Intervista a Michele Mari

Foto: Giuseppe Nicoloro

di Olga Campofreda

Preludio

Un giorno di fine settembre su Roma si era rovesciato finalmente il secchio ricco di pioggia che il cielo aveva covato per tutta la stagione estiva. All’uscita della metro i venditori di ombrelli continuavano a saltare fuori da ogni angolo, come funghi al primo umido.
Ho passato tutta la durata del temporale a leggere avidamente il libriccino bianco che da un po’ di giorni mi portavo dietro.
Nessuno riusciva a distogliermi dal mio rifugio di carta, con quel titolo – Cento poesie d’amore a Ladyhawke – che parlava direttamente al cuore, con una voce così limpida e al tempo stesso così antica da rivelarmi l’immagine del loro autore come quella di uno stilnovista fuori tempo massimo.
Fuori dal tempo, come direbbe Borges, potrebbe voler dire essere presente in tutti i tempi, attraverso i tempi. Doveva esserci qualcosa di magico in quella voce. C’ era un mistero, un arcano. C’era il segreto di uno stregone, e io lo volevo scoprire. Leggi il resto dell’articolo

Peep-show

Le cose romantiche non mi sono mai piaciute. Questo me lo sono sempre ripetuta, tanto che non riesco più a ricordare se sono diventata così cinica o lo sono sempre stata. E non si tratta di essere incazzati col mondo, non è questo. La verità è che all’inizio io nel mondo ci stavo bene. Ho avuto tutto. Ma una vita serena vale a dire non conoscere nulla veramente, di quello che c’è fuori. Potevo arrabbiarmi con quelli che mi rinfacciavano di essere fortunata, potevo arrabbiarmi con i miei genitori, che mi hanno permesso di esserlo.

Le persone fortunate, credimi, non sono mai piaciute a nessuno.

E la nostra generazione non piace a nessuno per questo.

Allora abbiamo rovesciato il gioco delle parti: abbiamo smesso di mangiare, abbiamo smesso di studiare, abbiamo smesso di sentirci felici.

Questa cosa me l’ha insegnata Eva. Che la felicità è lobotomia. Che nascere felici è come non avere mai avuto le dita, il tatto, per esempio. E mentre lo diceva faceva scorrere uno sull’altro i polpastrelli.

Eva l’ho conosciuta la sera di un aprile invernale in cui la mia vita è cambiata. Una ragazza così bella io non l’avevo mai vista, davvero. Una ragazza così bella non deve chiedere niente nella vita, pensai. Faceva freddo, io ero fuori un locale di San Lorenzo e piangevo. Così, rannicchiata in un angolo, mentre dall’interno del locale si sentivano le voci altalenanti della gente soffocare un disco di Jimi Hendrix. Eva si avvicinò con una birra. Mi chiese perché piangevo e non le risposi subito. Mi sarei laureata dopo poche settimane in medicina, le dissi, e avevo rotto la sera stessa con il mio ragazzo. Non sapevo cosa dovevo provare. Felicità o tristezza. La disperazione le comprendeva entrambe.

Se non sei felice tu, non permettere a nessuno di esserlo, aveva detto Eva.

Eva aveva un tatuaggio sul braccio sinistro, un cuore trafitto da una spada, attorno una pergamena con sopra scritto “mom and dad”.

Piangi perché non sai un cazzo tu della vita. Ci posso scommettere. Mi disse. Si abbassò sulle ginocchia e poggiò sulle mie un libro. Piccole donne. Da un piccolo flacone fece uscire una polvere bianca, la sistemò in fila e tirò su col naso.

Ci hanno fatto credere un sacco di falsità. Che si deve crescere, come queste povere puttanelle. Che si deve rinunciare. Che ci si deve sacrificare. Che ci si deve innamorare. Quando poi diventano vecchi, queste cose le dimenticano, divertiti, ti dicono, ma solo quando è troppo tardi.

A questo punto della storia, la canzone esatta sarebbe Vodoo child. Ci sarebbero i titoli di presentazione, la musica che aumenta, Eva che mi dice. Pensaci. Tra uno stacco e l’altro della voce negra di Hendrix, e poi si allontana, dopo avermi lasciato un biglietto nella mano. Un appuntamento.

Era il giorno del mio ultimo esame. Andai all’università, aspettai il mio turno. Sapevo tutto. Ero pronta a diventare un medico. Quando mi chiamarono però non riuscii ad alzarmi dalla sedia. Non risposi al mio nome. Cercai nervosamente qualcosa nella borsa per nascondermi in volto e trovai il biglietto di Eva: il giorno indicato era esattamente quello. Mi alzai di scatto e cominciai a correre disperatamente verso l’orario e il luogo indicati.

Questo è il solo modo in cui si può assistere alla propria nascita. Me l’ha insegnato Eva.

Prima ci hanno insegnato Woodstock e poi ce ne hanno privato. Mi diceva sempre lei. La libertà e tutto il resto.

La scena successiva riprende la mia amica di spalle, chinata sul fornello della sua cucina lurida.

La vedevo svolgere quei movimenti come un rituale sacro. In quei momenti era una sacerdotessa inviolabile, nel silenzio. Due pezzi di ferro, i resti di una vecchia stampella, tenevano in equilibrio pochi grammi di oppio. Mi avvicinavo a lei che mi chiamava con lo sguardo. Incameravo il fumo. Incenso.

Ti manca casa? Mi chiedeva sempre, una volta stese sul pavimento della cucina. E io le rispondevo. Si, a volte, Eva, mi manca casa.

Allora lei mi diceva che il vero problema erano i pesci rossi. Ne teneva uno in una piccola vasca sul pavimento della cucina che nuotava in acqua melmosa. I pesci rossi hanno una memoria di soli tre secondi, poi ricominciano ad apprendere per dimenticare tutto immediatamente dopo.

Pensavo che era vero. Che Eva aveva ragione. Che fino ad allora l’affetto dei miei genitori, la felicità di rispondere ad un preciso senso del dovere e non del volere, era stata la mia gabbia. Raccolta dalla memoria degli affetti.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi. Lo hanno trasformato in colpa e poi lo hanno dimenticato. Infliggi alla tua casa la tua assenza. Questa è la punizione che si meritano.

Domani partiamo. Mi disse. Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ed era l’estate e il nostro primo viaggio insieme. Prese l’estremità della stampella ancora rovente e l’appoggiò sull’interno del braccio pallido senza emettere suono. Fece lo stesso con me. Doveva essere quello l’inizio della liberazione.

Ci fanno credere che il dolore sia qualcosa di negativo. Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi.

Fanculo la nostra generazione. Fanculo la modernità. Io ed Eva insieme fondammo un tempo nuovo.

La libertà di una donna a Londra si chiama Peep-Show. Sai cos’è un Peep-Show? Immagina un locale luminoso nel centro trasgressivo di Soho. Immagina delle cabine, separate da un’altra stanza con un vetro unidirezionale. Il cliente vede la donna senza essere visto. La donna si tocca, balla, si accarezza, si dondola su un’altalena di fiori. Il cliente si tocca con la donna, sente il proprio respiro che si condensa sul vetro. Nient’altro. Non è prostituzione, non è sfruttamento. È un modo onesto di affermare la superiorità della donna. Io che scopro lentamente una gamba, lentamente, fino al ginocchio, vicino, che quasi puoi toccarlo, così, e ti eccito e ti sono vicina senza esserci. So che tu mi stai spiando. So che sono bella. So che ti stai eccitando. Una cosa del genere, insomma. Ed è la cosa più autentica che c’è. Spiare dichiaratamente una donna. Rendere conto dell’atto. Pagare i diritti dell’atto. I nostri clienti erano i più sani appassionati di sesso che avessi mai conosciuto, come i grandi amanti della musica, che spendono tutto in dischi e trovano oltraggiosa la condivisione in rete. I nostri clienti non avrebbero mai spiato dal buco della serratura, di nascosto. Il punto estremo in cui il reality si dichiara fiction, senza falsi buonismi, era questo che affermavamo continuamente.

Piccole donne sotto vetro che danzano ondeggianti come pesci rossi. Goldfish in a Bowl, mi pare dicesse una canzone. Forse erano i Pink Floyd, ma non lo ricordo, non lo ricordo.

Abbiamo iniziato a guadagnare in quel modo. Potevamo ottenere tutto quello che volevamo. Ci sentivamo delle dive. Era come un banco del seme senza giornaletti porno e senza fiducia nella riproduzione. Dopo qualche mese eravamo diventate famose. Preparavamo i nostri show in un appartamento di periferia e li ripetevamo al locale. Nelle notti di Soho non esisteva cordone di velluto che non si alzasse per farci passare. Per la prima volta eravamo libere. Pensavo ad Eva come la mia vera madre. Madre senza padre. Era anche lo schifo per gli uomini ad accomunarci. La maledizione dell’innamorarsi, un motivo in più per sentirsi schiave.

Lei me l’aveva insegnato, io le credevo. Da bambina era stata violentata dal padre. Quella sera me lo confessò ridendo. Scopare è uguale con tutti. Non c’è differenza, aveva detto. La cultura vuole che non sia così, ma pensaci, è tutta una finzione. Tutti gli uomini sono uguali… lo dice anche il vangelo, no?

E rideva, infilandomi una giarrettiera rosa pallido ad una gamba. Mi baciò dolcemente sulle labbra. La felicità non esiste, sussurrò. Quella sera allo specchio vidi solo due anoressiche vestite da bambola.

Entrai in cabina senza sorridere. Dondolavo sull’altalena e in alto le corde si avvolgevano su se stesse, facendomi girare. Guardavo in basso. Dall’altra parte del vetro sentivo la voce di un uomo che mi diceva di togliermi il vestito , di sfilarmi lentamente le mutandine di pizzo giallo pallido, un nastrino per volta, sul fianco. Io stavo ferma a guardare nel vuoto. Iniziò a dirmi che ero una puttana, che aveva pagato per vedere, che non lo facevo eccitare abbastanza. Pensai alle gite in campagna. Pensai a tutte le volte che di sabato sera aspettavo sveglia i miei genitori che rientravano tardi, e a quanto ero sollevata nel vederli. Pensai alla mia camera, ai miei dischi di Simon & Garfunkel, alle poesie di Herman Hesse.

Mio padre che mi legge i versi di Omero in una giornata di sole, ai raggi che filtrano tiepidi dal vetro della cucina, mentre mia madre prepara la tavola con i colori più belli del mondo.

Sobbalzai al suono che indicava la fine del turno. L’uomo era andato via. Uscii fuori e accesi una sigaretta. Mi cambiai. Andai a casa. Aveva iniziato a piovere. Era bella la notte di Londra con la pioggia e mi sentivo affondare nelle cose.

Arrivai a casa mezza fradicia di pioggia ma ricordo perfettamente che andava bene così. Avevo cambiato idea e forse di vita ne avevo vista abbastanza. Che ero sempre in tempo per insegnare ad Eva quello che avevo scoperto e cioè che non tutto è definitivo. Che si è sempre in tempo. Questo lo pensai mentre cercavo le chiavi di casa, davanti alla porta.

E adesso immaginala con me, una voce che mi chiama. Una voce musicale, una ninnananna che inquieta. Bambolina. Mi chiama. Torna qui. Dice. Bambolina. Ho pagato per vedere. E ricordo che la borsa cadde a terra e si sentì solo il rumore delle chiavi.

Immagina: io che non ho fiato per gridare. Che mi fa male il cuore. Che provo a dimenarmi ma l’uomo stringe forte, mi trascina in un angolo di strada vuota. Sento che puzza. Sento che respira forte sul mio collo. Mi strappa i vestiti da dosso. Mi mordo la lingua per sentire più dolore, il mio, che io posso farmi più male di come me ne fa lui.

Basta, basta, ti prego, basta. Adesso basta. E dopo poco mi accorgo che non sento più niente, neanche la pioggia sul volto, neanche il freddo. Non avere paura, mi dico. Tra poco sarà tutto finito. E penso a quando nei sabati sera della mia infanzia lenivo da sola la paura dell’abbandono. Domani saranno i miei genitori a svegliarmi. Perché non mi hanno abbandonata. Saranno loro. Domani, domani sarà tutto finito.

Restai con il volto piantato a terra in una pozzanghera. Mi svegliai insieme a Londra alle prime luci oblique del mattino. Il sapore del sangue e quello della terra bagnata sono simili. Sanno di ferro. Senza muovermi riuscivo a guardare la porta di casa. Eva ha già portato dentro il latte, pensai. Ma non riuscivo a muovermi né a chiedere aiuto. Con un braccio sfiorai a tentoni la superficie della strada. Le mie dita incontrarono un pezzo di carta bagnato dove era ancora riconoscibile il nostro indirizzo. Il tratto blu scritto a penna e sfumato in parte e mi ricordò una laguna dipinta ad acquerelli. A stento riconobbi la scrittura di Eva.

Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi, con l’innocenza e tutto il resto.

E noi non siamo altro che pesci rossi. Lo ricordiamo per tre secondi , poi basta. La condanna è eterna. Dobbiamo imparare ogni volta ad impararlo di nuovo.

 

Olga Campofreda

Gatti vivi e gatte morte – Ovvero il ratto del gatto ad opera della Bellezza

Si chiamava Elena Dimilo ed era bella. Così bella che a volte sui documenti firmava staccato. Di-Milo. Come la statua di Venere. Ma figuriamoci se lo faceva di proposito. Si chiamava Elena Dimilo, scritto attaccato, e tutto le si poteva attribuire fuorché qualche difetto. Qualcuno aveva pure messo in giro strane voci, riguardo al suo naso, che aveva un profilo un po’ storto, avevano detto, ma Elena Dimilo sapeva che altro non erano che malignerie dettate dall’invidia e continuava a sorridere in giro, con i suoi denti bianchissimi, così bianchi che si diceva avesse una relazione con Piergiorgio Sartiani, il dentista più ricco della città, ma pure questa, vi dico, era una maligneria bella e buona. Non per altro. È che, in quanto portatrice sana di bellezza, come ella stessa si considerava – ma di nascosto, per non apparire arrogante – Elena Dimilo aveva una passione per l’arte. Elena conobbe Ivan Siranovic un giorno d’inverno, ad una lettura di poesie dell’avanguardia russa. Lui veniva da San Pietroburgo, faceva il pittore e quella sera stessa decise che le poesie dell’avanguardia russa poteva leggersele anche da solo nella sua casa di Napoli, dove pure abitava da un po’ . «Ne ho una collezione immensa», disse alla donna. «Davvero?» E mentre facevano l’amore lui gliele recitava in cirillico, perché comunque non poteva mica far vedere che era stata una scusa. Il mattino dopo, sull’avanguardia, Elena Dimilo aveva ancora qualche dubbio, ma in quanto al russo, bisogna dirlo, Elena non era mai stata così sicura. Al risveglio era sola, avvolta tra le lenzuola di seta rossa, nella penombra della stanza. Nell’angolo giaceva poggiata e coperta da un panno una tela incompiuta. Sorrise Elena Dimilo, scese dal letto per osservare meglio. Immaginò il suo corpo nudo e dormiente sulla tela, dipinto nella notte, bellissimo a vedersi, irresistibile. Sollevò piano il panno: la porzione di tela mostrava il rosso del letto, le pieghe della seta. Sollevò di più e scorse sulla seta una collana di perle, come quella che portava al collo nudo la notte precedente. Era raggiante Elena Dimilo, che mai si sarebbe immaginata una trasformazione in musa così repentina. Poi sentì un motivo dell’Internazionale avvicinarsi, canticchiato. «Buongiorno mia dea», le aveva detto il pittore, mentre con una mano le cingeva il corpo e con l’altra teneva il vassoio d’argento della colazione. «Ivan, davvero non dovevi…», disse lei, infatti lui non le doveva proprio niente: dalla porta un grosso gatto si diresse verso la colazione di Elena Dimilo e cominciò a banchettare a piccoli scatti.

«Mia cara, lei è Vanessa», disse Ivan Siranovic, mentre le accarezzava il pelo. Alla gatta, ovviamente.

Si guardarono con odio gatta e donna, più forti le fusa, a marcare un primato.

«Ma è meravigliosa!» disse Elena al pittore. La gatta, da parte sua, corse in grembo alla donna e le fece qualche festa. «Ero certo che vi sareste piaciute», fece lui «e ora voglio mostrarti una cosa!» A passo marziale si diresse verso la tela e la scoprì: l’immenso quadro ritraeva la gatta, maestosa, gigante nel suo pelo morbido e bianco come nevi di Russia. Giacente sul letto vermiglio cosparso di perle. La gatta prese a fare le fusa al pittore e alla tela stessa. «È una gatta di pura razza siberiana, discendente dalla famiglia dell’ultimo zar di Russia. È una gatta nobile. Da quando ha rischiato la vita, mesi fa, il nostro legame s’è rafforzato e la mia arte ha subito una svolta!» Ivan Siranovic condusse l’amante nel grande salone, ricoperte le pareti di cornici di ogni dimensione, al centro di ognuna, voluttuosa e sensuale, la gatta bianca con un diadema al collo. «È la bellezza felina l’emblema dell’Arte: indipendente ed erotica. È con lei che ho trovato la chiave dell’ineffabile etereo». Poi continuava con nomi altisonanti, di quegli artisti che si fecero profeti della carica simbolico-estetica felina: e via con i Céline, i Baudelaire, gli Alfonso Gatto e i Gatto Panceri, mentre con le mani le illustrava i dipinti: adagiata, annoiata, distratta, la gatta ammiccava dai quadri a chi le concedeva lo sguardo, abbagliato dal candore del pelo dipinto e dallo scintillio dei premi dorati esposti su mobili e vetrinette. Elena Dimilo sorrideva interessata, tuttavia pensando non tanto all’arte quanto all’atto di imporre un irreversibile scalpo frontale alla gatta, tra le orecchie aguzze e pelose.

Entrò poi nella stanza una donnetta, che Elena scrutò con sufficienza ma tirando dentro la pancia, perché Elena Dimilo era generosa e la sua bellezza non voleva negarla a nessuno. La donnetta veniva a prendere Vanessa per le ore di posa, nell’atelier al piano sottostante. Siranovic congedò Elena con un bacio appassionato e un alito fresco di tundra, mentre la gatta Vanessa la guardava dalle braccia della donnetta con fare vittorioso.

Quella mattina Elena tornò a casa stizzita. Neppure il solito manicure o le iniezioni di botulino riuscirono a gettare balsamo sul suo orgoglio ferito. Ché lei, Elena Dimilo, seconda a qualcuna mai lo era stata, figurarsi ad una gatta. Passò un mese, passarono due, ed ogni notte giaciuta col pittore portava all’abbandono mattutino in cui una gatta slavata e pelosa vedeva eternata la sua bellezza in luogo di quella di Elena.

Una mattina allora Elena fece quello che stava architettando da tempo: nell’uscire di casa e lasciare Ivan Siranovic al suo lavoro, approfittando di non essere vista, prese la gatta che sonnecchiava sulla poltrona all’ingresso e la mise in borsa. Allo sparire della gatta, a quel punto, l’artista redento le avrebbe implorato di posare per lui, perché davvero, era stato accecato fino a quel momento, ma ora sapeva che lei sola era vera Bellezza, lei sola la chiave.

Elena Dimilo portò la gatta in casa e la poggiò sul tavolo con violenza. Il felino e la donna si osservavano ciascuna pensando cosa mai il pittore avesse trovato nell’altra. Non arrivando risposta, entrambe si scaraventarono in una lotta in cui furono dati graffi, si tirarono code, si lanciarono soffi ed insulti e altre cose che non voglio neanche menzionare. Fu il pollice opponibile di Elena elemento fondamentale per l’esito dello scontro: la gatta fu messa nella gabbietta del defunto coniglio Anselmo buonanima e là rimase, nutrita a scatolette comprate alla Lidl per soli 2 euro e 90. Questo per una settimana dieci giorni in cui il pittore pareva incontentabile e neppure più il pennello dritto poteva tenere senza tremare, se capite cosa intendo. Un mese dopo Ivan Siranovic pareva essersi ripreso, ma riprese erano anche le vecchie abitudini, anzi, cominciò ad essere ancor più irreperibile, dal momento che passava in atelier sempre più tempo, nel tentativo di colmare con nuovi linguaggi il dolore della sua perdita.

Dopo una lunga notte passata insonne nella cucina di casa, meditando sulla sorte della bianca prigioniera, Elena Dimilo giunse alla soluzione definitiva della faccenda: fare irruzione nello studio dell’affranto pittore e sigillare per sempre il loro amore nell’atto di un miracoloso reperimento felino da parte di lei, che per l’occasione avrebbe accettato di essere dipinta come un’Athena vittoriosa, ma non senza un po’ di insistenza. Così pose fine al ratto del gatto che si affacciò intimorito tra le sbarrette, smunto e corrotto dalla penuria di cibo costoso e adulazioni. Lo prese in braccio e riuscì a sentire una ad una le costole sotto il pelo, poi in un gesto solo lo ricacciò in borsa, tirando sempre dentro la pancia, che le costole pure a lei si vedevano e anche molto meglio, inutile a dirsi.

Fu allora che accadde l’irreparabile: nel suo atelier Siranovic tutt’altro che disperato aveva colmato il dolore con la donnetta Carmela, che intenta a lucidare il pavimento veniva dipinta e vezzeggiata dal pittore. Elena Dimilo con la gatta in mano si fermò un attimo sulla soglia: «Sfrega più forte», diceva il pittore. «La sua voce, maestro, è il mio canto», diceva lei, e alzava l’occhio languido all’artista. «L’Arte è dipendenza, sottomissione estrema, alienazione di uomini e donne nel gesto puro», aveva detto lui, una volta che donna e gatta entrarono nella stanza. Ma a quanto pare il nuovo Siranovic non era risultato convincente. La donnetta, con quel suo fare da gatta morta, pure capì che qualcosa non era andata per il verso giusto: ogni dubbio fu eluso quando Elena Dimilo, presa dalla rabbia per la nuova usurpazione del suo posto di Musa, gettò la gatta viva sulla gatta morta e soffi e schianti e graffi e grida risuonarono per l’atelier, distruggendo tele e reputazioni. Dal canto suo, Ivan Siranovic cercava di chiamare a sé la gatta, quella viva, stupito del suo ritrovamento, ma questa, uscita vincitrice dalla battaglia contro la donnetta sanguinante, emise un miagolio stizzito e gli voltò la coda. Così, per una strana applicazione della Sindrome di Stoccolma, la gatta rapita cercò il rapitore e con un balzo tornò nella borsa di Elena, che preferendo il gatto al porco non vi si oppose affatto e tornò a casa.

Olga Campofreda