La società dello spettacaaargh! – 11

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Caro Matteo,

ho ragionato un po’ sulla tua analogia tra piani meta- e geometrie di Escher: non era proprio così che me l’immaginavo, e questo mi ha portato ad analizzare meglio il concetto, che avevo delineato in modo approssimativo e frettoloso.
Con “inerpicarsi di piani meta-” intendevo ciò che scopriamo in quelle discussioni che finiscono quasi subito per vertere su cosa si è detto, sul perché lo si è detto, sul fatto che lo si è detto (talvolta addirittura qui, si finisce) etcetera; meta-discussioni, insomma, spesso snervanti, che sono favorite dall’epidemica comunicazione in forma di trolling (e in generale da quel fenomeno della comunicazione nel quale Mario Perniola ravvisa il discorso psicotico): il discorso del troll è talmente disgregato – spesso inconsapevolmente – e superficiale – nel senso proprio che pare un’increspatura della superficie – che la prima cosa che ti viene da fare è chiedere conto dei presupposti, tentando di mostrare al tuo interlocutore quanta complessità e quanto pervertimento dei significati si celino in quelle che lui pretende essere verità lapalissiane. La cosa interessante è che ai suoi occhi è il tuo meta-discorso che inerpica piani meta- e si allontana dal reale, mentre per te il tuo meta-discorso non fa che scoprire, a ritroso, in direzione del reale, la somma di piani occultati sui quali il discorso del tuo interlocutore si muove: l’impressione prodotta nel tuo interlocutore dal tuo meta-discorso, di un ulteriore allontanamento dal reale, è causata dal fatto che stai spostando l’attenzione dalla realtà dell’originario oggetto del dibattere alla realtà dell’esistenza del piano meta-, che però, per chi vi si muove sopra, è occultato, quindi il tuo meta-discorso scade, agli occhi dell’interlocutore, a pippa. Leggi il resto dell’articolo

Uomini e donne

Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv.

L’anziano signore nello schermo sta seduto su una poltrona rossa con i braccioli a forma di leone dorato. Ha grandi orecchie e i radi capelli imbrillantinati tirati tutti indietro. Parla con un accento del sud difficile da definire. Fra il siculo e il romano. Probabilmente è emigrato da giovane. Magari subito dopo il militare. Tiene in mano un foglio con una serie di scritte e, con tono solenne, le legge.

«Io non la voglio che si droghi,» dice, «e voglio che sia desiderosa e vogliosa».

Di fronte a lui, sedute su poltrone di plastica trasparente, ci sono altre signore della sua stessa fascia d’età. Una indossa un abito rosso con un lungo boa di piume che le tocca terra. Un’altra, con le mani sulle orecchie, viene spesso inquadrata, mentre finge di non ascoltare l’appello dell’uomo. Un’altra ancora, dalla lunga permanente bionda, annuisce alle parole lette, con sguardo intenso rivolto verso la telecamera.

«Io voglio che abbia un’età massima di settant’anni,» dice, «e che mi porti un certificato di buona salute e, se possibile, che faccia un check up assieme a me».

D’un tratto, interviene, o meglio irrompe, un’altra signora magra e con i capelli corti, che tutti chiamano Rosetta e che sta seduta accanto ad un’imitazione casereccia di una Marylin sotto vuoto. Con gesti plateali, chiede al lettore se sua moglie fosse morta di noia, scoppiando poi a ridere e producendo un’ilarità generale nel pubblico.

L’uomo, stordito per la domanda inattesa, le dice di no. Le risponde che è morta di vecchiaia, che una mattina non si è più svegliata.

«Non si è più svegliata per non avere più rotture di palle così!» gli risponde la signora, urlando e facendo il gesto con le mani. Anche stavolta, tutto il pubblico scoppia a ridere e la conduttrice fa uno sguardo di richiamo bonario, come quelli che si vedono nei vecchi telefilm, quando il bambino fa una marachella in chiusura di puntata.

Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv. Accanto a lei, sdraiata sul divano, dorme la sua bambina di quattro anni. Le immagini sullo schermo sono quelle della puntata di Uomini e Donne Over che ha registrato nel pomeriggio.

Quella stessa sera, poche ore prima, ad un ragazzo con cui usciva da un paio di mesi, aveva confessato questa abitudine.

«Io mi registro le puntate e alla sera le riguardo con mia figlia, sai che risate che ci facciamo con Martina?» gli aveva detto.

Lui aveva spalancato gli occhi e le aveva chiesto se non pensasse che fosse diseducativo per la bambina vedere quelle cose.

«Vedere quelle scene di violenza verbale e di vacuità di pensiero, oltre che di pochezza grammaticale e lessicale,» aveva sentenziato.

Lei era scoppiata a ridergli in faccia e gli aveva risposto che forse aveva ragione, ma che con i suoi diktat morali da censore del nuovo millennio si sarebbe pulita il culo, così aveva preso la borsetta e, senza salutarlo, se ne era andata.

Mentre tornava a casa dei suoi genitori a riprendere Martina, durante il viaggio in macchina, aveva pensato rabbiosa come fosse possibile che, ancora oggi, gente che aveva anche studiato, si permettesse di mettersi sul pulpito per dire cosa guardare e cosa censurare.

«Tutti preti mancati, cazzo,» si era detta a mezza voce, prima di accendersi una sigaretta.

«Che odio,» si era ripetuta.

Alla rotonda, costeggiata da un grandissimo edificio verde e bianco, con le luci accese anche di notte e una scritta Brico rossa che svetta sul tetto, aveva svoltato a sinistra ed era passata accanto alla pubblicità del Cepu. Sul cartellone, era raffigurata la faccia sorridente di un calciatore con accanto una scritta gialla: Se ci sono riuscito io!

Sabina aveva seguito con lo sguardo quegli occhi stampati e, dal nulla, era scoppiata a piangere. Aveva accostato l’auto in mezzo alla fermata dei bus e poggiato la fronte sul volante. I pensieri le giravano a vortice, mentre fuori il vento faceva muovere i rami e le foglie morte cadute a terra.

Io non ce la faccio, pensava, io non ce la faccio più.

Pensava che, a ventotto anni, avrebbe voluto andare all’estero a fare il dottorato in psicologia, come il suo ex ragazzo, non stare a casa a crescere una bambina, lavorando part time in un centro commerciale. Pensava che tutti vogliono insegnarle a vivere e lei non ne può più. Pensava che, in fin dei conti, a lei Uomini e Donne aveva sempre fatto cagare, ma essendo l’unico modo per far addormentare sua figlia, l’avrebbe guardato anche cento volte in una sera.

Ripreso fiato, si era asciugata gli occhi e le guance dalle lacrime, si era soffiata il naso e, dopo aver controllato nello specchietto di non aver sbavato il trucco, era ripartita.

«Mamma, sei triste?» le aveva chiesto poco dopo Martina in macchina.

«No, Marti, figurati, e tu ti sei divertita dai nonni?» le aveva risposto Sabina, guardandola dallo specchietto retrovisore.

Ogni volta che arrivano a casa, Martina va subito a lavarsi i denti e a mettersi il pigiama, mentre Sabina manda all’inizio la videocassetta.

La bambina si stende sul divano coprendosi con una coperta blu di pail. Quando la madre torna dal bagno, accende la tv e schiaccia il tasto play sul videoregistratore. Si siede e si copre anche lei assieme alla figlia.

«Oggi ci sono i vecchi,» fa notare Martina.

Sabina annuisce senza parlare, ma prendendole i piedi nelle mani per scaldarglieli, e la fa ridere.

Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, un uomo di ottantaquattro anni si posiziona al centro dello studio, e inizia a leggere una lista di caratteristiche che dovrebbe avere la sua amata.

Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, Martina si addormenta di sasso, poggiando la testa sulla gamba destra di sua mamma. Sabina continua ad accarezzarle i capelli, fissando la tv.

Alessandro Busi