Parigi à passages – Passage du Marché

di Simone Olla

Gli uomini amano il ritorno dell’uguale,
soprattutto quando evoca e rinnova il ricordo di ore appagate.
Ernst Jünger

[E per Lui l’ultimo ricordo si chiama Titine, una santa poesia prostituita: l’unico teatro che guardammo assieme, quell’unica volta che rimanemmo soli.
Nel libretto che ci consegnarono all’ingresso c’è una dedica che recita così: Amica, leggilo e poi vattene. Amore, leggilo e poi continua.]

E mi sorprendo a parlarvi al passato come se avessi davvero deciso di raccogliermi dentro una ritualità indefinita e infinita.
Vieni qui, mi diceva, vieni qui che vicini con la finestra aperta fa più caldo e se chiamano da sotto il tuo nome – il mio nome – se chiamano di sotto il tuo nome, se dal Passage spingono per salire le scale ed entrare dentro di te a consolar mancanze, tu non rispondere, Titine, non questa volta, almeno.
E invece, anche fra le sue braccia, anche col caldo che sentivo ancora, se dal Passage chiamavano Titine, Titine rispondeva da sdraiata com’era, come sempre aveva fatto, tanto lui aveva detto vieni qui, e a Titine bastava. Alors? Rispondeva urlante Titine che si sentisse di sotto. E indossata una veste leggera, alla finestra del Passage, pretendeva pazienza per le richieste del prossimo venuto.
Io, Titine Gassion, rivendicavo intimità per il mio amore sdraiato.
Devi rivestirti – gli dicevo.
Vieni qui – mi rispondeva.

Che funzione avrebbe avuto la bambina che entra in scena nel finale ce l’eravamo detti in quel ristorante indiano il giorno prima della sua partenza, durante una cena a notte inoltrata, dopo l’ultimo amore silenzioso nella sua casa in Faubourg St. Martin: quella bambina e quel testo che prendeva forma senza note di regia avrebbero arredato le rispettive vite lontane, un pensiero Leggi il resto dell’articolo

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