Durga

L’Oiseau de ciel, Magritte

di Domenico Caringella

Quando ero bambino, per non pensare a mio padre e a mia madre, per non soccombere al fatto di essere loro figlio finendo per accettarlo come una colpa o un obbligo o peggio uno scherzo, mi misi alla ricerca di un filtro, una parete. Li trovai prima sulla scacchiera di mio nonno e dopo per strada, nel campo dietro alla segheria di Ecclesall che io e Clarence fingevamo fosse l’Hillsborough Stadium.
Se mi guardo indietro, e dentro, quelle due cose, gli scacchi e il calcio, sono le uniche cose belle che mi rimangono del bambino che ero e che non sono più. Ma forse mi illudo soltanto che ci sia ancora qualcosa, tant’è che informarmi dei caffè frequentati dagli scacchisti e visitare lo stadio di ogni città in cui arrivo clandestino e maligno e allegro, ormai non è che un vezzo, un gesto riflesso, stile e nulla più. Deve essere proprio così, perché oggi lasciare Parc Astrid mentre il primo tempo non è ancora morto, non mi pesa in alcun modo. L’assoluta assenza di passione non ha niente a che fare con l’Anderlecht, che è ormai una copia sbiadita di quello di un tempo; e nemmeno con il fatto che Bruxelles mi vede per un rendez-vous a cui non posso mancare, dato che l’appuntamento l’ho programmato Leggi il resto dell’articolo