La linea infinita

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il secondo racconto.

di Ilaria Mazzeo da una foto di Andrea Pozzato

 

Da Rogoredo a Stazione Centrale ci sono undici fermate della linea gialla della metro.

Sara lo sa perché le ha contate sulla cartina, e le sembrano inaffrontabili, infinite; ostili.

Tutto è ostile, da due anni a questa parte.

Inizia a scendere le scale, con il cuore che ogni tanto, le pare, salta un battito; ma poi lo recupera in velocità.

Sara si fa forza stringendo in mano il suo ciondolo. Glielo ha regalato suo padre, molto tempo fa. Poi si tocca la pancia, e attraverso la maglia sente quel calore che la rassicura. Sembra dirle: «Non sei sola».

Sola lo è stata, per tanto. Percorrendo il lungo corridoio che porta ai tornelli, Sara cerca di non pensare a quello che sta facendo, ma non ci riesce. Butta le chiavi di casa in un cestino, e prosegue, rasentando il muro, con la gente che la supera velocemente, senza degnarla di uno sguardo.

L’idea gliel’ha data Julia Roberts.

Qualche sera prima, in tv, ha visto un vecchio film con lei protagonista. Il titolo era stupido: A letto con il nemico, ma Sara ha seguito con grande attenzione, mentre suo marito russava nell’altra stanza.

Nel film, la diva Julia è sposata con un animale che la picchia e la umilia in tutti i modi; i due vivono in una casa bellissima con vista sull’oceano, e il pazzo è un uomo alto, prestante, con folti capelli neri.

Sara e suo marito vivono in un bilocale con vista sui binari della stazione di Rogoredo, e lui non somiglia proprio per nulla a un attore americano; per il resto, però, la situazione è la stessa. E lei, come la Roberts nel film, ha deciso di scappare.

Fino a pochi giorni prima una soluzione del genere non le era balenata alla mente nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate; neanche dopo l’ennesima umiliazione subita al Pronto Soccorso, dove una dottoressa, a occhio sua coetanea, le aveva detto apertamente che quei segni sul collo e sulla schiena non erano compatibili con nessuna caduta, e che la smettesse di prenderla in giro, per favore.

Lei era stata zitta e aveva tenuto gli occhi bassi, come quando, a scuola, la beccavano impreparata; si era fatta medicare e incerottare per bene ed era filata a casa a preparare la cena, terrorizzata che lui tornasse da lavoro e non trovasse il piatto in tavola.

Sara arriva al tornello e tira fuori il biglietto, che, nell’agitazione, le cade per terra. Lo raccoglie con mani tremanti e lo inserisce nella fessura.

Con gli occhiali da sole, là sotto, vede a malapena dove mette i piedi, ma non se li toglierà per nessun motivo, così come non si toglierà il cappellino da baseball con la scritta “I love Milano”, comprato appositamente su una bancarella del mercatino di Senigallia per poterci poi nascondere i capelli sotto. Nel film, la Roberts si metteva una parrucca bionda. Lei non avrebbe saputo dove andare a comprarla e, comunque, ha pochi soldi.

Il tornello si sblocca e Sara passa oltre, cercando di non accelerare. Si guarda intorno: nessuno fa caso a lei. Forse, grazie allo zaino e al cappellino, può passare per una turista. Vorrebbe correre, ma non lo fa; fino a stasera, del resto, lui non potrà accorgersi della sua fuga. Non hanno il telefono fisso, a casa, e lei ha simulato uno scippo con conseguente perdita del telefonino, proprio il giorno prima. Lui, naturalmente, si è incazzato di brutto, e le ha urlato che se lei, inutilezoccola, è così stronzadeficiente da farsi derubare dal primo rumenodimmerda che passa per la strada, a lui nonglienefregauncazzo, e il cellulare, almeno per ora, non glielo ricomprerà, ziocane.

In realtà il cellulare Sara ce l’ha nello zaino, ma con un’altra Sim, acquistata ieri.

La sua è andata a lanciarla nel Naviglio Grande, insieme alla fede; così, se mai le ritroveranno, magari penseranno che si è suicidata, o che l’hanno uccisa. Per lei va bene. Le sarebbe andato bene anche morire, fino a pochi giorni fa; ora, però, non vuole più.

Sara è sulla banchina, adesso; il tabellone luminoso comunica che al prossimo treno per Maciachini mancano tre minuti. Avrebbe preferito trovare il treno già pronto ad accoglierla nella sua panciona lucida, ma non tutto può andare come nei film. Ora che è riuscita ad arrivare fin quaggiù si sente più forte: non credeva che ce l’avrebbe fatta. Forse allora è vero che non è quella nullità che il marito sostiene.

Ripensa a sua madre, a quando le ha telefonato, ieri. Non la sentiva da due anni, ma non si è stupita che la voce fosse sempre la stessa, uguale a quella che ha continuato a venire a trovarla in sogno: bassa e decisa, senza mai un’esitazione. Sara, invece, balbettava. Mi aiuterai, mamma? Sì. Posso venire da te, mamma? Sì, figlia mia. Ti voglio bene, figlia mia.

«Anche io, mamma».

Sara lo dice ad alta voce, entrando nel treno della metropolitana, diretta alla Stazione Centrale, da dove ripartirà per Napoli, e da lì per Agropoli, il suo paese. Qualcuno si volta a guardarla, ma lei bada solo a trovare un posto libero per sedersi. Rogoredo rimane alle sue spalle, e anche Porto di Mare, Corvetto, Brenta

Sara tiene le mani posate delicatamente sul grembo, per sentire ancora quel calore forte, rassicurante.

«Ce ne andiamo, piccolo mio,» mormora. E sorride.

Inutilissima nota sull’amore

«Cos’è il piacere se non un dolore straordinariamente dolce?» si domandava Heinrich Heine. Bussy Rabutin, invece, sostenne: «Quando non si ama troppo non si ama abbastanza». Quindi, si potrebbe dire, che amare consiste nel provare un enorme dolore estremamente piacevole. Ma qual è un dolore estremo ed estremamente dolce?

«L’offesa più atroce che si può fare ad un uomo è negargli che soffra,» scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Ma lui s’è tirato un colpo: non fa testo. Per lui la morte era il dolore estremo più dolce. Un dolore atroce che è durato una frazione infinitesimale di secondo per donargli una dolcezza che dura ancora e durerà per sempre.

Dio, quando decreta la nostra morte, in realtà ci vuole regalare un atto d’amore a orgasmo multiplo.

Nella premessa al film L’oro di Napoli si legge: «Noi ne mostriamo soltanto una piccola parte, ma troverete egualmente tracce di quell’amore, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’Oro di Napoli». Amore, pazienza, speranza. Partendo dall’assunto che l’amore è dolore dolce ed estremo, che la pazienza è sopportazione del dolore e che la speranza è prospettiva della fine del dolore, potremmo dire allora che Napoli è la città dove meglio si vive la dolorosa estasi dell’amore.

E allora perché tutti dicono che l’amore è una cosa bellissima? Perché si dicono questa menzogna incredibile? Perché temono che poi nessuno più accetterebbe d’innamorarsi?

«La menzogna più frequente è quella che ciascuno fa a se stesso; il mentire agli altri è un caso relativamente eccezionale,» dice Nietzsche ne L’Anticristo. Ma allora l’amore è una menzogna prodotta da noi stessi per noi stessi? Non creiamo l’amore per la persona amata, ma solo per noi.

Ritorna una mia vecchia idea: l’amore è autolesionismo e noi siamo masochisti.

E nemmeno Lina Sotis, ne Il colore del tempo, sembra darci la prospettiva di una fine («Fine. Non ci sperate, si ricomincia sempre»).

E questa continuità si moltiplica per ogni essere umano, per ogni momento della storia, per ogni etnoantropologia. «Gli argentini sono spagnoli, vivono come italiani, studiano in scuole inglesi e vorrebbero essere francesi,» dice Borges, condannando inconsapevolmente gli argentini alla sofferenza d’amore concentrata di spagnoli italiani inglesi e francesi.

E anche se, come ci dice la canzone, basta che ci sta il sole basta che ci sta il mare, nemmeno potremmo dire di amare il mare visto quello che Debussy scrisse nel 1904 all’editore Durand («La gente non ha sufficiente rispetto per il mare… Non dovrebbe essergli permesso d’immergervi quei corpo deformati dalla vita quotidiana…»). O forse sì: il non rispetto è creazione di dolore altrui. Una dimostrazione più grande di questa non credo sarebbe possibile.

Ma, visto che continueremo a soffrire e a far soffrire per amore godendone come dei pazzi, mi sa che è meglio chiudere qui questa nota.

Antonio Romano

L’uomo che non aveva nulla da dire (parte seconda)

Mentre i due parlavano, la giovane vestita da cavallerizza li guardava intensamente, smaniosa di voler intervenire per attirare l’attenzione su di sé.

«Oh ma che maleducati che siamo stati, dottor Furbetti,» fece Alfredo che si era accorto della ragazza, «non abbiamo coinvolto nel discorso anche gli altri passeggeri».

«Già! che sbadati,» rispose il vecchio.

Senza attendere oltre la giovane si sporse col busto tendendo la mano ai due uomini e disse:

«Salve, mi chiamo Anna Talenti e sono una cavallerizza!»

«Non per vantarmi, ma riconosco che lo avevo intuito dal suo abbigliamento,» fece Cosimo.

«Sì, in effetti sono in tenuta da gara».

«Bello! Deve essere entusiasmante il suo mestiere!» intervenne Alfredo: «Correre con il capo chino sulla criniera dell’animale col vento che sconvolge i capelli…»

«Beh, veramente io non faccio gare di velocità,» rispose Anna.

«Ah, gare a ostacoli su percorsi olimpici? Che meraviglia!» esclamò Cosimo, «Uno sport così tecnico, elegante, elitario… ideale per noi gente dell’alta borghesia, con rispetto parlando».

«E ci dica,» si inserì Alfredo, «come si chiama il suo cavallo? È un maschio o una femmina?»

«Ma veramente io non ho un cavallo. Sì, insomma, sono una cavallerizza senza cavallo!» ribatté la ragazza.

«Ma certo!» fece Cosimo dissimulando dimestichezza per non sembrar inesperto.

«Non pensavo fosse una disciplina praticabile anche senza cavallo,» disse Alfredo.

«In effetti non si può,» rispose la giovane: «Io, infatti non pratico nessuno sport».

«Benissimo!» proseguì l’imprenditore in un crescendo di ingiustificato entusiasmo.

 

«E lei?» disse il conversatore professionista voltandosi verso il quarto passeggero dello scompartimento che non aveva ancora proferito parola: «Come si chiama? Perché non conversa un po’ con noi?»

«Io?» rispose incerto il ragazzo: «Veramente io non ho nulla da dire, se non vi dispiace».

A questo punto, pensando al titolo di questo racconto, vi sarete perfettamente accorti che il protagonista della storia non è Alfredo ma il misterioso tizio finora rimasto in silenzio; l’Autore si è preso il gusto di divagare un pochino per abituare il Lettore ad avere pazienza e a non pretendere di andare “dritti al sodo”. Siete, perciò, invitati a dismettere l’eventuale empatia accumulata nei confronti dell’abile conversatore, in quanto egli è solo un comprimario. Ma andiamo avanti.

«Non ci credo!» affermò con aria di sfida Alfredo, «Lei, con quella barba lunga e i capelli spettinati, deve essere un idealista… sicuramente avrà qualcosa da dire sulla politica!»

«Ma,» fece il giovane stringendo le spalle, «in realtà, i politici sono un po’ tutti uguali, e i discorsi sull’argomento terminano tutti col riaffermare che i partiti fanno i loro interessi privati piuttosto che quelli della nazione; quindi mi sembra inutile parlarne».

«È vero. Ha ragione!» disse Cosimo ad Alfredo: «Provi con il tempo, la meteorologia… è sempre un buon argomento per rompere il ghiaccio».

«La prego,» rispose il conversatore stizzito, «di non pretendere di insegnarmi il mestiere, dato che lo pratico da molto più tempo di lei». Si rivolse allora al ragazzo e disse: «Che ne pensa di questo tempo ballerino? Non si sa se vuole piovere o meno!»

«Mi sembra un tema su cui non vale la pena soffermarsi,» affermò il ragazzo, «dato che è marzo e, come insegna anche la filastrocca, è del tutto normale che sia così».

«Ma allora ci parli di lei! Della sua famiglia, del suo lavoro!» lo spronò Alfredo.

«Preferirei non parlare in pubblico delle mie cose personali, anche perché in realtà non c’è molto da dire in proposito».

«Proviamo così!» intervenne Cosimo con l’intento di aiutare il conversatore a tirar fuori qualche parola dal giovane: «Le do un milione per parlare di un argomento qualsiasi, a piacere».

«In verità,» rispose il ragazzo, «non ho piacere a parlare di nulla in particolare».

«Oh che insolenza!» sobbalzò il vecchio, «Possibile che così tante persone disdegnino un milione?! Signorina lo do a lei, che ne dice?»

«Guardi,» affermò Anna, «io, in qualità di cavallerizza, non posso accettare altrimenti potrebbero dire che non metto passione nella mia attività e che lo faccio solo per soldi».

«Giusto!» arguì Cosimo, «Allora lo vado a dare al macchinista per corromperlo e far partire questo dannato treno, ché non ne posso più di conversare. Mi accompagna signorina?»

«Volentieri,» disse la cavallerizza alzandosi e uscendo sottobraccio col vecchio imprenditore.

 

«Ma almeno mi dica perché è su questo treno? Cosa va a fare a Napoli?» insisteva Alfredo col giovane per farlo parlare.

«Mi sembrava un posto accogliente, e in realtà io non sto andando né a Napoli né da nessun altra parte, considerando che questo treno è fermo da diverse ore».

«Insomma, lei mi vuole mandare fallito! Mi vuole far perdere il posto di lavoro! Parli, maledizione! Davvero lei vuole farmi credere che non ha nulla da dire?» disse Alfredo con una smania da paranoico.

«Capisco la sua incredulità ma è davvero così».

«E allora vada al diavolo!… ha capito?… vada al diavolo!» esclamò il conversatore alzandosi in piedi ormai al culmine dell’esasperazione, e uscì dallo scompartimento gridando istericamente.

«Va bene,» rispose il giovane, «sempre meglio che restare fermi in un treno a parlare di nulla!»

A quel punto, senza scomporsi minimamente per l’alterco appena sostenuto, il ragazzo aprì la borsa che aveva con sé, estrasse una pesante e arrugginita rivoltella che era riposta in una bellissima custodia di pelle prodotta dall’azienda del signor Furbetti, tirò il calcio, se la puntò con calma alla tempia e con un ghigno stranamente felice premette il grilletto.

 

Poco dopo la stazione fu invasa dai giornalisti, i quali batterono sul tempo perfino la polizia nell’intento di raccogliere i dettagli e le testimonianze più scabrose per i loro morbosi articoli di cronaca nera. Mentre il capotreno ripeteva attonito «Non capisco! Non capisco,» e gli altri passeggeri si rifiutavano di scendere dal treno per far rimuovere il cadavere opponendo al medico legale l’inossidabile argomento «Noi abbiamo pagato il biglietto e non ce ne andiamo!» vennero individuati i tre compagni di scompartimento del suicida, che furono subito circondati da teleobiettivi indagatori e minacciosi microfoni. Il giovane Alfredo sviava frettolosamente le domande dei cronisti con secchi «No comment!» temendo che la vicenda potesse mandare in fumo la sua affermata carriera di conversatore professionista. Il vecchio imprenditore Furbetti, contento di apparire sui media per pubblicizzare la sua azienda, si fece avanti per essere interrogato sui suoi rapporti col suicida e affermò:

«Il ragazzo era taciturno, pensate che non ha avuto neppure la buona creanza di presentarsi ai suoi compagni di scompartimento tanto era silente. Ma io avevo capito subito che era un aspirante suicida, dal momento in cui egli ha rifiutato la mia offerta di un milione di euro, tra l’altro da me offerti all’interno di questo meraviglioso contenitore per grosse somme di denaro realizzato dalla mia azienda».

Ma quando alcuni giornalisti gli chiesero perché non avesse segnalato al capotreno o alla polizia ferroviaria i suoi sospetti sul giovane, glissò velocemente con un tono impettito: «E cosa credete? Che sia una spia? Io sono un onesto imprenditore. Ritirate subito la domanda prima che vi quereli tutti!»

Anna, la cavallerizza, intervenne in ultimo: «Non è affatto vero che io e il suicida avevamo una relazione come alcuni giornali hanno scritto nei giorni scorsi,» e mentre la gran parte dei cronisti faceva notare che nessuna testata era andata in stampa con la suddetta notizia essendo questa appena stata registrata, la ragazza strillava: «Io sono una rispettabile cavallerizza, non ho nulla a che vedere con questa storia. Non riuscirete a rovinare la mia carriera! Io quel tizio lo conoscevo appena, ma è evidente che si sia ucciso per l’eccessivo ritardo del treno. Prendetevela coi responsabili delle ferrovie! Arrestateli tutti!»

Leonardo Battisti

L’uomo che non aveva nulla da dire (parte prima)

Omaggio ad Achille Campanile

 

Il rapido di mezzogiorno per Napoli sarebbe partito con estremo ritardo. Questa volta, però, il disguido non era dovuto ai consueti guasti tecnici o ai più rari ma non meno drammatici suicidi sui binari; il capotreno, infatti, si era persuaso a dover attendere ancora dodici ore per la partenza, dato che il suo orologio segnava ostinatamente la mezzanotte, contrariamente a quanto indicavano gli altri orologi dislocati in lungo e in largo nella stazione.

I passeggeri iniziarono vivamente a protestare con quel buffo omino in verde il quale, dopo un violento alterco con alcuni signori dall’accento marcatamente settentrionale, abbassò la fronte madida di sudore e ammise: «Signori, forse avete ragione, ma questo orologio è aziendale. Se non seguo gli orari che indica posso esser licenziato. Io ho famiglia, capite… Voi che fareste al posto mio?»

A quel punto i viaggiatori compresero le ragioni dell’inopinata sudorazione del macchinista e non proseguirono oltre coi reclami, ma giacché erano giunti in stazione pensarono bene di trascorrere l’attesa nel treno rallegrandosi del fatto che il ritardo avrebbe concesso loro di intrattenere brillanti e piacevoli conversazioni, diversamente da come accade di solito in questi convogli superveloci, che non danno il tempo ai passeggeri di rompere il ghiaccio e conoscersi un poco. Tuttavia il disagio della partenza posticipata convinse i viaggiatori ad inscenare una sacrosanta protesta: di comune accordo tutti decisero di andare in barba all’obbligo di occupare i posti precedentemente prenotati e si accomodarono esclusivamente nelle carrozze cinque e sei, cosicché i restanti vagoni rimasero interamente vuoti mentre al centro il treno appariva oltremodo sovraccarico, con gli stessi passeggeri pressati nei corridoi e negli scompartimenti intenti a scambiarsi cordiali saluti e sonori ceffoni per farsi largo.

Ma veniamo, cari lettori, al protagonista di questa storia. Appena effettuate le suddette operazioni di salita sul treno, un giovine di bell’aspetto giunse correndo verso il binario: «Aspettate! Aspettate» gridò sventolando in aria il biglietto mentre si faceva largo alla bene e meglio fra la folla variopinta che solitamente colora le grandi stazioni. Per dir la verità, quel giorno la stazione era semideserta in quanto i sindacati nazionali avevano indetto lo sciopero generale delle folle, raccogliendo un inaspettato consenso e un’adesione fra i lavoratori di quel settore che sfiorava, secondo i notiziari del giorno, l’ottanta percento. Il giovine, dunque, non incontrava nessun reale impedimento nel raggiungere il binario e tuttavia così dava a intendere la sua affannosa e alquanto sgraziata corsa.

Salito sulla carrozza cinque, il ragazzo di nome Alfredo (si chiamava in realtà Alvaro, ma vi pare che Alvaro possa essere nome degno di un racconto?), dopo aver educatamente assestato diverse pedate nell’intento di avanzare fra i passeggeri, scorse uno scompartimento insolitamente ordinato, in cui sedevano soltanto tre persone. Con un guizzo davvero ammirevole, vi si infilò occupando il quarto sedile ancora vuoto: «È libero?» chiese agli altri passeggeri, i quali si guardarono con fare interrogativo fra di loro per poi annuire al nuovo arrivato.

«Bene, benissimo; sono stato fortunato a trovare questo posto».

«Già, » fece l’anziano e distinto signore che gli sedeva accanto, dal lato del finestrino.

Il giovinotto sorrise e intanto guardava gli altri compagni di scompartimento. Di fronte a lui c’era un ragazzotto sulla trentina con lo sguardo abbassato e pensieroso che teneva al fianco una voluminosa e attempata borsa a tracolla. Accanto al ragazzo era seduta una giovane donna con dei lunghissimi capelli biondi tirati indietro e legati; era vestita da cavallerizza con tanto di stivali di cuoio e frustino sotto il braccio.

«Permettete?» fece Alfredo, «mi chiamo Alfredo de Robertis e di professione mi occupo di intavolare discussioni con sconosciuti in quelli che un celebre filosofo francese ha definito “non luoghi”, ovvero sale d’attesa di studi medici, ascensori, mezzi di trasporto pubblici, ecc Non appena ho saputo del ritardo biblico di questo treno mi sono precipitato per adempiere al mio dovere, ed eccomi qui a parlare con voi».

«E chi la paga per un simile mestiere?» disse il vecchio al suo fianco.

«Oh, le persone che intrattengo se gradiscono la conversazione,» rispose Alfredo

«Le do un milione per stare zitto!»

«Mi spiace signore ma non posso accettare».

«E perché?»

«Perché è contro la deontologia professionale di noi conversatori. Siamo gente seria, noi, cosa crede?!»

«Piuttosto lei mi sembra un imbecille».

«Ne ho visti a bizzeffe di scettici e burberi come lei in tanti anni di servizio… Che ne dice di presentarsi invece di offendere, dato che ne deve passare di tempo prima di partire!»

«In effetti…» disse il vecchio abbandonando il suo cipiglio diffidente: «Va bene… Piacere, io sono Cosimo Furbetti, faccio l’imprenditore».

«Ottimo,» esultò Alfredo stringendo la mano al signore, «e in che settore opera?»

«Beh, vede, è un po’ complicato,» fece Cosimo grattandosi i capelli grigi sotto la tuba, «le mie aziende realizzano… contenitori! Non so se mi spiego»

«Che tipo di contenitori?» chiese il giovane mostrando una professionalissima curiosità.

«Di tutti i tipi. Contenitori per cibi, bevande, oggetti di tutte le dimensioni, perfino contenitori per mezzi di trasporto…»

«Addirittura?!»

«Certo! Io stesso ho brevettato una custodia per automobili, comoda per proteggere la propria vettura durante i viaggi. Ma ne abbiamo anche di più grandi, per i treni o le navi, senza contare che gli aeroporti ci commissionano ogni anno decine di contenitori per i loro hangar… Le dirò di più, anche se non dovrei per non fornire vantaggi alla concorrenza… il governo ci ha commissionato un contenitore per il Colosseo, mentre il comune di New York ci ha chiesto dei contenitori su misura per coprire i loro grattacieli più rinomati».

«Davvero?!» fece Alfredo seriamente impressionato: «Mi sembra di capire che il vostro è un settore che non conosce crisi!»

«Beh, la crisi c’è eccome!» arguì il vecchio affilandosi i baffi grigi, «Ma noi siamo imprenditori intelligenti, sappiamo inventare nuovi prodotti appetibili per il mercato. Ma non mi faccia dire oltre…»

«La prego, si sbilanci! Con me può parlare; noi conversatori siamo vincolati al segreto professionale e non possiamo spifferare in giro le confessioni dei nostri clienti!»

«Ah, non lo sapevo,» fece Cosimo, «scusi la diffidenza ma noi dobbiamo guardarci dai pericoli dello spionaggio industriale. D’altra parte abbiamo investito milioni nella progettazione e ideazione di questo nuovo importante prodotto che ci rilancerà a livello internazionale…»

«Ossia?»

«Stiamo per immettere sul mercato… scusi l’emozione, ma è davvero una cosa di cui essere orgogliosi…»

«Ma si figuri. Allora?»

«Stiamo per lanciare un prodotto rivoluzionario: il contenitore di contenitori!»

«Wow!» fece Alfredo seriamente sbigottito «Ma è assolutamente geniale».

«Già!» rispose il vecchio senza alcuna modestia. «Non ci ha ancora pensato nessuno… ne venderemo a iosa e faremo un bel po’ di quattrini, può starne certo!»

«Lo credo bene! Beh, che dire? Congratulazioni».

 

Leonardo Battisti

La seconda parte di questo racconto verrà pubblicata sabato 19 febbraio.

Sono qui, non è per caso…

Riportiamo un breve estratto del romanzo Sono qui, non è per caso (Edizioni Fortepiano, 2010), ambientato tra nel biennio 1976-77, negli anni della contestazione studentesca.

 

Sì, forse sì, forse non tutto è completamente perduto, come dice Carlo, ma intanto un altro colpo è stato messo a segno contro di noi, con la foto del giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. E più guardo la foto e più non mi riconosco. Più guardo questa dannata foto del giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola e più mi sento come l’uomo invisibile. Non mi ci trovo. E non trovo gli altri. Non trovo Carlo né Alfonso né Betta né Enrico né Diego né Sergio né Irene e, nemmeno Giulia, se è per questo.

E non serve che aguzzi la vista. Mi sfreghi gli occhi. L’ho capito alla prima rapida occhiata: io non ci sono. C’è solo lui: il giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. Destinato a inghiottire il resto. Ad azzerare le differenze. A semplificare la complessità. È stato definito alla perfezione. Netto. Incorniciato con abilità nella luce spettrale di un pomeriggio riempito dal fumo. Quello di ieri, a Milano, quando i compagni sono scesi in piazza per protestare contro l’assassinio di Giorgiana. Insieme ai diecimila di Bologna, ai cinquemila di Firenze, ai quattromila di Napoli e ai duemila di Palermo. Solo che nella città meneghina le cose non sono filate lisce come altrove. La città è stata messa a ferro e fuoco. E nel putiferio qualcuno ha fatto partire un colpo e con quel colpo è morto il brigadiere Antonino Custra. E un altro deve averlo notato, il gesto di quello là che sparava. Clic. E ha scattato la foto. E la foto, il giorno dopo, è comparsa sulle pagine del Corriere dell’Informazione. E ora eccola qui, la foto: una figura solitaria, curva sulle gambe, di profilo, a volto coperto, le braccia protese in avanti nel gesto di prendere la mira con la P38 impugnata tra le mani. Clic. È perfetta. Clic. Vale più di mille discorsi messi assieme. Clic. Era proprio quello che ci voleva: il giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. Clic. Per dire che siamo proprio tutti così. Clic. Clic. Clic. In men che non si dica la foto ha fatto il giro del mondo. Ha occupato l’intero spazio mediatico. Bene in vista dietro i mezzi busti dei giornalisti alla televisione. In prima pagina sui quotidiani. Clic. Ecco finalmente la rappresentazione perfetta di ciò che dovremmo essere. Clic.

12-14 dicembre 2010: i tre giorni che sconvolsero l’Italia

Poi hanno spento la luce. E non mi son più svegliato.

Bombe e orologi fermi, tanto per cambiare. I tre giorni che sconvolsero l’Italia, e chi se li dimentica. Tutto cominciò la mattina del 12 dicembre, tanto per cambiare. Dopo 41 anni. Poco dopo mezzogiorno un’edizione straordinaria del telegiornale dava la notizia di un’esplosione a Piazza Fontana. Durante le commemorazioni della strage. Uno sfregio, si pensò in molti. Ma nessuno poteva immaginare quello che ne conseguì. D’altronde gli eventi precipitarono in fretta.

Il presidente del Senato Schifani, poche settimane prima, in seguito all’assalto degli studenti a palazzo Madama, aveva detto: “Da tempo ci sforziamo con i nostri appelli e richiami al senso di responsabilità di tutti ad abbassare i toni per evitare che l’aumento degli episodi di violenza e di intolleranza in occasione di manifestazioni pubbliche possa trasformarsi in gesti non solo incivili ma anche forieri di eventi luttuosi”. Ci scappa il morto, detto in parole povere. Ròba che rimpiangi Cossiga, per dire.

Intanto i due ragazzi fermati il giorno dell’assedio al Senato non venivano rilasciati. Le università iniziarono lo stato di mobilitazione permanente. Gli atenei occupati in tutt’Italia. Un giorno c’era manifestazione, e l’altro pure. Agli studenti, a poco a poco, s’affiancò la società civile: non solo operai, precari e insegnanti, ma anche immigrati, lavoratori stanchi e indignati, persino i pensionati. Ovunque, i centri cittadini paralizzati. Festa e protesta. Il governo era in piena crisi: il 14 dicembre la Consulta avrebbe dovuto pronunciarsi sul legittimo impedimento mentre in Parlamento si sarebbe dovuta votare la fiducia. Tutto ciò se.

Ma cerchiamo d’esporre i fatti, sebbene siano confusi, seguendo l’ordine cronologico degli eventi che hanno generato il corto circuito. Ad esempio, è importante dire, che le forze dell’ordine, stanche delle botte date e di quelle subite, e di troppi straordinari non pagati, dopo dieci giorni di scontri e delirio cominciarono a scioperare pure loro. Cioè, non tutti, ma una buona parte sì. E, viene da sé, la degenerazione che ne è seguita.

I neofascisti e i leghisti al nord e gli uomini delle varie cosche al sud, e gli ultrà tutti, infervorati dal sobillamento generale, ne approfittano, ciascuno per la sua causa, per entrare in azione. I primi morti, il 7 dicembre, furono a Napoli, Roma e Milano, durante le colluttazioni. Pallottole vaganti, tanto per cambiare. Ma attraverso telefonini, telecamere e internet le immagini hanno fatto il giro della penisola (e non solo). Così ebbe inizio la caccia all’uomo. L’obiettivo: gli uomini che avevano sparato, e ucciso.

Era tutto un risuonar di sirene. Tutti contro tutti: non si capiva chi stava con chi, contro chi, per cosa, contro cosa. Nessuno, però, ce la faceva più. E, in molti, ambivano ai posti di governo, o di comando, per ingrassare, o per costruire. Vendette, rappresaglie: guerra civile, un delirio mai visto in tanti anni di storia complicata. Molti si chiusero nelle case, chi poteva abbandonava le città. Una nuova sconosciuta paura catturava, inaspettatamente, l’attenzione degli italiani. Dopo vent’anni a riempirsi le giornate col vuoto dell’intrattenimento televisivo. Lo sbandamento di fronte all’inconsueto. Le abitudini sovvertite. Dovettero persino sospendere i campionati di calcio. Le chiese, di domenica e non solo, ripresero ad esser frequentate. Si sa, che quando s’è in difficoltà, dio è l’amico più vicino, l’amico più facile. Si piange il morto e si prega dio. I morti nelle strade erano ormai più di quelli sul lavoro.

Voi mi capirete, signori miei, se il racconto è confuso. Voi c’eravate, avete visto, avete partecipato, eravamo tutti in strada, ognuno schierato, come fantasmi che non sanno dove andare. La prima bomba scoppiata a Brescia, il 12 dicembre 2010, non era solo uno sfregio. La colpa fu data dapprima agli islamici, poi agli anarco-comunisti dei centri sociali. Qualcuno diceva che era stata la mafia, altri dicevano che erano stati i fascisti. Qualcuno diceva che erano stati ambienti deviati della massoneria, altri ancora dicevano che era stato lo Stato. In molti sospettavano che fascisti, mafiosi, massoni e servizi segreti erano tutti d’accordo. Naturalmente, è presto per la verità. E poi, si sa, quando scoppiano le bombe, qui in Italia, la verità non si scopre mai.

Le strade, già piene di gente, dopo la bomba di Brescia si colorarono di un frastuono atroce, ancor più incazzato. Cariche improvvise spezzavano i cortei con azioni di guerriglia militare, poi si disperdevano, dileguandosi. Assalti neofascisti alle università di tutta Italia, scontri violenti, tre morti, giovani, ragazzi. Figli di madri e padri che avranno vita distrutta. Quella notte, tra il 12 e il 13 dicembre 2010, in un’operazione combinata, esercito, polizia e carabinieri fanno irruzione negli atenei occupati e arrestano centinaia di studenti. All’alba, col territorio sgomberato, i neofascisti si prendono le università.

Alle 8 e 47 della mattina del 13 dicembre un’esplosione alla stazione metro Pinciopallo sveglia la città di Roma. I giornalisti non fanno in tempo a batter l’ansa che alle 8 e 52 un’altra bomba, questa volta a Milano, esplode nei pressi della stazione metro Tiraturati. Le linee fisse saltano, le comunicazioni sono interrotte. Alle 9 e 26 scoppia un’autobomba davanti alla procura di Reggio Calabria, alle 9 e 31 un’altra autobomba esplode davanti al palazzo di Giustizia di Firenze. Alle 9 e 48 un aereo di linea viene dirottato sulla Questura di Palermo. Ecco servito il nostro 11 settembre. Alcuni temono sia ritornata la guerra.

Il Consiglio dei Ministri vara un provvedimento straordinario in cui destituisce il Presidente della Repubblica, incaricando delle sue funzioni il Premier. Viene determinato lo stato d’emergenza. Le elezioni vengono bloccate a tempo indeterminato. Viene istituito il servizio d’ordine d’emergenza nazionale (a cui spetta il compito, inoltre, di controllare casa per casa e scovare eventuali dissidenti). Si firma un’amnistia che fa uscire dalle carceri 45mila detenuti.

Il 14 dicembre, a reti unificate, e per la prima volta, su tutti i profili di facebook, il presidente del Consiglio dichiara che va tutto bene, ci penserà lui, qualche morto cosa volete che sia, l’importante che tutto sia finito e che l’Italia è un grande paese. In molti, durante il messaggio, si sono sentiti sfondare la porta di casa e visti prelevare e portare via. L’ultima cosa che ho saputo, signori, è che oltre a me, hanno portato via quasi mezzo milione di persone.

Poi hanno spento la luce.

Gianluca Liguori

25-11-2010

 

La futura classe dirigente

La futura classe dirigente (Minimum Fax, 2009)

di Peppe Fiore

 

«Mi chiamo Michele Botta, vivo a Roma da otto anni, mangio poco, porto il quarantaquattro di piede, mi vesto fighetto finto stradaiolo, ho la erre rotacizzata, qualche atteggiamento fisico da checca nevrotica anche se mi piace la fregna, e l’abitudine di dormire in posizione fetale abbracciato al cuscino per svegliarmi ogni singola mattina della mia esistenza in un nodo di crampi».

 

Così si descrive – in uno dei tanti monologhi di cui è puntellato il romanzo – il protagonista del libro di Peppe Fiore, scrittore napoletano classe 1981.

Michele Botta è un io narrante in continua tensione emotiva, sempre sull’orlo di una crisi di nervi – per dirla alla Almodóvar – in bilico tra ciò che sono i suoi desideri e ciò che gli prospetta quotidianamente la sua vita. E la quotidianità lo annichilisce. Lavora per realizzare un format televisivo dal titolo “Qua la zampa!” per il vasto pubblico – una sorta di reality show con protagonisti dei cani – che, alla fine, non riuscirà neppure ad essere messo in onda. Intanto ha dei genitori sempre presenti nella sua vita: sua madre lo chiama e gli rinfaccia quotidianamente la sua “assenza”, la sua non partecipazione emotiva alla vita familiare – c’è il loro gatto spelacchiato che ormai sta morendo e Michele non vuole tornare a Napoli per dargli l’ultimo saluto. Le aspettative dei suoi genitori soffocano Michele, lo lacerano. Non c’è nulla che sembri andare mai nel verso giusto. Roma è una città che diviene angusta, torrida, rabbiosa e priva ormai di ogni residuale umanità.

Cosa resta?

Michele sviluppa “dipendenze seriali” continuando a guardare il suo Dr. House per rilassarsi, è sempre più preda dei suoi tic e delle sue manie. Che lo voglia o meno, che senta o meno la responsabilità di «affacciarsi sull’orlo dei propri ventisei anni dal bordo di un divano (sfoderabile)», al protagonista non resta che lottare per sopravvivere all’Italia del berlusconismo sfrenato, dei nani e delle ballerine, del non senso delle emozioni più profonde.

Ironico, sarcastico, pungente, dissacrante, Peppe Fiore non risparmia niente e nessuno nella sua analisi impietosa. Eppure al lettore – nonostante alcuni passaggi davvero esilaranti, nonostante la scrittura pirotecnica e mirabolante – resta un retrogusto amaro sotto il palato. Michele Botta siamo un po’ tutti noi. Michele Botta sono i nostri sogni infranti, il nostro navigare a vista, la nostra assenza di “pensieri lunghi”, il nostro precariato lavorativo ed emotivo. Un romanzo imperdibile, da leggere con calma, senza fretta, soffermandosi sui particolari, sorridendo ed infuriandosi, lasciando che le emozioni fluiscano, gustando ogni passaggio.

E – alla fine – tornando a sognare che ci sarà sempre «un sorriso per difendersi e un passaporto per andare via lontano» come canta Francesco De Gregori.

Serena Adesso