I capolavori ritrovati della poesia – Vladislav Nikolaevič Volkov

crp4Un’operazione di salvataggio a cura di Ennio Canallegri e William Kessel Pacinotti

ZEMLIJA, (1967?)
(Vladislav Nikolaevič Volkov?; Evgenij Evtušenko?)

Urška,
oggi non è più il disco bianco
d’osso e di luce riflessa
che guardavo
e mi guardava
né il testimone ideale
che registra senza esprimere giudizi
perdonando misfatti
ignorando gli slanci
muto

Adesso è un avamposto
una torre di guardia
e lo sguardo e gli occhi Leggi il resto dell’articolo

Seppellitemi dietro il battiscopa

Seppellitemi dietro il battiscopa è un libro esilarante.
Se volete notizie su Pavel Sanaev potete andare a leggerle qui o qui o potete digitare su Google direttamente il titolo perché ci hanno scritto in molti su Seppellitemi dietro il battiscopa.
A dirla tutta, è un libro che racconta per lo più episodi tristi, tristissimi, quasi tragici. Però, mentre lo leggi, sorridi. Veramente, a tratti, ridi.
Un bambino cresce credendo di essere stato barattato dalla madre per un “nano succhiasangue”. In ostaggio delle nevrosi della nonna.
Un nonno che sprofonda a faccia in giù sul divano. Che fugge e va a pesca. Che sceglie l’impegno politico per nascondersi dalla famiglia.
Un pittore ubriaco di bassa statura. Non sappiamo se è bravo, piuttosto non ricco, sembra buono ma si lascia mettere da parte dal turbinìo delle relazioni deviate di nonna e madre.
Una madre che si stravacca sul divano di casa, che quasi si arrende ad una visione immutabile che è quella della generazione precedente, fatta di fame, malattia, di stufette elettriche e di buoni vacanza.
E da subito la nonna. La vera protagonista del libro. La dirompenza di un mondo costruito a misura delle manie e delle mancanze delle donne, comunque amate, comunque seguite. Leggi il resto dell’articolo

La mia solitudine sei tu

E così non avresti capito troppo bene dov’è il Daghestan. Bene. Hai presente San Pietroburgo? Fatti un giro per Prospektiva Nievskij che poi c’è da viaggiare lungamente. Attraversa la tundra tra Krishi e Novgorod, tira dritto per Tver’, arriva a Mosca. Rotola ancora verso sud. Kolomna, Tula (tu l’avevi mai vista, Tula?), ora tutta a babordo. Passa nei pressi di Penza, pensa, un posto che si chiama Penza, e arriva fino a Tol’jatti. Non è servita a granché, questa sgroppata di millemila chilometri, però vuoi mettere: ora sai che è vero, che esiste una città che si chiama Tol’jatti. Non Togliattigrad: Tol’jatti. Soggiorna al Chocolate Hotel, se ce la fai, val bene una messa, è in Strada Avtostroiteley, sul sito c’è scritto Dolce vita!, ròba che a Togliatti sarebbe venuta l’alopècia. Non gira un’anima, per le vie di Tol’jatti. C’è solitudine. Impregnatene.

Ora sei pronto per l’ultimo tratto. Lambisci Volgograd: una volta si chiamava Stalingrado. Attraversa la cintura di fuoco dell’instabilità caucasica, Inguscezia Ossezia Cecenia, e tira dritto verso mare. Quando vedi il cartello con le indicazioni per Makhachkala, ecco, bene: sei arrivato in Daghestan.

Daghestan significa “che sta tra le montagne”, ed infatti dove sta? Sul mare.

Nella capitale, che si pronuncia mac-ciacalà, c’è una squadra di calcio, pure in Daghestan, pure a Makhachkala, che se vai su Wikipedia c’è la foto d’un cantiere, per dire.

Quella squadra si chiama Futbol’nyj Klub Mackhackala, anži Machkhačkala, Anži Mackhačkala. Anži fa parte del nome.

Le cose importanti da dire sull’Anzi, chiamiamolo così, sono molto banali: miracolo più che sportivo economico, fondato solo venti anni fa il club ha latitato nelle serie minori finché non è arrivato il petroliere ricco sfondato di turno, nella fattispecie Sulejman Kerimov, uno di quei magnate col conto a svariati zero: uno che si può bullare d’avere nel portafogli un discreto numero di azioni di Sberbank e Gazprom, per dire. I gasdotti passano tutti per il Daghestan, fatti due calcoli, il petrolio e il gas e i capitali sembrano chiamare il pallone a scacchi un po’ ovunque, figuriamoci a sud dell’Inguscezia, e insomma Kerimov la vuole proprio, una squadra tutta sua. Nel duemilaquattro prova ad acquistare l’aèsseroma, ah la dolce vita!, poi non se ne fa niente; due anni dopo rischia di morire in un incidente stradale a Nizza, ah la douce vie!, anche lì non se ne fa niente; però questo giocattolo calcistico lo vuole a tutti i costi, Kerimov. Ora mi compro il Tottenham, anzi il Rosenborg, anzi il Fc Vaduz, anzi: l’Anži Machkhačkala.

La notizia che ha fatto scalpore ultimamente è stata quella dello sfizio non-proprio-cheap di Kerimov: l’ingaggio faraonico di Roberto Carlos. Un colpaccio.

Figlio d’una sarta e d’un orologiaio, Roberto Carlos quanto sia famoso lo capisci dall’ovazione che gli tributano i settantamila del Maracanà ogni volta che fa il suo ingresso sul proscenio.

Dopo gl’incoraggianti esordi in Brasile, è successo che Roberto Carlos poi un bel giorno ha fatto il suo arrivo in Italia: viaggiava che era una meraviglia, ogni esibizione macinava – quanti saranno stati? – venti, trentatre, quarantacinque giri, nel piedino i friccicori del samba, delle sgroppate sulla fascia, delle bombe dal limite. Una bella vita invero, ah la dolce vita, quella di Roberto Carlos.

Sì, stiamo facendo confusione: questo Roberto Carlos non è quel Roberto Carlos, è il cantante, magari te lo ricordi, magari se lo ricordano tua mamma e (meglio) tua nonna. I musicarelli, Gianni Morandi, Sanremo con Sergio Endrigo. Hai presente quella canzone che fa la mia solitudine sei tu? Ecco, non è di Iva Zanicchi: è di Roberto Carlos.

 

No, non è di questo Roberto Carlos che Kerimov s’è assicurato i servigi per nove-milioni-nove di euro l’anno: l’oligarca, ai suoi privatissimi vernissaggi sul pontile di Ice, il duecentonovantatre anzi duecentonovantacinque piedi ancorato sul Mar Caspio, preferisce la sbarazzineria di Shakira e Christina Aguilera.

Ad indossare la maglia biancoverde del Futbol’nyj Klub Mackhackala, anži Machkhačkala, Anži Mackhačkala è il Roberto Carlos che magari hai rimpianto da tifoso dell’Inter, il fuciliere dello Stade de France, il pluricampione con le merengues madrilene, quello che se non si rasasse la pelata avrebbe un cespuglio afro, va dicendo in giro, quello che una volta gli han chiesto Do you ever stand in front of the mirror to take in the full splendour of your thighs? How big exactly are they? Do you have to get your trousers specially made? ed io ho letto things al posto di thighs, ho preso cose per cosce.

Ti metti mai davanti allo specchio a rimirarti il pieno splendore dei tuoi cosi? Quanto sono grossi esattamente? Hai dei pantaloni fatti apposta?, m’era sembrato di leggere, e immaginate lo sconforto quando ho intraletto sessanta centimetri, poco sotto, anche se poi in quell’intervista Roberto Carlos dice un sacco di cose intelligenti e da intenditore del calcio, ed io che avevo preso cosi per cosce. L’intervista è questa, se vuoi leggertela.

Roberto Carlos, poi, un pomeriggio l’hanno presentato allo stadiucciolo di Mackhackala, gli hanno messo sulle spalle ed in testa i vestimenti delle popolazioni daghestane, fatte di pelli di montone, e lui ha sorriso ai fotografi, anche se si vedeva lontano un miglio quanto si stesse struggendo per l’infausta scelta d’incucularsi tra le montagne, nel Daghestan, nella città-che-è-tutta-un-cantiere, dove non c’è granché da fare, e se nello stereo comincia a suonare quella canzone, la mia solitudine sei tu, son lacrime che non le fermi facilmente, sai.

 

Fabrizio Gabrielli

La voce fuori dal coro

Avevo sei anni, ero bolscevico e non lo sapevo.
Non sta bene scoprirlo a ridosso della caduta del muro di Berlino.
Non sta bene mica.
Grazie ad una vibrazione delle corde vocali, vieppiù.

Chi lo sa se v’è mai capitato d’imbattervi, nei ruggenti e scemanti anni ottanta, negl’organizzatori delle selezioni per lo Zecchino d’oro.
Di norma giungevano de bomba y platillo, come dicon gl’ispagnoli, piazzando qualche tomo enciclopedico in case imborghesite e racimolando alla bell’e meglio frotte di partecipanti infoiati, meglio se supportati da altrettantemente infoiati genitori.
Allestivano palcoscenici di provincia piazzandovi scenografie ridondanti.
Eran loro gl’uomini delle stelle, ma l’avremmo scoperto solo anni dopo, col film di Castellitto. Noialtri, gente semplice invero, li si lasciava manipolare sentimenti e credulità popolare.
Quand’ancora non imperava il talent show, l’ambizione massima era farsi spalleggiare dal Coro dell’Antoniano, dopotutto. Stringer la manina incartapecorita di Mariele.
Noialtri s’era gente semplice invero.

Massimamente democratici, i vassalli della Mariele sbrigavano la pratica estraendo a sorte il pezzo da farti cantare. In una scatola il nome dell’aspirante interprete, nell’altra i titoli delle canzoni.
Poteva dirti bene, ma anche no.
Fu quando avevo sei anni, ed ero bolscevico senza saperlo, che scoprii per la prima volta la dirompente inarginabilità della dittatura.
Nell’asilo imperava un regime teocratico-matriarcale.
Ventidue ragazzini furono costretti ad intonare all’unisono “Suor Margherita”, melenso panegirico all’educazione monacale (1). Lo fecero stringendosi le mani e versando lacrime amare, indossando al collo un fazzoletto scarlatto in memoria dei tre pargoli dissidenti che, in un sobillatore afflato zapatista, s’erano rifiutati di tessere le lodi di “suor Margherita che in mezzo ai bimbi passa la vita”.

Uno di quei tre, io.
M’assegnarono Вместе весело шагать, struggente ballata sentimentalpopolare sovietica che più d’una volta aveva fatto capolino nelle tivvù tra Stalingrado e Mosca interpretata da ingessatissimi ed inquadrati cori di ragazzini temprati dal bolscevismo (2).
L’aveva cantata qualche mese prima, a Bologna, una certa Olga Malakhova, ed io ero rimasto di sasso, un guizzo rubizzo m’aveva avvampato le guance, perché per quella Olga Malakhova, in pomeriggi al sapor di Galak, m’ero convinto di provare qualcosa che le parole non sapevano ancora definire (3).

Mille voci una voce.
Una voce fuori dal coro. La mia.

Alla finale, ça va sans dire, vinse la versione corale e teocon di Suor Margherita.
Durante la mia esibizione, in sala, scese un imbarazzante silenzio.
Deve esistere, da qualche parte, un vhs che m’immortala mentre slego l’ugola in un arabesco niebissanza ripallòshka zapaloshezà (4), con fiero cipiglio, nemmeno fossi Juz Aleskovskij mentre intona Canto a Stalin.
Lo trovasse mai qualcuno, quel vhs, che non esiti a farmelo avere.

Giusto per ricordarmi del giorno in cui scoprii d’essere anacronisticamente bolscevico, alla veneranda età d’anni sei.

Fabrizio Gabrielli

(1) Per rinfrescare la memoria
(2) Val bene una visita
(3) Voi dite sia questa?
(4) Qua, al minuto 0:52