La società dello spettacaaargh! – 5

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4]

Caro Matteo,

il tuo ultimo intervento chiarisce di molto i termini della questione1. Si delinea una galassia di temi dei quali credo nessuno possa essere affrontato isolatamente e una volta per tutte.
Provo a riassumere il quadro emerso finora.
L’assurdo che non dà scandalo, e il suo rapporto con la fede2: questo fattore mi pare possa essere preso – su questo, credo, siamo d’accordo – come il modo in cui l’attitudine nichilista alla riduzione della realtà nel puro qui e ora si manifesta nella sua declinazione italiana3.
La messa in fuga del reale: il rifiuto della logica come lettura della struttura del reale e quindi come garante dello spazio dialogico, l’indebolimento della presa del reale sul sentire dei singoli, la creazione del nulla: uno spazio sociale e mediatico nel quale manifestare simulazioni condivise di sentimenti.
Lo scetticismo etico e il fatalismo: più su ho usato l’espressione messa in fuga del reale e non fuga del reale, per mantenermi distante da una tradizione filosofica nella quale sembra sempre che le cose accadano come “destino dell’Occidente”, e mai che noi le facciamo. Tra fatalismo e scetticismo etico mi pare ci sia un reciproco rafforzamento: le cose accadono perché sì, il che genera un appiattimento del sentire, sostituito spesso da una fervida adesione attiva a ciò che si ritiene essere il destino.4
Assurdo, comunicazione di massa, scetticismo etico: queste mi sembrano dunque le tre componenti – antropologica, tecnologica, filosofica – del nichilismo italiano, le coordinate del nostro spazio, che ti chiedo di aggiustare, se credi. Leggi il resto dell’articolo

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13 storie inospitali

13 storie inospitali (Lavieri, 2010)

di Hans Henny Jahnn

L ‘ultima volta che ho avuto tra le mani un libro della collana Arno di Lavieri, si trattava dell’ottimo Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti, dunque mi sono avvicinato a 13 storie inospitali di Hans Henny Jahnn già carico di aspettative positive. Nonostante tali premesse, sono rimasto sbalordito. Sbalordito fin dal primo racconto, Ragna e Nils, uno dei più vecchi – vale la pena ricordare come 13 storie inospitali sia composto da sei racconti tratti da Perrudja, del 1929, e sette tratti da Fluss ohne Ufer, trilogia i cui volumi uscirono rispettivamente nel 1949, nel 1950 e nel 1961 – nel quale da subito si impone agli occhi del lettore una prosa scarna, di brevi e perentori periodi, fortemente connotata nella direzione della fiaba o della leggenda, e a tratti addirittura illogica, almeno nel senso di un completo rifiuto dei rapporti causa-effetto di marca psicanalitica. Il secondo racconto, La storia dello schiavo, ha confermato il mio sbigottimento: avevo difficoltà a collocare l’autore, tanto all’interno della letteratura tedesca che di quella mondiale; alcuni elementi mi ricordavano i racconti fantastici di Hoffmann; altri potevano ricordare Döblin, ma l’armonia, quella era affatto diversa; altri ancora mi portavano altrove, in territori propri del mito. Mito norreno, a prima vista, ma in seconda lettura anche – e forse più – ellenico e orientale. Ho pensato che avrebbe potuto essere così uno scrittore appartenente al “canone” di un’altra umanità. Di un mondo parallelo. Sul momento ho creduto che questa sensazione si originasse semplicemente dalla mia relativa ignoranza in letteratura tedesca, ma è bastato fare qualche superficiale ricerca per scoprire che era condivisa dai più eminenti studiosi che si fossero avvicinati all’opera di Jahnn, un fiume segreto, che scorre sotterraneo accanto a quello sul quale naviga e dal quale si abbevera normalmente chi legge e chi scrive. Mi è venuto in aiuto Jahnn stesso col terzo racconto, L’orologiaio, che insieme all’ottavo, Kebad Kenya, è quello che più ha il sapore di un manifesto – o di una maschera funebre, come viene suggerito da Domenico Pinto nel risvolto di copertina. Ma non rovinerò al lettore il piacere di leggerli, e scorgervi in controluce gli intenti, l’approccio dell’autore. Se mai poi è importante: ad essere importante è, credo, il fatto che Jahnn entri a gamba tesa sui cosiddetti “grandi temi” – la morte innanzitutto, e poi l’eros, la possibilità della metafisica, l’estetica, il tempo, il doppio, la modernità… (potrei continuare) – e lo fa a modo suo, in un modo, forse, che ci sarebbe oggi chiaro (e caro) se certi germi intellettuali e sensuali, fioriti nello spaziotempo di Weimar, non fossero stati spazzati via dall’avvento del nazismo. Spazzati via assieme ai loro “genitori”, a parte uno: quel Jahnn che anche dopo la guerra, misconosciuto, ha continuato sulla sua linea, una linea idiosincratica, panerotica, a tratti spietata (quasi imbarazza la durezza dello scrittore nei confronti del suo protagonista, in Cavalli rubati o ne Il tuffatore), aspramente critica nei confronti della civiltà occidentale, e tuttavia del tutto priva di una risposta, di una qualsiasi alternativa, se non una straziante, costante nostalgia dei sensi.
Il titolo originale dell’opera è 13 nicht geheure Geschichten: il termine “nicht geheure” era utilizzato da Heidegger nel senso di “non familiare”, e in effetti non è familiare (per me, ma sono pronto a scommettere che non lo sarà per nessun altro lettore), il mondo di Jahnn, e proprio per questa unicità, oltre che per la sua lampante bellezza, vale la pena scoprirlo. Ai lettori non posso dunque che consigliare la lettura di questa mirabile raccolta, arricchita da una postfazione di Andrea Raos e da un saggio di Ferruccio Masini; agli editori, il recupero e la traduzione di Fluss ohne Ufer, un “Fiume senza rive” in cui sono ormai certo che sarà dolce immergersi e forse anche morire, lasciandosi poi trasportare dalla corrente come i molti “morti per acqua” che popolano la presente raccolta.

Vanni Santoni

Trauma cronico – Perché l’Italia non deve vincere il mondiale

Credo che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta che i fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.

José Saramago

L’Italia di calcio si è qualificata per il mondiale. L’Italia è campione del mondo in carica e potrà difendere il titolo conquistato. Se la memoria non mi trae in inganno, è la prima volta che la squadra campione uscente debba affrontare la fase a gironi di qualificazione. Sono cambiate le regole, e se sono cambiate, sicuramente dietro ci sono ragioni economiche, ma non staremo qui ad indagare, non ci interessa. Quello che mi preme è condividere una riflessione cominciata nella tarda serata del 9 luglio del 2006, quando il popolo italiano è impazzito al grido bestiale di Pooo Popò PoPoPooo Pooo Popò PoPoPooo. Che poi milioni di italiani a fare il coretto per giorni e giorni, e mica lo sapevano, la maggioranza di loro, questi ignoranti, che intonavano il tema principale di un pezzo dei White Stripes, Seven Nation Army.

L’italiano è pecora, da secoli, nei secoli. In cento anni questi idioti hanno avuto la capacità di subire Benito Mussolini e, non contenti, Silvio Berlusconi. Roba da far accapponare la pelle all’uomo ancora capace di discernere e di ragionare.

Quel 9 luglio abbiamo assistito allo sdoganamento ufficiale del fascismo in tutta la sua brutale ignoranza e prepotenza. La gioia mondiale e i litri di Peroni avevano annullato i freni inibitori degli italiani scesi sbraitanti e suonanti nelle piazze ergendo simboli sopiti, svastiche, croci celtiche, fasci littori e soprattutto il volto di Benito Mussolini raffigurato su t-shirt e bandiere, o addirittura sulle mutande. L’ho visto coi miei occhi, ho sentito con le mie orecchie intonare vecchi canti fascisti, fu allora che decidemmo di ritirarci, io e i miei amici, perché ci rendemmo conto che non c’era nulla da festeggiare. La vittoria del mondiale di calcio, in quel determinato contesto storico, più che una gioia, fu un tristo evento.

Animale Italia. Italia di animali.

Il giorno successivo poi, in diretta tv coi festeggiamenti da Circo Massimo insieme ai giocatori, Buffon, uno degli uomini-simbolo di quella nazionale, il portiere paratutto, esultava mostrando uno striscione in cui vi era scritto “Fieri di essere italiani”, con tanto di celtica raffigurata in calce. Fu uno spettacolo indegno. Io mi vergognavo di essere italiano mentre il mio popolo impazzito era in preda a delirio collettivo.

Immagino Pertini, sono certo che egli non avrebbe taciuto, avrebbe detto qualcosa con l’indice puntato contro il portierone, a spiegargli cosa era il fascismo, il nazismo, che la Repubblica, la Costituzione, nascono dalla lotta per la libertà contro la dittatura, che lui era stato in prigione e storie di uomini che non ci sono più. Altri tempi, altri uomini.

Il mondiale del 1982 fu epico. Pertini ne fu un simbolo che seppe dare un senso vero, concreto, in un momento difficile nella storia del nostro stato democratico, l’ennesimo momento difficile, quando da poco la cronaca era stata investita dallo scandalo P2 e Pertini, Presidente Partigiano di cui oggi sentiamo immensa mancanza e gran bisogno, era allo stesso tempo la voce del popolo e la voce delle istituzioni che all’unisono parlavano da cittadini liberi a cittadini liberi.

Uno spettro si aggira per l’Italia, un doppietta mondiale che evocherebbe quella del ’34-’38, e non sarebbe proprio il caso. Abbiamo motivi validi di seria preoccupazione, Materazzi colpito dalla testata che crollava al suolo, era  l’immagine della democrazia in Italia che veniva meno. Rivolti alla mamma di Zidane questo popolo di imbecilli rivolgeva improperi irripetibili, specchio dell’incultura e del degrado senza dignità in cui si è beceramente sprofondati.

Ecco perché spero che l’Italia non vinca il mondiale.

Gianluca Liguori