Passaggi in orizzontale ovvero perché l’Italia ha perso

Fu calciando in alto un pallone

che sentii di poter bucare il cielo

E. Vendrame

Il vecchino con il cappello stinto recante scritte che reclamizzano materiali da imbianchino o elettricista fa parte dell’arredamento di qualunque bar di provincia, al pari della Gazzetta poggiata sul frigo dei gelati e l’espositore di Chupa Chups sul banco vicino alla zuccheriera. Quando al bar la discussione decolla, tale vecchino assume immancabilmente un ruolo centrale. A volte la conduce, da regista avanzato, mostrando opinioni forti e competenza in materia, e articolando ragionamenti lunghi che il barista ascolta ghignando appoggiato alla macchina del caffé; a volte la segue con aria di sufficienza, fa parlare gli altri, e poi punge con interventi rapidi ma definitivi, da centravanti sornione, ragionamenti che si aprono e si chiudono nel giro di un paio di frasi. In entrambi i casi, le sue posizioni non sono né intelligenti né originali, salvo quando virano (e succede più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi da un vecchino) verso il complottismo più irresponsabile. Nonostante questo, il vecchino è dialetticamente invincibile, e sottolinea la propria superiorità disseminando le proprie affermazioni di espressioni quali “a me non me la danno a bere” e “non state dietro ai discorsi”.

Le occasioni che più infallibilmente stanano il vecchino sono scandali politici nazionali, decisioni controverse delle amministrazioni locali (modifiche alla circolazione stradale, ristrutturazioni di edifici pubblici, in generale qualunque tipo di cambiamento), e le clamorose sconfitte della Nazionale. Se sei al corrente di questo, sai anche cosa ti succede se ti fermi al bar per un caffè pochi giorni dopo Slovacchia-Italia.

Entro che si sta cercando di appurare ordini e gradi di responsabilità nelle disfatta azzurra in Sud Africa. Qualcuno sta dicendo male di Camoranesi, un altro maledice l’infortunio di Pirlo e la schiena di Buffon, quando una voce dal fondo della sala invita gli astanti a “non dare retta ai discorsi”. L’assenza del cappellino con le marche di materiali edili potrà ingannare gli avventori meno esperti, ma non certo me: è lui, il vecchino.

Un ragazzo, in piedi al bancone vicino a me, tenta una rivoluzione copernicana nella discussione, maledicendo tutte le persone della Santissima Trinità e affermando che a Firenze c’è solo un colore che è il viola, che la sua Nazionale è la Fiorentina e che bisognerebbe andare a Coverciano e dare foho a quel covo di mafiosi della Lega Italiana. Viene ignorato da tutti, come il tizio in giacca e cravatta che smarcandosi dall’insistenza del vecchino prova a dire la sua ricordando ai detrattori di Di Natale che il suddetto si è laureato capocannoniere nel campionato appena trascorso con oltre 20 reti.

Il vecchino, però, porta palla e fa melina. Sostiene che è tutto un fatto di motivazioni, che i giocatori oltre a essere vecchi non avevano più voglia, e trova una spalla ideale nel barista che ribatte al volo dando voce al più banale buonsenso (con tutti i soldi che prendono, gli mancano le motivazioni? Eccetera) ed aprendo così il campo ai facili argomenti sulla mollezza dei costumi di miliardari che hanno tutto. Tutti annuiscono in silenzio, compreso il fiero antitaliano alla mia sinistra e il fan di Di Natale poco più in là. Eh sì, commentano, le motivazioni dei miliardari.

Cazzo. Le motivazioni. L’età media. I giocatori strapagati. Tutti discorsi che si sono sentiti persino a Notti Mondiali. Persino Costanzo, squagliandosi sulla sedia, ha sottolineato che i vecchi dovrebbero lasciare spazio ai giovani (lui, un piduista di oltre settant’anni che ha ormai perso per sempre la propria battaglia con le consonanti sibilanti e che è in RAI dal 1963).

Il vecchino, che evidentemente sente di avere la vittoria in pugno, si concede una finta apertura al dissenso, con un retorico “O no?” a suggello del proprio successo.

Questo è il momento. Devo farlo. Il vecchino sta gigioneggiando, devo colpire in contropiede. All’Italiana.

L’ultimo sorso di caffé mi trova lucido e pronto. Lui si aspetta che dica che la colpa è di Lippi. Le convocazioni, Cassano, Marchisio all’ala, Gilardino da solo lassù. Ma io dall’inizio del mondiale so che il problema è un altro. Il problema è che non c’era in squadra uno come Ezio Vendrame.

Ezio Vendrame era un calciatore degli anni Settanta, straordinario talento, centrocampista d’attacco dal destro fatato e anarchico idealista. Capellone, hippie, poeta. Prima delle gare, scappava dal ritiro per andare a donne e ubriacarsi. Ezio Vendrame, una volta, vendette una partita; ma a metà gara se ne pentì. Andò a battere un angolo, si soffiò il naso alla bandierina, si rivolse al pubblico avversario per anticipare che avrebbe segnato direttamente da lì. Poi lasciò partire una parabola che si infilò alle spalle del portiere. Fece doppietta. Invece dei 7 milioni pattuiti con gli avversari, intascò il premio partita di 44.000 lire. «Ma vuoi mettere la soddisfazione», ebbe poi a dichiarare. Ezio Vendrame era amico fraterno di Piero Ciampi. Una volta, a Padova, durante una partita Vedrame vide Ciampi in tribuna e si fermò nel mezzo di un’azione per andare a salutarlo. «Ho fatto della mia vita un capolavoro e continuo a farlo perché ho sempre fatto il cazzo che ho voluto», spiegò una volta Vendrame, uno spirito libero a metà tra Oscar Wilde e Charles Bukowski – se Wilde e Bukowski avessero saputo mettere la palla dove volevano. Ai tifosi del Vicenza che lo osannavano, Vendrame disse candidamente: «E che cosa saranno mai queste partite di calcio. Inventatevi delle alternative domenicali!». Vendrame ora scrive poesie e allena i ragazzini della San Vitese, in Friuli. Li fa giocare sempre tutti, anche quelli brocchi. I genitori ce l’hanno con lui perché li incoraggia a chiudersi in bagno coi giornalini porno invece di stare alla Playstation.

Penso agli undici di Johannesburg che non hanno il carisma di fare mezzo tiro da fuori area, che passano palla in orizzontale, rasoterra. E mi immagino Vedrame, capellone in Sudafrica, che si soffia il naso con la bandierina in mondovisione, insacca da calcio d’angolo ed esulta con Piero Ciampi. Poi vince la Coppa del Mondo, e in conferenza stampa invita tutti a trovarsi delle alternative domenicali. Mancava in Nazionale uno come Vendrame, uno sfacciato che se ne strafotte di Lippi, del pubblico, di Costanzo e Galeazzi, che tira da calcio d’angolo e va a ubriacarsi in un bordello di Johannesburg.

«Non è questione di motivazione» vorrei dire «è che in squadra non c’era uno come Ezio Vendrame». Lo lascerei sorpreso, il vecchino, come Baresi a San Siro scavalcato dal sombrero di Batistuta durante la finale di Supercoppa nel 1996. Gli vedrei negli occhi il terrore di una vecchia volpe dell’area di rigore che non trova più il pallone a 9 metri dalla porta. Dovrei dirlo a lui, che ci manca Vendrame, dovrei dirlo al barista, a Costanzo, a Galeazzi, a Mazzocchi e a Napolitano, a Bersani, Veltroni e a Paola Ferrari.

Ma come posso recriminare sulla non convocazione di un misconosciuto ex-calciatore con zero presenze in Nazionale? Come posso io zittire il vecchino, che lì da anni ogni giorno vince le sue battaglie dialettiche con chiunque? Posso pensare di entrare in questo bar e dettare legge?

Sto zitto. Annuisco.

Vendrame invece l’avrebbe detta, la sua. Vendrame l’avrebbe fatto. Avrebbe fatto sparire il pallone, avrebbe tirato da calcio d’angolo, una palla alta, un calcio da capellone, a bucare il cielo. Non ne nascono più di Vendrame, in Italia.

Pago e sorrido, e me ne vado.

Lorenzo Orlandini

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