Obesità

di Simone Lisi

A volte mi domando come la gente passi le giornate. È un riflesso, di certo, del mio proiettare nell’universale problematiche particolari, che è come dire mie.
Mann lo direbbe tramite Settembrini, e lo direbbe meglio. Diana direbbe d’altronde che questo è semplicistico e io allora mi vedrei costretto a replicare parlando della semplicistica psicologia maschile, così per escluderla dall’ambito della discussione.
Ci sono questi miei nuovissimi compagni di corso, di cui non so niente, un po’ più giovani di me, poco in effetti, anche se a me sembra tanto, che leggono Nietzsche e non sanno una parola d’inglese, che ricalcano tutti gli stereotipi imputabili a uno spagnolo medio e affermativo, nel senso di ottimista, non è chiaro in cosa, nella loro bruttezza. Alcuni sembrano delle scimmie, su venti ce ne è uno che si salva, anche se a pensarci meglio non si salverà nessuno. Ma non è questo. Mi domando come passano le giornate, solo questo. Come passa le giornate l’obeso che legge Ecce homo e se la ride, inconsapevole che quel libro è scritto contro di lui, ridendo di se stesso. È una risata di risentimento, nervosa, anche se con la sua camicia larga e i pantaloni Leggi il resto dell’articolo

Confessioni qualunque extended – 1

[Da oggi Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, si apre anche ai lettori. Si inizia con un racconto di Alessandro Boni. Confessatevi! E poi inviateci i vostri racconti!]

extended #1
Ariele

di Alessandro Boni

Che resti tra noi, Dio non esiste.
E non pensate che io abbia letto Nietzsche o robe del genere, la mia è un’affermazione presuntuosa dettata da una certa evidenza, diciamo matematica. Non mi riferisco nemmeno a cose lampanti, come ingiustizie insopportabili quali guerre, fame e violenze varie che, si dice, non sarebbero possibili se Dio ci fosse. Del resto i teologi per secoli ci hanno spiegato che il male nel mondo sostanzialmente è il frutto del libero arbitrio che Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /4

La regola che Giustiniano desunse dal diritto romano e schematizzò nel Corpus luris Civilis è solo un’altra interpretazione che l’uomo ha voluto dare indirettamente alla legalità agendo sul significato di giustizia. Non c’è da chiedersi se oggi la formula «Honestae vivere, alterum non ledere, suum cuique tribuere» abbia ancora valore (visto che è diventata una regola di costume), ma se ne abbia mai avuto (teoricamente) e quale sia stato il suo reale significato (praticamente).

In tal senso, la situazione italiana a oggi è eccitante da un punto di vista speculativo.

Le vicende giudiziarie di Berlusconi sono in realtà le variazioni di un tema maggiore: che armi si possono adottare per proteggersi dalla legge? “Perché dovrei tutelarmi dalla legge?” ci si potrebbe chiedere a questo punto. Il motivo è presto detto: se la domanda delle domande è chi sorveglia i sorveglianti, e quindi chi deve controllare la magistratura, significa che in pratica è il sorvegliante stesso il vulnus del sistema giuridico. Leggi il resto dell’articolo

Atti impuri: da solo o in compagnia

Non so voi, ma io adoro guardare le persone che leggono libri mentre camminano. Questi lettori deambulanti, ogni volta che li incontro, resto a fissarli, spesso con l’intento di scoprire il titolo del libro che li ha rapiti a tal punto da non fargli badare al rischio di sbattere addosso a qualcuno o di pestare una merda. Una volta ne ho conosciuto uno, si chiamava Biagio e faceva la spesa al discount dove lavoravo. Comprava sempre l’aranciata economica e le scatolette di cibo per gatti, di rado altro. Ogni volta che veniva a fare la spesa, Biagio aveva tra le mani un libro diverso; gli ho visto leggere Bradbury, Burroughs, Ballard, oppure Miller, Dick, Orwell, e ancora Saramago, Nietzsche, Joyce, e tanti altri romanzi, di quelli che, quando li leggi, pensi: “Ecco a cosa serve, vivere!”. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 3

[La società dello spettacaaargh! 12]

Caro Matteo,

tu dici: «Vedi, Jacopo, non mi pare che queste manifestazioni volgari siano una faccenda degli ultimi anni, o della nostra generazione». Vero, eppure, Matteo, avverto un salto di qualità.

È un’illusione dovuta al fatto che, per svariati motivi, oggi è più facile ritrovarsi a confronto con altre mentalità, con altri popoli? Oppure qualcosa è intervenuto a potenziare quella mentalità?

Io spero nella prima, ma penso alla seconda.

L’ultimo libro di Roberta De Monticelli, La questione morale (Raffaello Cortina, 2010), può venire in aiuto a chi voglia affrontare questi temi. Ne riassumo qualche tesi: Leggi il resto dell’articolo

Piano B: indipendenti come i gatti randagi

Quando si parla di editoria di progetto, con carica nuova e un bel catalogo, si fa sempre una grande fatica a inquadrare un nome. Sembra però che ci siano piccole oasi capaci di grandi sorprese: tra queste la casa editrice Piano B, che si è rivelata capace di una grande maturità mista a entusiasmo adolescenziale per i libri ben fatti.

 

Piano B, una casa editrice giovane ma non giovanilista. Come nascete?

Nel 2008, dopo varie esperienze all’interno di altre case editrici, decidemmo di provare a fare qualcosa di nostro. Ci spingeva la passione, la voglia di indipendenza e l’incoscienza, soprattutto.

Così a ventisette anni, senza investimenti e senza una sede, abbiamo iniziato questa meravigliosa avventura. Adesso intanto abbiamo una sede…

 

Parlateci delle vostre collane e delle vostre scelte editoriali.

Fin da subito ci fu chiaro il nostro primo progetto editoriale, e il filo rosso che avrebbe dovuto unire tutte le nostre pubblicazioni: la volontà di pubblicare opere e autori dimenticati o volutamente emarginati dalla grande editoria, cercando di dare spazio a quelle idee che fanno scorgere interpretazioni alternative e non conformi della realtà.

La mala parte, la nostra prima collana – chiamata così in onore di Curzio Malaparte, il nostro concittadino più celebre dopo Paolo Rossi – nasce proprio così. I primi titoli sono stati il Trattato dei tre impostori: Mosè, Gesù, Maometto, di un anonimo spinoziano; Disobbedienza civile, del sempiterno H.D. Thoreau e L’uomo e la tecnica, di Oswald Spengler. Tutti e tre i titoli hanno già avuto più di una ristampa, e questo ci ha dato la spinta e la fiducia per continuare.

Elementi è un’altra collana di saggistica, dove ad ogni autore associamo un elemento della tavola periodica, per caratteristiche o analogie comuni: il nichel, ad esempio, veniva usato nel conio della moneta americana (il nichelino); da qui l’associazione con Emerson, uno dei padri e fondatori della cultura statunitense. Nietzsche è associato al kripton come allusione al superuomo; Twain all’elio per la sua leggerezza e perché viene ritenuto un gas esilarante; Schopenhauer al fosforo per la sua capacità d’illuminare e perché il fosforo si associa naturalmente alla profondità dell’intelligenza, e via dicendo… i nostri “elementi” diventano così dei tasselli culturali “fondamentali” che contribuiscono a creare ipotetici mondi.

Le altre collane sono Controtempo, dedicata alla narrativa, con un occhio sempre attento alle riscoperte ma anche a nuovi autori e storie non ordinarie e Disport, una collana trasversale che si vuole occupare di tutto ciò che parla di sport, dalla narrativa alla saggistica alla fotografia. Jack London ne fa parte con Storie di pugni, così come Calciobidoni, le storie dei più grandi fallimenti calcistici.

C’è inoltre Avatara. Gli avatàra, nella religione Indù, sono le reincarnazioni del dio Visnù che ciclicamente appaiono sulla terra per aiutare l’umanità. Il vecchio che si reincarna nel nuovo assumendo nuove forme. Così i libri di questa collana si propongono di reinventare il classico, dando un nuovo corpo al passato. I grandi classici vengono illustrati da giovani artisti e illustratori emergenti.

L’ultima collana in ordine di tempo è Zeitgeist, saggi dedicati ai temi dell’attualità (nuove tecnologie, correnti di pensiero, ambiente).

 

Cosa si nasconde nel nome della vostra casa editrice?

È universalmente noto che il Piano A non funziona mai. Ci concentrammo subito sul Piano B.

Il nostro Piano B è la capacità di reazione, l’alternativa efficace, la soluzione inaspettata che può far cambiare soltanto un punto di vista, oppure risolvere un’esistenza. Le nostre scelte editoriali vorrebbero assecondare questo spirito. Tutti dovrebbero avere il proprio piano B.

Cosa manca a Piano B e di cosa vi fate forti?

A Piano B per adesso manca un corposo catalogo di qualità, ma ci stiamo lavorando. Mentre ci facciamo forti di avere un piccolo catalogo di qualità, sul quale abbiamo lavorato!

 

Credete nella realizzazione di eventi legati ai vostri titoli?

Certo, stiamo proprio adesso progettando una serie di eventi che accompagneranno l’uscita di tre nuovi titoli nella collana Zeitgeist. Ma per scaramanzia non ne parliamo.

 

Quanto è importante la cura dell’oggetto libro al di là del valore commerciale?

Per una piccola casa editrice è fondamentale. Vogliamo e dobbiamo offrire libri belli da vedere e da leggere, quindi curiamo molto l’aspetto grafico e la qualità della carta, che scegliamo ecologica e rispettosa dell’ambiente.

 

Quali sono le spinte in Italia che alimentano l’editoria? Ce ne sono ancora?

Le spinte provengono da un pubblico di lettori sempre più esigente e interessato: l’Italia è tristemente famosa per essere uno dei paesi europei dove si legge di meno, ma con il passare del tempo le nuove generazioni più abituate alla lettura e più attente al mondo che le circonda stanno inevitabilmente innalzando questa soglia. La maggiore attenzione di questo pubblico più maturo ed esigente rappresenta una possibilità e una sfida. Questo è lo scenario per una editoria di qualità.

 

Vi ritenete una realtà indipendente?

Certo, siamo indipendenti come i gatti randagi. La nostra linea editoriale è libera da ogni vincolo, siamo noi a decidere in completa autonomia come, quando e perché pubblicare i nostri libri.

 

L’Italia ha: troppi scrittori o troppi intellettuali?

Sicuramente l’Italia è un paese di grafomani: tutti hanno un romanzo nel cassetto e tutti aspirano alla pubblicazione. Da qui il fiorire della cosiddetta “vanity press”, a cui noi abbiamo felicemente rinunziato. Al di là di questa, crediamo però che gli autentici scrittori e gli autentici intellettuali non siano mai troppi.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

Le strade della filosofia

C’è un posto, a Roma, dove a perdersi s’impara un bel pezzo di storia della filosofia.

La cronologia è arbitraria, a tratti casuale, zeppa di caselle vuote.

C’è una sola via maestra in questa storia, tracciata da Kant, che qua chiamano Kent, per dimostrare d’aver speso bene i soldi in ripetizioni d’inglese.

L’altra grande arteria è dedicata all’inventore del comunismo. Pensate: viale Marx è la strada delle attività commerciali, in comproprietà con piazzale Hegel; un vero schiaffo morale ai principi del pensiero razionale.

A Diderot hanno invece dedicato un budello di strada, troppo corta anche a farla a piedi. Sembra che gli abbiano applicato la legge del contrappasso, come punizione per la mania delle enciclopedie.

Nel piazzale adiacente a via Comte ci fanno invece il mercato del mercoledì, ché per i sociologi è un ottimo campione da intervistare.

Da quando ci lavoro, poi, parcheggio a colpo sicuro in via Locke, in ottemperanza agli insegnamenti del filosofo inglese: «Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro». E infatti, i colleghi mi consigliano sempre di cercare più in là, in Largo Russel, a me che di logica non c’ho mai capito nulla. E perché non in via Jaspers, vi chiedo, ché almeno troverei una risposta alle mie paranoie.

La prima volta che mi ci persi, di notte, non riuscivo a venire a capo di questo girotondo di strade che si prendevano gioco del mio pensiero. Alla terza volta che incontrai il nome di Schopenauer, cominciò il vero tormento, alimentato da una sua famosa citazione: «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia».

Mi venne davvero la paura di non uscirne più fuori, d’esser costretto a convivere col buio della mente, ancor più nero per via del diluvio che prese a scendere dal cielo. Che fine avevano fatto gli illuministi, quel Rousseau e quel Voltaire che la mia mappa indicava chiaramente?!

In questo stato, continuai a guidare la mia auto senza incontrare anima viva, e a mie spese scoprii quanto incerto e solitario possa essere il cammino del filosofo.

Mi sentivo a tutti gli effetti una monade, soprattutto quando raggiunsi via Leibniz senza neanche sapere come. Qui fu Lessing a venirmi in aiuto, per quanto anch’egli fosse stato tributato d’un tratto di strada assai risicato: «Un uomo che non perde la ragione per certe cose, non ha una ragione da perdere».

Di lì presi in Largo Bacone, poiché se è vero che «il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza», non potevo che arrendermi alla massima seguente: «Nessuna forza può spezzare la catena delle cause naturali; la natura infatti non si vince se non ubbidendole».

E così m’infilai in una sorta di giostra, chiaramente frutto dell’ingegno dell’uomo, che prende il nome di via Cartesio; una strada che fa come un cerchio, ma interrotto da entrambe le parti. E di lì ripresi per l’inverso, e ancora e ancora, ripercorrendo non so quante volte gli stessi nomi, gli stessi concetti. Strano che non vi fosse traccia di Nietzsche, pensai tra me e me: adesso passerò l’intera mia vita a girare tra queste stesse idee; finché all’ennesima svolta non incontrai per caso un nuovo concetto, ubicato in via Spinoza, che è poi il solo modo di «attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità».

In fondo a quella strada intravidi una luce, che non era certo quella di Dio, bensì dei lampioni di viale Kant; ma per me, anima in pena, lo stesso una salvezza.

Adesso che ci lavoro, poi, in quella zona, ho pure pensato che la filosofia allora a qualcosa serve; ma per carità, non vorrei ritrovarmici ancora di notte. Per non spaventarvi oltre il lecito, non v’ho infatti raccontato delle bizzarrie cui andai incontro in piazzale Montesquieu… cose che a parlarne oggi, c’è davvero da non crederci…

Simone Ghelli