Storia nera

di Pierluca D’Antuono

Mi prende da dietro all’improvviso con un colpo violentissimo e non respiro più. Ho paura. Sento il suo respiro caldo sul mio collo gelido e un brivido come una lama mi squarcia di lungo la schiena. Per terra, in ginocchio, mi tiene per i capelli con le sue dita nere e tozze e al ritmo di stantuffi spezzati sotto scarponi chiodati mi sbatte la testa sui binari marci e arrugginiti. I denti esplodono in frantumi, ingoio brani di lingua lacerata e vomito in una pozza oscura di sangue. Mentre allenta la sua morsa slacciandosi i pantaloni, tento di voltarmi per guardarlo, ma il fruscio della cinta che scivola tra i passanti tuona nella mia testa come un’unghia su una lastra e allora ride di piacere e in un colpo con lo stivale mi spacca il naso che esplode (non era difficile) e mi strappa i pantaloni; chiudo gli occhi e aspetto
(respira!)
all’improvviso non accade più niente. Davanti a me sento bambini gridare e una voce morbida e infantile chiamare il mio nome dolcemente. Una carezza mi ravviva i capelli insanguinati e mi culla con amore, non piango più e le ferite si rimarginano, ma dietro di me sento ancora il suo sorriso che incombe, i denti d’oro brillare e il tanfo spaventoso delle sue mani sporche e oscure pronte a ricominciare. Ma è nella mia testa, apro gli occhi per vedere e lui non c’è.
Allora capisco.
Ci sono solo due bambini, sono i figli dello zingaro che ieri sera Mattia ha pestato a Piazza Vittorio. Era sicuro che lo avessero scippato. Mentre lo prendeva a calci ho detto a una signora di chiamare l’ambulanza, e prima che arrivasse ce ne siamo andati.
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Come funziona in questi casi

E poi arriva sempre il momento dei giàggià, degli e-co-sì a mezzabòcca, sospesi, penzolanti dalle dita secche d’un pèsco; gl’imbarazzi abbronzati, con le vacanze alle spalle trovarti meglio, davvero, più sistemato, ecco.
Non starò a chiederti se sei felice: ché si vede lontano una lega quanto sei felice, giaggià, e-co-sì, stretto in nuovi abbracci – non presentarmela guarda, non c’è bisogno, ci conosciamo già – tutto calato in quei princìpi rosei d’amori sussurrati all’orecchio rubescente, a guance accaldate, quand’è tutto uno sciùsciù di promesse eterne – eppure tra tante, proprio lei – di slanci passionevoli, di una come te l’avevo trovata mica mai.

Tradire non è tradire per davvero, quando manca la comunione, o quando finisce, perché poi stai sicuro che finisce – ineluttabilmente, come la primavera i concerti o la stagione delle pere cocomerine. C’è stato un tempo – certo – in cui siamo stati noi, ma è stato prima che ci parcellizzassimo in quattordicimila io, come i vetri infrangibili sui quali una sassata: tutto ha inizio con una fesatura evidente, eppure le schegge rimangono aggrumate: guidare si guida male, com’è che possiamo arrivare se non si vede un cazzo?, attenzione che c’è un cipresso, Ledesma, la curva, la luna, Vidic, l’aria di fieno freddo dai finestrini. Leggi il resto dell’articolo