Rubrica che vieni, rubrica che vai

Slacrimuzzo.
Sembra ieri ch’erano appena finiti i mondiali, avevo scritto qualcosa pe “i mondiali dei palloni gonfiati“, mi ricordo mica si chiamasse così, quella rubrica, Liguori mi fa “e se scrivessi delle ròbe di pallone per tutto il campionato?”. Seh, penso, seh, tutto il campionato, pallone, seh, poi il primo pezzo, è un ritaglio di quotidianità pallonara, parla del posticipissimo del lunedì e del mio parrucchiere, del fatto che i parrucchieri di lunedì siano chiusi, del fatto che allora chi sforbicia di lunedì?, i calciatori, l’unica sforbiciata del lunedì, la loro e la mia che ne racconto le gesta, ah ah, delle copiose risate. Questo il panettone non lo mangia, pensava Liguori.
Ci siam fatti tutta la stagione.
Vi si vuole del bene.
Slacrimuzzo.

Fabrizio Gabrielli

Una volta c’erano le bandiere, calciatori che esordivano da ragazzi in prima squadra e finivano la carriera senza cambiare casacca. Molti di loro diventavano allenatori, dirigenti: un posto si trovava sempre. Erano altri tempi. Qualcuno dice: quelli sì che erano bei tempi. Oggi invece i giocatori simbolo sono in via d’estinzione. Siamo abituati a vedere fior di campioni trasferirsi dal Barcellona al Real Madrid, o viceversa, dal Milan all’Inter alla Juventus e così via, è tutto un valzer di carnevale, conviene, si fanno le magliette nuove, i tifosi le comprano, son soldi, cosa credete, mica amore, passione, attaccamento alla maglia e quelle robe lì. È il capitalismo, bellezza! Si stava meglio quando si stava peggio. Mogli e buoi dei paesi tuoi. Non ci sono più le mezze stagioni. Sì, ok ok, smetto. Dicevamo: le bandiere. Ve l’immaginate, chessò, Facchetti con la maglia del Milan? Certo che no. Rivera in nerazzurro? Neppure. Oddìo, è vero che Rivera quando ha smesso con il calcio e s’è buttato in politica, dopo l’esordio democristiano, ha militato poi in diverse formazioni politiche. Senza dubbio, era meglio come calciatore. I mondiali del ’70, pensaté, me li ricordo pure io che non ero ancora nato: la staffetta Mazzola-Rivera, Italia-Germania 4 a 3, Pelè che vola, su, più su, più in alto di tutti, colpisce la palla di testa che si insacca alle spalle di Albertosi, era solo l’antipasto, alla fine si prese quattro pippi e tutti a casa; il Brasile si portò la Coppa, quella coppa maledetta che non si sa che fine abbia fatto, se sia diventata davvero lingotti d’oro o dove sia finita. Le storie misteriose contribuiscono a creare il mito, ad alimentare la leggenda. Si leggevano, qui su SP, il lunedì, le storie sul calcio, a base di calcio, che sfornava per noi Fabrizio Gabrielli. Insomma, questo panegirico per comunicare che, finito il campionato, da oggi Fabrizio ci saluta, che il giorno odiato da Vasco qui su SP non ci saranno più le Sforbiciate, quelle che parlavano del giuoco del calcio e di tutto quel fracco di altre ròbe che rotola attorno alla sfera di cuoio più bastarda della storia umana. Lo so, vi mancherà, a me già manca la mail infrasettimanale con l’anteprima. Fidbeccami, scriveva sempre Fabbrì, come lo chiama Simonerò. E io fidbeccavo, segnalavo i refusi, le sviste e quelle cose che si fanno prima di pubblicare, ma non fatemici pensare altrimenti mi viene il magone e slacrimuzzo pure io.

Ciao Fabbrì, lo sai che quando vuoi, se scrivi nuove Sfò, me le giri, le fidbecco e le pubblichiamo, mica ci son problemi, che ci frega, facciamo come ci pare, lo spazio si trova, non sarà di lunedì, le pubblicheremo in un giorno pari o il venerdì, ma hai capito, dài, facciamo che poi, senza impegno, ogni tanto fai qualche incursione e insacchi una Sfò, i lettori ti aspettano e lo sai che i lettori non si deve mica deluderli, ti aspettiamo, la mia mail ce l’hai oppure ci sentiamo su feisbùc. Ah, dimenticavo: grazie Fabbrì, le Sfò ci mancheranno. Ci son piaciute, le Sfò, e pure tanto. E visto che siamo in un momento di ringraziamenti, non me ne vorrai se colgo l’occasione per ringraziare, a nome del collettivo, i tantissimi, sempre più, lettori che ogni giorno passano dal nostro blog, triplicati negli ultimi mesi, tanto da raggiungere, nelle ultime due settimane, addirittura una media di mille lettori. E allora grazie, mille grazie, e quale modo migliore, per ripagare la fiducia, l’affetto e il tempo dedicato a noi e agli autori che hanno collaborato e collaborano per far vivere questo spazio, che dare la notizia che è in arrivo, in esclusiva su SP, una bellissima sorpresa? Il prossimo lunedì i barbieri saran chiusi, il campionato è finito, le coppe pure, ma su queste pagine troverete una nuova rubrica che son certo ci offrirà importanti spunti di riflessione. La rubrica sarà curata da due autori che già in passato hanno trovato spazio qui: Jacopo Nacci e Matteo Pascoletti. L’idea di offrire loro una rubrica m’è venuta perché, spesso, leggendo o partecipando a discussioni su piazza Facebook, mi ritrovavo ad apprezzare, tra i commentatori più attivi, proprio Jacopo e Matteo. E allora, mi son chiesto, perché non chieder loro di scrivere qualcosa per noi? Dopo aver consultato gli altri, ho scritto loro, dicendo la mia idea, di questa specie di conversazione, di botta e risposta a settimane alterne. Per mia grande gioia, i due hanno accettato con entusiasmo la nostra proposta. Proviamo, s’è detto. Si comincia subito. Sul nome e sui primi argomenti che si toccheranno, per adesso, manteniamo massimo riserbo. Vi possiamo dire che si parlerà di libri e letteratura, politica e attualità, filosofia e tanto altro. Non mancate il prossimo lunedì, su Scrittori precari comincia la nuova rubrica di Jacopo Nacci & Matteo Pascoletti! Leggi il resto dell’articolo

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VERONA BEAT

Vecchie favole

di un’epoca un po’ più in là

colori di un’età

cantavano I Gatti di Vicolo Miracoli.

Che poi lo sapevo mica, io, fossero nati a Verona gli Oppini, i Smaila, i Jerry Calà e compagnia bella, nella città scaligera che ha come simbolo i Mastini.

Gatti nella tana dei Mastini. Fa ridere, no?

Uno che faceva ridere davvero era Saverio Garonzi, il presidente dell’Hellas. Andavi a Veronello, ch’era il campo d’allenamento dei gialloblu e niente: ti mettevi ad ascoltarlo. Ogni volta una perla, folklore dialettale.

Quello è un musso, è un figlio de puta, troppe donne che lo sfiniscono, quando vuole è un purosangue, ma quando?

Gianfranco Zigoni, a Verona, ce l’aveva voluto fortemente, Garonzi. Per essere un campione lo era in maniera indiscutibile, Zigo, nonostante la nomea da testa calda, uno che due anni prima s’era fatto beccare a Grottaferrata a tirare di Colt contro i lampioni, che diceva ai guardalinee di ficcarsi le bandierine in culo, che non disdegnava le scazzottate in campo e i whisky al bancone, che costringeva Guidolin, diciottenne terzino chierichetto, a portargli la colazione a letto. Prima degli allenamenti polenta e usei e dopo la partita donne all night long, un assioma per Zigoni da Oderzo, che caracollava per il campo coi capelli lunghi e i calzettoni perennemente abbassati credendosi il più forte giocatore al mondo. Anche più di Pelè.

Che poi c’ha anche giocato contro, Zigoni, era ancora un calciatore della Roma e capita quest’amichevole contro il Santos, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi, dice Zigo-goal, poi però lo vedo dal vivo e mi piglia una botta di malinconia, di depressione, penso che a fine partita annuncerò il mio ritiro dal calcio, in terza persona, “Zigoni lascia l’attività”, dirò, “non sopporta che ci sia qualcuno più forte di lui”.

Poi in quella partita O Rei sbaglia un rigore. Se è umano Pelè, figuriamoci il suo corrispettivo bianco, Zigo testa-calda, pistolero fantasista.

Fughe inutili

per vedere se ci sei tu

ginnastica in tuta blu

Io c’ho uno zio che si chiama Davide e che vive a Verona, pensaté, ci son stato solo due volte a Verona, la seconda mio zio Davide mi ha portato sul campo del Bentegodi. Com’è che ti fanno entrare zio?, gli ho chiesto. Vecchie favole di un tempo un po’ più in là, m’ha risposto lui.

Mio zio Davide c’è stato un periodo che ancora non portava la cravatta e faceva il magazziniere allo stadio. Lui l’ha conosciuti di persona, Garonzi e Zigoni-il-capellone, quello se lo sognava la notte di morire con la maglia del Verona addosso, m’ha detto mio zio, gli sarebbe piaciuto che il Bentegodi lo ribattezzassero Zigoni, mica per scherzo. [Io Zigoni poi me lo sarei dimenticato, invece, e sarebbe riaffiorato solo anni dopo a pagina ottantasette di Calci al vento di Ezio Vendrame, quando dice a Falloppa e allo stesso Vendrame di non rompergli i coglioni perché in vita sua era la prima volta che un quadro gli rivolgesse la parola].

Senti questa che ti racconto, fa mio zio, l’allenatore del Verona in quegli anni era Ferruccio Valcareggi, pover’uomo, aveva sempre un’espressione triste e s’era fatto molto rude da quando Chinaglia l’aveva mandato affanculo ai Mondiali di Germania. L’anno successivo all’abbandono della Nazionale viene a Verona, e un giorno ha l’ardire di comunicare a Zigoni che non l’avrebbe fatto giocare, la domenica. Io ero fuori dallo spogliatoio, l’ho sentite le urla, Zigoni che strillava: “Ma come?, tieni fuori il più grande giocatore del mondo?”. E un po’ rideva, un po’ no.

C’eravamo dati appuntamento la domenica allo stadio, tutti noialtri, per vederlo accomodarsi in panchina, Zigo messo in fuga dal campo, con la sua tuta da ginnastica blu.

Ma lui era una star, poteva mica non essere protagonista assoluto anche quella volta: e allora eccotelo che esce dal tunnel con un cappello da cowboy, e questo è niente, una pel-lic-cia. Una pelliccia tutta bianca, di volpe siberiana, i jeans attillati e ci si siede così, in panca. Il suo personalissimo modo di mandare affanculo Valcareggi. Certo, con più humour e signorilità di Chinaglia.

Le storie di mio zio Davide.

Diario al limite

tra amore ed oscenità

poeti per metà

Giocatori forti come Zigoni, scrolla la testa mio zio che s’è fatto crescere la barba come Italo Cucci e una volta ad un matrimonio m’ha presentato i signori Lazzaroni quelli dei biscotti, il Verona Hellas ne ha avuti mica più. E pensare che Zigo-goal viaggiava pure a mezzo servizio: quaranta marlboro al giorno, birre, donne. Avesse condotto una vita più regolare, magari lo scudetto all’ombra del balcone di Giulietta sarebbe arrivato con qualche anno d’anticipo, prima degli Osvaldo Bagnoli, dei Larsen-Elkjaer, dei Tricella e della calvizie precox di Fanna.

Ma potevi mica farci affidamento, su Zigoni, quello era un musso, un figlio de puta, troppe donne che lo sfinivano, troppo alcol, troppo talento da dilapidare.

Anche se poi i veronesi dovrebbero essergli grati non foss’altro per un primato: perché il Beat, a Verona, l’ha portato Zigoal, mica i Gatti di Vicolo Miracoli, che nell’Ottanta han fatto questa canzone che ha dato il titolo alla Sforbiciata del lunedì di questo lunedì.

Cos’è, non ci credi?

Prooova.

 

Fabrizio Gabrielli

Il nuovo credo

Credo nel dribbling, nel passaggio laterale,
nel colpo di tacco, nel “sombrero”, nella
“bicicletta”, nello stop di petto e nella
rovesciata, nel tiro al volo all’incrocio
dei pali; credo in San Blatter, in San Rimet
ora pronobis, in Sanbittér, in San Pelè
Edson Arantes do Nascimento, credo
in San Diego Armando Maradona, credo
in San Johan Cruijff, in San Gianni Rivera,
credo nel profeta Zinedine Zidane, credo
nell’illuminismo di Michel Platini, credo
nel protestantesimo di Neeskens, in papa
Franz Beckenbauer kaiser di tutte le guerre
di religione, credo nei Freikoerper di Gerd
Mueller, credo in Ameri, Ciotti, Bortoluzzi,
credo in Pulici, in Sivori, in Paolo Rossi,
credo in Cristiano Ronaldo, in Andrade,
in Garrincha, in Vavà, in Junior, in Zico,
credo nella filosofia di Wolfgang Overath
e nella volontà di potenza di Rummenigge,
credo nell’eleganza di Jogi Loew, nel fado
di Mourinho, nella follia althusseriana
di George Best, credo nel suicidio del caro
Di Bartolomei, nella chioma dittatoriale
di Mario Kempes, nella Barilla di Falcao,
credo nel calcio, nella folle magia insensata,
in questo gioco stupido per bimbi devastati
dalla violenza, in questo lurido cortile
che è stato il nostro campo per anni,
prima che fossimo presi dal monte di pietà,
e rivenduti sul mercato d’una vita espulsa.

Franz Krauspenhaar