Metodica delle cose inutili – Il potere

Il potere.

Il potere è un verbo servile.

Ciò che non è inutile, può sempre diventarlo. Eserciteremo questo concetto su un tema sostanziale della nostra concezione di vita: il potere.

Il potere, secondo una nota fantasia etimologica, sarebbe un potis esse, l’essere un signore, un re. Un re, ora, altro non è che un uomo comandato dagli altri di comandare. Se l’atto in sé del suo comandare è un servizio agli altri, è chiaro che anche l’oggetto di questo comandare altro non può essere che il servire gli altri. Il potere, allora, è un servizio, qualcosa che si ottiene dagli altri per gli altri. La più estesa nozione di democrazia dovrebbe essere in questa senso intensa come il riconoscimento della piena regalità (della sua disposizione e capacità a servire gli altri) di ogni individuo della collettività.

Noterete che questo ragionamento coglie i nessi per analogia e per metafora, spingendosi verso l’esterno con vigore. Per raggiungere l’inutilità dovremo seguire una rotta del tutto opposta.

Non è difficile, perché se il precedente è un ragionamento (il che ci chiama pur sempre ad un impegno) quello che noi dovremo seguire è piuttosto il filo tenace di un sentimento che nutre dal profondo la maggior parte delle nostre azioni: la nevrosi. Nella nevrosi, infatti, riusciamo con abilità a non cogliere mai l’insieme a favore dell’ossessiva contrapposizione delle parti. Come nella guerra di Swift dove si contende se essere devoti al sedere dell’uovo o al suo cacume perché non si riconosce più l’uovo nella sua totalità.

Per arrivare a concepire il potere come qualcosa che si ottiene contro qualcuno o qualcosa, e che si esercita su qualcuno o su qualcosa, la chiave è semplicemente questa: nutrirsi di bizzarre fantasie nevrotiche. Come, per fare un esempio sempre valido, la fantasia della gazzella e del leone, secondo la quale tutte le mattine una gazzella si sveglia e, non si sa perché, comincerebbe a correre inseguita da un leone anche lui in vena di attività atletica. Per fortuna nella realtà il leone, più saggiamente, bada a non sprecare in maniera vana le proprie energie, dorme venti ore al giorno, fa cacciare le sue femmine, e si accontenta di mangiare le gazzelle più male in arnese con grande vantaggio della comunità delle gazzelle, che devono aver finito, per questo motivo, di reputarlo il loro re, se non quello di tutti gli animali. C’è anche la fantasia della giungla: la vita è una giungla dove si lotta per vivere. In verità in una giungla si lotta per non morire, il che è una notevole sfumatura: ma un nevrotico è tale appunto perché le sfumatura non le coglie più. Come nel famoso racconto del Nazareno che passa in un posto di Gerusalemme dove c’è una piscina. Dicono che nella piscina tutte le mattine si bagni le ali un angelo e che il primo che si laverà nella piscina verrà guarito da tutti i suoi mali. Il Nazareno, una mattina, nei pressi di quella piscina vede un paralitico e gli viene da ridere, perché insomma, un paralitico in una gara di corsa non vincerà mai. Glielo dice pure allo storpio, ma dai, tirati su e impara a reggerti sulle tue gambe invece di fidare in queste storie. Parla per metafora, e, pare, quella metafora la capisce pure il menomato, che prende e se ne va. In seguito si è parlato di miracolo, perché un nevrotico ha un solo modo di leggere le cose, e un miracolo può sospendere solo in via del tutto eccezionale la sua unica realtà: che la vita è una lotta.

Potremmo moltiplicare gli esempi, ma reputiamo di essere stati chiari.

Aggiungiamo solo una variante importante di questo sentimento nevrotico, quella che non riconosce la benigna natura immaginale della nevrosi stessa. In questa variante la capacità di vedere una cosa in contrapposizione del tutto viene rimossa e penalizzata con un efficacia manovra di demenza mistica. Il potere diviene il male a cui si contrappone il bene e l’amore. Un modo come un altro per dare consistenza a una fantasia disturbata.

Potete scegliere una qualsiasi delle due opzioni, l’importante è che consideriate sempre il potere come un vincolo servile, da ottenere servilmente (dovremo più in là esplorare i concetti di ambizione, dovere, onore, efficienza e via dicendo), per ottenere dei servi.

Pier Paolo Di Mino

Metodica delle cose inutili – Sul lavoro

Sul lavoro


Il lavoro non mi piace, non piace a

nessuno. A me piace quello che c’è

nel lavoro: la possibilità di trovare

se stessi.

Conrad in Cuore di Tenebra

Un punto spinoso: il lavoro. Così spinoso da dover subito sgombrare il campo da tutte le interpretazioni fuorvianti in cui è possibile leggere, in contrasto con la teologia della nostra civiltà, questo concetto.

A molti pare, infatti, che il lavoro, anziché un obbligo o una triste necessità, sia qualcosa di voluto dal nostro spirito, dalle nostre mani. Ancora nella costituzione fiumana si parlava di lavoro senza lavoro e, uno dei protagonisti dell’avventura dannunziana, Guido Keller, folgorato da un’etica dell’altro (“scordare se stessi per l’altro”), che ricorda vagamente quella di Lévinas, umanista profondo qual’era, vedeva nel lavoro un ampliamento di conoscenze. Uno dei maggiori danni, in questo campo, è stato apportato da Dante Alighieri, che, nell’ottavo canto del Paradiso (v. 142-148), fa bellamente dire a Carlo Martello: “ E se ‘l mondo la giù ponesse mente/ al fondamento che natura pone,/ seguendo lui, avria buona la gente./ Ma voi torcete a la religïone/ tal che fia nato a cignersi la spada,/ e fate re di tal ch’è da sermone;/ onde la traccia vostra è fuor di strada.” Insomma questo mondo è fuori strada, e la gente non è buona, perché non si tollera che l’individuo si assuma il coraggio e il peso della propria vocazione, e si fa di un soldato un prete, e di un prete un re. In questa lettura del lavoro non solo è pericoloso questo richiamo alla volontà individuale e a un diverso, più profondo e stravagante, uso della ragione, ma vi è insito quell’appello del Nazareno a leggere la realtà non secondo le regole della necessità imposte arbitrariamente dall’uomo (secondo il suo libero arbitrio), ma in una feconda chiave simbolica che liberi la natura profonda delle cose dalla retorica della concretezza (“non di solo pane vive l’uomo”), che ha determinato in certo cristianesimo perfino una visione delle leggi di mercato e una lettura dell’ordine sociale invertite: si pensi a Sant’Ambrogio, secondo il quale quando fai l’elemosina, “non de tuo largiris pauperi, sed de suo reddis” (al povero non dai il tuo, ma gli restituisci il suo: il maltolto). Questa affermazione può sembrare un aspetto innocuo di questo ribaltamento di prospettive, ma apre un dibattito che ancora nel Novecento, porterà Norman O. Brown, in una critica al luteranesimo e al comunismo scientifico, a riconnettersi alla fonte, sorpassando una critica al denaro come “sterco del demonio” e come strumento di sopraffazione, e puntando la sua, di critica, sul denaro come indice quantitativo anziché come espressione di valore simbolico: in uno spirito non diverso da quello del Nazareno, o anche come uno zingaro, secondo Brown l’oro sta meglio al collo che in tasca (sarà stato mentre si faceva ungere di preziosi balsami con soldi non dati ai poveri che a Gesù è venuto in mente che una lanterna non deve rimanere nascosta in un moggio).

Bene, questo, per sommi capi, è il campo che dobbiamo sgombrare, scartando con forza ogni richiamo alla responsabilità individuale verso se stessi e l’altro, e a un uso diverso della ragione, riconnesso alla sua matrice simbolica e immaginale. Ci aiuta, in questo, la lampante evidenza che lo sforzo spirituale e culturale che mette in gioco questa lettura della realtà è impari davanti al fatto che non bisogna avere una laurea per capire che la via facile da seguire è quella dell’inutilità.

Il lavoro è inutile, è come una di quelle cose che si inventano tanto per cattiveria, una punizione data da Dio ai suoi bambini capricciosi, una correzione che ci dà un’ordinata, un ordine. Si può allora accettare questo ordine, accettare il lavoro in suo nome, subendolo passivamente o, in un istinto confuso ad ottenere il perdono, cercando di guadagnare dei meriti, ovvio quantificabili (fare carriera, guadagnare denaro, ottenere potere, e via dicendo): tutte le organizzazioni sociali avvicendatesi nella nostra civiltà sono state basate su questa salda base.

Uscire fuori da questa prospettiva significa pensare che questo mondo, piuttosto che una valle di lacrime, è la “valle del fare anima” (Keats) e che ognuno di noi è chiamato a lavorare, secondo il proprio talento e la propria vocazione, (ognuno secondo le proprie capacità così come ad ognuno secondo le proprie esigenze) per essa: per gli altri.

Pier Paolo Di Mino