Questi uomini

«Continui a toccarti l’occhio, ma ti fa ancora male?»

«Solo quando cambia il tempo. Ma devo confessarti che quello che mi brucia di più è l’orgoglio ferito.»

«Pensi sempre a lui, vero?»

«Si, sempre. Come ho fatto a credergli? Non riesco a perdonarmelo. Se ripenso alla figura che ho fatto, mi sento l’emblema della stupidità.»

«Non pensarci, capita a volte di dare fiducia a chi proprio non se lo merita.»

«E come faccio a non pensarci? La nostra storia ha fatto il giro del mondo. Tutti la conoscono e ridono della mia ingenuità.»

«Se è per questo anche la mia storia con quell’altro la conoscono tutti.»

«Si, ma tu ne esci bene.»

«Non ne ho mica la certezza assoluta, sai.»

«Meglio di me sicuramente, alla fine la tua vittoria è inequivocabile.»

«Vittoria inequivocabile dici, vorrei averne la sicurezza. Non ho avuto quella sensazione quando la nostra storia è finita. All’inizio mi sono sentita così sollevata. Quell’uomo era davvero esasperante. Ossessionato da me. Mi ha inseguito dappertutto. Le altre non le guardava proprio. Voleva solo me. Davvero, non ce la facevo più.»

«Questi uomini, questi piccoli uomini.»

«Piccoli uomini, si. Quando ti si avvicinano sembrano esseri trascurabili, senza importanza e invece riescono a condizionarti la vita. Non riesci a sottrarti loro facilmente.»

«A volte riescono anche a rovinartela la vita, come nel mio caso. Quello che ho incontrato io non dovevo proprio sottovalutarlo. Eppure mi sembrava piccolo, indifeso, alla mia mercé, così come tutti gli altri. Mi piaceva sentirlo parlare, mi piaceva sentire come si aggrappava alle parole. Ognuna che pronunciava, per lui era un attimo in più di vita che guadagnava. Lui lo sapeva e le sapeva usare. Con quelle sue belle parole mi ha raggirato. Avrei dovuto schiacciarlo subito, come ho fatto con tutti gli altri.»

«E’ vero quello che dici. All’inizio questi piccoli uomini sembrano quasi indifesi. Le prime volte, quando li vedevo avvicinarsi a me, cosi minuscoli da sembrare inermi, provavo quasi imbarazzo per loro. Poi, sentendo le prime punzecchiature, ho cominciato a rivoltarmi infastidita e li gettavo via senza badare loro più di tanto. Ma ho dovuto imparare subito a non sottovalutarli. Se li lasciavo fare mi avrebbero mangiato viva.»

«Ti confesso che ero io che li divoravo. A volte mi sembrava di essere un mostro senza cuore, ma quando ho fatto i conti con la crudeltà di quell’uomo, è stato facile rendermi conto che la mia mostruosità era controbilanciata dalla sua capacità di essere spietato e cinico. Accecarmi così, mentre dormivo, è stato oltretutto vile, un atto da vero codardo. Ma quello che più m’ha offeso è stato prendersi gioco di me, mentirmi e farmi fare una figura da imbecille anche con la mia famiglia. Quante bugie mi ha raccontato. Io pensavo di essere crudele, in realtà i miei erano giochi da bambini in confronto alle innumerevoli sofferenze che mi ha inflitto.»

«Anche io sono stata dipinta come un mostro inumano, feroce e assassino, come se fossi stata io ad andare a cercarlo. Ma tutti, proprio tutti, sanno che era lui che mi inseguiva, non mi lasciava in pace, studiava i miei percorsi per darmi la caccia. La sua fine se l’è voluta lui, l’ha desiderata, l’ha invocata. Aggrappato a me fino all’ultimo istante, se avesse potuto mi avrebbe strangolato. Sono sicuro che fosse proprio la morte che desiderava, legato a me per l’eternità a ricordarmi quanto mi aveva desiderato e quanto aveva sofferto per me.»

«E’ stata la sua pazzia, la sua ossessione a causare la sua morte. Tu non hai nessuna colpa, anzi ne esci vincente alla fine. Invece nella mia storia sono io lo sconfitto.»

«Che senso ha chi ha vinto e chi ha perso ormai, Polifemo? Tutto passa, il tempo scorre, sia per noi mostri che per loro, i piccoli uomini che hanno incrociato il loro destino con il nostro. E anche io devo confessarti che, adesso che non c’è più, a volte, quando sono immersa nelle profondità dell’oceano, sento la sua mancanza e istintivamente salgo in superficie con l’inconfessata speranza di vedere ancora una volta le vele del Pequod. Scruto l’orizzonte tutto intorno. Poi spruzzo in aria tutta la mia solitaria delusione e mi immergo di nuovo. Beviamoci su. Alla salute.»

«Alla salute, Moby.»

Pasquale Bruno Di Marco

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 17

[continua da qui]

Rubare le parole al Presidente, si era detto in principio; ma quali reali intenzioni si nascondevano dietro questo slogan da letterati dell’ultim’ora?

La maggior parte degli opinionisti pensò subito a un tentato rapimento, magari condito da rivendicazioni filmate e videointerviste; insomma, a una guerriglia combattuta con le stesse armi del potere mediatico tanto inviso a questi intellettuali del precariato.

Vorrei soffermarmi un poco su questo concetto, prima di passare alle altre ipotesi, poiché non è affatto roba di poco conto. All’epoca c’era chi ancora non accettava come “naturale” questa condizione d’instabilità lavorativa – e molto spesso, a rimorchio, anche sentimentale e psicologica: c’era cioè chi si prefiggeva ancora di ridare una coscienza di classe, o almeno una sua parvenza, a un insieme eterogeneo di persone. Per la prima volta, ad esempio, cinquantenni e ventenni si potevano ritrovare nella stessa poco invidiabile condizione – per chi ancora si ricordava dei posti sicuri nelle aziende e nel pubblico impiego – di dover firmare contratti brevi, anche della durata di poche settimane. A nessuno balenava in testa, all’epoca, che a essere poco “naturale” fosse l’ipotesi di uno stato che come una madre potesse continuare a nutrire a ufo i propri figli, né che l’uguaglianza fosse roba buona solo per i filosofi, poiché l’uomo è avido ed egoista, e di questa stessa risma sceglie i propri governanti.

Ancora legati a un’utopia di stampo tardo ottocentesco, questi scribacchini non intuivano che da tempo il mondo avesse già preso altre strade, e s’incaponivano per questo di riportarlo sulla retta via, a costo di dover ripercorrere all’indietro un cammino già lungo di decenni. Essi non si arrendevano all’ipotesi vincente, e convalidata col sangue nel corso di tutto il Novecento, della selezione naturale, dello spietato darwinismo che si rendeva necessario corollario del capitalismo. Sarebbe bastato loro di rileggere il Leopardi per arrivar più lontano di quanto potessero fare le loro stesse gambe, ma anche volendo, il vizio dell’ideologia avrebbe impedito loro di aprire gli occhi dinanzi alla realtà.

Come non considerare la letteratura roba buona solo per oziosi, quando quest’ultima si compiace a prescindere di difendere gli ultimi e i bighelloni? Quando si batte per un immobilismo sociale che equivarrebbe a un ristagno culturale?

Ecco perché suona strana l’ipotesi del rapimento o dell’attentato; perché una banda di siffatti rammolliti non sarebbe stata in grado né di pianificarla, né tanto meno di eseguirla.

Più verosimile risulterebbe invece la teoria del confronto pubblico col Presidente, attraverso un tentativo, seppur violento, di appropriarsi di una cassa di risonanza tale da acquisire quella visibilità che non avrebbero raggiunto attraverso i loro libri.

Essi ambivano quindi ai microfoni e alle telecamere di uno studio televisivo? Erano, cioè, davvero così sicuri del loro armamentario verbale da cimentarsi in uno scontro – per la verità ben poco democratico, visto il rapporto di uno a cinque – con quello che molti ormai ritengono – e lui stesso concorderebbe con l’interpretazione – lo statista, nonché comunicatore, più importante di tutta la gloriosa storia del nostro stivale?

Simone Ghelli

Patagonìa *

Domani partiamo. Dove andiamo, amore mio?

Sappiamo che non sarà una festa ma una marcia funebre. Marcia. Una promessa ventenne che non può essere smentita affinchè l’apparenza sovrasti la ragionevolezza e tutto appaia per quello che non è mai stato. La simulazione di un idillio. Un’idilliaca simulazione. Monelli che giocano agli indiani in un acquario di pellirossa senza scalpi. Senza scampi di coppia, via di foga. Arrembante inezia dell’inerzia. Farsa di gravità che tutto ingravida affinchè tutto graviti. E che nessun meteorite oltraggi il cielo stellato del nostro presepio miscredente. Non vedi, amore mio, che non ci sono più le stelle. Non vedi, amore mio, che non c’è più il cielo? E, magari, intravvedessimo qualche meteorite, almeno potremmo respirare ancora un universo di guerra e tumulto, di apocalisse e fuoco. Almeno, potremmo ancora corrisponderci come divise nemiche cospiranti verso comuni aspirazioni: Tregua, Pace, Convivenza.

Sento la chiave incidere nel cancello i suoi riconoscibili battiti. Sei tornato, amore mio. Ti aspettavo.

Sento i tuoi passi dirompere sulle scale. Eccoti, amore mio. Sei arrivato.

Sento la tua presenza gigante dietro alla porta del bagno. Si, amore, sto aspettando. Parla pure. So quello che dirai. Ti prego, dillo.

“Rosa, devi stare ancora molto? Fai presto.”

Faccio presto. Esco. Probabilmente vorrà parlarmi a letto. Hai ragione, amore mio. Vero, che ti sei accorto che piangevo? Vero, che tra un attimo me lo dirai? Vero, che saprai dirmi le parole giuste?

Ti lavi, ti spogli, t’infili mestamente sotto le coperte. Questo è il momento. Rimango in attesa.

“Hai preparato le valigie?”

“Si.”

“Bene. Buonanotte. Domani sveglia alle 6.”

Inizia così la mia storia.

Finisce così la mia storia.

Buonanotte.

Dario Falconi

* Anteprima di Patagonìa (Prospettiva editrice – collana BrainGnu)

Diario di bordo – Colle Val d’Elsa

Rieccoci nuovamente. Come anticipato ieri, per questo lunedì interrompiamo la rubrica Poesia precaria per dar spazio al Diario di bordo di Scrittori precari.

Buona lettura.

Gianluca Liguori


Scoppio ancora di emozioni colorate ed accoglienza immersa nella natura. Avrei voluto vedere lo spettacolo ma ero sul palco.

Andrea Coffami


Secondo Google mappe Colle Val d’Elsa è raggiungibile velocemente da Montevarchi tramite una strada alternativa, che risparmierebbe il passaggio per la superstrada e per Siena tagliando attraverso il Chianti. Stampo la cartina e parto. Un’ora e mezza più tardi, perduto tra Radda e Castellina in un incubo di tornanti, medito il suicidio.

Raggiungo infine Colle in clamoroso ritardo e vengo recuperato dal Chimenti in una bizzarra piazza postmoderna. Il regista mi conduce attraverso misteriosi cunicoli nel ventre della collina fino a un ascensore fantascientifico; inizio a pensare che Colle Val d’Elsa è un posto davvero molto strano. E molto bello: per qualche motivo, dal Valdarno immaginiamo sempre i paesi del senese come brutti, forse per la fosca fama di Poggibonsi, e irrimediabilmente questi si rivelano infinitamente più belli dei nostri.

Attraversiamo questa Loro Ciuffenna monumentale finché scorgo le sagome note, inconfondibili nella postura e nei gesti, degli Scrittori Precari, professionisti della pausa cicchino. Chimenti e Montagnani mi lanciano in prova generale (più tardi Chimenti avrà modo anche di lanciarmi letteralmente) senza spiegazioni, ma dalla luce che brilla negli occhi dei Precari, e dalle luci vere, sparate con sapienza sul palco, capisco che la faccenda funzionerà.

A prove concluse scendiamo nel Foyer per rimetterci in sesto a caffè e whisky; benché mi tocchi bere un terrifico blended, il buonumore tiene. Inizia a trasformarsi in tensione quando realizziamo che sta effettivamente arrivando gente, e che anzi il teatro dei Varii sarà pieno.

Neanche il tempo per tremare, e siamo già in scena; avendo i registi studiato per me un ruolo da “finto spettatore”, pronto a entrare in scena dalla platea, posso godermi lo spettacolo dalla prima fila. E funziona, lo spettacolo, non solo nel documentare il collettivo Scrittori Precari e la sua attività letteraria, ma anche nel cogliere, grazie all’incrocio tra materiale filmato e lettura dal vivo, i tratti salienti di ciascuno, e così abbiamo uno Zabaglio tanto spassoso quanto amaro, laziale più che romano, che in controluce carica macchinette del caffè e auspica segreti piani di rivolta; un Piccolino corporale e romantico, imbianchino pratoliniano, che estrae poesie dal secchio della calcina, un Liguori dolente, quasi un personaggio di de Amicis, nel suo farsi carico con dignità di tutte le ingiustizie del mondo, un Ghelli felino, solo apparentemente mite, Bianciardi reincarnato, e salvato, forse, dall’aver scelto Roma invece di Milano. E li troviamo tutti insieme, a imbarazzarmi con la lettura di un mio brano, e poi sagome nere, di nuovo inconfondibili, mentre la regia gli spara addosso un filmato torcibudella. C’è tempo poi anche per i miei cinque minuti di gloria, con una lettura dal prossimo romanzo, ma gli applausi sono certamente, e giustamente, tutti per loro.

Vanni Santoni


Andare in scena non è stato facile: due giorni di prove, pochi mezzi tecnici e un budget ridicolo sono ciò che abbiamo a disposizione. Quando le luci si abbassano ci accorgiamo però che il teatro è pieno. Un senso di incredulità che raddoppia la tensione. Alla fine gli applausi, la voglia del pubblico di non andare subito a casa, di parlare di quanto hanno appena visto e sentito. Questo volevamo: prolungare la messa in scena attraverso il lavoro cognitivo dello spettatore.

Leggendo i giornali, guardando i telegiornali, comunemente parlando, siamo allo stesso tempo vittime e propugnatori di un inarrestabile impoverimento del senso comune. Un impoverimento che passa attraverso il linguaggio, cavalcando parole-marionetta – “precario”, “straniero”, “extracomunitario”- che ci annebbiano la vista sul mondo per farne una terra straniera.

Ci muoviamo da tempo in un orizzonte comunicativo verbo-visivo che basa la sua efficacia sulla devalorizzazione e sulla desemantizzazione dell’esperienza, come sull’anestetizzazione del comune sentire: per ridare un corpo semantico all’immaginario non resta allora che rivendicare l’extraterritorialità della “scrittura di scena” e la sua capacità di comporre l’eterogeneità delle deposizioni e delle registrazioni, di attraversare le terre ed incrociare gli sguardi. Ma per riuscirci è necessario sapere esattamente cosa raccontare e come farlo.

Quello che noi, assieme a Scrittori Precari e Vanni Santoni, volevamo raccontare è il paese Italia, il paese che muore, il paese che dello spettacolo ha fatto la realtà perché la realtà potesse sembrare uno spettacolo. E per farlo abbiamo usato ogni mezzo a nostra disposizione: il documentario e la performance, la luce e la musica, il videoclip e la pagina scritta.

Adesso bisogna rilanciare la posta in gioco, portare lo spettacolo in giro, sino a dove possiamo arrivare.

Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani


LIVE THE WRITING – omaggio breve a Trauma Cronico e ai pigiami singolari

“Prima ci facciamo un’idea, poi semmai…”, così dicendo il pubblico entra in sala e si siede in platea dopo aver ispezionato di fretta libriccini cd e volumi riposti in bella vista sul tavolo all’ingresso.

Piccolo gingillo questo teatro dei Varii, i cui fronzoli ottocenteschi cozzano meravigliosamente con l’apparato scenico vuoto dei Precari, creando una strana attesa incerta e diffidente.

A terra i cavi sembrano serpenti dormienti in attesa di venire scossi e manipolati dalla fonazione.

Nessuno sa. Si può solo immaginare a scatola chiusa cosa mancherà, essendo solo un reading. Cosa non si vedrà, visto che è solo un reading. Quanti tempi si dovranno aspettare in tossicchio nervoso a causa di virgole e punti e fogli da girare. “E’ solo un reading!”

Scorrendo, le immagini per qualche minuto restano schiacciate sul fondo. Innocue. Distanti. Finché lo spirito si fa carne e qualcuno esce dallo schermo, invadendo lo spazio che prende a riempirsi. Sotto l’occhio di bue sale la voce e lo scrittore s’allontana dal precario. Lo vedi perchè si premura di centrare la carta e se stesso sotto l’occhio di luce, finendo, senza volerlo, col dare preminenza al foglio. Deformazione professionale.

Lasciando cadere le pagine a terra sembra sospeso su una nuvola bianco sporco e finisce per fondersi con le immagini in un gioco serrato di dentro e fuori, casa e palco, voi e noi. Noi. 4+1 moschettieri immobili, illuminati psichedelicamente dalle luci che, ora, sparano su un pubblico calato e assorto. In attesa di altro.

Lo sguardo che dopo un’ora e mezza davanti al tavolo all’ingresso ripassa in rassegna a mente fresca le copertine dei libri, ha un’altra coscienza.

“E’ solo un reading… forse”.

Donatella Livigni


La prima volta degli Scrittori precari in un teatro.

Una prima volta che emoziona ma intriga fin da subito.

Le tavole di legno sotto ai piedi. Un’acustica particolare e a noi nuova. Le luci puntate su di noi che non riusciamo a vedere il pubblico davanti a noi. Strano.

Da quando abbiamo iniziato l’avventura di Scrittori Precari abbiamo avuto col pubblico un rapporto quasi simbiotico. Ed ora siamo soli, in una bolla di luce che non svela i volti in platea.

E’ l’applauso che accompagna la nostra uscita di scena a sollevarci. Man mano che ci alterniamo ci rendiamo conto che questa nuova dimensione non ci è poi tanto estranea.

Lo spettacolo dura un’ora e quaranta ma vola via come se niente fosse. E noi, nonostante tutto ancora leggeri, ci rendiamo conto che avremmo persino voglia di rifarlo daccapo.

Luca Piccolino


Erano anni che non tornavo a Colle: anni ingoiati dalla vita metropolitana, dove il tempo scorre ad alta velocità. Una volta amavo fuggire dalla bolla d’aria che è la vita di provincia, oggi sento a tratti la necessità di ritornarvi, come per un principio di liberazione e rigenerazione, per disintossicarmi dai miasmi della vita di città.

Ad attenderci, dunque, non soltanto il tempo sospeso della provincia protetta da mura medievali, ma anche il tempo pieno del teatro, che per la prima volta abbiamo sperimentato venerdì. Tutto per merito di due folli chiamati Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, che prima hanno passato tre giorni a girare per Roma dietro a questi quattro ceffi rabberciati che siamo noi; che poi hanno fatto le ore piccole per due settimane a montare quelle immagini; e che infine si sono rinchiusi nel Teatro dei Varii, dove li abbiamo trovati al nostro arrivo, per concludere la regia di questa incredibile video performance. Che adesso tocca lavorare per esportarla in giro, perché lo spettacolo funziona, anche se nato in condizioni d’emergenza, o forse soprattutto per quello, perché c’era e c’è l’urgenza di farlo.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 7

[Leggi qui le puntate precedenti]

Ora, stando agli atti del processo gli è che il bubbone metifico – quello che lor poeti definirebbero invece sacro fuoco, o volontà di potenza, perché troppo si vergognano a chiamarlo col suo termine più proprio: ovvero un ego smisurato – insomma, quella cosa lì, crebbe a dismisura dopo una prima tappa sperimentale nella città partenopea, dove gli entusiasmi ribollirono a tal punto da convincere una signorina lì di passaggio a indirizzarli verso un luogo il cui nome ben si adattava alla veritiera natura dei cinque declamatori. Questo luogo si chiamava – e presuppongo si chiami tutt’oggi, poiché non compare nel registro degl’indagati – il Perditempo: un posto dove vennero accolti come cantori di un nuovo mondo, in modo così inaspettato che rimasero basiti davanti a chi porgeva loro in dono calici traboccanti di bevande senza che neanche vi fosse stata esplicita richiesta (quando invece, solitamente, erano costretti a far la questua per ottenere almeno un cicchetto omaggiato per sciaquare l’ugola dopo tanto profluvio di parole). Uno di loro poi, quello che si vantava dei suoi natali etruschi – che però era finito guardacaso a Roma per fornicar con le parole – finì talmente ciucco da concludere la serata con una barzelletta toscana; ché ci vorrebbero delle foto solo per vedere le facce tutte da ridere dei discendenti di Pulcinella, da immaginarsi con le orecchie protese e le mascelle spalancate nel tentativo di carpire qualche ci aspirata e inghiottita insieme ai sorsi di limoncello di Sorrento che il sommo vate trincava tra una frase e l’altra.

È di quei giorni lì la prima voce di una possibile alleanza extracapitolina, in cui sembrò confluire una misteriosa brigata partenopea, composta di scrittori dialettali e non, che spingevano per goder dei fasti di un nuovo 7 settembre*, per poi ritirarsi anch’essi, da veri intellettuali, senza ricompense e in qualche sperduto loco**.

Ad onor del vero quest’unione non s’ebbe poi a fare, e rimane una delle zone oscure di tutta questa stramba processione che vide le parole uscir dai loro ranghi come insubordinati non ligi agli ordini. Il dilemma non è affatto di poco conto, ché la risposta potrebbe confermare i legittimi dubbi sulla reale unità d’intenti tra i nostrani spadaccini di penna, soprattutto alla luce dei documenti recentemente resi noti dalla commissione di vigilanza web, dai quali emergono polemiche e risse verbali all’ordine del giorno tra questi tutori della cultura, che in quanto a ferir di lingua non sembravano da meno dei tanto vituperati giornalisti.

Insomma, stando ai prodromi si potrebbe oggi asserire che il piano partì già bello che zoppo, nonostante i facili entusiasmi che accompagnarono i cinque briganti durante il viaggio di ritorno in seconda classe, soprattutto quelli del poeta imbrattatore di mura, che fantasticava il buon ritiro in quel di Ausonia, ma solo dopo aver compiuto il suo dovere civico verso l’irriconoscente patria, che si burlava ancora una volta del coraggio dei proprio figli.

Il dado era tratto e i cinque si apprestavano a render giustizia non soltanto a coloro che già si organizzavano per l’espatrio, ma anche a chi, accerchiato dalla cultura dell’aggressione verbale, si accingeva mestamente ad alzar bandiera bianca: essi vollero dare esempio di strenua resistenza dinanzi a chi voleva accorciare la lingua italiana ai suoi minimi termini, per riportarla invece ai fasti, alla ricchezza e alla musicalità a lei più congeniali, proprio come ai tempi del Gadda e del Landolfi.

Simone Ghelli

* Il riferimento è alla conquista della capitale del Regno delle due Sicilie, dove Garibaldi fece il suo ingresso il 7 settembre del 1860, per poi sconfiggere le truppe del re Francesco II che si erano ritirate a nord del Volturno.

** Dopo aver accompagnato il re Vittorio Emanuele II a Napoli, l’8 novembre del 1860 Garibaldi si ritirò sull’isola di Caprera, rifiutandosi di accettare qualsivoglia ricompensa per i suoi servigi.

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 2

I ladroni del verbo erano partiti dalla capitale tre giorni prima, stipati in un’utilitaria a gpl che tossiva e sbuffava a ogni semaforo manco fosse stata il Ronzinante di Don Chisciotte. Nell’abitacolo la miscela d’odori corporei doveva essere insopportabile già dopo le prime due ore di viaggio se è vero che i cinque furono avvistati in un autogrill all’altezza di Chianciano Terme. Con ogni probabilità gli fu d’obbligo entrare in quel regno del Camogli e del Rustico perché mancava loro la pecunia per tuffarsi nelle sorgenti in cui si celava la dea etrusca Silene. O forse a mancare era stato il tempo, poiché il piano prevedeva una sosta obbligata nelle due maggiori città del centro prima di giungere nella capitale della cotoletta. L’intento era quello di far proseliti, ma vuoi per la mancanza di posto – a meno di non voler legare qualcuno sul tetto dell’auto – vuoi per la paura dell’impresa, il numero del battaglione non s’ingrossò, anzi. Già durante quella prima sosta si narra* che vi fu il rischio di perderne uno di questi strambi prosatori, ché poi a dire il vero era quello che meglio giocava col ritmo e il suono delle parole, che si dilettava in poesia sonora insomma. Costui era anche il più squattrinato del gruppo, perciò costretto al risparmio fin dal primo chilometro, tanto da ingegnare modi non proprio ortodossi per riempirsi la prominente pancia. Uno di questi era l’acquisto di baguette e salamini piccanti, unici beni messi allora in svendita in quell’impero che non conosce l’inflazione, dove tutti i prezzi sono omogeneizzati al rialzo, come un calmiere rovesciato. Questo poeta era fortemente contrario agli effetti della globalizzazione, all’omogeneizzazione dei prodotti e dei dialetti, eppure era cittadino del mondo, come dimostra una foto, ritrovata tra gli atti del processo, in cui consuma il suo pasto frugale seduto sul cofano dell’auto, perché quel desco fosse aperto a tutti. Vuoi per la fame che gli mise troppa fretta, vuoi per la composizione misteriosa di quei piccoli salami, tant’è che il cantore del basso Lazio** fu còlto da improvvisa colica intestinale, che costò all’importante impresa un ritardo di ben venti minuti sulla tabella di marcia.

In verità pare che in principio non vi fosse nessun piano preordinato, che insomma si trattasse semplicemente di un’operazione di marketing travestita da azione dimostrativa. Per i critici più avveduti essi cercavano soltanto di vendere qualche copia in più dei loro introvabili testi, che avevano stipato in un paio di scatole di cartone con la speranza di vederle svuotate al ritorno.

Gli è che questi cinque, a dirla franca, erano dei perfetti sconosciuti che avevano avuto una sola idea buona nella vita: quella di aggregarsi intorno a un concetto non certo originale, ma sintomatico dell’epoca in cui si erano ritrovati in svendita come merci da discount.

Qua vi è però richiesto un grosso sforzo d’immaginazione, cari i miei lettori, almeno che anche voi non siate di quei pochi che non equiparino l’arte alla sfilata dell’io nel buon salotto cittadino, o paesano se preferite, per non parlare di chi si accontenta di usarla, l’arte, come chincaglieria da appendere per casa.

Simone Ghelli

* E qui devo aprire un inciso, poiché dovrebbe ormai esser chiara al lettore la composizione del materiale qui riportato: le fonti da cui mi abbevero sono per lo più non ufficiali, quando non semplici dicerie, e questo mi ha spinto a ricamar di penna e a prendermi non poche licenze nel riportare questi fatti assolutamente straordinari. D’altronde è proprio per via della loro straordinarietà e per l’urgenza di verità che affama ogni scrittore se accetto il rischio di uscir fuori del seminato.

** Per ottemperare alle nuove restrizioni in materia di divulgazione di notizie di carattere personale non posso ahimè esser più preciso.

Precari all’erta! – Per riprendere la parola…

Mentre il paese dibatte sulla libertà di stampa e sui vari lodi, mentre la politica continua a usare lo stesso aggressivo linguaggio per rivendicare le proprie ragioni, mentre i politici di professione mistificano la realtà a proprio uso e consumo, io ho deciso di cambiare strategia, convinto del fatto che per cortocircuitare questo processo sia necessario sabotarne il linguaggio.

Pertanto ho deciso che la rubrica Precari all’erta! andrà, almeno temporaneamente, in vacanza (e comunque, per quanto riguarda le notizie sul mondo del precariato avrete sempre il bel blog di PrecarieMenti) per lasciar posto a una storia a puntate che s’intitolerà La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia. Un feuilleton politico insomma, ma alla maniera irriverente e surreale come piace a me. I protagonisti saranno una banda di scrittori che girano l’Italia a leggere le proprie cose, e che, spinti dall’euforia per l’imprevisto successo di pubblico, decidono di mettere in atto un piano che Luciano Bianciardi avrebbe probabilmente affidato al grande Ugo Tognazzi*: rubare le parole al Presidente. I cinque sconsiderati vengono però fermati proprio sul più bello, esattamente il giorno prima della grande manifestazione per la libertà di stampa. Chissà a quali parole crederà il popolo…

Vi aspetto qui, numerosi, dal prossimo sabato… e naturalmente si accettano suggerimenti, ma tanto poi decido io!

Simone Ghelli

*Mi rifersico qui alla trasposizione cinematografica de La vita agra, che diresse Carlo Lizzani e di cui Tognazzi fu protagonista.