Mekmetal Spa

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci ha raccontato una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il quarto e (per adesso) ultimo racconto in vista della pausa estiva.

di Nadia Turrin da una foto di Andrea Pozzato

I muri esterni della Mekmetal Spa sono gli stessi da decenni. Scrostati, incolori, con crepe profonde attorno alle finestrelle, e le centraline della corrente elettrica circondate da inquietanti cavi scoperti e tubi marci di umidità.

«Perché cazzo il sig. Weiner non mette a posto quei cavi, con tutti i soldi che ha?» si chiedono da anni in molti, passando davanti a quei muri.

E da anni c’è sempre qualcuno che replica : «È da tanto che il sig. Weiner vuole rifare tutto, ma poverino, ne ha sempre una. Prima ha dovuto investire nello stabilimento in Romania, che se no non ce l’avrebbe più fatta coi costi di produzione di Bolzano. Poi sono arrivati i cinesi a fare concorrenza. Adesso c’è la CRISI. Poverino!» In ogni caso, ad ogni tornata di licenziamento di massa qualche operaio si è suicidato, mentre il sig. Weiner è sempre vivo. Sarà. Leggi il resto dell’articolo

Una cordaccia, dalla caviglia al cuore

«Prendi un quaderno, una penna e fai che scrivi tutto,» mi dice.

«Un quaderno, uhm, una penna,» temporeggio, tastandomi le tasche.

«Mi perculi, tu, dì un po’,» glaciale lisciata di baffi.

Cartolibreria. Siamo in una cartolibreria di Bad Segeberg. La più piccola. La sua.

«C’è quaderni e c’è penne un po’ ovunque, quindi poco il simpatico,» mi dice.

Capelli lunghi e punte di baffi giallo nicotina. Sigaretta. Altra sigaretta.

«T’ho detto che fai che scrivi tutto,» mi dice, «e cominceremo dalla fine, dal colpo di tacco».

«Ennò,» m’oppongo. «Dall’inizio».

«Ero il figliolo,» fa allora, «lo sai no, gli metton sempre il soprannome Sonny ai piccoli della compagnia. Figliolo, significa. Facevamo che ci si divertiva, senza troppe pretese. Io ragazzino avevo smesso d’esserlo quando avevo otto anni, Lubecca è un buco di culo puzzolente che se ti ci ritrovi cresci dalla notte al giorno, altro che sci-sci-sci di marzapane, altro che centro storico con le casine anseatiche: le periferie sono orrende ovunque, pure a Lubecca. E allora quando poi faccio il borsone per andarmene a fare il calciatore ad Amburgo mi mettono in guardia, Reeperbahn è un posto pericoloso, m’avvertono, tutto zoccole operai e comunisti. Oh, che ti devo dire: sarò stato comunista dentro pure io, mi sa, e poi le zoccole schifo non m’hanno mai fatto, e gl’operai è gente simpatica che si spacca in quattro e c’ha solo voglia di bersi una birra e veder gente tirar calci ad un pallone. I baffi: ancora non li portavo. Li vedevo però sulle facce dei marinai che si imbarcavano per attraversare il Baltico, tutti ubriachi e coi capelli sozzi e i cappellacci di lana grossa, la notte in giro per il miglio peccaminoso ad entrare e uscire col sorriso da Herbertstrasse, il giorno a suonare la sirena dei pescherecci e delle chiatte. Ci son rimasto un anno. Titolare poche volte, reti una manciata, proprio col contagocce, rotolavo in campo, rotolavo e m’incazzavo e certe situazioni mi levavano il sangue e sbraitavo che diocenescampi e salvi. Era il millenovecentosettantaquattro. Sognavo d’andare ai Mondiali in Argentina come centravanti della nazionale. Nel frattempo, qualche partita me la sono andata a vedere pure, nel settantaquattro, specie quella al Volksparkstadion tra Germania Ovest ed Est. E son pure stato contento. Mi sa che ero per davvero comunista dentro, mi sa.

E poi ti dico una cosa: mi ci sentivo legato, a quel posto, ad Amburgo. Specialmente a quel quartiere, Sankt Pauli. Lo sai cos’è che si chiamava reeperbahn, una volta? Quelle cordacce spesse e ciotte che s’usano per ancorare le navi alla banchina. Era come se me n’avessero legata una alle caviglie, di cordaccia, dalla mia caviglia al cuore di Sankt Pauli.

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Scrittrice: tu m’hai provocato… e io te distruggo!

ovvero la seduzione nell’epoca della riproducibilità virtuale

 

 

«Sono appena tornata da Berlino e sto scrivendo un’autofiction in cui mescolo le cose vere che mi sono capitate con fatti inventati».

«Brava! Fai bene a scrivere. In questo paese c’è un bisogno viscerale di scrittrici di qualità che trattino la materia politica attraverso la metastoria, cioè che travestano di finzione l’urgente necessità di mimesi. Se poi sei un cervello in fuga che ha scelto di rientrare e ora sei precaria chissà quante osservazioni acute potrai fare sulla realtà che hai trovato qui. Questo è un paese disastrato, è fondamentale narrare la diversità, l’altro, attraverso la rappresentazione di eventi anche finzionali che però trasmettano un senso di denuncia».

«Veramente ero in Erasmus»

«Bene! È importante che si continui a parlare di Erasmus, perché è la porta che si spalanca davanti ai nostri studenti disillusi e li proietta in realtà ricche di stimoli, in paesi dove la democrazia esiste davvero, mica come qui, che siamo in balìa di Ramsete II e della sua corte di nani e ballerine, in senso letterale, eh? mica metaforico. Mi sembra fondamentale che voi giovani trasmettiate a questo paese marcescente l’idea forte che voi avete altre opportunità, che Internet vi ha liberati da vincoli secolari, che il mondo è un a clic di distanza da voi e che abbandonerete questo paese alla ricerca di nuove opportunità, di nuovi modi di fare cultura e di nuove libertà di espressione. Chi vi ferma a voi? Siete il futuro! Bravi, andate e riportate indietro la democrazia».

«Veramente è una storia d’amore».

«Ah sì? Be’, mi fa piacere che questa nuova generazione anche se così tecnologizzata sappia ancora narrare l’amore, in questo mondo così cupo, in cui le coppie si separano presto e nessuno fa più figli. Siete il futuro, è bello vedervi innamorati».

«La trama racconta di lei, che poi si chiama come me perché è un’autofiction, che si innamora di un tossico a Berlino in un centro sociale. Insieme fanno un sacco di esperienze, la più importante, che poi è l’episodio centrale del libro, è quando a lei finisce la borsa Erasmus, e i suoi non possono mandarle soldi da casa, perché è figlia di operai (questa è la parte di finzione, io sono figlia di dirigenti di azienda, ma mi pareva fico farla di estrazione proletaria, così è più credibile anche quello che segue). Insomma, lei è innamoratissima di lui, e decide di prostituirsi per procurare la droga ad entrambi. Però alla fine è una storia di redenzione».

«Splendido! Bisogna infondere fiducia nel futuro, e lasciare che anche nelle esperienze più cupe il lettore possa immaginare una via d’uscita. Insomma, bisogna essere positivi, altrimenti qui si soffoca nella depressione. E hai intenzione di pubblicarla?»

«Embè, sì, mica scrivo pe’ sticazzi. Si fatica a scrivere, eh? È un lavoro. Sono come Hemingway, mi chiudo in camera almeno quattro ore al giorno con i tappi nelle orecchie e scrivo, scrivo, scrivo. Sto studiando molto, ho ripreso in mano i classici della letteratura perché voglio scrivere una storia lunga, che venga fuori un tomo di almeno quattrocento pagine con moltissime citazioni. La mia idea sarebbe di pubblicarla con un grosso editore, perché mi hanno detto che la mia prosa è molto lirica e profonda, molto convincente, e che quello che racconto avrà vasta eco di pubblico. Sto sviluppando l’episodio centrale, quello in cui lei si prostituisce per lui, che ovviamente è finzione. Anche se devo dire che attraverso la scrittura vivo situazioni che mi mancano, che vorrei davvero avere sperimentato. Ho preso spunto da William Blake, mi ispiro alla sua lingua oscura, al suo registro visionario».

«Caspita, come ti esprimi bene! Però mi dà l’idea che sarà un romanzo molto difficile, sei sicura che qualcuno lo vorrà leggere? Hai sentito un agente letterario?»

«No, vado su facebook».

«…?»

«Lì ho incontrato la mia guida, quello che mi consiglia e a cui posso chiedere tutto. È un grande scrittore, uno con cui ci si può davvero confrontare».

«E allora com’è che sta su facebook?»

«Guarda che se non sei su facebook non sei nessuno, e poi è quello il luogo della cultura alternativa, solo lì si possono incontrare gli scrittori davvero impegnati. Quelli a cui i media non danno spazio. Ha detto che quando l’ho finito mi piazza dall’editore Supermega».

«Ma non era alternativo?»

«Oddio!! Non segui i dibattiti!! Cosa c’entra essere alternativo e pubblicare con Supermega?? … Ehm.. Cioè… Cos’è che dovevo dire? Ah, sì: è più nobile se si pubblica con un piccolo editore, però se mi intervista Mediaset mica je dico de no, non vorrai mica togliere a quei pezzenti sottoproletari che guardano il TG5 l’opportunità di sentire un po’ de cultura?»

«Scusa, ma la tua protagonista non era di estrazione proletaria?»

«Sì, vabbè, che c’entra, tanto queste cose rimangono fra noi».

«Eh… Scusa ma tornando al tipo di facebook, ti piazzerebbe da Supermega in cambio di cosa?»

«Ma di niente! Lui mi adora, sono la sua scrittrice preferita».

«Ma se non hai ancora pubblicato?!»

«Eh, ma certi esperti sono in grado di valutare il valore di uno scrittore anche da una chat o da quello che si scrive sul profilo di facebook».

«Ma sei sicura che vuoi fare un tomo strampalato di quattrocento pagine perché te l’ha detto uno su facebook? Non sarebbe meglio se cercassi di scrivere come ti viene naturale e che ti facessi consigliare da un bravo agente letterario?»

«Non capisci proprio niente! Cosa credi, che gli agenti letterari leggano i manoscritti alla cazzo? Leggono solo quello che gli segnala Tizio che sta su facebook!»

«Ah ok. Sai, è che non ho mai cercato di pubblicare niente, anzi non scrivo proprio. E Tizio lo hai mai incontrato dal vivo? Dico così, solo per sapere se esiste veramente».

 

«Che sospettosa. Comunque, no, è troppo preso. Ma lo sento spessissimo in chat, mi dà molta attenzione. E poi mi commenta il profilo su facebook»

«Senti, mi rendo conto che sono un po’ indietro, ma non è che questo qui non ha un cazzo da fare e ti racconta delle gran balle tanto per esercitare un po’ di seduzione? Dico così per dire, sai, non ti offendere, è che questa cosa mi ricorda vagamente Baudrillard…»

«Chi?»

«Un sociologo francese. Lo trovi su Wikipedia. Vabbè, ci si becca».

«Sì, ciao. Però iscriviti anche tu a facebook, così te lo faccio conoscere!»

«»

Claudia Boscolo

La dismissione

La dismissione (Rizzoli, 2002)

di Ermanno Rea

Per il palato di uno come me, che viene da una città industriale come Piombino, il romanzo di Ermanno Rea assume tutto un sapore particolare. Un sapore che ricorda certi odori delle acciaierie, che mi accompagnano sin da quando ero bambino e che variano in base ai venti. Di quegli odori che ti si attaccano alla pelle e ai vestiti e di cui non ti scordi più, che sanno di cieli innaturalmente arrossati e della limatura di ferro che in certi giorni, insieme alla sabbia delle dune marittime a ridosso della fabbrica, sembra posarsi dappertutto, anche nelle narici e sulla lingua.

Per chi, come il sottoscritto, nella fabbrica c’è anche entrato – se pur per un brevissimo periodo, come brevi sono gli unici due racconti che ad essa ho dedicato – questo sapore si suddivide poi in una gamma di odori più specifici, di immagini un po’ apocalittiche che Ermanno Rea sa restituirci magistralmente, senza mai compiacersene troppo.

La storia di Vincenzo Buonocore, ex operaio poi divenuto tecnico specializzato, va infatti oltre i confini di Bagnoli dov’è ambientata, poiché ci parla di un’Italia che sta ormai scomparendo, di un paese che è tornato a essere preda di lotte intestine che ne minano la pur precaria unità.

Da questo punto di vista La dismissione è anche un romanzo profetico, e in questo consiste forse la sua grande forza, poiché, a distanza di quasi otto anni dalla sua uscita, il libro di Rea ci parla del processo, politico e culturale, in atto nel nostro paese (un processo iniziato già negli anni ’80, e acutizzatosi, proprio come per l’industria siderurgica, nel corso del decennio successivo).

Un romanzo, dunque, che attraverso la storia di una delle ultime grandi lotte del movimento operaio ci parla in sostanza della dismissione del sistema Italia, della sua svendita, pezzo dopo pezzo. Con la differenza sostanziale che nel lavoro maniacale e certosino di Vincenzo Buonocore, che la maggior parte degli operai in lotta sembra non comprendere, trasuda l’amore totale e devoto nei confronti della sua fabbrica, che se proprio deve finire nelle mani dei cinesi, deve arrivarci senza uno sgraffio, senza un difetto che possa comprometterne il perfetto funzionamento. Se i pezzi di Bagnoli continuano a funzionare in un altrove disseminato – non solo la sterminata Cina, ma anche la stessa Piombino o Taranto – è proprio grazie a una coscienza di classe che ha cominciato a cedere con l’epoca della cassa integrazione e dei prepensionamenti, e che è venuta meno con la precarizzazione selvaggia di ampi settori lavorativi, con la conseguente disaffezione nei confronti del proprio operato e del proprio spazio d’intervento.

Ecco perché il romanzo di Rea si presenta ancora come una lettura attuale e necessaria, come un’opera che non soltanto – e non è poco – conserva una memoria storica e culturale, ma che c’invita a riflettere sulla deriva intrapresa da questo paese, e lo fa senza indicare i nomi dei “mandanti”, perché i primi ad aver accettato lo smantellamento, i primi responsabili, siamo proprio noi: noi italiani.

Simone Ghelli