Strade bianche

Strade bianche (Marsilio, 2010)

di Enrico Remmert

Non leggeremo l’orologio, decideremo noi le ore, le rotaie finiranno ma noi non saliremo mai lì sopra, andremo al museo e toccheremo il sedere alle statue, cammineremo sulle palpebre del mondo, aspetteremo al crepuscolo gli uccelli che gridano sillabe, ci vestiremo come due sacerdoti insaziabilmente belli, decifreremo le cose, e se non ci piacerà ci tapperemo le orecchie con il chewing gum, vedremo Dio in tv, scriveremo poesie indelebili, ci metteremo il sale sulle ciglia per rimanere sempre marinai, saremo assetati ed esultanti, per sempre, e ogni notte – le notti avranno un cielo bianchissimo con piccoli puntini blu – prima di addormentarmi mi sussurrerai: tu sei di tutti il migliore e di tutti il peggiore.

Manu, Vittorio e Francesca: sono tre i protagonisti di questo romanzo picaresco e “on the road” di Enrico Remmert. Il loro viaggio – che è un viaggio non solo puramente fisico ma anche dell’anima – parte da Torino e termina a Bari. Sono a bordo di una Fiat Punto dai doppi comandi detta “la Baronessa” – Manu insegna presso la scuola guida di suo padre – con un violoncello, un dipinto di Keith Haring sottratto al violento partner di Manu (il dj Ivan, pronto a fare di tutto per recuperarlo) e pochissimi soldi in tasca. Vittorio torna a Bari: lo fa solo per lavoro. Ha un contratto a tempo determinato per riuscire a realizzare i suoi desideri: lavorare come violoncellista. Manu sta scappando dalla sua vita torinese. Non le importa la meta. Le importa mettere distanza tra se stessa e tutti i suoi problemi. Eppure – per quanto ci si possa mettere spazio – i problemi non l’abbandoneranno, anzi, la seguiranno durante tutto il viaggio. Francesca parte per accompagnare Vittorio. È la sua compagna. La sua intenzione è utilizzare il viaggio per interrompere la loro relazione, per comunicare a Vittorio che lei non sa più se lo ama e – anche se lo amasse – che ha una nuova relazione con Luca, il veterinario per cui lavora.

La narrazione è round robin. Come Remmert anticipa «di ogni racconto ci sono tre versioni: la tua, la mia e la verità». Ognuno ha il suo punto di vista sul mondo, sulle situazioni rocambolesche che affrontano lungo la strada. Vittorio è totalmente immerso nella sua fobia quasi ipocondriaca, Francesca continua a tormentarsi perché lo ha tradito e non sa come comunicarglielo, Manu è l’emblema stesso della vitalità: è vulcanica, impulsiva e innesca complesse reazioni a catena che si ripercuoteranno sul gruppo.

Dopo un lungo periodo di silenzio Enrico Remmert torna felicemente con un romanzo armonioso, corale, intenso, un romanzo che ci spinge al viaggio, al sogno, alla ricerca della giusta traiettoria da percorrere per vivere la nostra vita. Non è importante la meta (le mete sono mobili come l’orizzonte), è il viaggio quello che conta. Il presente è imprevedibile e ogni attimo va assaporato con cura. Il futuro è tutto completamente da inventare.

Ripensi alla notte scorsa, ma non ti ricordi quasi più nulla, pensi che tua madre ripeteva sempre che uno dei tre segreti per essere felici è avere la memoria corta, pensi che gli altri due li hai dimenticati.

Serena Adesso

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Quello che mi importa è osservarti mentre muori

I. Le scale

Salire le scale, per alcuni, può essere molto doloroso. Le scarpe trascinate in alto, premute sullo scalino e poi tirate di nuovo su, da una faccia tagliata dalle smorfie e un cuore ridicolo nello sterno.
Tu le osservi a lungo, prima di inerpicartici. In genere tieni la borsa con la destra e la sinistra la lasci libera per il corrimano. Fai attenzione al buio del sottoscala, che per venti trenta scalini ti lascia annusare il marmo, senza vederlo.
Gli occhi diventano mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca tirato nel fosso. Gli occhiali pencolano mentre misuri il freddo che scorre sul soffitto vuoto. Le dita corte e larghe contengono e attraversano il legno chiaro sporco del corrimano. E un passo dopo l’altro, il fiato ben stretto nella testa, i numeri circolari nel cuore, sali verso il quarto piano, stanza F6, classe III A, Liceo Classico, indirizzo sperimentale. Inclini la testa verso l’alto e guardi il vuoto che ti viene incontro. Pensi che è solo lo Stato di minima energia possibile. Invece è una ragazza, che chiameresti volentieri donna se non fosse per le mutandine pulite e l’aria da ragazza che sta per salutare il suo professore calvo.
Poi ti riposi accanto alla scrivania verde acqua, nel corridoio ancora grigio perché è inverno, fuori è freddo, probabilmente piove. Respiri dalle labbra, sottili e allungate come l’ultima linea di un gesso: quella smorfia che sembra un sorriso non finito. Gli altri, lo sai, ti danno per spacciato, come se fossi già un ingombro rattrappito sul legno della panchina. Perciò cammini più lentamente di quanto dovresti, e ad ogni angolo dell’edificio nudo, incrostato dalle urla di docenti inascoltati, tu ti fermi e ascolti quel tuo cuore ridicolo. Ed è sempre in quella posizione che le ragazze di quella scuola, sventrata dai decenni, ti chiedono se va tutto bene. Così rallenti il respiro e prendi tempo per una risposta che conosci bene quasi quanto quel relitto debosciato che coltivi come un anacoreta fa con i suoi simili: «rendi tutto il più semplice possibile, ma non più semplice di quanto necessario».
II. Cose da matrimonio
A pranzo, sul tavolo apparecchiato con una tovaglia plastificata su cui sono stati stampati simboli tipicamente mediterranei (ulivi, ulivi, ulivi e qualche grappolo d’uva nera), tu e tua moglie state mimando l’atto copulatorio di due soggetti extraterrestri: mugugnate masticando/non vi sfiorate neanche con il tovagliolo/contemplate continuamente gli oggetti disseminati alle spalle dell’altro. Il rapporto con tua moglie può essere sintetizzato con la definizione di entropia, che è la misura della quantità di disordine presente in un sistema fisico e, soprattutto, in secondo luogo, col fatto che i sistemi fisici tendono a evolvere verso stati di maggiore entropia (nel senso che siete affondati, tu e tua moglie, in un disordine affettivo sempre più marcato): perciò mangiate senza parlare, dormite senza toccarvi e vi guardate senza provare ciò che alcuni coltivano quotidianamente; il desiderio.
Ma un giorno, pensi durante gli amplessi alimentari che tu e tua moglie ripetete caparbiamente tre volte al giorno, un giorno, pensi, il Sole si espanderà e si trasformerà in una gigante rossa. Ecco, tutto lì.
Lo squillo di una telefonata improvvisa squarcia la vostra quiete prandiale e incoraggia tua moglie a spostare la sedia di qualche centimetro, nel tentativo goffo ma efficace di afferrare la cornetta.
Pronto chi è?, snocciola tua moglie con la lingua impastata di uovo. E ti passa il telefono con una smorfia di disgusto e acidità di stomaco che non sai come interpretare.
Ti vengono dei goccioloni gonfi agli occhi, perché è Mario, l’amico ritrovato.
La stanza da letto, che tu e tua moglie avete arredato nel culto degli angeli e delle madonne, offre una visuale discreta del tuo approccio alle cose: lei sta sfogliando il depliant di un centro commerciale, indossa un pigiama felpato e occhiali bugatti neri con laccetto salva-lenti arancione; tu stai guardando la tua figura dall’alto (la pancia sfiora lievemente il manubrio dotato di monitor interattivo) ed è come se fossi in apnea; le gambe dai peli radi quasi invisibili si muovono in perfetta sintonia con le tue emozioni; lei, tua moglie, fa scivolare il depliant sul comodino di betulla e ti osserva dagli occhi miopi; sei un “Clobdro” (ometto che non sei altro) circondato da statue e icone di Santi, in movimento frenetico su una cyclette che non riesci a controllare, nonostante i feltrini che proteggono il pavimento dall’attrito prodotto dal tuo peso; la scena probabilmente si conclude con una caviglia incastrata nel laccio protettivo del pedale e tua moglie che ti scruta come se fossi uno di quei personaggi che entrano in casa loro dalla finestra.
III. La gigante rossa
Dato che il disordine può essere ottenuto in molti più modi rispetto all’ordine, salti la colazione (che in genere consiste in un caffè decaffeinato e una galletta di riso), diserti l’abituale barba, indossi l’unica cravatta fantasiosa che possiedi, e ti infili un vecchio paio di Converse rosse (hai faticato parecchio a trovarle, ma sei riuscito a trattenerti dal chiamare tua moglie, che dorme Beatamente). Sai benissimo che un incontro a volte può salvarti la vita, e a modo tuo ti senti in pericolo, perciò hai deglutito molto spesso e guardato in faccia la notte, e qualche volta hai pensato di alzarti e andare a bere qualcosa. Ma sai anche che le abitudini stringono gli uomini come la paura, e che a volte si assomigliano, le abitudini e la paura. Così hai solo aspettato l’alba, gli occhi come mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca. In ordine cronologico ti sei sentito come: quei giorni di festa che eri abbastanza piccolo per non capirli e abbastanza grande per non fingere di essere piccolo; quei giorni con la luce che ti sembra splendida e veramente luminosa come dovrebbe essere la luce, che cammini scalzo tra le stanze della casa in cui stai crescendo e che apprezzi come solo nella solitudine sai fare; quei giorni che non ti importa di dormire, di mangiare, che hai la saliva densa come gelatina e gli occhi cisposi allegri, quasi vivi, perché stai per incontrarla; quei giorni di attesa per un posto, con qualche dubbio solo tuo, ogni tanto un soffio al cuore, ma con la voglia matta di allacciarti le scarpe e magari consumarle su qualche strada dissestata; quei giorni che ti ci sei fermato, e ti è capitato di notare che lo facevi senza respiro, con le mani raccolte in modo buffo, sulla pancia che coltivavi come si fa con certi pensieri, senza badare troppo a come sembrano. Così ti sei fermato, e scendendo dal letto ti sei sentito come quei giorni, con l’aggiunta di una certezza: il Sole si espanderà e si trasformerà in una gigante rossa.
IV. Non diventare grande
Io e lui, immobili come due che stanno fermi, immobili su una strada faticosa con le luci blu e le luci gialle e tutta una giostra di porte a vetri e insegne e semafori, io e Mario nella strada di una città che prima di dormire s’inghiotte anche le unghie, io e lui, che tiene un vestito grigio come me lo ricordavo sempre, sorride e spalanca le braccia magre, lunghe.
V. Agenzia generale del suicidio
Ha lasciato la moglie una decina d’anni fa: s’era innamorato di un ragazzo che frequentava il suo seminario di Filologia germanica; Piero, 23 anni, alto 1.80, il naso corto, le narici dilatate, gli occhi stretti, neri. Ora cammina più dinoccolato e ha paura dei cornicioni: perciò lo vedi sempre al centro della strada, e quando piove si muove solo in macchina. Il ragazzo ha ottenuto la cattedra grazie alla frequentazione del foiatore di nome Giorgio, esimio accademico e noto saggista, ma non conosce il suo mestiere: insegna in modo scialbo, non si distacca dai manuali neanche per starnutire, è così noioso da sembrare quasi vero. E sembra uno di quelli che hanno la convinzione di non volersi confondere con nessuno, e riescono ad essere talmente rigorosi in questa pratica da risultare goffi e indefiniti. Piero è il genere di persona a cui non si rinfaccia mai abbastanza la mancanza di naturalezza. Perciò ti chiedi spesso se non sia un agente dell’agenzia generale del suicidio.
VI. Piccola anatomia del pensiero di Mario
«Non ci siamo spappolati il fegato, abbiamo ossigenato il cervello, le nostre mani non sono mai state lisce. E cosa ci resta? La pensione che invalida il respiro, qualche orologio da caricare nelle giornate buone, fotografie di piccoli eventi che stentiamo a ricordare. I nostri padri sono morti senza ridere. Noi dovremmo raggiungerli sbudellandoci dalle risate. Siamo piccole larve che raschiano muffa dalle pareti abbandonate di una casa senza soffitto. Siamo insetti invertebrati che strisciano sulla resina di alberi molto più vecchi di noi, e ci faremo imbalsamare senza accorgerci di nulla.»

VII. Campari gin
Tu e Mario, dopo aver sedato questa conversazione con quattro campari gin a testa, avete la sensazione di non riconoscere il tempo in cui vi muovete: il vostro incontro, che chiude venti anni di silenzio prolungato, sembra congelato in una dimensione indecisa tra la distanza surreale dei vostri volti invecchiati e il contatto caldo della vostra pelle che si riconosce. Vi toccate sotto lo sguardo del barista ingiallito dalla luce di un faretto, come bambini eccitati dal primo incontro con altri bambini eccitati più o meno come voi, chi lo può sapere.
Siete felici.
VIII. Maledetti
Il cielo è azzurro, i marciapiedi sono puliti, qualche vecchio brontola per l’appendice in fondo al ventre, l’aria è tiepida, umida. Tenendo la borsa con la mano destra percorri l’atrio buio della scuola. Dai un’occhiata alle scale, prima di inerpicartici. Gli occhi diventano mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca tirato nel fosso. Nella mezza luce delle scale conti il fiato e ti ci vuole lo stesso sforzo che da bambino ti impegnava nel gonfiare un materassino. Un piede che supera l’altro diventa un’immagine chiara nella tua testa: che tutte le scale costruite servono a poco, per quello che ne sai, che le scale progettate e messe in piedi sono come dei per grazia ricevuta fatti da quelli che le scale le possono salire senza impedimenti, maledetti, che le scale dei palazzi sono una metafora marmorea della vita per le strade; sali finché puoi.
IX. Il matrimonio non è un orologio
È l’ora del pranzo e la casa è vuota, come sempre. Tua moglie ti ha chiesto di apparecchiare: appoggi le due coppie di posate con il manico bianco su i tovaglioli piegati a metà; metti al centro del tavolo un paniere con qualche fetta del pane di ieri; i bicchieri sono bassi, il vetro è macchiato dal calcare e il tuo è scalfito sul bordo.
Non sai perché, ma stai pensando all’orologio: ti sei seduto e stai guardando una scatoletta nera appoggiata sul mobile della televisione: sullo schermo compaiono i numeri rossi e squadrati: stai pensando che un orologio sempre perfettamente esatto non esiste; questa cosa ti ricorda un vecchio racconto di Ballard che avevi letto da ragazzino su Urania, ed è strano, non succedeva da anni, ma conosci perfettamente il seguito di quella frase: il massimo della precisione ottenibile te la dà un orologio fermo che anche se non sai quando, è assolutamente esatto due volte al giorno.
Hai sempre creduto di avere una dote rara, che è poi quello che accomuna il macellaio all’oncologo, ma hai smesso di farne uso, perché era irritante, perché non sapevi che fartene. Adesso invece ti appare utile, necessaria.
X. L’orizzonte degli eventi
Guardarti da fuori. Che non è assolutamente come mettersi di fronte allo specchio e osservare minuziosamente la figura che vedi, no. Piuttosto assomiglia all’idea di rivedere una fotografia di dieci anni prima: l’immagine è stata scattata da una persona di cui non ricordi nulla, e l’immagine non ti torna in mente; è come se quello sconosciuto ti avesse rubato l’immagine, a tua insaputa, e ora rivedi quel frammento di cui ignoravi l’esistenza. Ci sei dentro, appari, sei tu quello che guarda nell’obiettivo, ma non lo sai. Lo scopri solo dopo aver pensato che è buffa la posizione delle gambe, e che uno dei lacci delle scarpe è immerso in una pozzanghera, e dopo aver osservato la posa innaturale del braccio destro e la mano storta, che l’uomo fotografato non sapeva dove mettere.
Così non vedi solo te stesso dieci anni prima, ma l’incrinatura che ha attraversato il tempo che ti separa da quel momento: è una curva, non è piatta, ma abbandonata alla corrente e simile all’orizzonte degli eventi; è quella superficie immaginaria che circonda un buco nero e rappresenta il luogo dei punti di non ritorno; una volta attraversata si è condannati all’attrazione gravitazionale del buco nero.
Non è illuminante, lo sai, ma ti conforta. Tua moglie serve la zuppa di porri. Le sorridi.

 

Marco Lupo

Questi uomini

«Continui a toccarti l’occhio, ma ti fa ancora male?»

«Solo quando cambia il tempo. Ma devo confessarti che quello che mi brucia di più è l’orgoglio ferito.»

«Pensi sempre a lui, vero?»

«Si, sempre. Come ho fatto a credergli? Non riesco a perdonarmelo. Se ripenso alla figura che ho fatto, mi sento l’emblema della stupidità.»

«Non pensarci, capita a volte di dare fiducia a chi proprio non se lo merita.»

«E come faccio a non pensarci? La nostra storia ha fatto il giro del mondo. Tutti la conoscono e ridono della mia ingenuità.»

«Se è per questo anche la mia storia con quell’altro la conoscono tutti.»

«Si, ma tu ne esci bene.»

«Non ne ho mica la certezza assoluta, sai.»

«Meglio di me sicuramente, alla fine la tua vittoria è inequivocabile.»

«Vittoria inequivocabile dici, vorrei averne la sicurezza. Non ho avuto quella sensazione quando la nostra storia è finita. All’inizio mi sono sentita così sollevata. Quell’uomo era davvero esasperante. Ossessionato da me. Mi ha inseguito dappertutto. Le altre non le guardava proprio. Voleva solo me. Davvero, non ce la facevo più.»

«Questi uomini, questi piccoli uomini.»

«Piccoli uomini, si. Quando ti si avvicinano sembrano esseri trascurabili, senza importanza e invece riescono a condizionarti la vita. Non riesci a sottrarti loro facilmente.»

«A volte riescono anche a rovinartela la vita, come nel mio caso. Quello che ho incontrato io non dovevo proprio sottovalutarlo. Eppure mi sembrava piccolo, indifeso, alla mia mercé, così come tutti gli altri. Mi piaceva sentirlo parlare, mi piaceva sentire come si aggrappava alle parole. Ognuna che pronunciava, per lui era un attimo in più di vita che guadagnava. Lui lo sapeva e le sapeva usare. Con quelle sue belle parole mi ha raggirato. Avrei dovuto schiacciarlo subito, come ho fatto con tutti gli altri.»

«E’ vero quello che dici. All’inizio questi piccoli uomini sembrano quasi indifesi. Le prime volte, quando li vedevo avvicinarsi a me, cosi minuscoli da sembrare inermi, provavo quasi imbarazzo per loro. Poi, sentendo le prime punzecchiature, ho cominciato a rivoltarmi infastidita e li gettavo via senza badare loro più di tanto. Ma ho dovuto imparare subito a non sottovalutarli. Se li lasciavo fare mi avrebbero mangiato viva.»

«Ti confesso che ero io che li divoravo. A volte mi sembrava di essere un mostro senza cuore, ma quando ho fatto i conti con la crudeltà di quell’uomo, è stato facile rendermi conto che la mia mostruosità era controbilanciata dalla sua capacità di essere spietato e cinico. Accecarmi così, mentre dormivo, è stato oltretutto vile, un atto da vero codardo. Ma quello che più m’ha offeso è stato prendersi gioco di me, mentirmi e farmi fare una figura da imbecille anche con la mia famiglia. Quante bugie mi ha raccontato. Io pensavo di essere crudele, in realtà i miei erano giochi da bambini in confronto alle innumerevoli sofferenze che mi ha inflitto.»

«Anche io sono stata dipinta come un mostro inumano, feroce e assassino, come se fossi stata io ad andare a cercarlo. Ma tutti, proprio tutti, sanno che era lui che mi inseguiva, non mi lasciava in pace, studiava i miei percorsi per darmi la caccia. La sua fine se l’è voluta lui, l’ha desiderata, l’ha invocata. Aggrappato a me fino all’ultimo istante, se avesse potuto mi avrebbe strangolato. Sono sicuro che fosse proprio la morte che desiderava, legato a me per l’eternità a ricordarmi quanto mi aveva desiderato e quanto aveva sofferto per me.»

«E’ stata la sua pazzia, la sua ossessione a causare la sua morte. Tu non hai nessuna colpa, anzi ne esci vincente alla fine. Invece nella mia storia sono io lo sconfitto.»

«Che senso ha chi ha vinto e chi ha perso ormai, Polifemo? Tutto passa, il tempo scorre, sia per noi mostri che per loro, i piccoli uomini che hanno incrociato il loro destino con il nostro. E anche io devo confessarti che, adesso che non c’è più, a volte, quando sono immersa nelle profondità dell’oceano, sento la sua mancanza e istintivamente salgo in superficie con l’inconfessata speranza di vedere ancora una volta le vele del Pequod. Scruto l’orizzonte tutto intorno. Poi spruzzo in aria tutta la mia solitaria delusione e mi immergo di nuovo. Beviamoci su. Alla salute.»

«Alla salute, Moby.»

Pasquale Bruno Di Marco

Le puntine da disegno del capitale

Sono le puntine da disegno del capitale.
Sono studenti, stagisti, sono in ricerca.
Conficcati in un muro in attesa di cadere, sostengono il peso per un po’; poi cadono.

Ines ha tentato di tutto per apparire più bella, quando ha saputo che quei sei mesi non avrebbero portato a nulla. Ines, la nostra stagista, quella che ero convinto mi avrebbe fatto le scarpe. E invece no. Ha trascorso tutto questo tempo poco lontana da me, di solito seduta, in ricerca vorace di informazioni, di feedback, frammenti. Bruciava per capire dove avevano nascosto il salvagente, tentava di rendersi indispensabile.

Ines era quella diversa: da noi perché più dinamica e pronta a prendere tutto, a subire con garbo, a farlo suo; dai suoi coetanei perché così giovane e impermeabile all’apatia, così meccanica nell’efficienza, nel suo non appannarsi mai. Le avevano detto, come una confidenza che non si dovrebbe fare, che era quello che stavano cercando. Le avevano confidato che si cercava ancora, nonostante le voci, nonostante l’evidenza. E invece no, l’evidenza diceva il vero.
Da quando sono caduto in depressione ci immagino tutti posizionati sugli scaffali di una cartoleria. Uno di quei negozi che fanno tanto vecchio quartiere, dove ormai nessuno va più, perché ci sono i computer per scrivere, e ci sono i supermercati per comprare quel poco di cancelleria che serve, e a meno. Mi è diventato chiaro, col tempo, che la cartoleria è il mondo del lavoro, e noi gli articoli in vendita, senza nessuno ad acquistarci.
I creativi le matite colorate, i ricercatori di marketing gli evidenziatori, le segretarie i raccoglitori ad anelli, il nastro adesivo gli account, eccetera.
Tutti lì a prender polvere.
Le puntine da disegno sono le più dolorose. Ognuno di noi lo è stato; lo saremo presto, di nuovo.
A volte penso a quando vivevo con i miei genitori e c’era qualcosa da appendere – una foto, un diploma, un poster – mio padre usciva il sabato e tornava con una di quelle cornici industriali con il plexiglass al posto del vetro. Forava il muro, metteva un tassello, e la stampa restava lì, giusto un po’ meno nitida ma appesa, tranne che in caso di terremoto.
Quando sono venuto a Milano, era diverso. Cambiavo casa in continuazione, o meglio cambiavo stanza, tutto era molto ostile e io cercavo di scendere a patti con questa crudeltà, mi trascinavo dietro più cianfrusaglie che vestiti e appena prendevo possesso di quattro pareti nuove mi accanivo a ricoprirle, per renderle simili alle precedenti. Solo che non c’erano più cornici, trapani, c’erano le puntine da disegno. Bastavano un paio di colpi e la locandina del film era fissata, la caricatura fatta da un’amica, il collage osceno di ritagli di giornale. Stavano su, per un po’.
Quando mi svegliavo trovando a terra una foto e poco lontano la puntina, un po’ storta e inutilizzabile, di solito era ora di cambiare stanza, di nuovo.
Ines è così, e anche quella che il mese prossimo prenderà il suo posto che non c’è, e chi piangerà sognando la scrivania di Luigi. Io li vedo, tutti uguali, ma ciascuno con un piccolo segno distintivo, o meglio con una serie di tratti distintivi e omologanti insieme, a gruppetti, ancora una volta come le puntine da disegno, quelle con le capocchie nere, quelle rosse, blu o gialle, bianche, grigie. Ciascuna nella sua scatolina, insieme a tutte le altre, pronta all’uso, pronta sostenere, stortarsi e cadere: chi ha fatto scienze della comunicazione, chi ha tentato la carriera accademica, chi ha messo la testa a posto, chi ha deciso di cambiar vita e inseguire i propri sogni, chi ha bisogno, e chi ha bisogno; tutti.

Ines arriva ogni mattina sempre più presto, a sfidarci, per questo si fa bella, chiusa in bagno, prestissimo, con i ritagli delle riviste a indicarle la strada, le strategie di trucco, quei volti color faretti e polistiroli e cosmesi, a cui assomiglia sempre di più con il passare dei minuti, sempre più lontana e patinata, e con un sorriso che sfiora la paresi fa il suo ingresso nell’open space come una piccola tromba d’aria, vestita secondo un manuale aggiornato scrupolosamente, pensando e non pensando a quanto le costa venerare le tendenze, in attesa di poterle imporre, a quanti soldi brucia ogni mese, forse ricordando che questo stage semestrale non era assolutamente retribuito, nemmeno rimborsato, a parte qualche striminzito buono pasto, forse ripetendosi che questo modellarsi, questo non crollare mai lo sta facendo per il proprio futuro, «Ciò che non uccide fortifica» ha scritto sul suo blog, e poi anche «Andare a caccia di ciò che è cool rende gelidi», forse Ines si prenderà un periodo sabbatico, lei e il windsurf.

Questa non è la solita tirata contro il precariato. È una constatazione: abbiamo perso.
Tutti, tutti.

Il problema non sono le condizioni materiali, la crisi economica, la scarsità della domanda. Sbagliano. Il nocciolo della questione è il desiderio. Il nostro essere puntine da disegno del capitale (il nostro esserlo stato, il nostro stare per) deriva dal fatto che non sappiamo volere altro, non ricordiamo nemmeno di poterlo fare. L’altra metà della trappola sono le aspettative: ci hanno convinto che ci siano dei futuri possibili, tenuti da parte per noi. Ci hanno inculcato questa idea fin dall’età più inconsapevole e intuitiva, ci hanno contaminato. Ci hanno rassicurato: c’è qualcosa per noi, di designato e gratificante – certo non sarà distribuito così, alla cazzo, ma in cambio di un ragionevole impegno noi saremo tutto; concertisti oppure padri di famiglia, speculatori di borsa che comprano e vendono azioni con il loro MacBook da una spiaggia della Guadalupe, assistenti sociali, scenografi. Noi li abbiamo ascoltati, ci siamo rassegnati. Niente è precluso, ci hanno detto, purché ricercato in maniera costante e ragionevole; e invece no. È falso. Peggio: è pericoloso. Questa minuziosa catena di montaggio di aspettative, a cui ci esponiamo come a una chemioterapia, sgretola la capacità di provare desideri, ci mangia all’osso. E la pulsione erotica verso i nostri sogni, la voglia di farsi una sproporzionata e infinita e goduriosa scopata con la vita, sono degli strumenti di resistenza, dei grimaldelli che però ci sono stati tolti di mano in maniera complessa e consapevole. Sono riusciti a trasformare tutte le nostre esperienze – dall’hobby alla perversione sessuale, dalla rabbia allo sport – in esperienze formative. Ci hanno convinto (e in un modo così totale e scacchistico che ci si può solo inchinare) che proprio quei frammenti di vita che per definizione, tempo libero, stanno dall’altra parte della barricata, proprio quegli atti in cui si è sempre investito il massimo carico emotivo, la propria risicata quota di pazzia e spontaneità, siano funzionali. Ce li hanno portati via. Così oggi cerchiamo di collocare nello schema del nostro curriculum quello che facciamo ancora prima di compierlo, e addirittura per decidere se compierlo o meno. Se non si incastra, se ha un posizionamento troppo ambiguo, lo evitiamo. A questo punto tutto è pronto per il colpo di grazia. Che, viste le premesse, non è nemmeno qualcosa di spettacolare, di ultraviolento: basta una spintarella. Quando si entra finalmente nel mondo reale (perché prima si viveva in una parentesi, e ce ne rendiamo conto in quel momento) le aspettative vengono deluse, tutte insieme. Non c’è niente.
Così non si entra mai, per davvero, ci si esilia nelle pieghe di una realtà immaginata. Ci si stacca, ci si aliena, ci si rimuove. Di solito qualcosa si storta dentro, e non va a posto, mai. Ci si deprime, tutti e in profondità, con più o meno consapevolezza, che si trovi lavoro oppure no, che si duri, che non. Le puntine da disegno, così colorate, così pronte all’uso. Così rotte. E quando capisci che qualcosa non va, che tutto non va, e vorresti reagire, ti trovi rapinato del desiderio, ed è come se intorno avessi solo nebbia, non vedi niente, non vedi possibilità. È per questo che abbiamo perso tutti, e abbiamo perso male. Tutto ciò non porterà nulla di buono, nemmeno per chi l’ha imposto, non può. È un errore, non per questo meno grave, ma terribilmente miope. Addirittura controproducente. Perché se la ribellione, la voglia di cambiare, la trasgressione sono tutte dinamiche sane, che spingono avanti l’orizzonte, che finiscono per produrre vantaggi anche per chi ha il potere, in questo modo invece si mette un tappo, per quanto robusto, per quanto potente, ma assediato di pressione, una pressione inimmaginabile. Così è possibile progredire solo per strappi e lacerazioni. Migliaia, milioni, miliardi di puntine da disegno, di articoli di cancelleria, a prender polvere, prima di esplodere.

Andrea Scarabelli

Andrea Scarabelli è nato a Milano nel 1983 dove tuttora vive e si barcamena precariamente tra collaborazioni editoriali e scrittura. Ha esordito con il romanzo Beautiful (No Reply 2008), firmato solo con il nome di battesimo, e ha pubblicato racconti in antologie (Voi non ci sarete, Agenzia X 2009; Italia Underground, Sandro Teti 2009), sui quotidiani Il Manifesto e L’altro e sulla webzine Carmilla.