Metodica delle cose inutili – Ancora sul potere

Ancora sul potere.

Dobbiamo tornare sul fondamentale concetto di potere, così come siamo arrivati ad intenderlo, ossia come potere da ottenere contro qualcuno o qualcosa, e da esercitare contro qualcuno o qualcosa. Abbiamo definito con rigore questa concezione come servile, perché il fine al quale ci chiama una simile lotta è quella di vedere gli altri assoggettati. Potremmo completare il concetto rivelando come anche chi si ritrova ad assoggettare gli altri è, inoltre, non meno asservito dei primi, non potendo fare a meno del vincolo di servitù che lo lega con costoro. Si obietterà che così si ritorna in qualche modo, sottilmente, al prototipo del re come colui che è comandato di comandare, e al potere come servizio. L’obiezione cade nel vuoto perché si dà per ovvio che l’inutilità altro non sia che una denigrazione e una parodia della realtà prototipa, che, purtroppo, non può essere eliminata e incombe sempre come minaccia.

Studieremo ora come il potere, nei suoi diversi stili, non può e non deve fare a meno di ripetere minuziosamente questi meccanismi servili.

A partire dal suo linguaggio. I greci, che hanno tanto pensato sull’uomo, privilegiandolo sul divino, concepiscono la natura umana come intrinsecamente infelice. Ad essere felici sono gli dei, con i quali, eppure, condividiamo la medesima matrice: sia un dio che un uomo nasce dalla terra. È questa comune matrice che fa sperare il greco in una perfettibilità dell’uomo che lo possa rendere simile a un dio. Simile a un dio, e negato ad un destino di disperazione, appare in Omero il feroce Agamennone e, suo contraltare, il capriccioso Achille. Aristotele non vorrà troppo allontanarsi da questa fantasia, reputando l’uomo, in quanto eretto e pensante, simile a un nume e, quindi, in cima ad una immaginifica scala gerarchica che lo pone al di sopra della natura. La natura può essere usata a piacimento dall’uomo. E non solo, perché, fra gli uomini c’è chi è più divino, eretto e pensante: per esempio il maschio nei confronti della femmina e, giacché qualcuno nasce schiavo di natura (non ci può essere altra spiegazione!), il padrone nei confronti del servitore. E da questa figurazione nevrotica, in chiave malinconica, nutrita di senso di inferiorità e mania di persecuzione che deriviamo in scioltezza il linguaggio della supremazia e della sudditanza. Una necessità insieme di supremazia e sudditanza. Chi non vede bene subito questo blocco, può essere illuminato dall’importanza data nelle determinazioni del potere alla parola controllo. Controllo è una parola che ci è molto famigliare. Non c’è bisogno di ricordare che la nevrosi altro non è che un particolare modo di usare la propria fantasia, imbrigliandola in concetti chiusi e oppositivi, concretizzati realisticamente (quel realistico parodia della realtà): per sua natura è una forza che si oppone al libero fluire della realtà. La parola controllo (contra rotulum, contro il rotolare) è la parola di questa opposizione. Tutti sappiamo che dobbiamo avere tutto sotto controllo o conosciamo la premura degli stati ad offrire garantita la sicurezza per tutti: queste sono solo un esempio delle tante parole chiave che costituiscono quella intima soddisfazione del piacere personale di ogni paranoico. Una paranoia soddisfatta al punto tale da potere essere definiti fra i primi mattoncini della nostra concezione del potere. Controllando, infatti, non facciamo altro che instaurare con la realtà un rapporto fatto di vincoli, e di asservirci in esso. Rinunciando al libero fluire della realtà, del resto, rinunciamo a quella forza libera che i greci chiamavano Dioniso. Rinunciamo a un potere reale per una rassicurante esistenza di servaggio. E dall’istinto al controllo che viene il vincolo della supremazia e del controllo.

Se ora siamo tutti edotti su come il controllo sia costitutivo nella nostra concezione servile del potere, possiamo passare alla valutazione di quegli stili che ci permettono, per così dire, di usare la macchina. Dovremo insomma parlare del prestigio, dell’ambizione, dell’efficienza, del carisma.

Pier Paolo Di Mino

Diario di bordo – Colle Val d’Elsa

Rieccoci nuovamente. Come anticipato ieri, per questo lunedì interrompiamo la rubrica Poesia precaria per dar spazio al Diario di bordo di Scrittori precari.

Buona lettura.

Gianluca Liguori


Scoppio ancora di emozioni colorate ed accoglienza immersa nella natura. Avrei voluto vedere lo spettacolo ma ero sul palco.

Andrea Coffami


Secondo Google mappe Colle Val d’Elsa è raggiungibile velocemente da Montevarchi tramite una strada alternativa, che risparmierebbe il passaggio per la superstrada e per Siena tagliando attraverso il Chianti. Stampo la cartina e parto. Un’ora e mezza più tardi, perduto tra Radda e Castellina in un incubo di tornanti, medito il suicidio.

Raggiungo infine Colle in clamoroso ritardo e vengo recuperato dal Chimenti in una bizzarra piazza postmoderna. Il regista mi conduce attraverso misteriosi cunicoli nel ventre della collina fino a un ascensore fantascientifico; inizio a pensare che Colle Val d’Elsa è un posto davvero molto strano. E molto bello: per qualche motivo, dal Valdarno immaginiamo sempre i paesi del senese come brutti, forse per la fosca fama di Poggibonsi, e irrimediabilmente questi si rivelano infinitamente più belli dei nostri.

Attraversiamo questa Loro Ciuffenna monumentale finché scorgo le sagome note, inconfondibili nella postura e nei gesti, degli Scrittori Precari, professionisti della pausa cicchino. Chimenti e Montagnani mi lanciano in prova generale (più tardi Chimenti avrà modo anche di lanciarmi letteralmente) senza spiegazioni, ma dalla luce che brilla negli occhi dei Precari, e dalle luci vere, sparate con sapienza sul palco, capisco che la faccenda funzionerà.

A prove concluse scendiamo nel Foyer per rimetterci in sesto a caffè e whisky; benché mi tocchi bere un terrifico blended, il buonumore tiene. Inizia a trasformarsi in tensione quando realizziamo che sta effettivamente arrivando gente, e che anzi il teatro dei Varii sarà pieno.

Neanche il tempo per tremare, e siamo già in scena; avendo i registi studiato per me un ruolo da “finto spettatore”, pronto a entrare in scena dalla platea, posso godermi lo spettacolo dalla prima fila. E funziona, lo spettacolo, non solo nel documentare il collettivo Scrittori Precari e la sua attività letteraria, ma anche nel cogliere, grazie all’incrocio tra materiale filmato e lettura dal vivo, i tratti salienti di ciascuno, e così abbiamo uno Zabaglio tanto spassoso quanto amaro, laziale più che romano, che in controluce carica macchinette del caffè e auspica segreti piani di rivolta; un Piccolino corporale e romantico, imbianchino pratoliniano, che estrae poesie dal secchio della calcina, un Liguori dolente, quasi un personaggio di de Amicis, nel suo farsi carico con dignità di tutte le ingiustizie del mondo, un Ghelli felino, solo apparentemente mite, Bianciardi reincarnato, e salvato, forse, dall’aver scelto Roma invece di Milano. E li troviamo tutti insieme, a imbarazzarmi con la lettura di un mio brano, e poi sagome nere, di nuovo inconfondibili, mentre la regia gli spara addosso un filmato torcibudella. C’è tempo poi anche per i miei cinque minuti di gloria, con una lettura dal prossimo romanzo, ma gli applausi sono certamente, e giustamente, tutti per loro.

Vanni Santoni


Andare in scena non è stato facile: due giorni di prove, pochi mezzi tecnici e un budget ridicolo sono ciò che abbiamo a disposizione. Quando le luci si abbassano ci accorgiamo però che il teatro è pieno. Un senso di incredulità che raddoppia la tensione. Alla fine gli applausi, la voglia del pubblico di non andare subito a casa, di parlare di quanto hanno appena visto e sentito. Questo volevamo: prolungare la messa in scena attraverso il lavoro cognitivo dello spettatore.

Leggendo i giornali, guardando i telegiornali, comunemente parlando, siamo allo stesso tempo vittime e propugnatori di un inarrestabile impoverimento del senso comune. Un impoverimento che passa attraverso il linguaggio, cavalcando parole-marionetta – “precario”, “straniero”, “extracomunitario”- che ci annebbiano la vista sul mondo per farne una terra straniera.

Ci muoviamo da tempo in un orizzonte comunicativo verbo-visivo che basa la sua efficacia sulla devalorizzazione e sulla desemantizzazione dell’esperienza, come sull’anestetizzazione del comune sentire: per ridare un corpo semantico all’immaginario non resta allora che rivendicare l’extraterritorialità della “scrittura di scena” e la sua capacità di comporre l’eterogeneità delle deposizioni e delle registrazioni, di attraversare le terre ed incrociare gli sguardi. Ma per riuscirci è necessario sapere esattamente cosa raccontare e come farlo.

Quello che noi, assieme a Scrittori Precari e Vanni Santoni, volevamo raccontare è il paese Italia, il paese che muore, il paese che dello spettacolo ha fatto la realtà perché la realtà potesse sembrare uno spettacolo. E per farlo abbiamo usato ogni mezzo a nostra disposizione: il documentario e la performance, la luce e la musica, il videoclip e la pagina scritta.

Adesso bisogna rilanciare la posta in gioco, portare lo spettacolo in giro, sino a dove possiamo arrivare.

Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani


LIVE THE WRITING – omaggio breve a Trauma Cronico e ai pigiami singolari

“Prima ci facciamo un’idea, poi semmai…”, così dicendo il pubblico entra in sala e si siede in platea dopo aver ispezionato di fretta libriccini cd e volumi riposti in bella vista sul tavolo all’ingresso.

Piccolo gingillo questo teatro dei Varii, i cui fronzoli ottocenteschi cozzano meravigliosamente con l’apparato scenico vuoto dei Precari, creando una strana attesa incerta e diffidente.

A terra i cavi sembrano serpenti dormienti in attesa di venire scossi e manipolati dalla fonazione.

Nessuno sa. Si può solo immaginare a scatola chiusa cosa mancherà, essendo solo un reading. Cosa non si vedrà, visto che è solo un reading. Quanti tempi si dovranno aspettare in tossicchio nervoso a causa di virgole e punti e fogli da girare. “E’ solo un reading!”

Scorrendo, le immagini per qualche minuto restano schiacciate sul fondo. Innocue. Distanti. Finché lo spirito si fa carne e qualcuno esce dallo schermo, invadendo lo spazio che prende a riempirsi. Sotto l’occhio di bue sale la voce e lo scrittore s’allontana dal precario. Lo vedi perchè si premura di centrare la carta e se stesso sotto l’occhio di luce, finendo, senza volerlo, col dare preminenza al foglio. Deformazione professionale.

Lasciando cadere le pagine a terra sembra sospeso su una nuvola bianco sporco e finisce per fondersi con le immagini in un gioco serrato di dentro e fuori, casa e palco, voi e noi. Noi. 4+1 moschettieri immobili, illuminati psichedelicamente dalle luci che, ora, sparano su un pubblico calato e assorto. In attesa di altro.

Lo sguardo che dopo un’ora e mezza davanti al tavolo all’ingresso ripassa in rassegna a mente fresca le copertine dei libri, ha un’altra coscienza.

“E’ solo un reading… forse”.

Donatella Livigni


La prima volta degli Scrittori precari in un teatro.

Una prima volta che emoziona ma intriga fin da subito.

Le tavole di legno sotto ai piedi. Un’acustica particolare e a noi nuova. Le luci puntate su di noi che non riusciamo a vedere il pubblico davanti a noi. Strano.

Da quando abbiamo iniziato l’avventura di Scrittori Precari abbiamo avuto col pubblico un rapporto quasi simbiotico. Ed ora siamo soli, in una bolla di luce che non svela i volti in platea.

E’ l’applauso che accompagna la nostra uscita di scena a sollevarci. Man mano che ci alterniamo ci rendiamo conto che questa nuova dimensione non ci è poi tanto estranea.

Lo spettacolo dura un’ora e quaranta ma vola via come se niente fosse. E noi, nonostante tutto ancora leggeri, ci rendiamo conto che avremmo persino voglia di rifarlo daccapo.

Luca Piccolino


Erano anni che non tornavo a Colle: anni ingoiati dalla vita metropolitana, dove il tempo scorre ad alta velocità. Una volta amavo fuggire dalla bolla d’aria che è la vita di provincia, oggi sento a tratti la necessità di ritornarvi, come per un principio di liberazione e rigenerazione, per disintossicarmi dai miasmi della vita di città.

Ad attenderci, dunque, non soltanto il tempo sospeso della provincia protetta da mura medievali, ma anche il tempo pieno del teatro, che per la prima volta abbiamo sperimentato venerdì. Tutto per merito di due folli chiamati Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, che prima hanno passato tre giorni a girare per Roma dietro a questi quattro ceffi rabberciati che siamo noi; che poi hanno fatto le ore piccole per due settimane a montare quelle immagini; e che infine si sono rinchiusi nel Teatro dei Varii, dove li abbiamo trovati al nostro arrivo, per concludere la regia di questa incredibile video performance. Che adesso tocca lavorare per esportarla in giro, perché lo spettacolo funziona, anche se nato in condizioni d’emergenza, o forse soprattutto per quello, perché c’era e c’è l’urgenza di farlo.

Simone Ghelli

Face to face! – Sacha Naspini

Con I Cariolanti (Elliot Edizioni), Sacha Naspini prende il lettore e lo trascina nel famelico mondo di Bastiano. Un gorgo emozionale che prende alla gola e trascina giù, fino all’ultima pagina.

Cos’è per te la fame?

Ci sono persone che vivono tutta la vita con un languorino appeso alla gola, altre che se ne vanno in giro abbastanza satolle di tutto e gli va bene così. Poi c’è quella gente che non gli basta mai, e io penso di far parte di questa categoria. Sono schifosamente curioso, mi piace mettere bocca, naso e mani in qualsiasi pertugio che mi capita a tiro. La fame è quella cosa che fa rompere i giocattoli ai bambini, per vedere come sono fatti dentro. È quando ti metti in bocca una cosa per capire che sapore ha, senza pensare al fatto che potrebbe farti male. È quella cosa che non mi fa stare tranquillo mai, e la reputo una grandissima fortuna. Certo, a volte ti porta davanti a degli strapiombi ripidissimi, perché la fame di cose ti può schiaffare in prima fila sull’osso di una questione dal niente. Può distruggere rapporti, anche, e magari a un certo punto schizzi via con la coda tra le gambe. Ma sempre per tornarci dentro un po’ più corazzato. Sempre. Insomma, per me la fame è quella roba che ho piantata in mezzo alle costole e non so come farla stare zitta un minuto. Proprio senza requie, sempre lì a cercare di darle almeno un nome. Fico, no?

Bastiano è nato in quale antro della tua mente? E perché?

Bastiano è nato da lì, da quel coltellino che scava, e scava… Come del resto ogni singola parola che butto sulla carta, credo. I Cariolanti l’ho scritto con la pancia, la mente guidava quelle due scorie di “mestiere” che ho imparato in questi anni. Me ne sono stato a vena aperta per tutto il tempo, a lasciarmi dissanguare felice e contento. La voce che ne è venuta fuori è una cosa davvero poco pensata, che ho scoperchiato in maniera abbastanza brutale. Il perché è semplice: non potevo fare altrimenti.

Ti sei confrontato con un periodo storico molto distante dal nostro e dal tuo, quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà?

Se devo essere sincero, non ho avuto nessuna difficoltà. Il periodo storico in cui si svolge la storia compie un arco che va dalla Prima Guerra alla fine degli anni sessanta, decenni che ho incamerato largamente stando ad ascoltare le storie di mia nonna. Mia nonna è una grandissima raccontatrice di storie. Te le fa vedere. Sin da ragazzino ho avuto cucchiaiate e cucchiaiate di quella roba lì, la sera mi ci addormentavo, tanto che in qualche modo adesso lo sento un periodo mio. La grazia con cui mia nonna tutt’oggi mette un piatto di pasta e fagioli in tavola, mi lascia ancora senza fiato. Parte dalle cose “piccole”, e questo approccio, negli anni, un po’ si è sicuramente radicato anche in me. È difficile che mi disperi per qualcosa di inutile, come per esempio una multa; tendo sempre a ridimensionare l’importanza delle cose secondo un metro che oggi è certamente antiquato, ma a me va bene così. Gli anni delle due guerre, della ricostruzione d’Italia, è un periodo storico che mi ha sempre affascinato moltissimo, soprattutto per gli obblighi – catastrofici – che hanno dovuto affrontare i nostri nonni e bisnonni, che all’epoca avevano molto meno dei miei trentatre anni. La loro vita è capitata al centro di un turbine di eventi pazzeschi, e la loro identità si è costruita lì. Guardata da dei noiosissimi anni ’80, da ragazzino mi faceva quasi rabbia, questa cosa. Quando avevo vent’anni non andava meglio, mi chiedevo: e io che faccio? Certo, non è che avrei preferito imbarcarmi per la campagna di Grecia, ma anche tutto quel vuoto… Tornando alla domanda, gli anni in cui si sviluppa la storia sono anni che ho – non mi vergogno a dirlo – anche un po’ rimpianto. Ho letto moltissimo, visto un casino di film, documentari. Al momento della stesura del libro mi sono semplicemente già trovato in mano le cornici che mi servivano; io le ho prese e ci ho disegnato dentro una cosa.

Il tuo è un romanzo dicotomico che gioca tra un lessico quasi infantile e collodiano e una violenza vitale incontrastata. Come hai coniugato questi due lati?

Lo dicevo sopra: alla fine è una voce spontanea, pensata neanche da lontano. Per me il registro narrativo, l’intonazione con cui si affronta una storia, ha un’importanza enorme. Per certi versi anche più della trama. La voce. Quella di Bastiano è uscita da sé.

Chi sono il padre e la madre per te?

Questa è una domanda tremenda. Il padre e la madre sono due figure orribilmente importanti, che ti possono in parte mangiare la vita, nel bene e nel male, dipende da quale stella vieni giù. I genitori ti possono dare tanto, ma anche togliere tanto. Conosco persone letteralmente schiacciate da padri e madri semplicemente impreparati. Impreparati alla vita in generale, soprattutto, e che rovesciano tutta la loro incapacità sui figli, annientandoli. Il gioco a stabilire le colpe non porta mai a niente. Ma i cicli di rancore che possono scatenarsi sono terrificanti, e originano mostri di grandezza inaudita. Per me, un genitore, dovrebbe essere qualcuno di vagamente risolto, o che nella vita si è posto seriamente delle domande importanti. Perché poi sono le domande a stabilire il calibro di una persona, non tanto le risposte. Le domande che ti poni sono un indizio di quel che potresti riuscire a dare in termini umani, soprattutto a un figlio.

Credi che l’istinto primordiale sia ereditario?

Ho sempre pensato che tutte le persone hanno una loro base ancestrale pura, che poi è quella da cui si dovrebbe sviluppare un’esistenza almeno un pochino in sintonia con le proprie qualità. Il problema è che appena ti becchi quel paio di scapaccioni e ti metti a frignare, cominciano a depositarti roba sulla testa. Un dio, un’educazione sociale, la differenza dei sessi eccetera. È paradossale, ma forse l’urgenza silenziosa di ogni uomo è come quell’uggetta di cui si parlava prima, che ti rosicchia dal fondo, e che magari punta dritta allo smantellare tutto il sudiciume che ti ammucchiano sul cranio dopo il tuo primo strillo. Forse proseguire con gli anni non è costruire, ma scavare. Forse non è andare avanti, ma tornare indietro, alla ricerca di quella specie di strada di casa che avevi quando eri a zero. Ecco, probabilmente a zero c’è l’istinto primordiale. Peccato che debba subito andare perso nel fondo del fondo del fondo della tua botola segreta al primo gne. Allora ci si deve accontentare di sognarlo, ogni tanto.

Ci sono inconsapevoli sensi di colpa che animano Bastiano. Ma la colpa gli appartiene?

Ha la colpa di essere quello che è, un po’ come tutti. Ma il suo imprinting è qualcosa di veramente trasversale, lo spara in mezzo alla gente come una pallottola impazzita, schizzata via da una canna tutta storta, senza una traiettoria definita e prevedibile.

Un uomo dei boschi. Qual è il tuo rapporto con la natura?

Bellissimo, ovviamente. Sono uno che si sporca con la terra, che pesta le pozze. Al mare non porto asciugamani, mi rotolo nella sabbia. Ho un rapporto carnale con tutto, anche con gli animali, fino a quelli più piccoli e schifosi che nessuno vuole toccare, compresi gli uomini. Sono uno che ti abbraccia e ti bacia, che ti parla a un centimetro dal naso. È una cosa che non tutti amano, ma a me piace stuzzicare questi scudi scemi che ha la gente. Perché per me sono scudi scemi. Sulle spiagge ci sono persone che vanno in crisi di panico se due granelli di sabbia invadono il loro stoino. Di solito sono tipi che parlano di Sharm e se li sposti un secondino dal cemento e dalla televisione, chiamano mamma.

A chi hai regalato di più di te nel romanzo?

Certamente a Bastiano, per tutto. Diciamo che ho portato all’ennesima potenza tutte le mie confusioni private, le mie smanie e il senso di rivalsa che provo e con il quale convivo, sopportandolo. Ho preso quel motore lì, l’ho truccato e poi l’ho sparato a tremila. Dopo mi sono sentito mooolto meglio.

Hai lavorato con Massimiliano Governi (l’editor per la narrativa italiana di Elliot e curatore della collana Heroes), che tipo di confronto c’è stato? E come ne sei uscito?

Ne sono uscito con un bel bottino che mi sono portato a casa e che mi rigiro tra le mani tutti giorni. Sul testo – a parte un capitolo che ho inserito successivamente alla presentazione del libro – non ci sono stati molti interventi. Massimiliano Governi ha individuato con minuzia e grande rispetto tutte le rugosità del testo fresco di prima stesura. Per me è stato stupefacente vedere che proprio lui – un anno fa neanche immaginavo lontanamente che un giorno ci avrei lavorato insieme – si entusiasmava e aveva a cuore la perfetta riuscita del libro, in tutto il suo potenziale. Un’esperienza clamorosa, che conto di ripetere al più presto.

Cosa ne sarà ora di Bastiano? Dove si accamperà?

Con un po’ di fortuna è ancora lì che aspetta ciccia per l’inverno, o una bimba bella da tenere là sotto per un po’ come sposa. Attenzione, in questi giorni, mentre andate a funghi.

Alex Pietrogiacomi



Face to face! – Paolo Baron

Toilet è una realtà letteraria giovanissima, tenace, incredibilmente in mutazione e soprattutto capace di tirare fuori veri e propri conigli dal cilindro.

La testa (rasata) dietro questa energia editoriale è Paolo Baron e mi sono fatto due chiacchiere veloci con lui…

Toilet. Detersivo, detergente, profumo o che?

Scelgo il detergente, un detergente profumato per le ansie del quotidiano, direi. Toilet, la nostra raccolta di racconti da leggere in bagno è un momento di distacco da tutto quello che è fuori dalla porta (del bagno appunto) che è poi il luogo dove “consigliamo” di leggerlo, almeno ci piacerebbe che fosse così, anche se in metro, tram, aereo va bene lo stesso…

Quando avete messo la prima maiolica e perché?

Alla fine del 2005, volevamo mettere su carta quello che già pubblicavamo su web (www.toilet.it) per il puro piacere di raccontare storie. Ci piaceva l’idea di farci leggere anche lontano da un pc, partendo appunto dal bagno. Il numero 0 rimase in giro per 6 mesi prima di accorgerci che la gente lo aveva richiesto ancora e ancora presso le librerie amiche dove lo avevamo “poggiato” per vedere cosa succedeva.

Chi legge e chi scrive Toilet ma soprattutto cosa rende un racconto “da Toilet”?

A leggere e scegliere siamo in dieci, editor di professione, scrittori e non. Tutti sfrenati lettori di libri.
Lo scrivono tutti coloro che hanno la voglia e le qualità per mettere su carta un’emozione o una storia ben raccontata, con una bella prosa senza lungaggini.

Ma si può fare sesso in un bagno?

Non esiste un posto dove non si possa fare sesso, non credi? Il bagno offre una serie di spunti, la vasca, la cabina doccia, non esiste un limite alla fantasia. Quando la natura si scatena non guardi dove sei.

La domanda voleva portarti alla vostra ultima fatica “I love porn”. Ce ne parli e ci dici come avete scelto i porno scrittori che hanno macchiato la carta?

Anche se è un progetto ben distinto, abbiamo voluto utilizzare lo stesso sistema di raccolta di toilet, il nostro sito internet, abbiamo inserito il link a www.iloveporn.it e poi un bando che diceva: pornografia: s. f. trattazione o rappresentazione, in scritti, disegni, fotografie, spettacoli, di temi o soggetti osceni, fatta senza altro intento che quello di stimolare eroticamente i fruitori.

Ci è arrivato di tutto, e credimi, ci sono i termini per un’indagine sociologica su: “l’interpretazione della pornografia del nostro tempo”. Abbiamo letto tutti i racconti pervenuti ed abbiamo capito che esiste una confusione tra porno, sesso e descrizioni schifose degli atti più strambi e spesso disgustosi che puoi immaginare, ma questa è un’altra storia. Così, scelto il meglio dal materiale ricevuto, abbiamo reclutato direttamente un piccolo gruppo di autori ed autrici a cui abbiamo chiesto di trasmettere un’esperienza, un’idea, un sogno.

Il risultato è un volume pieno di racconti a base di sesso intenso, chiaro, vibrante, a volte estremo, a volte dolce. A sfondo ironico, misterioso o politico. Sesso nella sua magia e nelle sue aberrazioni, l’ho scritto anche nell’introduzione.

Tu sei anche un musicista e te la servo lì: la colonna sonora ideale per stare sotto le coperte?

Questa tua domanda è troppo bella per essere vera, era preparata, lo diciamo? Infatti mi permette di annunciare l’uscita di PLAY TO LOVE.

Volevamo diversificare l’offerta, insomma: “non solo libri”.

PLAY TO LOVE è un cd espressamente scritto e registrato per fare sesso. Niente compilation e robe tipo love songs. Abbiamo inciso una lunga serie di brani cercando di trasmettere una sensazione di pace e relax. Siamo stati attentissimi a non infastidire con suoni distorti o batterie assordanti, abbiamo lavorato nota per nota, rullanti e casse, per regalare un’atmosfera diversa agli spazi dedicati all’intimità. Le ritmiche di PLAY TO LOVE ti “cullano” senza mai eccedere in velocità, oscillando, tra i 60 e i 90 bpm, una velocità volutamente vicina alla frequenza cardiaca (70-75 bpm in un essere umano adulto a riposo), così da trasmettere, in maniera subliminale, un’ulteriore sensazione naturale di piacere e rilassatezza, quella dell’utero materno per dirla tutta.
Otto mesi di produzione, un mixaggio in uno studio tra i migliori della capitale e il mastering affidato a Greg Calbi che ha lavorato con così tanti artisti che non avrei spazio per elencarli: David Byrne, Brian Eno; ha masterizzato
The unforgettable fire degli U2, mi vengono i brividi solo a pensarci. Ha lavorato anche con John Lennon, un’esperienza unica.

Toilet: stimolante e…

Divertente, a volte amaro, crudele e altre vivo, pungente, polemico, critico, insomma qualcosa di estremamente eterogeneo. Così come eterogenee saranno le proposte della nostra casa editrice, la 80144edizioni, lungo tutto quest’anno e sicuramente lungo i prossimi.

Stiamo cercando infatti di evidenziare la netta distinzione tra Toilet e gli altri progetti (come appunto I love porn e PLAY TO LOVE) per evitare di fossilizzarci su quello che è il nostro cavallo di Troia, ma che adesso si sta aprendo e, uno ad uno, sta facendo uscire Ulisse e i suoi guerrieri. Ma non intendiamo bruciare niente, state tranquilli…

Alex Pietrogiacomi

Trauma cronico – Terra molle

L’Italia che crolla a pezzi non è più solo una metafora. L’ultima tragedia l’abbiamo vista a Messina, ma i precedenti non sono lontani e nemmeno sporadici, terremoto in Abruzzo su tutti.

La natura si riprende quello che l’uomo abusa, e porta vittime e dolore. L’Italia muore per le speculazioni di disumani umani, per il profitto spregiudicato, per un’etica comportamentale sepolta dietro l’illusione del lusso e della ricchezza. Un egoismo incontrollato, la totale non considerazione del prossimo, ignoranza e miopia devastante porteranno ancora tanta tragedia e desolazione. Non c’è alcun segnale di reazione, si subisce inermi, inerti, impauriti.

Parlano di sicurezza nelle strade e dimenticano i pericoli dentro le mura degli appartamenti, il territorio precario che hanno saccheggiato.

Nessuno si preoccupa dell’ambiente, nella stanza dei bottoni. Nessuna prevenzione, nessuna attenzione: speculazione e saccheggio, che hanno ridotto una terra meravigliosa, Italia, in un campo minato.

L’uomo è un essere così piccolo e indifeso che non dovrebbe millantare crediti che non ha. La natura azzera sempre il debito con la sciatteria umana. Nessuno più si chiede dove stiamo andando. La strada per il cambiamento passa attraverso il lavoro e il sacrificio. Non esiste una bacchetta magica che dalla sera alla mattina cambi l’ordine costituito delle cose, lo si deve bene tenere in mente. Il cambiamento è un processo quasi sempre lento, e mentre le cose cambiano, in realtà non cambia niente. Bisognerebbe ogni momento riappropriarsi del proprio tempo e del proprio spazio invece di sciupare il tempo prezioso in futili rappresentazioni. Viviamo in questo luogo assurdo, Italia, dove il futuro, alle nuove generazioni, è stato sottratto.

Bisogna salvaguardare la scuola e l’educazione dei bambini, l’immenso e strabiliante patrimonio artistico e culturale che abbiamo, il nostro territorio, monti e mari e laghi e fiumi e vulcani e colli e campagne e strade e città: la Terra. Se no tutto andrà a puttane, date retta a un fesso.

Anni avanti in cui la terra sputerà i rifiuti che le sono stati seppelliti in decenni di business incontrollato. Soldi sporchi che si puliscono grazie a leggi vergognose che un popolo che non sa più indignarsi accetta e subisce, con piccoli singulti, poche voci isolate, mentre malata è l’aria che respira, il cibo che mangia e l’acqua che beve.

Crolleranno gallerie sulle autostrade, ponti, ci saranno frane, alluvioni, stragi e ancora tanta morte. Mentre i responsabili non saranno trovati, e se saranno trovati, non pagheranno. Questa è, oggi, Italia.

Gianluca Liguori