Fiume di Tenebra

È la notte di un giovedì quando, venuto a Roma per un reading di Scrittori precari, mi ritrovo a casa del subcomandante Liguori, in attesa dell’Intercity delle 4:28 che da Roma Tiburtina mi avrebbe riportato a Firenze.

Evidentemente non pago di quanto bevuto durante la serata, il subcomandante sfodera una bottiglia di calvados. Dico che non importa, che sono troppo stanco per bere. Lui versa. Mi faccio un bicchiere, poi un altro. Poi un altro.

Aggrappato al tavolo, cerco di posticipare il torpore, che è ottimo per affrontare l’Intercity delle 4:28 (non c’è mai posto e allora se sei bello stanco ti schianti nel corridoio, la borsa come cuscino, e tanti saluti), ma prima devi arrivarci, al treno.

Sto per desistere e chiudere la serata addormentandomi al tavolo con la testa sulle braccia, come a scuola, quando lui attacca a leggere qualcosa:

Nel settembre del 1919…

Visto il periodo e i gusti del subcomandante, penso che possa essere Rilke, il che non mi smuove. Forse, sballando di nove anni, bofonchio un “li leggerò, i quaderni, lo giuro…”, ma lui va avanti:

…arditi, sbandati, artisti di mezza tacca, orge in mezzo alle strade, donne che si davano a chiunque, e gli uomini pure con gli uomini; e la popolazione che veniva nutrita fantasiosamente a cocaina. Ma questo sarebbe ancora un metodo come un altro per vivere, perché il grave era che…

Io alzo gli occhi, troppo sonno e troppo calvados per capire di cosa parli il brano che sta leggendo, ma la buona prosa, insomma, quella uno la riconosce in qualunque condizione. Lui continua:

… aveva ribattezzato la marina militare fiumana con il nome degli antichi pirati dell’Adriatico, gli uscocchi, e l’aveva mandata a derubare le navi degli altri, al grido di eia eia alalà. A Fiume si campava con la pirateria, sebbene si dicesse che,

oltre che sulla provvidenza piratesca, D’Annunzio dovesse fare conto sull’aiuto di qualche banchiere: ma molti troveranno la differenza troppo sottile. E non finisce mica qui, perché si diceva anche che a Fiume erano peggio dei bolscevichi, e che Lenin in persona avesse approvato tutta la questione: Carli e Marinetti, con le bombe a mano nella giacca, a Fiume si presero una bella ubriacatura comunista. Insomma: un puttanaio: un immenso puttanaio.

Mi ritrovo improvvisamente rivitalizzato. E quindi parla di Fiume, questo brano! La storia della Reggenza Italiana del Carnaro l’avevo scoperta già da ragazzino, leggendo “TAZ” di Hakim Bey, e da lì avevo sempre sospettato che questo D’Annunzio qualcosa di buono lo avesse, se nelle sue vene scorreva almeno un po’ d’anarchia, e metteva l’Oroboros sulla bandiera. Mi entusiasmo, gli chiedo di leggermi qualche altra pagina. Lui va avanti, ma ben presto l’orologio sulla parete mi chiama al treno. Raccolgo i miei coccini e chiedo come si chiama quel libro, che lo voglio cercare.

A sentire che è un libro in lavorazione, un libro-italiano-contemporaneo e non un testo ripescato chissà dove, ci rimango secco. Il subcomandante mi promette che appena esce me lo farà avere. Preso il treno, mi addormento nel corridoio lercio

vagheggiando imprese da “disertore in avanti”.

E qualche mese dopo mi arriva davvero, il libro. Bello anche a vedersi, seppiato come uno lo immagina, con la faccetta del Vate in un cammeo. Fiume di Tenebra, si chiama. Di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, Castelvecchi editore 2010.

Leggo di Serra, di Keller, Comisso e Ada, di generali per cui il frustino non è solo una decorazione, di una estate dell’amore (un autunno-inverno, a voler esser precisi) in anticipo di quarantasette anni e di un piccolo D’Annunzio tutto nervi e sogno. Sono piaceri.

Vanni Santoni



Fiume di tenebra – L’ultimo volo di Gabriele D’Annunzio (Castelvecchi, 2010)

di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

 

[Leggi qui il prologo]

[Leggi qui il capitolo “Aspettando il tenente Keller”]

Aspettando il tenente Keller *

Il capitano Serra, seguendo la luce livida di un corridoio buio e dritto, aveva finito per trovare una stanza, e ci si era rinchiuso dentro.

Un tempo la stanza, ficcata in questo recesso appartato dell’edificio, quando il palazzotto ospitava ancora gli uffici di qualche stabilimento del porto, doveva essere stata il rispettabile pezzo di terra salva, il sacro posto di lavoro di qualche impiegato: certo, a quei tempi non doveva puzzare tanto.

Qualcuno, ora, ci aveva infilato un letto, una sedia con un paio di camicie sudate sopra, e, sotto, stracci.

La stanza aveva anche un tavolo con una candela che doveva servire a illuminare questa miseria dall’odore tanto forte da batterci i pugni sopra: era lo schifoso odore che questi ragazzi portavano addosso, e lasciavano ovunque passassero. Era l’odore di qualcosa che stava morendo senza saperlo.

La porta non aveva chiave. Serra infilò una sedia sotto la maniglia e provò a capire se qualcuno lo avesse seguito.

Sentiva il tossico agire ancora in lui, ma sentiva anche la pressione di un meccanismo autonomo che gli aveva imposto di alzarsi, muovere il corpo e cercare, come un animale ferito, un riparo.

Era ancora stordito e umiliato dal veleno, lo sapeva, e non poteva, non doveva far correre i pensieri troppo velocemente. Non doveva permettere loro di fluire. Doveva sforzarsi di renderli solidi, stabili, immobili.

Nel riparo di quella stanza, doveva fare quello che avrebbe fatto qualsiasi animale: cercare di vincere. Doveva tirare fuori da quella stanza il maleficio di quei ragazzi, il loro odore morboso di ragazzi, di pupazzi stupiti, desiderosi di adorare un idolo, lì distesi a terra come una tribù pronta a qualsiasi sacrificio, con le uniformi lise, sporche. Con i loro costumi da circo. Con le loro facce da circo. Questi uomini erano stati al fronte, avevano combattuto, avevano ucciso, erano sopravvissuti;

e ora non facevano altro che parlare di questo: di questa loro grande guerra, come se fosse la prima ad essere stata combattuta, o l’ultima; e a parlare di quando, presto, prestissimo, sarebbero tornati a combattere, perché per loro la guerra è vita: cuccioli di cane con i loro libri del liceo pieni di stupidaggini sulla vita e la morte.

Si distese sul letto e, qui, all’improvviso, la trafittura di alcune migliaia di morsi: se la stanza fosse stata illuminata avrebbe potuto vedere delle piccole bestie salirgli sul corpo. Oppure avrebbe visto che non c’era nessuna piccola bestia, e che era la pianta che gli prendeva i pensieri e glieli scioglieva in questo liquame. Doveva afferrare questo liquame, e trasformarlo in pietra.

Ma poi bussarono forte alla porta, e i pensieri persero di importanza. E anche l’odore dei soldati. E anche gli animali che lo mordevano.

Bussarono alla porta e il capitano Italo Serra si sentì strappare come da un imbuto, da una vertigine, da una voragine. Cavò una rivoltella dai pantaloni.

«Capitano, capitano», disse una voce da dietro la porta, «mi apra, ci siamo conosciuti poco fa giù al cantiere, ma lei non mi ha voluto ascoltare».

Il capitano Serra ripose l’arma.

«Temo si confonda,soldato, non sono mai stato al cantiere».

«Con rispetto, capitano, ma si confonde lei».

Probabile. Possibile. Tutto era possibile. Serra non poteva fare a meno di prendere in considerazione l’evidenza che tutto era possibile.

«Scusami soldato, ora ricordo, ma stavo riposando. Possiamo riprendere il nostro discorso domani?».

Serra sentì scoppiare una risata e si accorse che il soldato non era solo. Aveva sentito una risata di donna, e anche che il soldato stava tappando la bocca con una mano a questa donna.

«No, capitano, domani non ci sarebbe più niente da dirci. Guardi che non sono venuto da solo», la risata si fece più forte, «sono con un’amica, una bella amica e giù tutti ci dicevamo, il capitano è appena arrivato, e pure lei giù in cantiere…».

«No, soldato. Ora sono stanco, soldato».

«Ma capitano…».

«Ho solo voglia di riposare, ringrazia tutti».

«Ma capitano non vuole neanche aprire la porta per salutare la nostra amica?».

«Vattene!», concluse Serra, e aggiunse, «per favore».

Serra sentì la voce del soldato che faceva una sorta di rantolo in gola, e la donna che lo accompagnava ridere ancora. Li sentì allontanarsi, e scendere in strada calpestando delle scale

di ferro che non gli sembrava di avere mai salito, e allora si alzò dal letto, e si accorse di sentire di nuovo la carne a fargli da spessore tra ossa e pelle.

Andò alla finestra e riconobbe, o gli sembrò di riconoscere, un soldato della Disperata che si allontanava abbracciato a una bionda visibilmente ubriaca o intossicata, che indossava un paio di calzoni da granatiere: difficile dire se era più la donna ed essere sgraziata dalla divisa o la divisa ad essere offesa dalla donna.

I due cantavano, o ridevano, e la donna, gli parve, indicava la luna, come se si accorgesse per la prima volta da che era al mondo della sua presenza; come se non ci fosse stata mai prima al mondo un’altra luna come quella.

Ma doveva essere così, pensò Serra: Fiume aveva una sua propria luna, una luna calata sul fondale di questa inutile tragedia in pochi atti. E lui, Serra, era qui per recitarne l’ultimo.

L’atto finale: avrebbe preso contatto con Guido Keller, e il tenente lo avrebbe portato al suo obiettivo: il Comandante Gabriele D’Annunzio.

E poi lo avrebbe ucciso. Avrebbe ucciso Gabriele D’Annunzio.

Non era la prima volta che uccideva un uomo. Non era la prima volta che gestiva un caso del genere. Ma il fatto dolorosamente strano era, semmai, che gli sembrava che questa dovesse essere l’ultima.

Era a Fiume. Avrebbe preso contatto con Keller. Forse qualcuno, già dentro la città, avrebbe cercato di aiutarlo. Non sapeva niente di preciso. Una missione senza rete: ma andava benissimo così.

La pianta lo stava lasciando andare. Era stanco. Si sentiva infinitamente stanco e vecchio, ma la pianta gli stava scivolando via dal corpo.

Si accorse di avere il cappotto addosso; che non se lo era mai tolto, con dentro cuciti i documenti, e le carte. Se lo sfilò e si diresse, al buio, verso il tavolino. Ci si sedette. Accese la candela, e prese la cartella con i documenti, e li tirò fuori: documenti ufficiali, documenti ufficiosi, documenti che non esistevano e nessuno aveva redatto, lettere private, lettere d’amore, voci di corridoio. Molta carta, anche per questa ultima questione delicata che qualcuno gli aveva chiesto di risolvere con discrezione e senza i freni di alcuna morale inerte. Molta carta, anche per questa ultima missione che, al suo cuore rotto e avvelenato, pareva tanto straniera, come essere morti e, da morti, essere capitati in un altro mondo.

Un mondo a parte.

Prese queste carte, tutti i documenti e, uno a uno, li avvicinò alla candela. I fogli bruciarono, con lentezza, come un incantesimo. Il fumo riempì la stanza, da soffocare, e il capitano Serra si alzò e aprì la finestra, e respirò l’aria fredda del mattino che si avvicinava.

E con il mattino sarebbe sparito, infine, l’incantesimo della pianta, questa tristezza, questo orrore di sentirsi così straniero e ultimo.

Si sporse dal parapetto e lo scavalcò. Si ritrovò su una terrazza. Qui, a lato della scalinata, appollaiata sulla ringhiera, gli sembrò di scorgere un’aquila.

Una grande aquila con il becco adunco che, in quel momento, stava guardando il capitano Serra dritto negli occhi.

Poi l’aquila si stancò di guardarlo e si alzò in cielo. E allora il capitano attraversò il terrazzo, ne scavalcò la balaustra, e scivolò giù per la scalinata, seguendo l’uccello.

Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

*Estratto dal romanzo

FIUME

DI TENEBRA

L’ultimo volo di Gabriele D’Annunzio

(Castelvecchi editore)

Da ottobre nelle librerie.

Leggi anche il Prologo

Metodica delle cose inutili – La felicità

Quanto sarei felice se solo fossi felice.

Trattando della felicità possiamo dire cose molto importanti. Tutti vogliono essere felici. Tutti farebbero qualsiasi cosa per essere felici. È per essere felici che la gente vive piena di infelicità.

La felicità rappresenta l’apoteosi tetragonica dell’inutilità.

Guardiamo da vicino le parole che le danno vita. Prima di tutto, felicità, che più o meno significa allattamento, nutrimento: l’uomo è felice quando ha a che fare con il cibo. Se prendiamo la parola gioia entriamo nel campo della goduria: tolti i surrogati, quando pensiamo al godimento, pensiamo all’amore. Poi abbiamo la parola lietezza, dove lieto non può nascondere di essere la stessa parola di letame: la fertilità, certo, ma anche quel finire in poltiglia e far nascere qualcos’altro: quella forma di eternità chiamata morte, insomma.

La felicità, dunque, riguarderebbe stati essenziali dell’esistenza. La felicità è uno stato dell’essere. Felici si può essere o non essere.

Il passo fondamentale che introduce la felicità nel nostra sistema dell’inutile, dunque, è l’instaurazione di una retorica che permetta alla felicità di essere degradata a oggetto, e, quindi, di essere posseduta.

Il primo effetto del decadimento da uno stato dell’essere è una nostalgia che la ridondante fantasia umana trasforma in vaste narrazioni teologiche. I greci preferivano pensare a dei da cui siamo separati a causa della dismisura fra la loro felicità e la nostra infelicità. Più bruscamente, la tradizione cristiano-giudaica preferisce immaginare che un dio collerico ci abbia cacciato dal bengodi per tenerselo a proprio esclusivo godimento. Il succo non cambia: grazie a queste fantasie l’uomo deve vivere per colmare la dismisura e riconquistare il paradiso.

Il paradiso è l’oggetto da ottenere. A tutti i costi. La vita è la lotta feroce per conquistare questa felicità. Le diverse modalità di questa lotta, nessuna manchevole di ferocia, fanno per intero la nostra storia.

Bisogna aggiungere, poi, che oggi la qualità di questa ferocia diventa particolarmente godibile così come lo diventa quella dell’oggetto felicità, sempre più vertiginosamente inutile. La religione ha finora posto un limite a se stessa: inventa una vita come gara, ma pone regole a questa gara. Gli antichi avevano un dio sommo, Zeus, che era ospitale. Che tu ci credessi, o ti attenessi semplicemente ad una regola, ma di fatto dovevi smettere di lottare davanti all’ospite, al più debole, all’altro: dovevi usare la pietas. La stessa attenuazione, più o meno, ha avuto corso nei monoteismi.

La diga, invece, ora è rotta. La lotta è senza quartiere. È una guerra disperata. Siamo nel regno della paura. Il nostro sistema è un sistema della paura. La nostra economia è un’economia della paura. Noi compriamo la felicità. Per comprarla dobbiamo lavorare tutto il giorno fino a sentirci male. Il nostro lavoro consiste nel non fare lavorare gli altri, in uno scenario diviso fra disoccupati cronici e superaffaticati. Chi può, compra la felicità. La felicità è non avere paura. Compriamo badanti per non avere a che fare con i nostri vecchi, con la vecchiaia che fa paura; per comprare bambinaie, e non avere a che fare con la paura che ci mette addosso la confusione creativa dei bambini; per comprare oggetti, televisori e nuovi strumenti tecnologici, che ci rendano facile il rinchiuderci a casa, dove stiamo bene, perché abbiamo paura dell’esterno.

La nostra vita è un’allucinazione, la quale, se non porta alla santità, è la cosa più maledettamente inutile del mondo.

Pier Paolo Di Mino

Metodica delle cose inutili – La verità

La verità.

Se non ci fosse la verità, dimmi tu come potrei mentire?

Proverbio tardo ugaridico, secondo alcuni pre-armeno.

Dovremo spendere delle parole sull’inutilità perfetta e tetragonica della verità, e quindi sulla sua centralità nel nostro sistema di esistenza, che sembreranno ai più ridondanti: l’inutilità della verità rispetto a qualsiasi prassi concreta e immaginale della vita è, infatti, di palmare e luminosa evidenza. Il nostro discorso varrà dunque come esortativo e catechistico, e sarà volto a rinforzarci nella fede che tributiamo al sistema, per mezzo della constatazione stupefatta e ammirata della grandezza del concetto di verità, ossia della sua totale e numinosa inutilità.

Numinosa, misticamente delirante, miracolosamente illusoria, se solo ci si sofferma a constatare che, quando pensiamo alla verità, abbiamo chiaro in mente con immediatezza qualcosa che esprime l’esatto opposto del concetto di verità. Verità, da etimo, è qualcosa in cui si crede per atto di fede: è un’astrattissima costruzione della fantasia. Astratta e vischiosissima. Una macchina inesorabile dalla quale è impossibile scappare, congegnata com’è per pochissime operazioni autoreferenziali: della verità si può predicare che è una, assoluta e certa; con un sofismo che non la intacca nella costituzione, che è molteplice e assoluta in maniera transitoria; che non c’è, il che comporta che la frase la verità non c’è non può essere vera.

Con la verità non se ne esce fuori. Cadere sotto il suo ambito, è cadere in trappola. Una trappola tranquillante e anestetizzante. Quando siamo sotto il registro della sua dittatura, infatti, altro non facciamo che collocarci in due condizioni comodamente ripartite: la verità ci concede solo o di credere in essa, o di farsi congegnare, ridisegnare da noi entro i suoi ben delineati limiti: essere comandati o comandare.

È il nostro sistema di potere, che si basa saldamente sulla verità, perché, prima di tutto, la verità, con le sue tentacolari costruzioni del come deve essere, e del così come è, ci allontana con uno scarto impercettibile ma gagliardo dalla vita. La verità del come deve essere espresso teologicamente dalle ideologie; la verità del così come è imposto fisiocraticamente dalla retorica del realismo, tutte le varie sfumature elaborate da questa macchina, sono, infatti, le sole ad essere capaci, con verità e per ultime, a tenere a bada lo slancio, la forza e il paradosso della vita, che vive e muore.

La verità è il fondamento mistico di un sistema della paura e della vigliaccheria, la rivendita di una fede che offre la liberazione da qualcosa che non è una prigione.

O Morte, dov’è il tuo pungiglione?”, grida l’uomo di verità, che non sa, o finge di non sapere, che in processione, quando si festeggia il dio della vita, è il dio della morte ad essere venerato.

Pier Paolo Di Mino


Metodica delle cose inutili – Ancora sul potere

Ancora sul potere.

Dobbiamo tornare sul fondamentale concetto di potere, così come siamo arrivati ad intenderlo, ossia come potere da ottenere contro qualcuno o qualcosa, e da esercitare contro qualcuno o qualcosa. Abbiamo definito con rigore questa concezione come servile, perché il fine al quale ci chiama una simile lotta è quella di vedere gli altri assoggettati. Potremmo completare il concetto rivelando come anche chi si ritrova ad assoggettare gli altri è, inoltre, non meno asservito dei primi, non potendo fare a meno del vincolo di servitù che lo lega con costoro. Si obietterà che così si ritorna in qualche modo, sottilmente, al prototipo del re come colui che è comandato di comandare, e al potere come servizio. L’obiezione cade nel vuoto perché si dà per ovvio che l’inutilità altro non sia che una denigrazione e una parodia della realtà prototipa, che, purtroppo, non può essere eliminata e incombe sempre come minaccia.

Studieremo ora come il potere, nei suoi diversi stili, non può e non deve fare a meno di ripetere minuziosamente questi meccanismi servili.

A partire dal suo linguaggio. I greci, che hanno tanto pensato sull’uomo, privilegiandolo sul divino, concepiscono la natura umana come intrinsecamente infelice. Ad essere felici sono gli dei, con i quali, eppure, condividiamo la medesima matrice: sia un dio che un uomo nasce dalla terra. È questa comune matrice che fa sperare il greco in una perfettibilità dell’uomo che lo possa rendere simile a un dio. Simile a un dio, e negato ad un destino di disperazione, appare in Omero il feroce Agamennone e, suo contraltare, il capriccioso Achille. Aristotele non vorrà troppo allontanarsi da questa fantasia, reputando l’uomo, in quanto eretto e pensante, simile a un nume e, quindi, in cima ad una immaginifica scala gerarchica che lo pone al di sopra della natura. La natura può essere usata a piacimento dall’uomo. E non solo, perché, fra gli uomini c’è chi è più divino, eretto e pensante: per esempio il maschio nei confronti della femmina e, giacché qualcuno nasce schiavo di natura (non ci può essere altra spiegazione!), il padrone nei confronti del servitore. E da questa figurazione nevrotica, in chiave malinconica, nutrita di senso di inferiorità e mania di persecuzione che deriviamo in scioltezza il linguaggio della supremazia e della sudditanza. Una necessità insieme di supremazia e sudditanza. Chi non vede bene subito questo blocco, può essere illuminato dall’importanza data nelle determinazioni del potere alla parola controllo. Controllo è una parola che ci è molto famigliare. Non c’è bisogno di ricordare che la nevrosi altro non è che un particolare modo di usare la propria fantasia, imbrigliandola in concetti chiusi e oppositivi, concretizzati realisticamente (quel realistico parodia della realtà): per sua natura è una forza che si oppone al libero fluire della realtà. La parola controllo (contra rotulum, contro il rotolare) è la parola di questa opposizione. Tutti sappiamo che dobbiamo avere tutto sotto controllo o conosciamo la premura degli stati ad offrire garantita la sicurezza per tutti: queste sono solo un esempio delle tante parole chiave che costituiscono quella intima soddisfazione del piacere personale di ogni paranoico. Una paranoia soddisfatta al punto tale da potere essere definiti fra i primi mattoncini della nostra concezione del potere. Controllando, infatti, non facciamo altro che instaurare con la realtà un rapporto fatto di vincoli, e di asservirci in esso. Rinunciando al libero fluire della realtà, del resto, rinunciamo a quella forza libera che i greci chiamavano Dioniso. Rinunciamo a un potere reale per una rassicurante esistenza di servaggio. E dall’istinto al controllo che viene il vincolo della supremazia e del controllo.

Se ora siamo tutti edotti su come il controllo sia costitutivo nella nostra concezione servile del potere, possiamo passare alla valutazione di quegli stili che ci permettono, per così dire, di usare la macchina. Dovremo insomma parlare del prestigio, dell’ambizione, dell’efficienza, del carisma.

Pier Paolo Di Mino

Metodica delle cose inutili – Il potere

Il potere.

Il potere è un verbo servile.

Ciò che non è inutile, può sempre diventarlo. Eserciteremo questo concetto su un tema sostanziale della nostra concezione di vita: il potere.

Il potere, secondo una nota fantasia etimologica, sarebbe un potis esse, l’essere un signore, un re. Un re, ora, altro non è che un uomo comandato dagli altri di comandare. Se l’atto in sé del suo comandare è un servizio agli altri, è chiaro che anche l’oggetto di questo comandare altro non può essere che il servire gli altri. Il potere, allora, è un servizio, qualcosa che si ottiene dagli altri per gli altri. La più estesa nozione di democrazia dovrebbe essere in questa senso intensa come il riconoscimento della piena regalità (della sua disposizione e capacità a servire gli altri) di ogni individuo della collettività.

Noterete che questo ragionamento coglie i nessi per analogia e per metafora, spingendosi verso l’esterno con vigore. Per raggiungere l’inutilità dovremo seguire una rotta del tutto opposta.

Non è difficile, perché se il precedente è un ragionamento (il che ci chiama pur sempre ad un impegno) quello che noi dovremo seguire è piuttosto il filo tenace di un sentimento che nutre dal profondo la maggior parte delle nostre azioni: la nevrosi. Nella nevrosi, infatti, riusciamo con abilità a non cogliere mai l’insieme a favore dell’ossessiva contrapposizione delle parti. Come nella guerra di Swift dove si contende se essere devoti al sedere dell’uovo o al suo cacume perché non si riconosce più l’uovo nella sua totalità.

Per arrivare a concepire il potere come qualcosa che si ottiene contro qualcuno o qualcosa, e che si esercita su qualcuno o su qualcosa, la chiave è semplicemente questa: nutrirsi di bizzarre fantasie nevrotiche. Come, per fare un esempio sempre valido, la fantasia della gazzella e del leone, secondo la quale tutte le mattine una gazzella si sveglia e, non si sa perché, comincerebbe a correre inseguita da un leone anche lui in vena di attività atletica. Per fortuna nella realtà il leone, più saggiamente, bada a non sprecare in maniera vana le proprie energie, dorme venti ore al giorno, fa cacciare le sue femmine, e si accontenta di mangiare le gazzelle più male in arnese con grande vantaggio della comunità delle gazzelle, che devono aver finito, per questo motivo, di reputarlo il loro re, se non quello di tutti gli animali. C’è anche la fantasia della giungla: la vita è una giungla dove si lotta per vivere. In verità in una giungla si lotta per non morire, il che è una notevole sfumatura: ma un nevrotico è tale appunto perché le sfumatura non le coglie più. Come nel famoso racconto del Nazareno che passa in un posto di Gerusalemme dove c’è una piscina. Dicono che nella piscina tutte le mattine si bagni le ali un angelo e che il primo che si laverà nella piscina verrà guarito da tutti i suoi mali. Il Nazareno, una mattina, nei pressi di quella piscina vede un paralitico e gli viene da ridere, perché insomma, un paralitico in una gara di corsa non vincerà mai. Glielo dice pure allo storpio, ma dai, tirati su e impara a reggerti sulle tue gambe invece di fidare in queste storie. Parla per metafora, e, pare, quella metafora la capisce pure il menomato, che prende e se ne va. In seguito si è parlato di miracolo, perché un nevrotico ha un solo modo di leggere le cose, e un miracolo può sospendere solo in via del tutto eccezionale la sua unica realtà: che la vita è una lotta.

Potremmo moltiplicare gli esempi, ma reputiamo di essere stati chiari.

Aggiungiamo solo una variante importante di questo sentimento nevrotico, quella che non riconosce la benigna natura immaginale della nevrosi stessa. In questa variante la capacità di vedere una cosa in contrapposizione del tutto viene rimossa e penalizzata con un efficacia manovra di demenza mistica. Il potere diviene il male a cui si contrappone il bene e l’amore. Un modo come un altro per dare consistenza a una fantasia disturbata.

Potete scegliere una qualsiasi delle due opzioni, l’importante è che consideriate sempre il potere come un vincolo servile, da ottenere servilmente (dovremo più in là esplorare i concetti di ambizione, dovere, onore, efficienza e via dicendo), per ottenere dei servi.

Pier Paolo Di Mino