Ritorno a Canton*

di Francesco Terzago

19.00 [ora italiana] Padova non è più visibile alle nostre spalle. Nella campagna il cielo è degradato dal porpora al viola, l’orizzonte, in direzione di Marghera, ha il colore del petrolio – i lontani casolari con le barchesse, e gli alberi che li circondano, sono ridotti a sagome accucciate tra le fibre della foschia.

19.30 [ora italiana] Il Marco Polo ci offre una decina di minuti per il congedo. Non ci vedremo per quasi due mesi, dieci minuti di lunghi abbracci e brevi sorrisi. Alla mancanza ci si abitua. Sono i primi momenti, quelli a ridosso del distacco, nei quali ci si sente come un albero sferzato da una benna e poi tirato su.

19.42 [ora italiana] La mia valigia sfora di un kg il limite, me la fanno aprire. Tolgo qualche libro, il responsabile del check-in mi dice che, di sotto, ne hanno un’altra, di bilancia. I bagagli che superano i 30kg non vengono imbarcati. Secondo lui è colpa del sindacato. Leggi il resto dell’articolo

Il senso del piombo – Liguori intervista Luca Moretti

Luca Moretti, scrittore e papà di TerraNullius, nel suo nuovo romanzo, Il senso del piombo, nelle librerie da metà maggio per i tipi di Castelvecchi, affronta una materia difficile e insidiosa: la destra eversiva degli anni Settanta e Ottanta. L’autore ci parla, attraverso una scrittura lineare e scorrevole, di quegli anni bui di attacco frontale alla borghesia e al potere, della storia romanzata del Tenente, alias Carlos Reutemann, la sigla che nel romanzo è il nome multiplo usato per rivendicare le azioni della Gioventù Nazional-Rivoluzionaria, ovvero i Nar di Giusva Fioravanti, alias Carlos Reutemann.

Moretti indossa i panni del terrorista nero e immagina di raccontare a suo figlio la storia di quegli anni, di quella guerra, spiegargli il senso di tutti quei morti ammazzati, il senso di tutto quel piombo. Facciamo quattro chiacchiere con lui.

Perché hai deciso di raccontare la storia del terrorista Giusva Fioravanti? Leggi il resto dell’articolo

A BOCA AMARGA, MATE DULCE

Se lo diceva Aniello c’era da star tranquilli, non c’era spazio per interpretazioni sibilline. Aniello spiattellava sempre le cose così com’erano, nessun doppio senso, pane al pane vino al vino: andiamo alla spiaggia e facciamoci una tedesca, dài, proponeva.

Sorrento d’estate e i campeggi e le roulottes, Wake me up before you go-go degli Wham nel juke-box in pineta, i guappi più grandi con la pelle caffè che si strusciavano alle bellezze crucche, noi imberbi col cuoio sotto braccio, ciucci coi ciucci di plastica al collo, di tutti i colori.

Farsi una tedesca era, al contempo, sogno recondito e passatempo preferito delle nostre estati: bastavano due cortecce a far da pali, la traversa così ad occhio, in porta comincio io, urlava Gaetano, per pigliarsi cinque punti in più.

La tedesca può starci che tu la conosca come Calcio Tedesco, non quello che Bizzotto ne sa più di tutti, che come pronuncia lui Borussia Moenchengladbach nessun altro.

Il calcio tedesco è quello che si gioca in strada, e che funziona così: abbiamo venticinque punti per uno, Gaetano va volontario in porta e perciò parte da trenta. Noialtri cominciamo a palleggiare, a passarci la sfera al volo, acrobazie circensi manco fossimo virtuosi del chinlone: l’obiettivo è quello di far goal prima che la palla tocchi terra. Non importa se di piede di testa o di ginocchio, in sforbiciata o di schiena, col sedere o con la spalletta: che poi li toglie tutti, i punti del portiere, il goal di spalletta. Per ogni segnatura c’è un punteggio, un punteggio che viene scalato a chi difende la porta improvvisata, l’importante è che non ci si avvicini all’area piccola e che non si tocchi mai il cuoio con le mani.

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