Bruci la città #2

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Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
Una volta, per esempio, qualche anno fa stavo assieme a una ragazza che era proprio carina, e non era male nemmeno di testa. Un giorno però, mentre prendevamo una cioccolata calda in un bar, mi venne in mente un modo di dire che si usa dalle mie parti, che sta a significare che c’è un’età in cui le ragazze sono belline, ma poi si sformano. C’è un’età in cui le ragazze hanno la bellezza dell’asino, si dice, che finché regge, regge, ma poi si sgretola e allora si capisce se la ragazza è veramente bella, oppure no. Ricordo che mentre mi pulivo i baffi dalla cioccolata, rimasi un paio di secondi a fissarla e non era più come era sempre stata. La vidi improvvisamente deforme, picassiana. I suoi occhi si tramutarono in Leggi il resto dell’articolo

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Picassiana

Ero un Picasso e lei mi comprò ed il fatto che ero da un rigattiere non voleva dire niente. Era stata colpa di un critico d’arte che di me non aveva capito un cazzo. Si era fermato alla superficie, alla tela: al mio naso storto, al mio unico occhio, al mio cappello fatto di carta di giornale, senza riuscire ad andare oltre. Eppure era facile: bastava chiudere gli occhi della ragione e guardarmi con quelli del cuore, bastava insomma dimenticare per un attimo le regole della prospettiva per vedere la mia profondità.

La nostra vita è in mano a incompetenti, a sfigati del cazzo che non si sono mai domandati il perché delle cose, a segaioli che hanno sostituito le nozioni al bello, e una cosa è bella non perché… ma solamente perché è bella.

Lei mi appese nel salotto. Il suo appartamento era grande, al settimo piano di un palazzo nel centro di Parigi: due camere da letto, due bagni, una cucina e un salotto appunto. Nel salotto c’era la televisione via cavo, l’impianto stereo e un computer collegato a internet. Lei stava fuori tutto il giorno e io in casa guardavo la televisione, poi verso sera facevo la spesa e preparavo una bella cenetta per due a lume di candela. Lei mangiava sempre con le calze a rete e apprezzava tutto quello che le facevo. Aveva le unghie smaltate di rosso, i capelli castani e gli occhi chiari. Aveva il naso lungo con una leggera gobba, ma sul suo viso le stava bene, anzi io lo trovavo sexy persino di più dello smalto e delle calze a rete così, dopo aver mangiato, facevamo l’amore. All’inizio la sua figa era secca perciò gliela leccavo fino a che non si bagnava e il clitoride usciva fuori, a quel punto glielo infilavo: prima solo la cappella, andando lentamente avanti e indietro poi tutto il resto, sifonandola con forza. Lei urlava, mi graffiava la schiena, sembrava che il letto dovesse sfondarsi da un momento all’altro. Io continuavo fino a che non ce la facevo più. Lei godeva e io non venivo quasi mai ma godevo nel vederla venire, nel sentirla tremare accanto a me anche dopo aver fatto l’amore.

Nel mondo esiste un solo tipo di amore, quello egoista: quello che ti fa desiderare ciò che ami. L’amore che noi chiamiamo “divino”: quello che ti porta verso il bene senza il desiderio del possesso invece non esiste. Nemmeno Dio ce l’ha, perché dovremmo averlo noi? Dio ha solo l’eternità dalla sua parte e con essa può permettersi di aspettare il breve periodo della nostra esistenza senza romperci troppo i coglioni, prima di riaverci tutti con lui.

La mia vita andava avanti tranquilla e nel quartiere mi ero anche fatto anche degli amici.

Uno era un barista amante dell’arte, mi offriva da bere perché restassi nel suo bar: trovava chic avere un Picasso nel locale anche solo per qualche ora. Un altro era un barbone: un filosofo. Non diceva mai niente, restava seduto per terra e guardava la gente che passava. Io quando uscivo dal bar, gli portavo una birra e mi sedevo accanto a lui.

La gente corre e ha facce serie, magari girato l’angolo ride, scherza, è contenta ma per quei dieci metri di marciapiede sembrava volerti spaccare la faccia. Ma a me non me ne fregava niente perché sapevo che la mia vita era migliore della loro, almeno di quella che passavano in quei dieci metri, perché io vivevo in un bell’appartamento e tra qualche ora, dopo aver cenato con una bella donna ci avrei fatto l’amore e l’avrei sifonata così forte da sfondare quasi il letto e lei avrebbe goduto e tremato e mi avrebbe desiderato ancora di più.

Tu non cambi mai, dalla nascita alla morte sei sempre lo stesso, quello che cambia è solo il contorno: la casa, la macchina, il luogo in cui abiti, le amicizie, il vestito, il taglio di capelli ma tu resti sempre uguale. Ciò non comporterebbe nessun problema se ti accettassi per quello che sei, ma purtroppo nella maggior parte dei casi non è così e siccome non puoi cambiarti cerchi di cambiare gli altri.

E’ per questo che lei mi ridipinse il naso dritto, mi aggiunse un occhio e mi comprò un cappello nuovo. Io la feci fare perché l’amavo e poi tutto sommato ero venuto anche bene: ero diventato il ritratto dell’uomo che tutte le donne desideravano. Avevo anche trovato un lavoro in una azienda di import-export. Certo era un’occupazione che non aveva niente a che fare con le mie attitudini artistiche ma avrei fatto qualunque cosa per continuare a piacerle e restare con lei.

La sera però non avevo più tempo per prepararle la cena e lei non si metteva più le calze a rete, scopavamo poco e quando lo facevamo lei non godeva più.

Un giorno la pedinai. Era un giorno pieno di sole, con gli alberi verdi, il cielo azzurro e i turisti in calzoncini corti che fotografavano i monumenti. Io mi sentivo un punto nero in un poster pieno di colori.

La vidi entrare in una piccola galleria d’arte dietro Notre-Dame. Poi da una piccola finestra sul retro, vidi un Kandinsky spogliarla, leccarle la figa e scoparla a più non posso. Lei urlava gli graffiava la schiena sembrava che il letto dovesse sfondarsi da un momento all’altro………………..

Ritornai a casa, mi cancellai l’occhio, il naso dritto che mi aveva dipinto e mi rimisi il mio vecchio cappello di carta di giornale. Da quel giorno non l’ho più vista.

Ora vivo in un monolocale a Saint Germain des Prés ho avuto diverse valutazioni ma ancora nessuno che sia seriamente intenzionato a comprarmi. Così resto qui in cerca di un acquirente:

Lo vorrei di sesso femminile, tra i venti e i trent’anni, di bella presenza, alta, simpatica e intelligente, amante dell’arte e della buona cucina, possibilmente senza figli e con una buona posizione sociale.

Federico Mazzoli