Let. In. 9

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
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SESSO E AMORE E SESSO

Un pertuso piccolo piccolo
di Vincenzo Ceramica

Scivola via leggero come dell’origano questo romanzo che ha per protagonista Tommaso, un guardone cinquantenne che affitta stanze a giovani studentesse in quel di Napoli. Ma ogni camera ha un piccolo pertuso attraverso il quale Tommaso può spiare tranquillamente le sue giovani inquiline. Scioccante.

 Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami

L’orgia migliore e altri pipponi

Introvabile raccolta di racconti senili, composti tra i 25 e i 32 anni, di Favino Gelli, scrittore anarchico livornese Leggi il resto dell’articolo

Sradicamenti 4: Rosella Postorino

Dopo aver letto i loro bei romanzi, ho deciso di porre alcune domande a quattro giovani scrittrici (Simona Dolce, Antonella Lattanzi, Serena Maffia e Rosella Postorino), accomunate sia dalla scelta di trasferirsi a Roma dal sud Italia, che dall’aver pubblicato recentemente dei romanzi che, seppur nella loro diversità stilistica e nella varietà delle tematiche affrontate, mi sono sembrati capaci di dialogare a distanza su alcune questioni importanti.


Simone Ghelli: Da un po’ di tempo si parla dei tanti italiani, soprattutto giovani appena laureati e in cerca di lavoro o di una possibilità di continuare la propria carriera universitaria, che emigrano all’estero. Voi, in un certo senso, avete invece compiuto una migrazione interna, dal sud verso la capitale. Come vivete questa doppia situazione: da una parte lo sradicamento dalla vostra realtà e dall’altra la scelta di rimanere in un paese sempre più sfilacciato, che perde ogni giorno pezzi della propria memoria?

Rosella Postorino: In realtà io sono approdata a Roma non da sud, ma da nord. Ci sono arrivata solo nove anni fa, dopo aver studiato a Siena ed essere cresciuta a Imperia. La vera emigrazione l’hanno compiuta i miei genitori, da sud verso nord, ed è un’emigrazione in senso stretto perché si porta dietro il dolore di quello che lasci, del partire come una scelta obbligata. Per me non è stato così: io ho sempre saputo che sarei andata via, e l’ho sempre desiderato. E non l’ho vissuto come un’emigrazione proprio perché la mia partenza non aveva a che fare con lo sradicamento e il portato di sofferenza che implica. A vent’anni avrei potuto anche andare a vivere all’estero. Essere rimasta è stato un caso. Adesso invece è un obbligo. Perché sono arrivata a quell’età in cui partire sarebbe davvero emigrare, cioè essere costretti a farlo per migliorare la propria condizione e in qualche modo dichiarare una sconfitta. Nell’emigrazione c’è un senso di sconfitta. Accade che il posto in cui sei nato diventa inospitale, difficile da vivere. L’Italia di oggi è un posto in cui è difficile vivere: è difficile lavorare, è difficile essere riconosciuti, è difficile, anzi impossibile, fare figli, è difficile essere donne, è difficile essere minoranza. Perché rimango? Perché faccio un lavoro in cui la padronanza della mia lingua è fondamentale. Perché a questo punto della mia vita andarsene sarebbe faticoso. E perché non possiamo fare tutti come dice Berlusconi: andarcene via. Io sono nata in una regione, la Calabria, che ha tre milioni di emigrati. È una diaspora. È la dichiarazione del fallimento, dell’invivibilità, del degrado e della disgregazione di una regione: ma la responsabilità è di tutto il paese.

S.G.: In che modo la scrittura rappresenta per voi un modo di riappropriarvi di quella memoria che rischiavate di lasciarvi alle spalle durante il viaggio? Ve lo chiedo perché mi sembra che questo aspetto emerga, secondo tonalità e modalità diverse, nei vostri ultimi romanzi.

R.P.: Nel mio secondo romanzo, L’estate che perdemmo Dio, ho fatto i conti proprio con le mie origini. Era arrivato il momento. Ho sempre saputo che avrei scritto un romanzo che parlava di emigrazione, perché l’emigrazione dei miei genitori è stata una specie di spartiacque nella loro vita e, indirettamente, un evento fondamentale anche per me. Il bisogno di essere accettati in un luogo «straniero» – fortissimo per un bambino – può spingere a compiacere gli altri, a cercare di assomigliare agli altri. La prima cosa che si impara è l’accento. Gli errori di pronuncia e sintassi che fanno gli altri bambini. Sai che grammaticalmente è sbagliato, ma siccome parlano tutti così, sbagli anche tu. Per essere uguale a loro. Solo da adulta mi sono resa conto di questo processo di separazione dalla mia provenienza geografica e culturale. L’ho affrontato con un romanzo. Ho affrontato il mio rapporto con una regione problematica attraverso il male assoluto che la domina, la ’ndrangheta. Non mi interessava parlare di capibastone e commissari, di killer e attentati. Piuttosto, attraverso la storia di una famiglia non mafiosa ma suo malgrado implicata in una faida, volevo raccontare il confine labilissimo che nel tessuto sociale del Sud italiano c’è tra innocenza e collusione. Il modo in cui un fenomeno criminale di portata internazionale, lungimirante sul piano economico tanto da anticipare la globalizzazione, interviene nelle vite dei singoli individui. Persone che non hanno mai scelto di nascere dove sono nate, ma per le quali la nascita diventa un peccato originale, perché sono costrette a sottomettersi alle regole di un mondo rovesciato, oppure a martirizzarsi come eroi.

Ecco, la presunzione che ha la letteratura è di poter indagare le cose più controverse, evitando le facili dicotomie e tentando di rendere la complessità del reale, di fronte alla difficoltà di giudicarlo.

S.G: La memoria è anche la propria lingua, quella che ci si va costruendo. Avete mai pensato di correre il rischio di perdere la vostra lingua durante il processo che vi ha portato non tanto alla scrittura, quanto alla pubblicazione di un libro (mi riferisco da una parte al dialetto, di cui rimangono tracce nei vostri libri, e dall’altra del rapporto che s’instaura tra chi scrive e chi compie l’editing del libro)?

R.P.: L’uso del dialetto nel mio secondo romanzo non è legato al bisogno di mantenere un rapporto vivo con la mia lingua d’origine, ma è funzionale alla narrazione. Il dialetto aiuta a esprimere concetti che con la lingua italiana non è possibile esprimere. In una storia dove ci sono cose che i personaggi possono dire, e cose che invece non devono dire, l’attenzione alla lingua che usano è fondamentale. Certe cose i personaggi le dicono in dialetto perché solo così le sanno e possono dire, e questo condiziona anche il loro modo di vederle. I dialetti – almeno il mio – sono pieni di immagini, spesso potentissime, di metafore, di iperboli: sono esponenzialmente retorici, e tragici. Hanno dentro un senso del tragico che mostra esattamente il modo in cui quella comunità vive e giudica le cose. Nell’Estate, era indispensabile usarlo. Il dialetto raddoppia le possibilità linguistiche: in questo senso, per uno scrittore, è entusiasmante. Ma va trattato con misura, se no diventa oleografico e folcloristico, e invece di aprire le possibilità della lingua le ammortizza, le anestetizza.

Rispetto a quello che domandi sull’editing, invece, rispondo che è impossibile perdere la propria lingua durante un processo di editing. L’editing è un momento di confronto con un’altra persona, un professionista, che ha l’obiettivo di ottimizzare le potenzialità del libro. Se intervenisse fino a mortificarne il linguaggio farebbe non solo un atto di violenza intollerabile, ma semplicemente un editing cattivo. Non sarebbe nemmeno un editing.

S.G.: Un altro punto in comune tra i vostri libri mi sembra il tentativo di rendere un’immagine non stereotipata di quest’Italia sempre più ostaggio della televisione. Durante la sua permanenza all’Isola dei Famosi Aldo Busi, tra le varie cose, dichiarò che in questo paese “non c’è più racconto”. Pensate che la letteratura possa ancora costituire un’alternativa a questa deriva?

R.P.: È una frase apodittica che fa più figura come slogan che come ragionamento sul paese. Non la capisco, ma forse perché ignoro il contesto in cui è stata pronunciata.

La letteratura non si può opporre a niente, secondo me. Non ne ha la forza. È un discorso tra pochi e sempre gli stessi, non sfiora nemmeno la gran parte degli spettatori dell’Isola o i ragazzini sui muretti delle periferie di Roma o la maggioranza della popolazione tagliata fuori dai discorsi culturali. Lo dico senza moralismo e soprattutto senza snobismo. Chi fa letteratura crede che un libro abbia la forza di colpire, riempire, sconvolgere, far cambiare idea e farsi amare, semplicemente perché nella vita gli è capitato. Ma non capita a tutti. Chi fa letteratura ha bisogno di farla, e se gli chiedi perché, non te lo sa nemmeno spiegare. Probabilmente perché il benessere che prova quando scrive o legge è superiore a qualunque altra cosa abbia sperimentato. C’è egoismo nella scrittura, questo non va negato. Nemmeno demonizzato. Semplicemente, è così. Poi, dal momento che come essere umano ti stanno a cuore alcune cose, e altre ti fanno arrabbiare, ti preoccupano, ti sembrano importanti, ti angosciano, ritieni vadano denunciate, o svelate, o meditate, allora come scrittore cerchi di fare del tuo meglio perché vengano fuori, impegnandoti a trasformarle in una storia. Tutto questo però serve principalmente alla comunità letteraria. Non credo possa servire a tutti. Ma ciò non diminuisce la sua importanza. La sua necessità. Anzi. La letteratura è una forma di resistenza, e i valori che veicola nel corso del tempo possono sedimentarsi, stratificarsi e, in qualche modo, entrare a far parte del nostro immaginario, delle nostre strutture di pensiero, ma è un processo lento e forse marginale.

 

L’ultimo romanzo di Rosella Postorino, “L’estate che perdemmo Dio” (Einaudi, 2009), è la storia di una famiglia non mafiosa costretta a emigrare nel nord Italia a causa di una faida che non fa distinzioni tra innocenti e collusi.