Ora e sempre Resistenza

di Andrea Frau

“Johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui, ritto sull’ultima collina, guardando la città, la sera della sua morte. Ecco l’importante: che ne rimanesse sempre uno”
Beppe Fenoglio

Alba (Piemonte), 8 Febbraio 2012.

«Capo, faccio passà er cavo qua sotto, te rompe er cazzo?»
«None, va tranquillo».
Giovanni ascoltava frammenti di discorsi da dietro un cespuglio.
A parlare erano due operatori di una troupe borgatara.
Stavano girando la fiction Johnny, il partigiano, per la Rai.
Era una fiction scivolosa. Gli sceneggiatori avevano dovuto sudare parecchio: un colpo al cerchio, uno alla botte, uno alla falcemartello, l’altro al fascio, un colpo ai partigiani rossi, l’altro ai partigiani cattolici, senza dimenticare i liberali, gli azionisti, i socialdemocratici, i filo monarchici, eccetera, e un colpo pure agli eccetera.
«Stop, pausa! Staccàmo, sò arrivati i cestini,» l’individualità di un operatore emergeva momentaneamente dalla massa. Le maestranze erano un corpo unico.
Un unico, grande uomo romano, di quarant’anni, con un unico, grande giubbotto con milioni di tasche. Milioni di tasche contenenti milioni di bestemmie. Leggi il resto dell’articolo

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Ai compagni impallinati

In occasione del 25 aprile, Festa della Liberazione, pubblichiamo in anteprima un breve estratto del prossimo romanzo di Simone Ghelli, “Voi, onesti farabutti”, che uscirà a settembre per l’editore CaratteriMobili.

Per quanta memoria se ne sia andata, persa in quel taglio, di verità n’è rimasta ancora abbastanza: piuttosto, è la lingua che vien meno; la parola giusta per dirla, questa maledetta verità.

Sarà per questo che mio nonno m’ha sempre detto di studiare, perché lui i libri doveva portarli a piedi: chilometri e chilometri di strada in campagna doveva fare, dal suo casale alla scuola e poi ritorno, ma le mani servivano prima per zappare che per sfogliare i libri. Piene di calli grossi così erano le mani, che poi finirono a imbracciare i fucili per spianare la strada agli altri: ai giovani che non avrebbero più dovuto patire la fame né l’onta di rintanarsi per un’idea; ai giovani che di libri ne avrebbero potuti leggere e scrivere tanti, col sedere al caldo. Leggi il resto dell’articolo

Trauma cronico – Perché l’Italia non deve vincere il mondiale

Credo che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta che i fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.

José Saramago

L’Italia di calcio si è qualificata per il mondiale. L’Italia è campione del mondo in carica e potrà difendere il titolo conquistato. Se la memoria non mi trae in inganno, è la prima volta che la squadra campione uscente debba affrontare la fase a gironi di qualificazione. Sono cambiate le regole, e se sono cambiate, sicuramente dietro ci sono ragioni economiche, ma non staremo qui ad indagare, non ci interessa. Quello che mi preme è condividere una riflessione cominciata nella tarda serata del 9 luglio del 2006, quando il popolo italiano è impazzito al grido bestiale di Pooo Popò PoPoPooo Pooo Popò PoPoPooo. Che poi milioni di italiani a fare il coretto per giorni e giorni, e mica lo sapevano, la maggioranza di loro, questi ignoranti, che intonavano il tema principale di un pezzo dei White Stripes, Seven Nation Army.

L’italiano è pecora, da secoli, nei secoli. In cento anni questi idioti hanno avuto la capacità di subire Benito Mussolini e, non contenti, Silvio Berlusconi. Roba da far accapponare la pelle all’uomo ancora capace di discernere e di ragionare.

Quel 9 luglio abbiamo assistito allo sdoganamento ufficiale del fascismo in tutta la sua brutale ignoranza e prepotenza. La gioia mondiale e i litri di Peroni avevano annullato i freni inibitori degli italiani scesi sbraitanti e suonanti nelle piazze ergendo simboli sopiti, svastiche, croci celtiche, fasci littori e soprattutto il volto di Benito Mussolini raffigurato su t-shirt e bandiere, o addirittura sulle mutande. L’ho visto coi miei occhi, ho sentito con le mie orecchie intonare vecchi canti fascisti, fu allora che decidemmo di ritirarci, io e i miei amici, perché ci rendemmo conto che non c’era nulla da festeggiare. La vittoria del mondiale di calcio, in quel determinato contesto storico, più che una gioia, fu un tristo evento.

Animale Italia. Italia di animali.

Il giorno successivo poi, in diretta tv coi festeggiamenti da Circo Massimo insieme ai giocatori, Buffon, uno degli uomini-simbolo di quella nazionale, il portiere paratutto, esultava mostrando uno striscione in cui vi era scritto “Fieri di essere italiani”, con tanto di celtica raffigurata in calce. Fu uno spettacolo indegno. Io mi vergognavo di essere italiano mentre il mio popolo impazzito era in preda a delirio collettivo.

Immagino Pertini, sono certo che egli non avrebbe taciuto, avrebbe detto qualcosa con l’indice puntato contro il portierone, a spiegargli cosa era il fascismo, il nazismo, che la Repubblica, la Costituzione, nascono dalla lotta per la libertà contro la dittatura, che lui era stato in prigione e storie di uomini che non ci sono più. Altri tempi, altri uomini.

Il mondiale del 1982 fu epico. Pertini ne fu un simbolo che seppe dare un senso vero, concreto, in un momento difficile nella storia del nostro stato democratico, l’ennesimo momento difficile, quando da poco la cronaca era stata investita dallo scandalo P2 e Pertini, Presidente Partigiano di cui oggi sentiamo immensa mancanza e gran bisogno, era allo stesso tempo la voce del popolo e la voce delle istituzioni che all’unisono parlavano da cittadini liberi a cittadini liberi.

Uno spettro si aggira per l’Italia, un doppietta mondiale che evocherebbe quella del ’34-’38, e non sarebbe proprio il caso. Abbiamo motivi validi di seria preoccupazione, Materazzi colpito dalla testata che crollava al suolo, era  l’immagine della democrazia in Italia che veniva meno. Rivolti alla mamma di Zidane questo popolo di imbecilli rivolgeva improperi irripetibili, specchio dell’incultura e del degrado senza dignità in cui si è beceramente sprofondati.

Ecco perché spero che l’Italia non vinca il mondiale.

Gianluca Liguori

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria – 1

Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria

Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci guarda circospetto dentro, e si interroga sul futuro e la possibilità di scardinarne le pareti, o almeno distanziarle.

La collana Novevolt, oltre a proporsi come soggetto culturale nell’organizzazione di un festival letterario nazionale (ULTRA-Festival della letteratura, in effetti) e di altri progetti collaterali, auspicherà una promozione, attraverso piccoli libretti, romanzi brevissimi e racconti lunghi di autori affermati e giovani promesse, di luoghi quali la qualità, la densità e il rischio nella letteratura italiana. Le prime due uscite saranno gli autori Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar. [Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi]

Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un’informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili. La Rete ha le sue falle e i suoi pescecani, che navigano a vista con i propri specchietti per le allodole tra i denti. La possibilità di essere fregati, di essere illusi, di perdere la nostra libertà, è paradossalmente maggiore. Dal Sistema anarco-capitalistico in crisi, dal mainstream che pur sta cercando di mimetizzarsi nella nostre forme di resistenza vitale, quasi biologica – per rinascere quando forse rinasceremo – si è sempre delusi.

Il diffondersi della letteratura nel mezzo partecipativo delle comunità-web italiane e mondiali ha moltiplicato quantitativamente i luoghi dove la qualità può (ma non necessariamente deve) essere rintracciata. Al di là della possibilità che le forme rapide di pubblicazione del weblog ci stanno offrendo, e del ricrearsi blando della comunità in una simulazione gioco in cui possiamo pur sempre mascherarci da avatar, bisogna preservarsi dal rischio del consenso qualitativo, ovvero dalla pretesa di valutare un testo come qualitativamente letterario, dipendendo dalla quantità di frequentazioni del testo, di apprezzamenti, di click, poll e commenti telematici. La letteratura qui viene spesso classicamente mercificata, anzi mercificata al secondo grado. “Non è merce, questa è letteratura, un nuovo modo cool di farla”, ma è sempre paradossalmente merce, termometro di consenso. Quello che vogliamo dalla qualità non è consenso, è diffusione e differenziazione, movimento di visione e divisione, non partecipazione da prova d’acquisto.

Bisogna comunque fare un tentativo per togliere uno strato immancabile di spocchia dalla nozione di qualità letteraria.

Cosa è allora questo richiamo alla qualità, in un mondo felice e utopico in cui Tutti scrivono Tutto, e in un mondo infelice e distopico in cui nessuno pare comprare i libri? Facciamo un parallelo. Cosa intendiamo con l’espressione qualità della vita? Il semplice adeguamento al gusto della massa (o della massa al suo gusto preconfezionato), la semplice capacità di possedere e dominare ammennicoli tecnologici, divani confortevoli e televisori al plasma, di essere oggi up-to-date e domani chissà…? Questa concezione non è più proponibile, visto che il modello economico che l’ha portata in auge sta crollando, o rientrando nel proprio guscio protezionistico (anche se forse lì dentro marcirà). La qualità della vita è ora molte cose assieme, un vettore di tante variabili in rapporto al nostro Welfare State individuale, ma sicuramente è una condizione in rapporto a una gittata, a una potenzialità futura. Appunto: la gittata delle nostre azioni future. Vivo qualitativamente bene se quello che faccio oggi potrà durare domani, senza per questo andare in cancrena, ma vivendo nella metamorfosi, nell’apertura, non in un eterno presente insipido. E questo vale sia per la classe media italiana in lenta fissione, che per i Paria dei paesi in via di sviluppo. Vivo qualitativamente bene non necessariamente se oggi possiedo un divano di lusso (o un libro in prima fila sullo scaffale), ma se potrò permettermi un divano anche domani, magari più piccolo, anche per i miei figli. La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre.

Il disprezzo per i giovani che le generazioni che ci precedono dimostrano e hanno dimostrato, un disprezzo che si è caratterizzato come spettacolarizzazione della gioventù, almeno dal Dopoguerra a oggi – e che è uno dei nostri faticosissimi compiti annullare – ci fa capire che la loro visione di qualità della vita era necessariamente contraria alla nostra possibilità di propagarci, era in qualche modo castrante. Il benessere borghese è ed è rimasto un concetto statico e ottocentesco basato sull’accumulazione, l’appropriazione, l’accatastamento di beni, entrato in crisi proprio nell’era del consumo e della sovrapproduzione. Dall’accumulazione si è passati, linearmente, alla mercificazione della cultura. Questo dobbiamo ripensarlo. Sono le nostre discariche vicine e lontane che ce lo chiedono. Persino tutta questa discarica del senso che ci ha consegnato il cosiddetto post-moderno dimostra in fondo una mancanza, un dolore nascosto, anestetizzato più che esorcizzato, annullato più che ritualizzato.

Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente. Adesso speriamo che il parallelismo sia chiaro, anche se il rapporto vita/letteratura è obliquo, necessariamente inclinato, mai verisimile: la qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro. Non è solo una questione di stile, ma di efficacia di stile. Per questo, la qualità letteraria sta, e a un tempo non sta, nella forma libro. Forma che molti (non noi) sono pronti a demolire o sorpassare, senza riuscire a pensare alla transmedialità originaria della letteratura, dalla lingua schioccante degli aedi alle USB roventi dei piccoli editori.

La qualità è così la capacità del libro, del romanzo, del poema, di prefigurare il futuro, uscendo da se stesso, uscendo dal proprio presente statico e cristalizzato del linguaggio e del desiderio. Qualcosa di molto vecchio e di molto nuovo. Senza per questo dimenticare il passato, anzi, rinnovando il desiderio di comprenderlo in quello che chiamiamo memoria. Già, la memoria: in Italia pare solo il nome dato al tour di un gruppo di partigiani, che vanno affaticati, di liceo in liceo, a rammentare i combattimenti su per i monti, le rupi e le brumose vallate. Già, l’Italia… Oggi più che mai, parlare di qualità letteraria in Italia, ancora senza snobismo e pretese decadenti, esotico-esoteriche, significa enucleare una serie di topic-salvagente non del tutto inutili anche per quello che si chiamerebbe condizione di vita (almeno nel Bel Paese). Il parallelo qualità letteraria-qualità della vita potrebbe diventare un’istruzione. Visto che paiono saltati da tempo i parametri di distinzione tra reale e finzionale, almeno dobbiamo trovare una strategia sostenibile per muoverci in queste ambiguità, un efficacia che ci permetta di distinguere. Non opere efficienti, che fanno il loro bravo lavoro di decalcomania feticistica della realtà, che rispettano il lettore e il suo mondo di agi e ombrelloni, ma opere efficaci.

Alessandro Raveggi e Enrico Piscitelli

* La seconda parte del testo sarà pubblicata venerdì 23 ottobre 2009