Inutilissima nota sull’amore

«Cos’è il piacere se non un dolore straordinariamente dolce?» si domandava Heinrich Heine. Bussy Rabutin, invece, sostenne: «Quando non si ama troppo non si ama abbastanza». Quindi, si potrebbe dire, che amare consiste nel provare un enorme dolore estremamente piacevole. Ma qual è un dolore estremo ed estremamente dolce?

«L’offesa più atroce che si può fare ad un uomo è negargli che soffra,» scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Ma lui s’è tirato un colpo: non fa testo. Per lui la morte era il dolore estremo più dolce. Un dolore atroce che è durato una frazione infinitesimale di secondo per donargli una dolcezza che dura ancora e durerà per sempre.

Dio, quando decreta la nostra morte, in realtà ci vuole regalare un atto d’amore a orgasmo multiplo.

Nella premessa al film L’oro di Napoli si legge: «Noi ne mostriamo soltanto una piccola parte, ma troverete egualmente tracce di quell’amore, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’Oro di Napoli». Amore, pazienza, speranza. Partendo dall’assunto che l’amore è dolore dolce ed estremo, che la pazienza è sopportazione del dolore e che la speranza è prospettiva della fine del dolore, potremmo dire allora che Napoli è la città dove meglio si vive la dolorosa estasi dell’amore.

E allora perché tutti dicono che l’amore è una cosa bellissima? Perché si dicono questa menzogna incredibile? Perché temono che poi nessuno più accetterebbe d’innamorarsi?

«La menzogna più frequente è quella che ciascuno fa a se stesso; il mentire agli altri è un caso relativamente eccezionale,» dice Nietzsche ne L’Anticristo. Ma allora l’amore è una menzogna prodotta da noi stessi per noi stessi? Non creiamo l’amore per la persona amata, ma solo per noi.

Ritorna una mia vecchia idea: l’amore è autolesionismo e noi siamo masochisti.

E nemmeno Lina Sotis, ne Il colore del tempo, sembra darci la prospettiva di una fine («Fine. Non ci sperate, si ricomincia sempre»).

E questa continuità si moltiplica per ogni essere umano, per ogni momento della storia, per ogni etnoantropologia. «Gli argentini sono spagnoli, vivono come italiani, studiano in scuole inglesi e vorrebbero essere francesi,» dice Borges, condannando inconsapevolmente gli argentini alla sofferenza d’amore concentrata di spagnoli italiani inglesi e francesi.

E anche se, come ci dice la canzone, basta che ci sta il sole basta che ci sta il mare, nemmeno potremmo dire di amare il mare visto quello che Debussy scrisse nel 1904 all’editore Durand («La gente non ha sufficiente rispetto per il mare… Non dovrebbe essergli permesso d’immergervi quei corpo deformati dalla vita quotidiana…»). O forse sì: il non rispetto è creazione di dolore altrui. Una dimostrazione più grande di questa non credo sarebbe possibile.

Ma, visto che continueremo a soffrire e a far soffrire per amore godendone come dei pazzi, mi sa che è meglio chiudere qui questa nota.

Antonio Romano

L’uomo che non aveva nulla da dire (parte seconda)

Mentre i due parlavano, la giovane vestita da cavallerizza li guardava intensamente, smaniosa di voler intervenire per attirare l’attenzione su di sé.

«Oh ma che maleducati che siamo stati, dottor Furbetti,» fece Alfredo che si era accorto della ragazza, «non abbiamo coinvolto nel discorso anche gli altri passeggeri».

«Già! che sbadati,» rispose il vecchio.

Senza attendere oltre la giovane si sporse col busto tendendo la mano ai due uomini e disse:

«Salve, mi chiamo Anna Talenti e sono una cavallerizza!»

«Non per vantarmi, ma riconosco che lo avevo intuito dal suo abbigliamento,» fece Cosimo.

«Sì, in effetti sono in tenuta da gara».

«Bello! Deve essere entusiasmante il suo mestiere!» intervenne Alfredo: «Correre con il capo chino sulla criniera dell’animale col vento che sconvolge i capelli…»

«Beh, veramente io non faccio gare di velocità,» rispose Anna.

«Ah, gare a ostacoli su percorsi olimpici? Che meraviglia!» esclamò Cosimo, «Uno sport così tecnico, elegante, elitario… ideale per noi gente dell’alta borghesia, con rispetto parlando».

«E ci dica,» si inserì Alfredo, «come si chiama il suo cavallo? È un maschio o una femmina?»

«Ma veramente io non ho un cavallo. Sì, insomma, sono una cavallerizza senza cavallo!» ribatté la ragazza.

«Ma certo!» fece Cosimo dissimulando dimestichezza per non sembrar inesperto.

«Non pensavo fosse una disciplina praticabile anche senza cavallo,» disse Alfredo.

«In effetti non si può,» rispose la giovane: «Io, infatti non pratico nessuno sport».

«Benissimo!» proseguì l’imprenditore in un crescendo di ingiustificato entusiasmo.

 

«E lei?» disse il conversatore professionista voltandosi verso il quarto passeggero dello scompartimento che non aveva ancora proferito parola: «Come si chiama? Perché non conversa un po’ con noi?»

«Io?» rispose incerto il ragazzo: «Veramente io non ho nulla da dire, se non vi dispiace».

A questo punto, pensando al titolo di questo racconto, vi sarete perfettamente accorti che il protagonista della storia non è Alfredo ma il misterioso tizio finora rimasto in silenzio; l’Autore si è preso il gusto di divagare un pochino per abituare il Lettore ad avere pazienza e a non pretendere di andare “dritti al sodo”. Siete, perciò, invitati a dismettere l’eventuale empatia accumulata nei confronti dell’abile conversatore, in quanto egli è solo un comprimario. Ma andiamo avanti.

«Non ci credo!» affermò con aria di sfida Alfredo, «Lei, con quella barba lunga e i capelli spettinati, deve essere un idealista… sicuramente avrà qualcosa da dire sulla politica!»

«Ma,» fece il giovane stringendo le spalle, «in realtà, i politici sono un po’ tutti uguali, e i discorsi sull’argomento terminano tutti col riaffermare che i partiti fanno i loro interessi privati piuttosto che quelli della nazione; quindi mi sembra inutile parlarne».

«È vero. Ha ragione!» disse Cosimo ad Alfredo: «Provi con il tempo, la meteorologia… è sempre un buon argomento per rompere il ghiaccio».

«La prego,» rispose il conversatore stizzito, «di non pretendere di insegnarmi il mestiere, dato che lo pratico da molto più tempo di lei». Si rivolse allora al ragazzo e disse: «Che ne pensa di questo tempo ballerino? Non si sa se vuole piovere o meno!»

«Mi sembra un tema su cui non vale la pena soffermarsi,» affermò il ragazzo, «dato che è marzo e, come insegna anche la filastrocca, è del tutto normale che sia così».

«Ma allora ci parli di lei! Della sua famiglia, del suo lavoro!» lo spronò Alfredo.

«Preferirei non parlare in pubblico delle mie cose personali, anche perché in realtà non c’è molto da dire in proposito».

«Proviamo così!» intervenne Cosimo con l’intento di aiutare il conversatore a tirar fuori qualche parola dal giovane: «Le do un milione per parlare di un argomento qualsiasi, a piacere».

«In verità,» rispose il ragazzo, «non ho piacere a parlare di nulla in particolare».

«Oh che insolenza!» sobbalzò il vecchio, «Possibile che così tante persone disdegnino un milione?! Signorina lo do a lei, che ne dice?»

«Guardi,» affermò Anna, «io, in qualità di cavallerizza, non posso accettare altrimenti potrebbero dire che non metto passione nella mia attività e che lo faccio solo per soldi».

«Giusto!» arguì Cosimo, «Allora lo vado a dare al macchinista per corromperlo e far partire questo dannato treno, ché non ne posso più di conversare. Mi accompagna signorina?»

«Volentieri,» disse la cavallerizza alzandosi e uscendo sottobraccio col vecchio imprenditore.

 

«Ma almeno mi dica perché è su questo treno? Cosa va a fare a Napoli?» insisteva Alfredo col giovane per farlo parlare.

«Mi sembrava un posto accogliente, e in realtà io non sto andando né a Napoli né da nessun altra parte, considerando che questo treno è fermo da diverse ore».

«Insomma, lei mi vuole mandare fallito! Mi vuole far perdere il posto di lavoro! Parli, maledizione! Davvero lei vuole farmi credere che non ha nulla da dire?» disse Alfredo con una smania da paranoico.

«Capisco la sua incredulità ma è davvero così».

«E allora vada al diavolo!… ha capito?… vada al diavolo!» esclamò il conversatore alzandosi in piedi ormai al culmine dell’esasperazione, e uscì dallo scompartimento gridando istericamente.

«Va bene,» rispose il giovane, «sempre meglio che restare fermi in un treno a parlare di nulla!»

A quel punto, senza scomporsi minimamente per l’alterco appena sostenuto, il ragazzo aprì la borsa che aveva con sé, estrasse una pesante e arrugginita rivoltella che era riposta in una bellissima custodia di pelle prodotta dall’azienda del signor Furbetti, tirò il calcio, se la puntò con calma alla tempia e con un ghigno stranamente felice premette il grilletto.

 

Poco dopo la stazione fu invasa dai giornalisti, i quali batterono sul tempo perfino la polizia nell’intento di raccogliere i dettagli e le testimonianze più scabrose per i loro morbosi articoli di cronaca nera. Mentre il capotreno ripeteva attonito «Non capisco! Non capisco,» e gli altri passeggeri si rifiutavano di scendere dal treno per far rimuovere il cadavere opponendo al medico legale l’inossidabile argomento «Noi abbiamo pagato il biglietto e non ce ne andiamo!» vennero individuati i tre compagni di scompartimento del suicida, che furono subito circondati da teleobiettivi indagatori e minacciosi microfoni. Il giovane Alfredo sviava frettolosamente le domande dei cronisti con secchi «No comment!» temendo che la vicenda potesse mandare in fumo la sua affermata carriera di conversatore professionista. Il vecchio imprenditore Furbetti, contento di apparire sui media per pubblicizzare la sua azienda, si fece avanti per essere interrogato sui suoi rapporti col suicida e affermò:

«Il ragazzo era taciturno, pensate che non ha avuto neppure la buona creanza di presentarsi ai suoi compagni di scompartimento tanto era silente. Ma io avevo capito subito che era un aspirante suicida, dal momento in cui egli ha rifiutato la mia offerta di un milione di euro, tra l’altro da me offerti all’interno di questo meraviglioso contenitore per grosse somme di denaro realizzato dalla mia azienda».

Ma quando alcuni giornalisti gli chiesero perché non avesse segnalato al capotreno o alla polizia ferroviaria i suoi sospetti sul giovane, glissò velocemente con un tono impettito: «E cosa credete? Che sia una spia? Io sono un onesto imprenditore. Ritirate subito la domanda prima che vi quereli tutti!»

Anna, la cavallerizza, intervenne in ultimo: «Non è affatto vero che io e il suicida avevamo una relazione come alcuni giornali hanno scritto nei giorni scorsi,» e mentre la gran parte dei cronisti faceva notare che nessuna testata era andata in stampa con la suddetta notizia essendo questa appena stata registrata, la ragazza strillava: «Io sono una rispettabile cavallerizza, non ho nulla a che vedere con questa storia. Non riuscirete a rovinare la mia carriera! Io quel tizio lo conoscevo appena, ma è evidente che si sia ucciso per l’eccessivo ritardo del treno. Prendetevela coi responsabili delle ferrovie! Arrestateli tutti!»

Leonardo Battisti

L’uomo che non aveva nulla da dire (parte prima)

Omaggio ad Achille Campanile

 

Il rapido di mezzogiorno per Napoli sarebbe partito con estremo ritardo. Questa volta, però, il disguido non era dovuto ai consueti guasti tecnici o ai più rari ma non meno drammatici suicidi sui binari; il capotreno, infatti, si era persuaso a dover attendere ancora dodici ore per la partenza, dato che il suo orologio segnava ostinatamente la mezzanotte, contrariamente a quanto indicavano gli altri orologi dislocati in lungo e in largo nella stazione.

I passeggeri iniziarono vivamente a protestare con quel buffo omino in verde il quale, dopo un violento alterco con alcuni signori dall’accento marcatamente settentrionale, abbassò la fronte madida di sudore e ammise: «Signori, forse avete ragione, ma questo orologio è aziendale. Se non seguo gli orari che indica posso esser licenziato. Io ho famiglia, capite… Voi che fareste al posto mio?»

A quel punto i viaggiatori compresero le ragioni dell’inopinata sudorazione del macchinista e non proseguirono oltre coi reclami, ma giacché erano giunti in stazione pensarono bene di trascorrere l’attesa nel treno rallegrandosi del fatto che il ritardo avrebbe concesso loro di intrattenere brillanti e piacevoli conversazioni, diversamente da come accade di solito in questi convogli superveloci, che non danno il tempo ai passeggeri di rompere il ghiaccio e conoscersi un poco. Tuttavia il disagio della partenza posticipata convinse i viaggiatori ad inscenare una sacrosanta protesta: di comune accordo tutti decisero di andare in barba all’obbligo di occupare i posti precedentemente prenotati e si accomodarono esclusivamente nelle carrozze cinque e sei, cosicché i restanti vagoni rimasero interamente vuoti mentre al centro il treno appariva oltremodo sovraccarico, con gli stessi passeggeri pressati nei corridoi e negli scompartimenti intenti a scambiarsi cordiali saluti e sonori ceffoni per farsi largo.

Ma veniamo, cari lettori, al protagonista di questa storia. Appena effettuate le suddette operazioni di salita sul treno, un giovine di bell’aspetto giunse correndo verso il binario: «Aspettate! Aspettate» gridò sventolando in aria il biglietto mentre si faceva largo alla bene e meglio fra la folla variopinta che solitamente colora le grandi stazioni. Per dir la verità, quel giorno la stazione era semideserta in quanto i sindacati nazionali avevano indetto lo sciopero generale delle folle, raccogliendo un inaspettato consenso e un’adesione fra i lavoratori di quel settore che sfiorava, secondo i notiziari del giorno, l’ottanta percento. Il giovine, dunque, non incontrava nessun reale impedimento nel raggiungere il binario e tuttavia così dava a intendere la sua affannosa e alquanto sgraziata corsa.

Salito sulla carrozza cinque, il ragazzo di nome Alfredo (si chiamava in realtà Alvaro, ma vi pare che Alvaro possa essere nome degno di un racconto?), dopo aver educatamente assestato diverse pedate nell’intento di avanzare fra i passeggeri, scorse uno scompartimento insolitamente ordinato, in cui sedevano soltanto tre persone. Con un guizzo davvero ammirevole, vi si infilò occupando il quarto sedile ancora vuoto: «È libero?» chiese agli altri passeggeri, i quali si guardarono con fare interrogativo fra di loro per poi annuire al nuovo arrivato.

«Bene, benissimo; sono stato fortunato a trovare questo posto».

«Già, » fece l’anziano e distinto signore che gli sedeva accanto, dal lato del finestrino.

Il giovinotto sorrise e intanto guardava gli altri compagni di scompartimento. Di fronte a lui c’era un ragazzotto sulla trentina con lo sguardo abbassato e pensieroso che teneva al fianco una voluminosa e attempata borsa a tracolla. Accanto al ragazzo era seduta una giovane donna con dei lunghissimi capelli biondi tirati indietro e legati; era vestita da cavallerizza con tanto di stivali di cuoio e frustino sotto il braccio.

«Permettete?» fece Alfredo, «mi chiamo Alfredo de Robertis e di professione mi occupo di intavolare discussioni con sconosciuti in quelli che un celebre filosofo francese ha definito “non luoghi”, ovvero sale d’attesa di studi medici, ascensori, mezzi di trasporto pubblici, ecc Non appena ho saputo del ritardo biblico di questo treno mi sono precipitato per adempiere al mio dovere, ed eccomi qui a parlare con voi».

«E chi la paga per un simile mestiere?» disse il vecchio al suo fianco.

«Oh, le persone che intrattengo se gradiscono la conversazione,» rispose Alfredo

«Le do un milione per stare zitto!»

«Mi spiace signore ma non posso accettare».

«E perché?»

«Perché è contro la deontologia professionale di noi conversatori. Siamo gente seria, noi, cosa crede?!»

«Piuttosto lei mi sembra un imbecille».

«Ne ho visti a bizzeffe di scettici e burberi come lei in tanti anni di servizio… Che ne dice di presentarsi invece di offendere, dato che ne deve passare di tempo prima di partire!»

«In effetti…» disse il vecchio abbandonando il suo cipiglio diffidente: «Va bene… Piacere, io sono Cosimo Furbetti, faccio l’imprenditore».

«Ottimo,» esultò Alfredo stringendo la mano al signore, «e in che settore opera?»

«Beh, vede, è un po’ complicato,» fece Cosimo grattandosi i capelli grigi sotto la tuba, «le mie aziende realizzano… contenitori! Non so se mi spiego»

«Che tipo di contenitori?» chiese il giovane mostrando una professionalissima curiosità.

«Di tutti i tipi. Contenitori per cibi, bevande, oggetti di tutte le dimensioni, perfino contenitori per mezzi di trasporto…»

«Addirittura?!»

«Certo! Io stesso ho brevettato una custodia per automobili, comoda per proteggere la propria vettura durante i viaggi. Ma ne abbiamo anche di più grandi, per i treni o le navi, senza contare che gli aeroporti ci commissionano ogni anno decine di contenitori per i loro hangar… Le dirò di più, anche se non dovrei per non fornire vantaggi alla concorrenza… il governo ci ha commissionato un contenitore per il Colosseo, mentre il comune di New York ci ha chiesto dei contenitori su misura per coprire i loro grattacieli più rinomati».

«Davvero?!» fece Alfredo seriamente impressionato: «Mi sembra di capire che il vostro è un settore che non conosce crisi!»

«Beh, la crisi c’è eccome!» arguì il vecchio affilandosi i baffi grigi, «Ma noi siamo imprenditori intelligenti, sappiamo inventare nuovi prodotti appetibili per il mercato. Ma non mi faccia dire oltre…»

«La prego, si sbilanci! Con me può parlare; noi conversatori siamo vincolati al segreto professionale e non possiamo spifferare in giro le confessioni dei nostri clienti!»

«Ah, non lo sapevo,» fece Cosimo, «scusi la diffidenza ma noi dobbiamo guardarci dai pericoli dello spionaggio industriale. D’altra parte abbiamo investito milioni nella progettazione e ideazione di questo nuovo importante prodotto che ci rilancerà a livello internazionale…»

«Ossia?»

«Stiamo per immettere sul mercato… scusi l’emozione, ma è davvero una cosa di cui essere orgogliosi…»

«Ma si figuri. Allora?»

«Stiamo per lanciare un prodotto rivoluzionario: il contenitore di contenitori!»

«Wow!» fece Alfredo seriamente sbigottito «Ma è assolutamente geniale».

«Già!» rispose il vecchio senza alcuna modestia. «Non ci ha ancora pensato nessuno… ne venderemo a iosa e faremo un bel po’ di quattrini, può starne certo!»

«Lo credo bene! Beh, che dire? Congratulazioni».

 

Leonardo Battisti

La seconda parte di questo racconto verrà pubblicata sabato 19 febbraio.

Sono qui, non è per caso…

Riportiamo un breve estratto del romanzo Sono qui, non è per caso (Edizioni Fortepiano, 2010), ambientato tra nel biennio 1976-77, negli anni della contestazione studentesca.

 

Sì, forse sì, forse non tutto è completamente perduto, come dice Carlo, ma intanto un altro colpo è stato messo a segno contro di noi, con la foto del giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. E più guardo la foto e più non mi riconosco. Più guardo questa dannata foto del giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola e più mi sento come l’uomo invisibile. Non mi ci trovo. E non trovo gli altri. Non trovo Carlo né Alfonso né Betta né Enrico né Diego né Sergio né Irene e, nemmeno Giulia, se è per questo.

E non serve che aguzzi la vista. Mi sfreghi gli occhi. L’ho capito alla prima rapida occhiata: io non ci sono. C’è solo lui: il giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. Destinato a inghiottire il resto. Ad azzerare le differenze. A semplificare la complessità. È stato definito alla perfezione. Netto. Incorniciato con abilità nella luce spettrale di un pomeriggio riempito dal fumo. Quello di ieri, a Milano, quando i compagni sono scesi in piazza per protestare contro l’assassinio di Giorgiana. Insieme ai diecimila di Bologna, ai cinquemila di Firenze, ai quattromila di Napoli e ai duemila di Palermo. Solo che nella città meneghina le cose non sono filate lisce come altrove. La città è stata messa a ferro e fuoco. E nel putiferio qualcuno ha fatto partire un colpo e con quel colpo è morto il brigadiere Antonino Custra. E un altro deve averlo notato, il gesto di quello là che sparava. Clic. E ha scattato la foto. E la foto, il giorno dopo, è comparsa sulle pagine del Corriere dell’Informazione. E ora eccola qui, la foto: una figura solitaria, curva sulle gambe, di profilo, a volto coperto, le braccia protese in avanti nel gesto di prendere la mira con la P38 impugnata tra le mani. Clic. È perfetta. Clic. Vale più di mille discorsi messi assieme. Clic. Era proprio quello che ci voleva: il giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. Clic. Per dire che siamo proprio tutti così. Clic. Clic. Clic. In men che non si dica la foto ha fatto il giro del mondo. Ha occupato l’intero spazio mediatico. Bene in vista dietro i mezzi busti dei giornalisti alla televisione. In prima pagina sui quotidiani. Clic. Ecco finalmente la rappresentazione perfetta di ciò che dovremmo essere. Clic.

12-14 dicembre 2010: i tre giorni che sconvolsero l’Italia

Poi hanno spento la luce. E non mi son più svegliato.

Bombe e orologi fermi, tanto per cambiare. I tre giorni che sconvolsero l’Italia, e chi se li dimentica. Tutto cominciò la mattina del 12 dicembre, tanto per cambiare. Dopo 41 anni. Poco dopo mezzogiorno un’edizione straordinaria del telegiornale dava la notizia di un’esplosione a Piazza Fontana. Durante le commemorazioni della strage. Uno sfregio, si pensò in molti. Ma nessuno poteva immaginare quello che ne conseguì. D’altronde gli eventi precipitarono in fretta.

Il presidente del Senato Schifani, poche settimane prima, in seguito all’assalto degli studenti a palazzo Madama, aveva detto: “Da tempo ci sforziamo con i nostri appelli e richiami al senso di responsabilità di tutti ad abbassare i toni per evitare che l’aumento degli episodi di violenza e di intolleranza in occasione di manifestazioni pubbliche possa trasformarsi in gesti non solo incivili ma anche forieri di eventi luttuosi”. Ci scappa il morto, detto in parole povere. Ròba che rimpiangi Cossiga, per dire.

Intanto i due ragazzi fermati il giorno dell’assedio al Senato non venivano rilasciati. Le università iniziarono lo stato di mobilitazione permanente. Gli atenei occupati in tutt’Italia. Un giorno c’era manifestazione, e l’altro pure. Agli studenti, a poco a poco, s’affiancò la società civile: non solo operai, precari e insegnanti, ma anche immigrati, lavoratori stanchi e indignati, persino i pensionati. Ovunque, i centri cittadini paralizzati. Festa e protesta. Il governo era in piena crisi: il 14 dicembre la Consulta avrebbe dovuto pronunciarsi sul legittimo impedimento mentre in Parlamento si sarebbe dovuta votare la fiducia. Tutto ciò se.

Ma cerchiamo d’esporre i fatti, sebbene siano confusi, seguendo l’ordine cronologico degli eventi che hanno generato il corto circuito. Ad esempio, è importante dire, che le forze dell’ordine, stanche delle botte date e di quelle subite, e di troppi straordinari non pagati, dopo dieci giorni di scontri e delirio cominciarono a scioperare pure loro. Cioè, non tutti, ma una buona parte sì. E, viene da sé, la degenerazione che ne è seguita.

I neofascisti e i leghisti al nord e gli uomini delle varie cosche al sud, e gli ultrà tutti, infervorati dal sobillamento generale, ne approfittano, ciascuno per la sua causa, per entrare in azione. I primi morti, il 7 dicembre, furono a Napoli, Roma e Milano, durante le colluttazioni. Pallottole vaganti, tanto per cambiare. Ma attraverso telefonini, telecamere e internet le immagini hanno fatto il giro della penisola (e non solo). Così ebbe inizio la caccia all’uomo. L’obiettivo: gli uomini che avevano sparato, e ucciso.

Era tutto un risuonar di sirene. Tutti contro tutti: non si capiva chi stava con chi, contro chi, per cosa, contro cosa. Nessuno, però, ce la faceva più. E, in molti, ambivano ai posti di governo, o di comando, per ingrassare, o per costruire. Vendette, rappresaglie: guerra civile, un delirio mai visto in tanti anni di storia complicata. Molti si chiusero nelle case, chi poteva abbandonava le città. Una nuova sconosciuta paura catturava, inaspettatamente, l’attenzione degli italiani. Dopo vent’anni a riempirsi le giornate col vuoto dell’intrattenimento televisivo. Lo sbandamento di fronte all’inconsueto. Le abitudini sovvertite. Dovettero persino sospendere i campionati di calcio. Le chiese, di domenica e non solo, ripresero ad esser frequentate. Si sa, che quando s’è in difficoltà, dio è l’amico più vicino, l’amico più facile. Si piange il morto e si prega dio. I morti nelle strade erano ormai più di quelli sul lavoro.

Voi mi capirete, signori miei, se il racconto è confuso. Voi c’eravate, avete visto, avete partecipato, eravamo tutti in strada, ognuno schierato, come fantasmi che non sanno dove andare. La prima bomba scoppiata a Brescia, il 12 dicembre 2010, non era solo uno sfregio. La colpa fu data dapprima agli islamici, poi agli anarco-comunisti dei centri sociali. Qualcuno diceva che era stata la mafia, altri dicevano che erano stati i fascisti. Qualcuno diceva che erano stati ambienti deviati della massoneria, altri ancora dicevano che era stato lo Stato. In molti sospettavano che fascisti, mafiosi, massoni e servizi segreti erano tutti d’accordo. Naturalmente, è presto per la verità. E poi, si sa, quando scoppiano le bombe, qui in Italia, la verità non si scopre mai.

Le strade, già piene di gente, dopo la bomba di Brescia si colorarono di un frastuono atroce, ancor più incazzato. Cariche improvvise spezzavano i cortei con azioni di guerriglia militare, poi si disperdevano, dileguandosi. Assalti neofascisti alle università di tutta Italia, scontri violenti, tre morti, giovani, ragazzi. Figli di madri e padri che avranno vita distrutta. Quella notte, tra il 12 e il 13 dicembre 2010, in un’operazione combinata, esercito, polizia e carabinieri fanno irruzione negli atenei occupati e arrestano centinaia di studenti. All’alba, col territorio sgomberato, i neofascisti si prendono le università.

Alle 8 e 47 della mattina del 13 dicembre un’esplosione alla stazione metro Pinciopallo sveglia la città di Roma. I giornalisti non fanno in tempo a batter l’ansa che alle 8 e 52 un’altra bomba, questa volta a Milano, esplode nei pressi della stazione metro Tiraturati. Le linee fisse saltano, le comunicazioni sono interrotte. Alle 9 e 26 scoppia un’autobomba davanti alla procura di Reggio Calabria, alle 9 e 31 un’altra autobomba esplode davanti al palazzo di Giustizia di Firenze. Alle 9 e 48 un aereo di linea viene dirottato sulla Questura di Palermo. Ecco servito il nostro 11 settembre. Alcuni temono sia ritornata la guerra.

Il Consiglio dei Ministri vara un provvedimento straordinario in cui destituisce il Presidente della Repubblica, incaricando delle sue funzioni il Premier. Viene determinato lo stato d’emergenza. Le elezioni vengono bloccate a tempo indeterminato. Viene istituito il servizio d’ordine d’emergenza nazionale (a cui spetta il compito, inoltre, di controllare casa per casa e scovare eventuali dissidenti). Si firma un’amnistia che fa uscire dalle carceri 45mila detenuti.

Il 14 dicembre, a reti unificate, e per la prima volta, su tutti i profili di facebook, il presidente del Consiglio dichiara che va tutto bene, ci penserà lui, qualche morto cosa volete che sia, l’importante che tutto sia finito e che l’Italia è un grande paese. In molti, durante il messaggio, si sono sentiti sfondare la porta di casa e visti prelevare e portare via. L’ultima cosa che ho saputo, signori, è che oltre a me, hanno portato via quasi mezzo milione di persone.

Poi hanno spento la luce.

Gianluca Liguori

25-11-2010

 

La futura classe dirigente

La futura classe dirigente (Minimum Fax, 2009)

di Peppe Fiore

 

«Mi chiamo Michele Botta, vivo a Roma da otto anni, mangio poco, porto il quarantaquattro di piede, mi vesto fighetto finto stradaiolo, ho la erre rotacizzata, qualche atteggiamento fisico da checca nevrotica anche se mi piace la fregna, e l’abitudine di dormire in posizione fetale abbracciato al cuscino per svegliarmi ogni singola mattina della mia esistenza in un nodo di crampi».

 

Così si descrive – in uno dei tanti monologhi di cui è puntellato il romanzo – il protagonista del libro di Peppe Fiore, scrittore napoletano classe 1981.

Michele Botta è un io narrante in continua tensione emotiva, sempre sull’orlo di una crisi di nervi – per dirla alla Almodóvar – in bilico tra ciò che sono i suoi desideri e ciò che gli prospetta quotidianamente la sua vita. E la quotidianità lo annichilisce. Lavora per realizzare un format televisivo dal titolo “Qua la zampa!” per il vasto pubblico – una sorta di reality show con protagonisti dei cani – che, alla fine, non riuscirà neppure ad essere messo in onda. Intanto ha dei genitori sempre presenti nella sua vita: sua madre lo chiama e gli rinfaccia quotidianamente la sua “assenza”, la sua non partecipazione emotiva alla vita familiare – c’è il loro gatto spelacchiato che ormai sta morendo e Michele non vuole tornare a Napoli per dargli l’ultimo saluto. Le aspettative dei suoi genitori soffocano Michele, lo lacerano. Non c’è nulla che sembri andare mai nel verso giusto. Roma è una città che diviene angusta, torrida, rabbiosa e priva ormai di ogni residuale umanità.

Cosa resta?

Michele sviluppa “dipendenze seriali” continuando a guardare il suo Dr. House per rilassarsi, è sempre più preda dei suoi tic e delle sue manie. Che lo voglia o meno, che senta o meno la responsabilità di «affacciarsi sull’orlo dei propri ventisei anni dal bordo di un divano (sfoderabile)», al protagonista non resta che lottare per sopravvivere all’Italia del berlusconismo sfrenato, dei nani e delle ballerine, del non senso delle emozioni più profonde.

Ironico, sarcastico, pungente, dissacrante, Peppe Fiore non risparmia niente e nessuno nella sua analisi impietosa. Eppure al lettore – nonostante alcuni passaggi davvero esilaranti, nonostante la scrittura pirotecnica e mirabolante – resta un retrogusto amaro sotto il palato. Michele Botta siamo un po’ tutti noi. Michele Botta sono i nostri sogni infranti, il nostro navigare a vista, la nostra assenza di “pensieri lunghi”, il nostro precariato lavorativo ed emotivo. Un romanzo imperdibile, da leggere con calma, senza fretta, soffermandosi sui particolari, sorridendo ed infuriandosi, lasciando che le emozioni fluiscano, gustando ogni passaggio.

E – alla fine – tornando a sognare che ci sarà sempre «un sorriso per difendersi e un passaporto per andare via lontano» come canta Francesco De Gregori.

Serena Adesso

Gatti vivi e gatte morte – Ovvero il ratto del gatto ad opera della Bellezza

Si chiamava Elena Dimilo ed era bella. Così bella che a volte sui documenti firmava staccato. Di-Milo. Come la statua di Venere. Ma figuriamoci se lo faceva di proposito. Si chiamava Elena Dimilo, scritto attaccato, e tutto le si poteva attribuire fuorché qualche difetto. Qualcuno aveva pure messo in giro strane voci, riguardo al suo naso, che aveva un profilo un po’ storto, avevano detto, ma Elena Dimilo sapeva che altro non erano che malignerie dettate dall’invidia e continuava a sorridere in giro, con i suoi denti bianchissimi, così bianchi che si diceva avesse una relazione con Piergiorgio Sartiani, il dentista più ricco della città, ma pure questa, vi dico, era una maligneria bella e buona. Non per altro. È che, in quanto portatrice sana di bellezza, come ella stessa si considerava – ma di nascosto, per non apparire arrogante – Elena Dimilo aveva una passione per l’arte. Elena conobbe Ivan Siranovic un giorno d’inverno, ad una lettura di poesie dell’avanguardia russa. Lui veniva da San Pietroburgo, faceva il pittore e quella sera stessa decise che le poesie dell’avanguardia russa poteva leggersele anche da solo nella sua casa di Napoli, dove pure abitava da un po’ . «Ne ho una collezione immensa», disse alla donna. «Davvero?» E mentre facevano l’amore lui gliele recitava in cirillico, perché comunque non poteva mica far vedere che era stata una scusa. Il mattino dopo, sull’avanguardia, Elena Dimilo aveva ancora qualche dubbio, ma in quanto al russo, bisogna dirlo, Elena non era mai stata così sicura. Al risveglio era sola, avvolta tra le lenzuola di seta rossa, nella penombra della stanza. Nell’angolo giaceva poggiata e coperta da un panno una tela incompiuta. Sorrise Elena Dimilo, scese dal letto per osservare meglio. Immaginò il suo corpo nudo e dormiente sulla tela, dipinto nella notte, bellissimo a vedersi, irresistibile. Sollevò piano il panno: la porzione di tela mostrava il rosso del letto, le pieghe della seta. Sollevò di più e scorse sulla seta una collana di perle, come quella che portava al collo nudo la notte precedente. Era raggiante Elena Dimilo, che mai si sarebbe immaginata una trasformazione in musa così repentina. Poi sentì un motivo dell’Internazionale avvicinarsi, canticchiato. «Buongiorno mia dea», le aveva detto il pittore, mentre con una mano le cingeva il corpo e con l’altra teneva il vassoio d’argento della colazione. «Ivan, davvero non dovevi…», disse lei, infatti lui non le doveva proprio niente: dalla porta un grosso gatto si diresse verso la colazione di Elena Dimilo e cominciò a banchettare a piccoli scatti.

«Mia cara, lei è Vanessa», disse Ivan Siranovic, mentre le accarezzava il pelo. Alla gatta, ovviamente.

Si guardarono con odio gatta e donna, più forti le fusa, a marcare un primato.

«Ma è meravigliosa!» disse Elena al pittore. La gatta, da parte sua, corse in grembo alla donna e le fece qualche festa. «Ero certo che vi sareste piaciute», fece lui «e ora voglio mostrarti una cosa!» A passo marziale si diresse verso la tela e la scoprì: l’immenso quadro ritraeva la gatta, maestosa, gigante nel suo pelo morbido e bianco come nevi di Russia. Giacente sul letto vermiglio cosparso di perle. La gatta prese a fare le fusa al pittore e alla tela stessa. «È una gatta di pura razza siberiana, discendente dalla famiglia dell’ultimo zar di Russia. È una gatta nobile. Da quando ha rischiato la vita, mesi fa, il nostro legame s’è rafforzato e la mia arte ha subito una svolta!» Ivan Siranovic condusse l’amante nel grande salone, ricoperte le pareti di cornici di ogni dimensione, al centro di ognuna, voluttuosa e sensuale, la gatta bianca con un diadema al collo. «È la bellezza felina l’emblema dell’Arte: indipendente ed erotica. È con lei che ho trovato la chiave dell’ineffabile etereo». Poi continuava con nomi altisonanti, di quegli artisti che si fecero profeti della carica simbolico-estetica felina: e via con i Céline, i Baudelaire, gli Alfonso Gatto e i Gatto Panceri, mentre con le mani le illustrava i dipinti: adagiata, annoiata, distratta, la gatta ammiccava dai quadri a chi le concedeva lo sguardo, abbagliato dal candore del pelo dipinto e dallo scintillio dei premi dorati esposti su mobili e vetrinette. Elena Dimilo sorrideva interessata, tuttavia pensando non tanto all’arte quanto all’atto di imporre un irreversibile scalpo frontale alla gatta, tra le orecchie aguzze e pelose.

Entrò poi nella stanza una donnetta, che Elena scrutò con sufficienza ma tirando dentro la pancia, perché Elena Dimilo era generosa e la sua bellezza non voleva negarla a nessuno. La donnetta veniva a prendere Vanessa per le ore di posa, nell’atelier al piano sottostante. Siranovic congedò Elena con un bacio appassionato e un alito fresco di tundra, mentre la gatta Vanessa la guardava dalle braccia della donnetta con fare vittorioso.

Quella mattina Elena tornò a casa stizzita. Neppure il solito manicure o le iniezioni di botulino riuscirono a gettare balsamo sul suo orgoglio ferito. Ché lei, Elena Dimilo, seconda a qualcuna mai lo era stata, figurarsi ad una gatta. Passò un mese, passarono due, ed ogni notte giaciuta col pittore portava all’abbandono mattutino in cui una gatta slavata e pelosa vedeva eternata la sua bellezza in luogo di quella di Elena.

Una mattina allora Elena fece quello che stava architettando da tempo: nell’uscire di casa e lasciare Ivan Siranovic al suo lavoro, approfittando di non essere vista, prese la gatta che sonnecchiava sulla poltrona all’ingresso e la mise in borsa. Allo sparire della gatta, a quel punto, l’artista redento le avrebbe implorato di posare per lui, perché davvero, era stato accecato fino a quel momento, ma ora sapeva che lei sola era vera Bellezza, lei sola la chiave.

Elena Dimilo portò la gatta in casa e la poggiò sul tavolo con violenza. Il felino e la donna si osservavano ciascuna pensando cosa mai il pittore avesse trovato nell’altra. Non arrivando risposta, entrambe si scaraventarono in una lotta in cui furono dati graffi, si tirarono code, si lanciarono soffi ed insulti e altre cose che non voglio neanche menzionare. Fu il pollice opponibile di Elena elemento fondamentale per l’esito dello scontro: la gatta fu messa nella gabbietta del defunto coniglio Anselmo buonanima e là rimase, nutrita a scatolette comprate alla Lidl per soli 2 euro e 90. Questo per una settimana dieci giorni in cui il pittore pareva incontentabile e neppure più il pennello dritto poteva tenere senza tremare, se capite cosa intendo. Un mese dopo Ivan Siranovic pareva essersi ripreso, ma riprese erano anche le vecchie abitudini, anzi, cominciò ad essere ancor più irreperibile, dal momento che passava in atelier sempre più tempo, nel tentativo di colmare con nuovi linguaggi il dolore della sua perdita.

Dopo una lunga notte passata insonne nella cucina di casa, meditando sulla sorte della bianca prigioniera, Elena Dimilo giunse alla soluzione definitiva della faccenda: fare irruzione nello studio dell’affranto pittore e sigillare per sempre il loro amore nell’atto di un miracoloso reperimento felino da parte di lei, che per l’occasione avrebbe accettato di essere dipinta come un’Athena vittoriosa, ma non senza un po’ di insistenza. Così pose fine al ratto del gatto che si affacciò intimorito tra le sbarrette, smunto e corrotto dalla penuria di cibo costoso e adulazioni. Lo prese in braccio e riuscì a sentire una ad una le costole sotto il pelo, poi in un gesto solo lo ricacciò in borsa, tirando sempre dentro la pancia, che le costole pure a lei si vedevano e anche molto meglio, inutile a dirsi.

Fu allora che accadde l’irreparabile: nel suo atelier Siranovic tutt’altro che disperato aveva colmato il dolore con la donnetta Carmela, che intenta a lucidare il pavimento veniva dipinta e vezzeggiata dal pittore. Elena Dimilo con la gatta in mano si fermò un attimo sulla soglia: «Sfrega più forte», diceva il pittore. «La sua voce, maestro, è il mio canto», diceva lei, e alzava l’occhio languido all’artista. «L’Arte è dipendenza, sottomissione estrema, alienazione di uomini e donne nel gesto puro», aveva detto lui, una volta che donna e gatta entrarono nella stanza. Ma a quanto pare il nuovo Siranovic non era risultato convincente. La donnetta, con quel suo fare da gatta morta, pure capì che qualcosa non era andata per il verso giusto: ogni dubbio fu eluso quando Elena Dimilo, presa dalla rabbia per la nuova usurpazione del suo posto di Musa, gettò la gatta viva sulla gatta morta e soffi e schianti e graffi e grida risuonarono per l’atelier, distruggendo tele e reputazioni. Dal canto suo, Ivan Siranovic cercava di chiamare a sé la gatta, quella viva, stupito del suo ritrovamento, ma questa, uscita vincitrice dalla battaglia contro la donnetta sanguinante, emise un miagolio stizzito e gli voltò la coda. Così, per una strana applicazione della Sindrome di Stoccolma, la gatta rapita cercò il rapitore e con un balzo tornò nella borsa di Elena, che preferendo il gatto al porco non vi si oppose affatto e tornò a casa.

Olga Campofreda

Papà De Pasquale, buona sera

Era un periodo particolare della vita di Luca De Pasquale.
In qualità di amico, beh, diciamo che ero un po’ preoccupato. Ogni volta che andavo a casa sua, nel suo loft specchiato che affacciava su via Pigna, non percepivo più nell’aria la stessa tranquillità di prima. Luca De Pasquale era inquieto, lo avrebbe capito anche un cammello ritardato.
Poi, un giorno succede che trovo Luca De Pasquale conciato come Billy Idol che mi parla di Brendost, di Crain, della Dimensione 2000 (e di come questi fenomeni reagiscano combinati tra loro).
Quella cena si svolse in un clima artico, tra i suoi singhiozzi e i miei perché.
Tra la pasta al sugo e una fetta di pane della Conad, Luca De Pasquale vuotò il sacco: aveva voglia di avere un figlio, un figlio vero. Il cofanetto dei Rolling Stones, con il poster di Mick Jagger poco più che ventenne, non gli bastava più. Un figlio da vestire, da sfamare, un figlio da amare. Un figlio a cui tramandare lo scibile musicale, a cui leggere i propri racconti prima di farlo addormentare.

Sì, Luca De Pasquale aveva un problema. Un vero problema.
Certo, anche volendo – mi disse – dove lo sistemo in 26 metri quadrati un infante? E i soldi? E i libri per la scuola?

Insomma, eravamo nella merda.
Ascoltai devoto De Pasquale mitragliare lacrime napoletane e decisi di fare qualcosa.
Avrei dato un figlio a Luca De Pasquale.
Non biologicamente, certo, ma avrei fornito la prole in eredità al noto scrittore vomerese.
Quella notte, prima di salutarci, guardammo su you tube una serie di risse di Sgarbi e di gol di Batistuta e capii in che direzione dovevo muovermi. Diedi la mano a Luca De Pasquale e, prima di svicolare definitivamente dal suo loft specchiato, gli feci una promessa: Luca De Pasquale farò qualcosa per te, te lo giuro su Maradona e su Dio Universale. E solo lui conosceva la reazione di questi due fenomeni combinati insieme.
Scesi in strada, il freddo schiarì definitivamente le idee. Il giorno seguente sarebbe partita la mia missione.

Mi svegliai di buon ora (la mezza) e mi recai in un’agenzia del centro che affittava macchine, scooter, motoscafi e mongolfiere alimentate dal sacro fuoco di Brendon. Noleggiai una Panda bianca, annata ’82 come i mondiali di Espana (targata NA Y87632), e – fatto il pieno di benzina e Dimensione Acrain – presi l’autostrada.
Sarei andato in Romania a prendere un figlio a Luca De Pasquale. Un bel bimbo biondo, ignifugo al fuoco sacro di Crain e Brendost, possibilmente agghindato in una maglia di calcio pezzotta di qualche squadra italiana. Questi, i requisiti che avevo letto nelle parole di Luca De Pasquale.
Mi gonfiai il petto d’orgoglio in un respiro pavone: ce l’avrei fatta e Luca De Pasquale sarebbe stato di nuovo contento. Sarebbe tornato a scrivere di cosce tornite in calze sguainate, di coiti a ritmo di Progressive Rock e di monolocali. Insomma, avrei donato al mondo – nuovamente – il miglior scrittore della provincia oscura.
All’altezza di Bologna rischiai, però, di prendere fuoco. Crain e Brendost facevano l’autostop in una piazzola d’emergenza ed io non li avevo riconosciuti a primo acchito. Avevo addirittura fermato la Panda (a “piede”, ché i freni, dopo una certa velocità, perdevano colpi) per farli salire ma, fortunatamente, mi resi conto in tempo che i due fenomeni, combinati, mi avrebbero fatto prendere fuoco all’istante. Sgommai via in una nube di fumo. Dovevo tenere gli occhi aperti 24 ore su 24; Brendon e la Dimensione 2000 mi stavano col fiato sul collo, mi erano ostili, era evidente.
Se mi fossi rilassato un solo istante mi avrebbero fatto prendere fuoco come un arrosticino dimenticato sul grill e arrivederci alla Romania, al sorriso di Luca De Pasquale e alla letteratura italiana del primo XXI secolo.
Arrivai al confine dopo venti ore di viaggio, con la Panda per metà in fiamme. Valicai la dogana a Tarvisio travestito da monaco leghista, con la maschera popolare del luogo (Borghezio Power Ranger) così da non destare sospetti, e mi addentrai nel ventre dell’est Europa.
Avrei traversato l’impervia Slovenia prima di arrivare in Ungheria, dove avrei fatto una breve sosta di qualche ora per girare un porno ambientato in un casinò barocco.
Ma le cose non andarono esattamente secondo i piani.

Vissi avventure incredibili; tra fiches, vibratori al gusto lampone selvatico e seni rifatti che parevano budini Cameo. Divenni Marco “twentyfour” Marsullo e la gente iniziò a riconoscermi per strada. Mi salutavano, inneggiando al sesso libero.

La ricchezza mi diede alla testa; in breve tempo i fumi viscidi del danaro – manna ingannatrice mandatami da Crain in persona – mi destabilizzarono, impedendomi di ricordare la missione per cui ero partito dall’Italia appena qualche giorno prima.
Poi, come d’incanto, la mia illuminazione sulla via di Damasco. Mi apparve, vivido come se non fosse un sogno ma la vera verità, Giuliano dei Negramaro che danzava sinuoso su un motivetto un pop porno.
Giuliano dei Negramaro mi ricordò il perché di tutto questo, riconsegnandomi le chiavi della Panda – che avevo scioccamente sostituito con una Saab decappottabile – dicendomi che per il pieno di benza ci aveva pensato lui. Lo ringraziai, lui si spogliò e mi obbligò a guardarlo avere sei rapporti sessuali con se stesso. Lo scotto da pagare per chi perdeva la retta via, pensai.
Il mattino seguente, dismessi i panni del pornodivo magiaro e fattomi laserare via il tatuaggio di Rocco a Praga, mi rimisi nella Panda, pronto a traversare gli ultimi chilometri della mia Odissea personale.
Mi accorsi che Giuliano dei Negramaro aveva lasciato sul sediolino posteriore dei suoi slip usati. Deciso a non farmi più distrarre da nulla, li scaraventai fuori dal finestrino e sgommai alla volta della Romania.

Dopo qualche ora sulle strade rumene, mi parve di essere tornato a casa, nella Napoli che ricordavo. Groviere d’asfalti e pozze d’acqua marroni mi accolsero, come presagio di labirinto mentale. Era chiaro che Crain, Brendost e perfino Brendon, si erano adunati al confine tra la Romania e la Dimensione 2000 per farmi perire, proprio a pochi passi dalla meta.
Raggiunsi Otopeni, piccolo sobborgo nei pressi di Bucarest. Avevo letto su internet che lì scambiavano bambini, sani e bellissimi, con figurine di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Ovviamente ero pieno di effigi dei due celebri calciatori.
Arrivai nel centro abitato e venni accolto da festoni colorati e dalla banda cittadina, vestita con le maglie della Dinamo Bucarest (mi dissero poi che era il loro completo per la festa). Venni sfamato, vezzeggiato e proclamato cittadino onorario. Il sindaco, un trans di nome Venezuela, mi consegnò le chiavi della città. La Panda venne lavata, a mano, da degli immigrati calabresi. Mi dissero che al mattino seguente mi avrebbero portato al bambile per scegliere l’infante che avrei preferito, ma prima volevano vedere la merce, le figurine. Con una certa tracotanza sbattei sul tavolo il codino di Baggio e gli occhi spiritati di Schillaci durante Italia ’90. Un boato accompagnò il movimento.
Festeggiammo per il resto della notte con le note di “Vamos a bailar” di Paola und Chiara, tra fiumi di vino in cartone e dolci calabresi fatti in casa.
Mi portarono, che era praticamente l’alba, nella mia tenda, augurandomi una buona notte. Dopo qualche ora saremmo andati a scegliere il bambino.

Il bambile era un luogo tutt’altro che deprecabile. I bambini erano tenuti in ampie gabbie riscaldate, con timer automatici per il rifornimento di acqua e biscotti Plasmon, che irrigavano le ciotole dall’alto con un meccanismo computerizzato gestito da un Ibm 3.86 (compatibile).
Fui molto critico nell’osservare i marmocchi. Luca De Pasquale si meritava il meglio, non avevo dimenticato i requisiti di scelta, ma pareva non esserci trippa per gatti. Chi era troppo grasso, chi non aveva un occhio, chi era convinto di essere un vampiro. Insomma, stavo per mollare e riprendermi la mia figurina di Baggio che calcia la punizione con la maglia della Juve, quando in un angolo notai un bimbo mingherlino fasciato da una maglia della Cremonese degli anni ’90, quella col numero 11 di Andrea Tentoni, ex idolo della curva di Cremona. I fluenti capelli biondi coprivano un po’ gli occhi azzurri, e un sorriso sdentato sembrava dire: “Prendimi, prendimi, forza Cremonese, alè alè”.
Non esitai oltre. Indicai l’infante e scelsi di portarlo con me. Rinunciai alla confezione regalo, salutai i miei amici rumeni (ancora la banda cittadina accompagnava l’operazione, intonando stavolta una canzone di Sabrina Salerno) e mi rimisi in viaggio per tornare in Italia con Florian, il nuovo figlio di Luca De Pasquale.

Mentre macinavo i chilometri nel verso opposto, pregustavo la faccia di Luca De Pasquale che, al ritorno dal reparto dischi dalla Knack, avrebbe trovato in casa Florian. Florian De Pasquale.
Insegnai, nei due giorni di viaggio, l’italiano al bimbo. Gli fissai in mente delle frasi da dire una volta visto il nuovo genitore. Florian sembrava piuttosto recettivo, tant’è che aveva imparato tutto a menadito già all’altezza di Padova Est.
Le ultime ore di viaggio sgusciarono via in un tramonto che sapeva di liberazione: ce l’avevo fatta.
Quella notte, quando arrivai a Napoli, uscii direttamente al Vomero dalla tangenziale (andando piano perché c’erano i tutor attivi), direzione via Pigna.
Entrai nel palazzo di Luca De Pasquale che Luca De Pasquale non era ancora tornato. Ne avevo la certezza perché quel giorno, in Knack, aveva il turno dalle 6 alle 24.
Corsi con Florian fino al secondo piano dello stabile e, arrivato di fronte alla porta di Luca De Pasquale, la sfondai con un calcio.
Stella, la gatta strabica, mi accolse rotolandosi sul marmo gelido. L’accarezzai e la feci socializzare con Florian, che pareva amasse gli animali.
Preparai una pasta al sugo col battuto GS e attesi che Luca De Pasquale tornasse dalla Knack per mostrargli la clamorosa sorpresa. Florian sembrava vivesse lì da sempre. Aveva già iniziato a giocare con i dischi dei Prodigy, costruendo una tana con i vinili e i cuscini del letto.
Poco dopo la mezzanotte sentii la porta aprirsi (a mano, era sfondata!) e vidi un intimorito Luca De Pasquale solcare il mini corridoio per arrivare nel salotto (che poi è il resto del loft).
Appena mi vide rasserenò il volto in un’espressione compiaciuta. Sorrise liberato, dicendomi che aveva avuto paura che ad entrare fosse stato Crain o, peggio ancora, Brendost l’ignifugo. Solo che, non vedendo il fuoco, si era insospettito. Era stanco in volto e nei gesti.
Gli dissi: “Luca De Pasquale ho una sorpresa per te, guarda!” e lasciai uscire da sotto il letto Florian, ancora avvolto nella maglia della Cremonese di Tentoni.
Il bimbo, riconosciuto il nuovo padre dalla mia descrizione sommaria, gli saltò al collo.
“Papà De Pasquale! Scrittore! Papà De Pasquale! Buona sera”.
Luca De Pasquale scoppiò a piangere e iniziò a maledire Crain, Brendon, Brendost, la Dimensione 2000 e Dio Universale.
Da allora Luca De Pasquale e Florian De Pasquale vivono insieme nel loro loft, giocando a subbuteo, ascoltando heavy metal e leggendo, rigorosamente insieme, i racconti che papà De Pasquale scrive ogni notte. Tra cosce tornite e autoreggenti ombrate.

Nota dell’autore:

Crain, Brandost, Acrain, Brendon, Dimensione 2000 e Dio Universale, sono parti della mente del notorio mago campano Gennaro D’Auria.

Durante la stesura di questo racconto nessun bambino è stato maltratto. Solo la lingua italiana, ne ha risentito un po’. Ma niente di che.

Marco Marsullo