un rigore. Se è umano Pelè, figuriamoci il suo corrispettivo bianco, Zigo testa-calda, pistolero fantasista.

Fughe inutili

per vedere se ci sei tu

ginnastica in tuta blu

Io c’ho uno zio che si chiama Davide e che vive a Verona, pensaté, ci son stato solo due volte a Verona, la seconda mio zio Davide mi ha portato sul campo del Bentegodi. Com’è che ti fanno entrare zio?, gli ho chiesto. Vecchie favole di un tempo un po’ più in là, m’ha risposto lui.

Mio zio Davide c’è stato un periodo che ancora non portava la cravatta e faceva il magazziniere allo stadio. Lui l’ha conosciuti di persona, Garonzi e Zigoni-il-capellone, quello se lo sognava la notte di morire con la maglia del Verona addosso, m’ha detto mio zio, gli sarebbe piaciuto che il Bentegodi lo ribattezzassero Zigoni, mica per scherzo. [Io Zigoni poi me lo sarei dimenticato, invece, e sarebbe riaffiorato solo anni dopo a pagina ottantasette di Calci al vento di Ezio Vendrame, quando dice a Falloppa e allo stesso Vendrame di non rompergli i coglioni perché in vita sua era la prima volta che un quadro gli rivolgesse la parola].

Senti questa che ti racconto, fa mio zio, l’allenatore del Verona in quegli anni era Ferruccio Valcareggi, pover’uomo, aveva sempre un’espressione triste e s’era fatto molto rude da quando Chinaglia l’aveva mandato affanculo ai Mondiali di Germania. L’anno successivo all’abbandono della Nazionale viene a Verona, e un giorno ha l’ardire di comunicare a Zigoni che non l’avrebbe fatto giocare, la domenica. Io ero fuori dallo spogliatoio, l’ho sentite le urla, Zigoni che strillava: “Ma come?, tieni fuori il più grande giocatore del mondo?”. E un po’ rideva, un po’ no.

C’eravamo dati appuntamento la domenica allo stadio, tutti noialtri, per vederlo accomodarsi in panchina, Zigo messo in fuga dal campo, con la sua tuta da ginnastica blu.

Ma lui era una star, poteva mica non essere protagonista assoluto anche quella volta: e allora eccotelo che esce dal tunnel con un cappello da cowboy, e questo è niente, una pel-lic-cia. Una pelliccia tutta bianca, di volpe siberiana, i jeans attillati e ci si siede così, in panca. Il suo personalissimo modo di mandare affanculo Valcareggi. Certo, con più humour e signorilità di Chinaglia.

Le storie di mio zio Davide.

Diario al limite

tra amore ed oscenità

poeti per metà

Giocatori forti come Zigoni, scrolla la testa mio zio che s’è fatto crescere la barba come Italo Cucci e una volta ad un matrimonio m’ha presentato i signori Lazzaroni quelli dei biscotti, il Verona Hellas ne ha avuti mica più. E pensare che Zigo-goal viaggiava pure a mezzo servizio: quaranta marlboro al giorno, birre, donne. Avesse condotto una vita più regolare, magari lo scudetto all’ombra del balcone di Giulietta sarebbe arrivato con qualche anno d’anticipo, prima degli Osvaldo Bagnoli, dei Larsen-Elkjaer, dei Tricella e della calvizie precox di Fanna.

Ma potevi mica farci affidamento, su Zigoni, quello era un musso, un figlio de puta, troppe donne che lo sfinivano, troppo alcol, troppo talento da dilapidare.

Anche se poi i veronesi dovrebbero essergli grati non foss’altro per un primato: perché il Beat, a Verona, l’ha portato Zigoal, mica i Gatti di Vicolo Miracoli, che nell’Ottanta han fatto questa canzone che ha dato il titolo alla Sforbiciata del lunedì di questo lunedì.

Cos’è, non ci credi?

Prooova.

 

Fabrizio Gabrielli

Annunci

SOSTIENE SLOTERDIJK, DICE ROBERTO LUIS

Stappare un Malbec in purezza del duemilauno, Ariel riccioluto come Mafalda ma meno caustico e più recalcitrante, dale Burrito, un bicchiere dannazione, in veranda coi piedi al fresco e la cordigliera più in là degli alluci, l’Aconcagua innevato di mezzetinte grigiastre, devo raccontarti una storia, cuore aperto come la fisarmonica di Anibal Troilo da coscia grassa a coscia grassa, dì un po’: tu non lo conosci Sloterdijk, nevvè?

Roberto Luìs sa: pronunciare con discreta credibilità la frase si presenta di colore rosso rubino, riconoscere l’aroma fruttato, di frutto a bacca rossa, saggiare la morbidezza, la corposità, la persistenza del Malbec.

Ariel sa: bere. Col naso tappato e le mani callose che strangolano lo stelo del calice.


Una regola, una soltanto conta, dice Sloterdijk: esclusivamente il vincitore sarà ricordato. Non il secondo, non il terzo, argento e bronzo sono umanizzazioni riecheggianti cristiana compassione, a Roma e Atene è diverso: è consegnato a imperitura gloria chi prevale. Sugli Dei, in Grecia. Sull’Uomo, a Roma.

Continua in libreria

I senatori sono persone in gamba e per vincere bisogna starli a sentire

Pino Scannamonaca giocò quattro Mondiali e ne vinse uno. Tre volte arrivò secondo, poi si ritirò, lasciando spazio ai giovani.

Il mondo era piccolo e molti di loro il mare non l’avevano nemmanco visto, ma tanti cazzi: il mare è una roba che te ne innamori a sedici anni, quando ci hai il cervello in pappa dai culi dalle femmine. Prima no, il mare non ti serve. Prima, è calcio e basta. La dimensione striminzita del globo non era luogo comune: il mondo intorno a Montegrano era piccolo davvero, e contava otto paesi di montagna. Otto sputi di pietre, collegati tra loro da una sola strada per le macchine, e dalle scorciatoie, che ci potevi andare solo in bici o a piedi, ma allora raggiungevi l’orizzonte in ancora meno tempo. E il mondo, a Pino e a i suoi, per colpa pure delle scorciatoie, gli finiva sotto i piedi sempre prima.

Montegrano era il più brutto degli otto paesi, ma a differenza degli altri aveva il campetto di pietre, e per questo ogni estate da migliaia di anni vi si disputavano i mondiali di calcio – e avere i mondiali in casa tutti gli anni non è cosa da poco, perché gli altri dei sette paesi del mondo vengono a giocare in bicicletta e arrivano spompati dopo la salita. Ma la fortuna calcistica del Montegrano non era soltanto il fattore campo. Lungimirante e saggio infatti, il paese più brutto ma forte del mondo ci aveva la canteira, cioè il vivaio: guaglioni cresciuti calcisticamente a tiri in porta senza porta, per dire a tiri in faccia, dai fascismi dei padri e dei ragazzi grandi, coi polmoni d’acciaio temprati dalle stecche di MS e per scappare dai cani rabbiosi – i cani da preparazione atletica. Velocità e sopportazione della fatica, i giovini montegranesi crescevano e promettevano bene, loro, i figli della decennale tradizione di campioni infanti, meteore destinate a bruciarsi nel giro di cinque anni al massimo per via delle stramaledette femmine – tranne per i cepponi chiaro, quelli che a nove anni ci hanno i baffi e per loro non c’è pericolo perché le femmine non gli si avvicinano ma uno su un milione di quelli, solitamente alti e con le tette e gli occhiali, ci sa giocare a pallone.

Pino nel 1995, a nove anni, era il megliogenito della canteira e in quell’anno, sotto la calandra appenninica, esordì al suo primo mondiale – l’unico che gli regalò nella quadriennale carriera il gusto di una vittoria. All’esordio dunque alzò la coppa – sponsorizzata dall’Autorimessa Pangaro – roba che manco quella pippa di Barone dodici anni dopo. Come per tutti i fuoriclasse italiani che hanno meno di trent’anni, la convocazione di Pino nel Montegrano fu faccenda discussa che spaccò l’opinione pubblica. Successe che Toni Frutta, il mediano titolare – al secolo conosciuto come Antonio Frutta, – fu richiamato alla leva del padre, imprenditore dell’asparago, per caricare la mattina presto l’ortofrutta nei posti di pianura, visto che i negri non ci volevano più lavorare in quella landa deserta e reclamavano le fabbriche e i diritti, e nella valle, che pure ci aveva di tutto – ci aveva per dire anche il centro commericale – queste cose qua invece non ce le aveva, e allora i negri immigrarono ancora più a nord lasciando sguarnita la lussureggiante economia dell’asparago. Toni Frutta di fatto non era un gran che, ci aveva le mani grosse e i piedi piccoli come i mafiosi che si vedevano alla tivvù, ma era amico dei senatori grandi, quelli di tredici anni col culo incollato al sellino regio dei motorini appalettati, e quindi a lui la convocazione era garantita.

Nella saletta coi videogiochi sopra il bar della piazza per una buona mezzoretta non si parlò d’altro, poi la squadra – la figura del mister era cosa prettamente istituzionale – dicise e sentenziò che il degno sostituto dell’impossibilitato Toni Frutta sarebbe stato Pino, ma “mi raccomando Pinù non ti muovere dal centrocampo” gli avevano detto e lui lo capiva, certo, che era ancora un mediano coi piedi marci e quindi in quella sorta di catenaccio a cazzo doveva coprire e non spingere, ma per farglielo capire gli avevano disegnato un quadrato nella sabbia da non attraversare a rischio pugni nelle costole – quelli che ti levano l’aria e pensi di morire ma poi mica muori davvero, – quindi Pino quell’estate giocò di fatto il suo primo mondiale fermo in un quadrato nella sabbia, dannandosi a fottere palloni e gambe ai bambini della valle e niente di più, mentre la vecchia guardia gli spegneva il fuoco vivo addosso ma tant’è, questo ruolo di merda lo accettava poi per fede, perché i grandi, i senatori, hanno sempre ragione e vanno rispettati.

Così pure quell’estate le amiche dei senatori – pancabbestie coi pantaloni stretti e le scarpe a gommone – per una notte avrebbero lasciato i quarantenni spacciatori della villa e sarebbero andate a festeggiare con i senatori nella casetta abbandonata sotto il campetto, perché era così che si trattavano i campioni, mentre gli altri al massimo avrebbero potuto sbirciare dalla finestrella del bagno, anche se la maggior parte alla fine se ne saliva in paese perché quando il Montegrano vinceva poi al bar ti offrivano la gassosa e la gassosa ci ha le bollicine che salgono diritte nel centro come lo champagne che bevevano nei filme e per questo anche Pino dopo aver alzato la coppa per ultimo, andò a sedersi ai tavolini della piazzetta, quelli con le sedie rosse e il marchio bianco Avena. Quella notte Pino vide gli alberi che gli tendevano i rami in alto insieme ai pali dei lampioni mezzi fulminati, mentre correva a gran velocità verso casa per il viale largo, quello della festa del patrono e dei funerali, e le luci lo seguivano ad ogni passo tant’è che a Pino sembrava di stare passando attraverso le luci della ribalta, e che gli alberi stessero innalzando le braccia per osannarlo. A nove anni il giovane Pino Scannamonaca aveva vinto il mondiale.

A Toni Frutta invece le cose andarono diversamente, la naja estiva gli fu prolungata a vita quando anche il padre si immigrò al nord in cerca di soldi e fica, perché nemmanco queste cose qua ce le avevano nella valle, così gli asparagi che pure dovevano arrivare nei fruttivendoli trovarono un nuovo imprenditore in diretta discendenza e Pino, che le regole le aveva rispettate, fu richiamato altre tre volte. Ma senza fortuna, perché il Montenegro non vinse più, disonorando una lunga tradizione che lo collocava sulle vette dell’invincibilità e in paese tutti già sussurravano che era colpa della maledizione, che l’invidia tanto fa che poi qualcuno lassù l’ascolta e manda la maledizione e poi nessuno ci può scappare. Neanche l’armata montenegrese e infatti nella squadra tutti presero a ricoprirsi di oggetti scaramantici e pure Pino se l’era procurato: una maglietta tutta rossa, come il lenzuolo dei toreri, che se lo agiti davanti alle bestie loro se ne innamorano e sarebbero disposte a rincorrerlo per sempre, infatti se poi glielo levi da sotto i baffi loro si intestardiscono e non mollano e tu lì le devi pugnalare, quando sono accecate dal desiderio, come Marcelo Salas, che Pino ci aveva pure la figurina in casa incorniciata nel soggiorno grande proprio sopra la tivvù. Pure i paesani ci avevano creduto e durante i giorni dei mondiali chiudevano le imposte e sul davanzale buttavano il sale perché il demonio arriva strisciando e c’ha palato fine lui, ma non servì a nulla – tant’è che al bar, dove pure non era concesso parlare di alta strategia, spuntò quella parola che nessuno capiva bene che voleva dire: rinnovamento, e tutti sembravano d’accordo, “la casta dei senatori ha frenato la squadra, bisogna tornare alla canteira, perché solo i guaglioni c’hanno ancora la cazzimma nelle vene”, dicevano, ma il direttivo scuoteva la testa e si trincerava dietro al fatto che i campioni non si toccano mai, altrimenti che ci deventi a fare campione se poi non ci hai l’impunità, e allora in paese se ne convinsero perché tutto gli mancava tranne che la fede. Sì, quei tredicenni fenomeni al loro ultimo mondiale – contestati dall’opinione pubblica che inneggiava a sto cazzo di rinnovamento “ma fenomeni in giro non se ne vedono” – avevano portato la gloria a Montegrano, che se la squadra esiste è merito loro, e se adesso tutti vivono nel rispetto dei ragazzi degli altri sette paesi della montagna era grazie anche alle loro tre vittorie di fila al mondiale. Ma nonostante le polemiche faziose il mondiale, il quarto mondiale di Pino, iniziò.

Il dito al cielo di Marcelo Salas, abbracciato dal compagno Zamorano in divisa rossa cilena, gli aveva dato la carica giusta per spaccargli il culo, a quelli. Il culo e gli stinchi, perché a undici anni il parastinco è roba da buffone, che se te li metti per giocare i mondiali nel campetto di pietre le caviglie te le spaccano per davvero, perché è giusto così, e quelli della valle – il paesino dei commercianti sul fiume in secca – ci avevano le divise, verdi e bianche e i pantaloncini a corredo coi calzettoni, e sotto i parastinchi. Ridicoli.
Pino, indossò quell’ultima volta la sua casacca rossa – che non era la divisa della sua squadra perché divisa nella squadra pluricampione del mondo non esisteva, per scelta politica – sopra la maglietta della salute, bianca con la scritta a pennarello “A Gesù e a Ivan Zamorano”, da esibire a fine partita, quando avrebbe annunciato l’addio ad un calcio che lo vedeva portatore di vecchi ideali ormai dismessi. Che lo faceva sentire vecchio.
Per la terza volta di fila, nel 1998, il Montegrano si piazzò al posto d’onore e Pino fu umiliato in finale dai finocchi con le divise e i parastinchi – uno squarcio che nemmanco la morte ti ricuciva – dando l’anima ma giocando di merda: ancora una volta la disciplina e le mazzate avevano avuto la meglio, in questo calcio fighetto, con tante immagini e poche storie da ricordare.

Tornando a casa in quel giorno triste di fine estate Pino si consolò pensando che i bambini si dividono in due categorie: quelli grandi di età e quelli piccoli. I grandi ci hanno sempre ragione, perché sono più alti dei piccoli e perché ti lasciano un’eredità che non puoi dilapidare – o meglio puoi, ma se lo fai sei uno stronzo. I piccoli invece, hanno il compito di crederci, di sacrificare le costole per la vittoria, sperando un giorno di diventare grandi e lasciare il patrimonio ai giovani, ma poi forse non ne vale neanche la pena, perché alla fine arrivano sempre le femmine e finisce tutto a puttane.

Collettivomensa

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio? – II

Seconda parte

[continua da qui]

-Francia ‘98

Da Baggio a Baggio, in quattro anni appena.
Ecco: in quei quattro anni si era ribaltato il mondo, per noi tifosi del Bologna. Nel ’94 il nostro fantasista era Alvise Zago, nel ’98 era Roberto Baggio. Non proprio la stessa cosa.
In quattro anni eravamo passati di filata dalla serie C1 alla qualificazione per l’Intertoto, l’anticamera della coppa Uefa, con Uliveri allenatore. Lo sapevamo tutti che Baggio era venuto a Bologna solo per giocare titolare e conquistarsi i mondiali, d’accordo, era stata una cosa un po’ utilitaristica, ma ci aveva regalato ventidue gol, intanto, noi gli avevamo tributato incondizionato affetto, ecco, speravamo che Baggio, commosso da quell’incondizionato affetto, decidesse di rimanere a Bologna un altro anno. Giocare la coppa Uefa con noi, magari.
Invece aveva preferito andare all’Inter, a litigare con Lippi. Cioè, questo non lo sapeva, immagino, che avrebbe litigato con Lippi e sarebbe stato impiegato col contagocce, ma era andata così e peggio per lui.
Per questo avevo seguito l’Italia in preda a sentimenti misti. Il nostro amatissimo Baggio declassato a stimatissimo Baggio, che regalava assist a Vieri e segnava rigori col Cile, quel Cesare Maldini in panchina che, insomma, non mi trasmetteva proprio tutto questo sentimento di esaltazione.
C’era stata la partita con la Francia, ai quarti di finale. A un certo punto, ai supplementari, Baggio aveva avuto la palla della vittoria. Un tiro al volo, di destro. Sarebbe stato un gran gol.
Aveva fatto dei gran gol per tutto quell’anno, con la maglia sacra del Bologna. Gli faceva bene, avere addosso la maglia del Bologna. Anche litigare con Ulivieri, si vede, gli faceva bene. Fosse stato ancora del Bologna, quel gran destro al volo sarebbe finito con la rete gonfia e la Francia sarebbe andata a casa.
Invece aveva già addosso la maglia dell’Inter, e le litigate con Lippi si sarebbero rivelate meno stimolanti di quelle con Ulivieri. Il tiro al volo era finito fuori di un centimetro. Di un niente.
Poi Di Biagio aveva tirato un rigore sulla traversa. Mondiali finiti ancora una volta.
Doveva restare a Bologna, Baggio, lo ripeto. Gli avrebbe fatto bene.

-Giappone-Corea 2002

I mondiali del 2002? Qualcuno si ricorda i mondiali del 2002? Quella squadraccia orrenda? Che, sì, va bene l’arbitro Moreno, ma Vieri che sbaglia un gol da un metro e Maldini che si fa scavalcare da un nano, ne vogliamo parlare?
Io no, quella squadraccia non me la ricordo se non vagamente, non ho sofferto per la Corea, non ho inveito più di tanto contro Moreno.
Io ero in uno stato placido, da un lato. In uno stato esplosivo, da un altro lato.
Stavo placidamente con Martina. Stavo placidamente in serie A, a godermi i gol di Signori e qualche avventura in Europa senza grossi scossoni.
E avevo finalmente esordito. Nove mesi prima di quel mondiale, era uscito il mio romanzo d’esordio: Despero, la storia del peggior chitarrista del mondo.
Insomma, quando Ahn aveva mangiato in testa a Paolo Maldini e la Corea aveva mandato a casa l’Italia di Trapattoni, io avevo accolto la cosa con suprema indifferenza.
Diversa dall’aperta ostilità di quattro anni dopo.

-Germania ‘06

Quattro anni dopo mi ero ritrovato a sperare che l’Italia uscisse al primo turno, che andassero tutti a casa bastonati e umiliati e vilipesi. Tutti, senza pietà.
Il Bologna che era finito in B grazie a Calciopoli, il Bologna aveva perso uno spareggio col Parma che mai dovuto giocare, grazie alle alte manovre che ci avevano affondati.
E io, di conseguenza, odiavo tutti. In ambito calcistico, eh?
Incattivito da Calciopoli, mi ero dedicato a un totale e orgoglioso disprezzo per la squadra di Lippi, di Cannavaro, di Camoranesi, per la nazionale in generale, in verità, che tanto lo sapevo, lo so com’è fatto questo paese: c’era sdegno in quel momento, sì, tutti erano per la mano pesante, si parlava della Juve nel dilettanti, del Milan in B, della Fiorentina penalizzata di venti punti, ma se l’Italia avesse vinto i mondiali, cosa sarebbe sucesso? Tarallucci e vino, volemose bene, le solite cose di casa nostra, e poi, di lì a qualche anno, si sarebbe parlato di un complotto dei giudici, di ingiustizie, del povero Moggi capro espiatorio, cose così, già viste in altri ambiti.
E io che invece volevo il sangue, niente di meno, in quanto parte lesa, mandato da Calciopoli a giocare a Crotone e a Terni, mi ero dato al tifo contro. Cioè, la metà delle partite neppure le avevo guardate. Il giorno del rigore di Totti all’ultimo minuto con l’Australia, per dire, ero su un treno per Lucca.
Se le avevo guardate, lo avevo fatto sibilando disprezzo e disgusto verso i nemici della mia povera e vessata squadra rossoblu. Io che andavo in giro a dire che quella canzoncina che cantavano tutti si chiamava Seven Nation Army, mica po-poppòpoppoppò-po, era dei White Stripes, lo dicevo a tutti, in quei giorni in cui ero particolarmente insopportabile per me stesso e per il mondo.

Il gol di Grosso con la Germania, quello l’avevo accolto con sentimenti misti.
Dopotutto Grosso era il meno colpevole di tutti. Non ci aveva fatto niente, lui. Era il classico normalissimo giocatore baciato dall’energia cosmica che ogni tanto, per un mese, durante i mondiali, trasforma un qualunque Schillaci in un bomber implacabile.
Al raddoppio di Del Piero invece, avevo pensato Ecco, il solito juventino inutile che si prende la gloria quando il lavoro importante l’ha già fatto un altro.
Comunque, l’Italia era approdata in finale. Contro la Francia.

Avevo preso una decisione difficile. Considerando l’antipatia per il ct della Francia –non che mi fosse simpatico Lippi, ma con Domenech si trascendeva a un livello superiore-, considerando il momento, come dire, storico, l’idea di veder vincere un mondiale, vabbè, avrei seppellito per una sera la mia personale ascia di guerra, e tifato Italia. Però, in caso di vittoria, niente festeggiamenti e niente caroselli d’auto. A casa, subito. A pensare al mercato del Bologna.
Con quella lontana finale dell’82 c’erano stati dei curiosi parallelismi.
Intanto, la partita l’avevo vista di nuovo in Riviera. Allo stabilimento Hana-Bi di Marina di Ravenna, qualche decina di chilometri a nord di Igea Marina. Poi, come quando avevo esultato per il gol di Antognoni annullato col Brasile, di quel che era accaduto sul campo non avevo capito niente.
C’era stato il rigore di Zidane che aveva colpito la traversa, ed io mi ero prodotto in un sentito gesto dell’ombrello. Io che negli anni, di tiri dagli undici metri, ne avevo visti cinquemila.
Poi mi ero chiesto Ma perché quel deficiente di Zidane sta esultando?

Poi Toni era scattato in avanti su una punizione, colpo di testa, gol. Avevo esultato –con moderazione- sulla spiaggia, poi mi ero girato, avevo visto che Toni non stava esultando affatto, neppure con moderazione. Fuorigioco. Annullato.
Con tutte le partite di calcio che avevo visto in vita mia, ero ritornato al grado zero della comprensione.

Cos’avevo pensato quando Grosso aveva preso la rincorsa per l’ultimo rigore?
Avevo pensato: adesso, in qualche modo, entriamo nella storia.
Avevo pensato: domani assolvono metà degli imputati di Calciopoli.
Avevo pensato: bello vincere un mondiale.
Avevo pensato: Grosso non sbaglia, non può sbagliare, non sarà un gran giocatore ma ha la luccicanza addosso, quel superpotere che non ti abbandona per tutta la durata di un mondiale e poi ti fa tornare il giocatore mediocre che eri, ma con anni e anni di ingaggi futuri garantiti.
Avevo pensato: adesso festeggio un po’, sbevazzo nella calca festante, mi tappo le orecchie per non sentire quell’insopportabile po-popopoppò-po, e poi corro alla macchina, che ho collocato in posizione di fuga strategica, torno a Bologna seguendo strade secondarie che solo io conosco, mentre tutti quanti si ammasseranno sul lungomare a clacsonare.

Due ore dopo, con la testa ancora rintronata da Seven nation army udita settecento volte per tutta la lunghezza della pineta di Marina di Ravenna, ero arrivato finalmente a casa. Avevo cercato su internet le ultime di calciomercato.
Il Bologna aveva quasi concluso l’acquisto di Emanuele Filippini, ex Brescia, Parma, Lazio, Palermo e Treviso.
Ed io, già mentalmente lontanissimo da Grosso e Materazzi e Luca Toni, avevo sorriso soddisfatto.

-Sudafrica 2010

Chi sta trattando il Bologna? Meggiorini?
Chi è, quello del Bari? E con Diego Perez, poi, come siamo d’accordo?

Gianluca Morozzi

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio?

Prima parte

-Spagna ‘82

Un giorno, quando sarò vecchio e completamente pazzo, conterò tutte le partite viste nella mia vita dal vivo e in tv. Le mille partite del Bologna, le partite della Nazionale, le partite di altre squadre…
Ecco: l’elenco partirà dal primo mezzo incontro di calcio visto con i miei occhi. Su uno schermo tv. A Igea Marina, hotel Eliseo. Ovvero, il secondo tempo di Italia-Argentina. Due a uno.
E proseguirà con la famosa Italia-Brasile –i tre gol di Paolo Rossi-, con la meno famosa Italia-Polonia –i due gol di Paolo Rossi-, e la celebre finale.
Ora, ci sono immagini di quel mondiale che ho visto e rivisto, per cui mi sono quasi convinto di ricordare cose che in realtà non rammento davvero. L’esultanza folle di Tardelli sono sicuro di averla ricostruita in seguito: in quel momento ero coperto da una massa di tifosi a braccia alzate -tutti più alti di me- che si abbracciavano scomposti nella sala tv dell’albergo.
Pertini che festeggiava in tribuna, boh, non lo so se me lo ricordo davvero o se ho ricostruito anche quello.
Chissà.
Io, di quei mondiali, ricordo di sicuro due cose:
-di aver creduto che l’Italia avesse battuto il Brasile quattro a due, non conoscendo il concetto di fuorigioco, causa dell’annullamento del gol di Antognoni
-il rigore sbagliato da Cabrini nella finale.
Questo e basta, ricordo di sicuro.
E poi ricordo di sicuro di aver festeggiato con una bandierina tricolore in mano, sul lungomare di Igea Marina, mentre passavano caroselli di auto strombazzanti. Ma giusto così, per partecipare all’evento.

-Messico ‘86

Ai mondiali dell’86 ci ero arrivato da invasato ed enciclopedia umana. Conoscevo tutti i nomi dei terzini della Bulgaria e i gol segnati in carriera da Butragueno e il clima medio stagionale del Messico e il fuso orario e tutto quanto, insomma.
E, anche se la cosa sorprenderà chi mi conosce, avevo ancora delle simpatie estranee al rosso e al blu. Per le grandi squadre. Per i grandi giocatori.
In nome del patriottismo, avevo tifato per la Juve contro il Liverpool –pensa!- nella finale di Supercoppa. In fondo era una squadra italiana, no?
Non ci si crede, a ripensarci.

In nome del mio nuovo amore per il calcio, mi ero lustrato gli occhi pieno di ammirazione di fronte alle imprese di Platini o di Maradona. In fondo, come dire, Maradona e Platini appartenevano a un pianeta differente a quello del Bologna che languiva in serie B.
Platini, Maradona, la finale di Supercoppa, la finale di Coppa dei Campioni, la coppa Uefa, la Coppa delle Coppe, la Coppa Intercontinentale, erano tutte robe al di fuori del bolognacentrismo. I miei problemi erano ben altri, in quegli anni. Cos’aveva a che fare la finale di Tokio col triste Bologna dei due –due!- gol in trasferta in tutto l’anno, della salvezza all’ultimo respiro sul campo del Varese, dell’appena più decente Bologna di Mazzone? Mondi diversi. E io la serie A, da tifoso, non l’avevo ancora vista. Ogni tanto qualche squadrone veniva al Dall’Ara per la coppa Italia o per un’amichevole, ma erano brevi vacanze, toccata e fuga.
Era il Cesena, la mia rivale. Era il Campobasso, la mia realtà.
Certo, noi eravamo sempre il Bologna, una società carica di gloria e di vecchi scudetti. Guardavamo dall’alto in basso la Sambenedettese, il Parma, la loro totale mancanza di titoli. Tra le squadre di B rispettavamo giusto il Genoa, che di scudetti ne aveva nove -due più di noi- un po’ la Lazio, e basta.
Poi, scudetti o non scudetti, in serie A ci andavano l’Ascoli e l’Empoli. Ma noi restavamo fieri e arroganti lo stesso.

Se avessimo vinto quel mondiale, quello lì, io avrei veramente goduto. Ma davvero. Non come quello di Spagna, di cui in fondo non avevo capito niente, non conoscendo neanche le regole. Se avessimo vinto quel mondiale lì, io, che avevo quindici anni e vivevo per il calcio, avrei perso la testa davvero.
Non mi ero spaventato per l’agghiacciante girone eliminatorio, per il triste pareggio con la Bulgaria, per l’errore di Giovanni Galli su Maradona contro l’Argentina, per la sudata vittoria sulla Corea con i gol di Altobelli. In fondo era andata così anche in Spagna, no? Girone eliminatorio pietoso, poi l’esplosione. Ora arrivava la Francia, ci saremmo rifatti con la Francia.

La Francia ci aveva massacrati con un secco due a zero, e il mondiale per noi era finito così.
Mi era toccato consolarmi con i godimenti estetici che mi regalava Maradona.

-Italia ‘90

Ai mondiali di Italia ’90 avevo tifato per gli azzurri senza riserve e senza storcere il naso per certi nomi e certe facce, come avrei fatto in seguito. Ero decisamente di ottimo umore.
Avevo una fidanzata per la prima volta in vita mia. Valeria. Avevo una fidanzata, il Bologna era in serie A e, per di più, si era qualificato per la coppa Uefa.
Con questo umore, potevo tifare per i giocatori dell’Inter, anche se due anni prima erano venuti a vincere in casa nostra sei a zero.
Potevo tifare per i giocatori della Juve, anche se ci avevano battuti in casa quattro a tre.
Potevo tifare a denti stretti per i giocatori del Milan, che pure in quei primi anni berlusconiani cominciavo a guardare storto. Non per motivi politici, eh? Era ancora presto, per quello.

Quello è stato l’anno in cui scendevamo in strada a festeggiare qualunque vittoria. Ci eravamo scaldati poche settimane prima, festeggiando in piazza l’approdo del Bologna in Uefa, e allora avevamo festeggiato il gol di Schillaci nella prima partita contro l’Austria, il gol di Giannini con gli Stati Uniti, la qualificazione contro la Cecoslovacchia, e la vittoria sull’Uruguay e poi sull’Eire…
Eravamo sempre in piazza a festeggiare una vittoria, in pratica.
Eravamo tutti convinti e straconvinti che avremmo vinto i mondiali, e anche lì io ero puro, ero ancora puro, davvero. Il mio cuore batteva sincero per l’azzurro. Avrei festeggiato il mio secondo mondiale ballando nudo nella piazza del Nettuno.
Fino a che, naturalmente, eh, be’, lo sappiamo.
Zenga che esce così e così, Caniggia che tocca di nuca così e così, i rigori tirati così e così, Maradona che festeggia. Fine dei mondiali di Italia ’90.

-USA ‘94

L’anno dopo i mondiali italiani, il Bologna aveva avuto una stagione orribile. Una tragedia dopo un’altra tragedia.
Io, alla fine di quell’anno atroce, odiavo tutte le squadre e tutti i giocatori del mondo. Schillaci, in particolare. Dopo che Schillaci si era buttato in area e avevamo perso uno a zero su rigore con la Juve e Poli era andato a insultarlo per quel tuffo e Schillaci aveva risposto Ti faccio sparare, ecco, mi ero vergognato di aver esultato ai suoi gol in azzurro. Avrei voluto cancellare retroattivamente l’immagine del me stesso più giovane che alzava i pugni ai gol di Schillaci contro l’Uruguay o l’Eire o l’Argentina, dopo quell’immondo episodio.
Comunque, miseramente retrocesso, io odiavo chiunque. Per fortuna, da lì ai mondiali del ’94, c’erano stati tre anni di purificazione. Tre anni in cui avevo avuto ben altro da pensare, due orrende serie B, un fallimento, la serie C, i playoff persi con la Spal…
Quando la nazionale di Sacchi era approdata a quegli strani mondiali giocati a orari bizzarri col sole a picco, io stavo in un mondo abitato da squadre come Ospitaletto e Leffe e Fiorenzuola, quelle che sarebbero state le nostre avversarie anche nel campionato successivo, e non avevo tempo di odiare nessuno che non fosse Mino Bizzarri della Spal.
Così avevo tifato Italia, pur perplesso per le scelte di Sacchi, tipo, togliere Baggio nella partita con la Norvegia, o far giocare Beppe Signori sulla fascia per far spazio a Casiraghi.
(Già sapevo, profetico, chi sarebbero stati i due futuri numeri dieci del Bologna.)
Avevo storto il naso sul tiraccio di Houghton che aveva battuto Pagliuca nell’esordio con l’Eire, esultato al gol di Dino Baggio con la Norvegia, a quello di Massaro col Messico. Mi ero intristito al lento trascinarsi verso la sconfitta con la Nigeria, fino alla doppietta di Roby Baggio che aveva ribaltato le sorti. Di nuovo mi ero esaltato per i due futuri numeri dieci del Bologna che confezionavano il gol della vittoria sulla Spagna, e per la doppietta del codino con la Bulgaria, in semifinale.
La finale col Brasile l’avevo guardata con i miei amici Pasciu e Bomber insieme a tre simpatiche ragazze di Modena, in casa di Pasciu, con la pizza e la birra a preludere ai festeggiamenti. Festeggiamenti che, nei nostri piani, avrebbero dovuto contagiare le tre ragazze fino a indurle a concedersi a noi virili tifosi. Peccato che Baresi, Massaro e Baggio non avessero nessuna intenzione di agevolare i nostri intenti romantici.
Tre rigori tirati a minchia di cane.
Dalla finestra di fronte, un istante dopo il tiro sbilenco di Baggio, con la palla ancora in volo sopra la traversa, il dirimpettaio di Pasciu aveva urlato fortissimo “Sacchi, sei un povero idiota”.

Se lo teneva dentro dall’inizio dei mondiali e non vedeva l’ora di dirlo, secondo me.

Gianluca Morozzi

I miei mondiali – quasi un racconto…

Siamo arrivati al fatidico appuntamento con i mondiali, cazzo. Da ragazzino l’anno dei mondiali mi metteva allegria, adesso mica tanto, ché mi dico son già passati altri quattro anni, porca d’una zozza, e io sono ancora qui a coglioneggiare. Tanto per ingannare l’attesa mi sono messo in testa di scrivere un racconto sui mondiali, pure se di calcio m’importa una mazza dal 1998 o giù di lì, guarda caso proprio l’anno dei mondiali in Francia. Il tempo vola, Berta ‘un si marita e io non sono messo meglio di lei, ché devo ancora decidere cosa fare da grande, sono rimasto quello di Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, che si barcamena tra editore, scrittore, traduttore e lettore. Faccio di tutto ancora oggi, magari male ma lo faccio. Ho smesso di occuparmi di calcio, però, ed è un bel vantaggio, ché sai quanto tempo risparmio in discorsi oziosi il lunedì mattina, sai che libidine non sapere chi è in testa alla classifica e chi allena la Juventus… non te lo immagini nemmeno. Ti fa l’effetto d’essere un alieno, ma è divertente vedere l’espressione inebetita del barista mentre ti serve il caffè e si rende conto che non sai dove gioca Totti e quante reti ha segnato nello scorso campionato. E tu lo sai quanti libri ha scritto Leonardo Padura Fuentes e quanti premi Casa de las Americas ha vinto? ti verrebbe da chiedergli, ma non glielo chiedi, temi che ti ricoverino alla neuro di prima mattina, ché a Livorno l’ottavo padiglione l’hanno chiuso, ma un posto per i matti lo trovano sempre.
I miei mondiali ve li voglio raccontare, però. Un tempo ero parecchio fissato col calcio, roba che se la domenica non mi facevo una pera d’olio canforato non vivevo, drogato perso di pallone, prendevo metadone d’erba tagliata (di campo… cosa avete capito?), se non vedevo una partita a settimana stavo male e spesso non bastava…
Era il 1966 e non capivo una mazza, facevo la prima elementare, a casa mia c’era un televisore in bianco e nero comprato a rate, il ricordo dei mondiali inglesi è confuso, rammento le bestemmie di mio padre seduto in poltrona mentre malediceva un dentista. Cosa cazzo gli aveva fatto il dentista l’ho capito dopo, c’è voluto del tempo, anche se adesso un ritornello mi perseguita, ogni volta che sbaglio qualcosa e provo a giustificarmi c’è babbo che dice: “Dài la colpa alla Corea!”. Povero Mondino Fabbri che portava un paio di occhialini da persona tanto per bene e povero anche Pascutti con la pelata da pensionato, ma povero anche me che mi ciuccio il refrain del dentista da oltre quarant’anni.
Il Messico me lo sono goduto di più, avevo un’età ragionevole, potevo imparare a mente la formazione e scambiare figurine con gli amici, ma le partite si giocavano di notte e – a parte la finale – me le son viste tutte registrate. Italia – Germania 4 a 3, partita indimenticabile, c’hanno pure fatto un film, siamo andati avanti anni a rivederla, quel goal di Rivera, i sette minuti di staffetta con Mazzola, roba pesante, droga allo stato puro. Gigi Riva, Boninsegna, zio Valcareggi, De Sisti, Domenghini… mitologia del calcio. La finale col Brasile mi fa venire a mente la colata continua dell’acciaieria, non so il motivo, forse perché vivevo a due passi dalla fabbrica che da tempo immemorabile ammorba la mia città. Era estate, tra il primo e il secondo tempo me ne stavo in terrazzo a sparare cazzate con gli amici dei palazzi vicini che si affacciavano su cortili sporchi di polvere di carbone. Si vinceva uno a zero, aveva segnato il vecchio Bonimba, ma il miraggio durò poco, alla fine il Brasile ce ne dette quattro e il resto mancia.
Triste Germania del 1974 che mi fa venire a mente un libro di Giovanni Arpino, me lo sono letto cinque volte Azzurro tenebra da quant’era bello, chissà perché non ci sono più gli scrittori di calcio d’una volta, gente come Gianni Brera e Beppe Viola. Avranno fatto la fine delle mezze stagioni, dei discorsi portati via dal vento e delle biciclette rubate dai livornesi? Non lo so, ma la storia di quei tristi mondiali la racconta bene Arpino, non voglio sciupare la magia che sa dare uno scrittore vero, leggetelo se avete tempo. A me viene a mente solo Mazzola con la maglia numero sette che fa l’ala tornante, ma lui non ci vuole stare sulla fascia destra, non è il suo ruolo. Mi ricordo Giorgione Chinaglia, gigante buono, che d’un tratto s’incazza e manda affanculo zio Valcareggi, povero Cristo. Tutto il resto buio totale, rammento solo che ci cacciarono fuori al primo turno.
L’Argentina del 1978 è il ricordo dei miei diciott’anni, cazzo, quanto tempo è passato. Arriviamo quarti, ma il mondo è cambiato, il calcio è degli olandesi che corrono come matti, sembrano pagati. Forse pensavo ad altro, era l’anno della maturità, la strizza mi perseguitava in vesti di folle paura che mi cambiassero la materia, avevo studiato solo italiano e filosofia, del resto non sapevo un cazzo. Tu pensa se usciva greco, non ce l’avrei mai fatta. E in quell’estate di paese, finita la matura e uscito da quel cesso di liceo classico Giosuè Carducci con quarantadue, minimo sindacale per uno che studiava poco come me, c’erano tante sagre e parecchie feste di partito, ancora non era finita la prima repubblica. Ricordo i mondiali del 1978 visti in televisione alla festa del garofano, ai tempi che c’era ancora il partito socialista, ma pure alla festa del bianco fiore sui giardini prensili di via Leonardo Da Vinci, erano salsicce democristiane ma andavano giù bene come quelle comuniste di piazza Dante. Ci tirammo su dalle delusioni mondiali a forza di birra chiara e sbornie di vino, ché sarebbe stata l’ultima estate da fancazzista, dopo cominciava l’università e si studiava davvero.
I mondiali di Spagna del 1982 scorrono come un sogno sui lungarni di Pisa, esame di diritto diplomatico e consolare mentre al Bar Cipriani facciamo nero il Brasile, mi vedo la partita di straforo prima di beccarmi un onesto ventinove. E per la finale non posso fare a meno di scappare a Piombino, insieme agli amici della sezione arbitri, ché facevo pure l’arbitro di calcio, mica mi bastava vedere le partite. Mondiali di Spagna che vinciamo alla grande contro gli odiati tedeschi, girandole di auto a far casino in piazza Verdi, inno di Mameli come fosse Baglioni, Viva l’Italia di Francesco De Gregori che esce gracchiando da un Autovox Canguro parecchio scassato. Bearzot aveva capito tutto ma non lo dava a vedere, i tifosi lo portano in trionfo come un eroe nazionale, aveva avuto parecchio culo come capita spesso, ma non fa niente, quel che conta è restare nella leggenda. Paolo Rossi finisce nel refrain d’una canzone di Stefano Rosso, una cosa intitolata L’italiano che sono rimasto solo ad ascoltare: e la domenica ho problemi grossi/ segna Giordano oppure Paolo Rossi. Povero Stefano Rosso, che è morto sei o sette mesi fa, nessuno si ricorda più di lui, ma a noi ragazzi degli anni Settanta piaceva parecchio.
Messico 1986 non mi ricordo un cazzo, ché stavo insieme a una ragazza pallosa, lei odiava il calcio, diceva sempre ce l’ho qui la brioche! tamburellando le dita sul mio capo, perché una sottospecie di comico chiamato Zuzzurro aveva inventato quella gag maledetta insieme alla spalla Gaspare. Per lei la brioche era il gioco del calcio, diceva che ce l’avevo in testa e forse era pure vero, ma mica facevo niente di male se volevo vedere i mondiali. Niente da fare. Se guardi i mondiali non si tromba, diceva. L’argomento era convincente.
La mia età d’oro dei mondiali finisce qui, ché dopo tutto diventa più ordinario, anche se nel 1990 si gioca in Italia e arriviamo terzi, lasciamo il primo posto alla Germania. Ma ho già trent’anni, una laurea in tasca in una materia che non m’interessa per niente, come capita a molti, lavoro da tre o quattro anni, un cazzo di lavoro che mi logora l’anima, ma me lo porto dietro ancora oggi, pure se sogno di lasciarlo ma so che non accadrà mai. Nel 1994 andiamo negli Stati Uniti e si perde ai rigori con il Brasile. Arrigo Sacchi è parecchio antipatico, per lui sono quasi contento, ma Franco Baresi e Roberto Baggio fanno tenerezza, poverini, si battono il petto da veri responsabili della sconfitta. Arrivare secondi per colpa dei rigori dispiace, ma si perde col Brasile, mica con la Corea del dentista, ci può anche stare. La Francia del 1998 me la ricordo bene perché è stato l’anno che ho chiuso con il calcio, ho smesso di arbitrare, staccata la flebo dal braccio, mi sono disintossicato. Peccato che nello stesso anno mi sono innamorato di Cuba e d’una cubana, sono passato da una malattia all’altra, adesso il mio metadone non è l’erba tagliata d’un campo e l’olio canforato, ma l’opera completa di Pedro Juan Gutiérrez e i racconti di Yoani Sánchez. Meno male che in Francia facciamo cagare, perché non vedo neppure una partita, ho portato via Dargys da Cuba, passiamo da un locale all’altro, balliamo, mangiamo pizze, sbafiamo cene cinesi, la gastrite non mi tormenta ancora e i figli devono arrivare. I mondiali coreani passano come una meteora nel 2002, non mi rendo neppure conto che qualche partita la giocano in Giappone. Si riperde contro la Corea, questa volta è quella del Sud e non ci sono dentisti, tutti danno la colpa a un arbitro cornuto che fa il possibile per spezzarci le gambe. Non lo so, non me ne sono accorto e poi da ex collega non posso infierire. Spero solo che l’abbiano pagato bene. Siamo all’altro ieri, cazzarola, sono passati quattro anni, come dicevo prima, e siamo sempre qui che ce la meniamo senza trovare il bandolo della matassa. Siamo al 2006 quando si rivincono i mondiali in Germania, mia moglie è incinta di Laura, vediamo la finale sul terrazzo della casa di mare, insieme a mia madre e mio padre, lei col pancione seduta per non affaticarsi, mio padre parecchio meno incazzato che nel mondiale inglese del dentista. Il tempo passa, le emozioni si stemperano, la vita modifica caratteri e persone, in meglio o in peggio non so, ma cambiare si cambia. Cabeza blanca Lippi guida gli azzurri in panchina, più antipatico non potrebbe essere, quasi peggio di Sacchi, arrogante come pochi, parla di calcio e gli pare di spiegare la critica della ragion pura, non si rende conto che dice un mare di cazzate. Ma hai voglia a dire, ha ragione lui, ché per dire cazzate lo pagano piuttosto bene, mica come me che le dico gratis. Agroppi ci litiga spesso con il vecchio Lippi, a me sta più simpatico Agroppi, pure per campanile, ché lui vive a Piombino e ogni tanto lo vedo, mi saluta, mi chiede come vanno le cose. Povero Aldo, mi sarebbe piaciuto vederlo allenare la nazionale in Sudafrica, invece che al circolino della Magona mentre gioca a brisca e tresette con i pensionati. Agroppi mister di un’Italia sudafricana al posto di Lippi, pensa che goduria, almeno ci si divertiva, si sentiva qualche battuta della serie io mica so’ nato a Nazaret, so’ di Piombino e i miracoli non li faccio, oppure prendeva per il culo qualche giornalista intervallando i battibecchi con Mourinho. Ne avesse azzeccata una anche Agroppi, meno male che una partita in nazionale l’ha giocata ed è stato pure una colonna del Torino. Tengo ancora tra le cose più care una sua foto con dedica mentre indossa la maglia della nazionale, me la dette in via Gaeta un milione di anni fa, davanti al ristorante di sua madre. “Conosco tua mamma”, mi disse. Avevo dieci anni e mi sentivo importante. Aldo Agroppi conosceva la mia mamma. “Si viveva in via Pisa e si faceva la fame, ma ci si voleva parecchio più bene”. Allora mica lo capivo questo fatto del volersi bene, caro Aldo. Adesso sì, ché sono più vecchio e ho visto tante cose, persino posti dove non c’hanno un cazzo ma si vogliono bene. E mi piacerebbe davvero tornare ai tempi di via Pisa, così, tanto per vedere. Sarebbe come vincere un mondiale.

Gordiano Lupi

Non c’è pietà

Il Policlinico non è un buon posto in questa stagione. Fa caldo e l’aria condizionata dove c’è non funziona. Nelle camere si sta in sei, otto pazienti.

Il vecchio al mio fianco l’hanno ricoverato un paio di giorni prima di me, per via di un’ ulcera perforata che, a quanto pare, gli ha fatto passare un bruttissimo quarto d’ora.

Oggi è il mio giorno. Finalmente mi operano.

Il mio ventre è fatto male, così ha detto il medico. Una malformazione congenita mi porta a possedere la parte superiore dello stomaco al di sopra del diaframma anziché sotto, dove dovrebbe invece essere.

Basta con la pancia che brucia come un tizzone. Basta con i reflussi gastrici in piena notte e con i farmaci da prendere ogni giorno. Basta. Ma serve operarsi. Un bel taglio e due, tre ore di qualcosa che l’anestesia non mi farà vedere.

Oggi cominciano i mondiali di calcio. Durante la partita inaugurale, Sud Africa-Messico sarò ancora sotto ai ferri. Probabilmente sarò già abbastanza in sentimenti alla sera, per Francia-Uruguay.

Questa storia dei mondiali è proprio una botta di culo. Sai che palle, in questa corsia di ospedale a sentire le lamentele di anziani che stanno tutto il giorno a vedere Forum e altre insopportabili trasmissioni, sembrano non sentire il caldo e si ostinano a chiudere le finestre. Sono qui da due giorni e già non ne posso più.

Tre partite al giorno fanno in tutto sei ore di pura e onesta evasione sportiva. L’unico punto di contatto che possa trovarsi tra me e la geriatria che abita la mia stanza.

L’anestesista mi dice di contare fino a dieci, dopo avermi fatto un’iniezione al braccio. Arrivo a quattro e cado in un sonno senza sogni. Buio.

Luce. Mia madre, mio padre, mio fratello e Vanessa che mi guardano e mi chiamano. Capisco che mi stanno chiamando ma ci vuole un po’ prima che io riesca a rispondere. Dicono di aver parlato col chirurgo. E’ andato tutto bene, una settimana di ospedale e poi sono fuori. Mio padre dice di non preoccuparsi. Che una settimana passa in fretta e che ci sono i mondiali in televisione per distrarsi. Ha proprio ragione. Mondiali. Partite e trasmissioni sui mondiali. Moviole, commenti, pronostici. Una vera pacchia.

Sono le sei quando i miei se ne vanno. Alle sette passa la cena. Non per me. Io ho le flebo attaccate fino a domani mattina. Per fortuna non sento un gran male. Sono ancora rabbonito dall’anestesia ma ben cosciente.

Alle otto e un quarto Mauro, l’infermiere di turno, viene a cambiarmi la flebo.

Il vecchio al mio fianco gli si rivolge col fare di un nonno col nipote: “Su che canale la danno la partita della Francia? Su Raiuno?”

Mauro si fa supponente mentre maneggia con le boccette della flebo: “A sor Alvà ma che cazzo state a di’? Ma non lo sapete che la Rai trasmette solo una partita al giorno? Oggi hanno mandato quella del Sud Africa no? Le altre stanno su Sky. Se so comprati i diritti.”

La delusione serpeggia senza neanche stare troppo a nascondersi. Mauro se ne va.

Il sor Alvaro si è seduto sul letto. Scuote la testa: “Mortacci loro. Manco le partite del mondiale se possono più guardà in grazia de Dio. E’ uno schifo. Dappertutto è uno schifo.”

Bestemmia il Cristo in croce e poi continua: “Non c’è pietà. Nemmeno per chi soffre, per chi sta ricoverato. Per nessuno. Non c’è pietà!”

Il vecchio addetto al telecomando fa zapping per qualche istante. Poi si ferma su un programma dove una grassona rincontra sua figlia dopo vent’anni.

La settimana, come per magia mi si prospetta d’un tratto più lunga di prima. Molto più lunga e maledettamente noiosa. Una sofferenza nella sofferenza per cui occorrerebbe molto più che pietà.

Luca Piccolino