1975

1975 (Caratteri mobili, 2010)

di Franz Krauspenhaar

Mantenere una disperazione tutto sommato funzionale. A quello che si scrive. Siamo tutti infelici, per me è chiaro. La felicità infatti è un prodotto dell’entertainment, come il cinema 3D. Quanto si può essere felici? […] È sciocca la felicità, e ancor più sciocca è la sua ricerca.

 

Provate a chiudere gli occhi. Provate a immaginarvi Milano nel 1975. Lì, tra quelle strade, nella periferia della città, Franz è nel momento più delicato della sua adolescenza. Quel periodo confuso e di passaggio tra i 14 ed i 15 anni, in cui tutto sembra allo stesso tempo possibile e perduto, in cui si fondono noia e voglia di vivere, durante il quale si ha voglia contemporaneamente di spingere a tavoletta l’acceleratore e di perdersi fino a scomparire. C’è il gelo della città che tutto pervade, «un gelo enorme che arrivava dritto fino all’estate», c’è una metropoli dal cuore durissimo che fa da sfondo alla vita quotidiana del protagonista. Franz ha voglia di fallire in tutto. Vuole essere sconfitto. Trascorre le sue giornate tra la scuola e i suoi due-tre amici, tra lo stadio e i bar dove può bere liberamente fino ad ubriacarsi. Attorno a lui c’è il nostro paese che cambia pelle. Gli avvenimenti del tempo sono raccontati con gli occhi di un adolescente attraverso un vasto repertorio di prodotti culturali, di merci: dalle riviste porno alla musica, dai nuovi prodotti alimentari al cinema. L’Italia è in fermento. Franz è in fermento. Attirato dalle idee di estrema destra – il suo mito sarà il gruppo paramilitare dell’Oder Neisse – sogna anche lui di compiere azioni efferate che destino scalpore. Detesta Pasolini e il suo mito è Lando Buzzanca. Ma, alla fine, tutto è destinato a cambiare. Sarà proprio l’omicidio dello scrittore a segnare un imprescindibile punto di svolta nella vita e nelle idee del ragazzo.

Romanzo autobiografico, divertente, caustico, dissacrante, 1975 ci racconta uno scorcio di un periodo con cui non abbiamo ancora fatto definitivamente i conti: le lotte politiche, le ardenti passioni, le conquiste sindacali, il terrorismo rosso e nero. Tutto si tiene in un equilibrio precario. Krauspenhaar, scrittore noto ai lettori e molto attivo in rete, racconta la sua adolescenza, i suoi cambiamenti, la sua personale formazione culturale. Ed è una sorta di cartina di tornasole di un’intera generazione.

 

Alle soglie dei cinquant’anni, acciaccato come altri ma per nulla stanco di percorrere questa nostra strada che sentiamo così nostra, avverto la mia disperazione come una sfida, che solo la vitalità può cogliere. Se la felicità esiste solo in morsi, presi di tanto in tanto con la volontà di vedere gli astri di un luminoso riscatto, la vitalità, disperata quanto può essere, è tutto ciò che veramente abbiamo. E la teniamo, stretta a noi, come un regalo.

 

*Caratteri mobili è una giovanissima casa editrice barese che punta – nella sua collana “molecole” – a compiere «aggregazioni narrative poliatomiche, legami letterari covalenti, meccanica quantistica della materia scrittoria».

 

Serena Adesso

Aspetta primavera, Lucky

Aspetta primavera, Lucky (Edizioni Socrates, 2011)

di Flavio Santi

 

Arrivo la sera morto, con gli occhi cotti come due uova in padella.

 

 

Ci sono dei libri che non ci lasciano indifferenti per principio, perché appartengono al nostro mondo ancor prima che alla scrittura, alla loro scrittura.

È un fatto strettamente personale, qualcosa che incrocia il nostro percorso fatto di altre letture e altre riflessioni; qualcosa che ci avvicina per principio al libro in questione, che ce lo rende fin troppo prossimo. Insomma, ci sono libri che per mille motivi non sfuggono a una lettura partigiana, viziata da un’invasione di campo che ci spinge a ingaggiare una lotta, più che una lettura: con o contro di loro.

È da queste premesse che nasceva il mio iniziale scetticismo nei confronti del libro di Flavio Santi, che tra tutti andava a toccarmi proprio il mio adorato Bianciardi (e il Bandini di John Fante); motivo per cui ho apprezzato di meno le prime pagine, dove ancora dovevo liberarmi dai miei pregiudizi e da ogni resistenza dettata dalla diffidenza nei confronti di una certa sfrontatezza dimostrata dall’autore – eppure, mi dico oggi che l’ho letto, in quel momento non ero forse la stessa persona convinta del fatto che sia meglio cimentarsi coi grandi e rischiare un grande fallimento, piuttosto che gareggiare col primo babbeo che va di moda?

E infatti dicevo dell’incipit, dove il protagonista sogna Pasolini, mica noccioline: Pasolini che anziché esser fuggito a Roma si è fermato in Friuli, a lavorare come insegnante nelle scuole medie, e che non ha più tempo per scrivere poesie né provare a fare un film. È a partire da questa invenzione dell’inconscio che Santi ci regala un’invettiva sulla condizione dell’intellettuale nel terzo millennio; in particolare quella di un traduttore – ed ecco qua Bianciardi e la sua Vita agra – che deve combattere con un mondo editoriale ridotto a spettacolo grottesco, a fiera delle vanità, dove la sopraffazione è un valore riconosciuto da tutti.

I personaggi che abitano le pagine di questo romanzo restano impressi al pari del protagonista, nel quale può riconoscersi chiunque viva oggi sulla propria pelle la condizione di lavoratore precario: basti pensare al collaboratore editoriale Danilo Casupola – che ripete continuamente: «A quando il botto?» riferendosi al Pirellone o Torracchione bianciardiano –, licenziato per far posto a un raccomandato; o allo scrittore Adamantino Pollastri, uno molto potente e in vista, uno che si lamenta del suo successo che l’ha trasformato in “brand”; senza dimenticarsi di Tano Dere, un conduttore televisivo che fa trasmissioni sui libri senza mai averne letto uno.

Il prodotto di questo mondo, a cui il protagonista rimane attaccato a costo di enormi sacrifici – perché ci starebbe volentieri al posto di Adamantino Pollastri, anziché dover elemosinare traduzioni per pagare le bollette –, è una persona incapace di esplodere, tanto per non discostarci dalle pagine della Vita agra: un uomo che anche volendo non distruggerebbe niente, circondato com’è da sole macerie. Un uomo che a forza di accettare è diventato persino incapace di scegliere, diviso fra due donne così come lo è fra il sogno e la realtà: da una parte la moglie Giulia, che ancora crede all’utopia (al comunismo), e di cui è innamorato di un amore delicato ma evanescente; dall’altra Sveva, che raggiunge a Roma ogni volta che può per sfogare le sue pulsioni sessuali – due parti che non formano comunque un intero: quella Simone Weil che è il sogno erotico segreto del protagonista.

Per quanto odi il potere e l’aura d’arroganza e ipocrisia che lo circonda, Fulvio Sant – alter ego dello scrittore, che suona all’orecchio come una sorta di kamikaze – è un uomo che non riesce neanche più a urlare i suoi vaffa, ma che al massimo se li sogna, e che come lo struzzo (della copertina del libro) mette la testa sotto terra; ma ci sente lo stesso, eccome se ci sente. Infatti non c’è niente di consolatorio in questo libro, a partire dalla scrittura stessa di Santi, che arriva dritta al cuore del problema e delle cose: una scrittura che mette in subbuglio e lascia il segno, e che soprattutto non risparmia nessuno, né vincitori né vinti.

 

Simone Ghelli

Trauma cronico – Noi chi?

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 Pier Paolo Pasolini


C’è una buona nuova per il nostro futuro, di quelle da poter stare sereni: Walter Veltroni torna alla vita politica del PD.

Quando la scorsa settimana ho saputo di questa notizia mi sono sentito risollevato, finalmente ottimista, pur non negando di essere un po’ preoccupato e dispiaciuto per i bambini africani, quelli che conservano ancora quel pezzo lasciato lì, che aspettano oramai da oltre sei anni il nostro Walter nazionale, politico, nonché autore del libro NOI.

Di certo avrebbe avuto un gran da fare, l’ex sindaco di Roma, nel continente nero (paraponziponzipò?), avrebbe potuto chessò, come Rimbaud dedicarsi al contrabbando d’armi, oppure investire in scuole ed ospedali, ma no, meglio l’appartamento a New York; l’ex lider del PD è uno che guarda avanti, al futuro.

Però mi chiedo: ma quando parla di noi, di chi parla, il nostro buon Veltroni? E noi che paghiamo 400 euro per una stanza a Roma con estranei, noi che ne guadagniamo 700, noi che non è che viviamo, noi che resistiamo, senza nemmeno la certezza che quei soldi, quel lavoro, ci saranno anche il prossimo mese. E noi?

Noi che una volta almeno c’era il Partito Comunista, noi che abbiamo trovato soltanto piccole rifondazioni suicide. Noi che oggi, sebbene avessimo buone ragioni per votare quel che resta dei Comunisti, o Sinistra e Libertà, o PD, o addirittura Di Pietro, abbiamo ottime ragioni per non votare nessuno di questi, per non votare. Noi, senza futuro, che ce lo siamo presi nel culo.

Noi che un figlio come lo manteniamo, noi che una casa come la compriamo. Noi che ci è toccato Berlusconi, noi che se ci è toccato Berlusconi è anche e soprattutto per colpa di quell’altra parte.

Noi che sappiamo che i D’Alema, i Bersani, i Veltroni, sono come Berlusconi; sono stati loro a consegnare questa misera Italia nelle mani del Cavaliere e dei suoi accoliti. Noi che siamo incazzati.

Veltroni sì che tornerà di moda, Veltroni piace a tutti, addirittura più di Rutelli, che geloso s’è creato la sua alleanza nuova di zecca, strizzando l’occhietto a Casini, e sotto sotto al Cavaliere. La politica in Italia, è un tristo funerale che dura da vent’anni…

Ma non tutti i maiali vengono per cuocere, come dice il proverbio. Per i figli dei maiali, per non farli crescere maleducati, per l’educazione dei figli c’è Rai Educational, disponibile per coloro che hanno acquistato un nuovo televisore oppure il tanto pubblicizzato decoder, ovvero la tassa sulle televisioni; che vita sarebbe senza decoder?

E per i figli di nessuno, i figli dei comunisti ad esempio, nel caso non venissero mangiati rimarrebbero dei veri scostumati, mentre i figli degli internauti saranno educati come grillini al grido di “Vaffanculo”… ah la civiltà italiana, la cultura italiana!

Il futuro è finalmente roseo, anzi no, azzurreo, come quello che trasmette la mia televisione dall’avvento del digitale terrestre, che poi, ad esser sincero, quell’azzurro è molto più interessante della maggior parte dei programmi che trasmettevano prima. Bella così, è la televisione, azzurra, trascorrerei ore lì davanti, ma purtroppo o per fortuna ho sempre cose ben più interessanti o divertenti da fare.

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 1

Banda di scrittori fermata al confine, volevano rubare le parole al Presidente!

Così titolarono tutti i quotidiani di quel venerdì 2 ottobre 2009.

La grande manifestazione nazionale per la libertà di stampa era attesa per il giorno seguente. Si sarebbero riuniti a Roma i più importanti giornalisti, opinionisti, scrittori e intellettuali del nostro paese, che sentivano il dovere civico di denunciare una situazione diventata ormai inaccettabile.

La maggioranza degli italiani stava dalla parte del Presidente, anche se alcuni di loro se ne vergognavano un poco. Gli è che nel resto d’Europa non eravamo proprio ben visti. Insomma, a dirla tutta ci consideravano proprio dei pagliacci, sempre lì pronti a fare battutacce e a buttarla in vacca per qualsiasi cosa. La cosa bella è che anche quella che si definiva opposizione aveva finito col tempo con l’accettare lo stesso gioco, e così l’informazione era diventata piuttosto un esercizio alla diffamazione continua. Chi non accettava di stare al gioco veniva ignorato. Era questa una forma di censura assolutamente all’avanguardia, che non sprecava neanche più tempo a sporcarsi le mani con tagli o bip.

Fu per questi e altri motivi che la banda di scrittori di cui sopra decise d’intraprendere un lungo e rischioso viaggio per portare a termine un’ancor più rischiosa missione.

In verità, tutta questa storia era cominciata per un motivo apparentemente stupido.

I cinque individui, poiché tale era il numero di questi condottieri di penna, erano piuttosto squattrinati. Facevano parte di quella generazione di precari di cui tutti parlavano a mo’ di slogan, ma delle cui storie nessuno o quasi s’interessava. La loro visione del mondo era piuttosto stramba, poiché non s’erano adeguati al nuovo digitale terrestre – non si sa se per motivi ideologici o per necessità economiche – e di conseguenza si procacciavano le informazioni soprattutto in rete, quando non addirittura per strada, visto che il dono della favella non doveva certo mancargli. Pare che queste buone abitudini avessero contribuito a salvaguardare in parte le loro facoltà di discernimento, e che, spinti da un’eccessiva fiducia nello spirito di solidarietà dei loro connazionali, si fossero messi in testa di perseguire un obiettivo degno della penna del Bianciardi.

Si erano conosciuti in un quartiere romano molto alla moda tra gli artisti e gli intellettuali, dove si respirava ancora qualche refolo di quell’aria di borgata che tanto aveva ispirato Pier Paolo Pasolini. I detrattori del giorno dopo puntarono subito il dito contro questa sorta d’intossicamento culturale che ancora spingeva una minoranza a protestare, e che aveva conseguito il bel risultato di produrre un non ben noto gruppuscolo di sedicenti scrittori decisi a usare la penna a mo’ di arma. C’era chi propose di chiudere certi ambienti, fossero semplici locali o centri sociali, e chi addirittura avanzò l’ipotesi di militarizzare l’intero quartiere. Questi erano i più ingegnosi, poiché vollero far credere che in quella strada di ritrovo – detta l’isola per via della sua natura pedonale, ma anche perché circondata dalla fiumana d’auto che scorreva tutt’intorno – si fosse verificato un accumulo di cattivi pensieri, una sorta di nuvola pregna che gravava minacciosa sulle teste dei cinque. Respira oggi che respira domani, quel veleno aveva finito con l’intaccare la materia grigia degli scrittori – o scribacchini, come li appellarono alcuni – sommandosi così all’altro veleno rosso che gradivano assai. A ben vedere si trattava di una lettura piuttosto originale della teoria di Epicuro sull’aggregazione degli atomi, che influenzerebbero le nostre azioni in base al loro movimento – di cui noi saremmo dunque effetto – ma anche a vederla così non ci sarebbe stata materia di che condannarli. Insomma, questa banda di letterati aveva fatto né più né meno di quello che dovrebbero fare tutti quelli della loro specie: aveva respirato l’aria di un dissenso mormorato e se n’era fatta portavoce.

Nonostante tutto, quel sabato di ottobre sul palco di Piazza del Popolo non ci fu chi salì a parlare in difesa di questi cinque cavalieri erranti tra le righe della sintassi. Ognuno fu prodigo d’interessi per la propria parrocchia, com’è uso e costume di questo paese che impara a memoria Foscolo e Manzoni, ma che poi si perde nelle dispute sulle ricette regionali.

Le bandiere sventolarono e i microfoni fischiarono, ma non fischiò il vento né urlò la bufera mentre il Presidente reclamava le sue parole con l’uso delle tenaglie.

Simone Ghelli