La sentinella di ferro

Ripubblichiamo il racconto del nostro Simone Ghelli, vincitore del primo concorso “Microfinzioni” del blog minima & moralia

Una vita risucchiata dal vuoto.

Ecco quello che vide Ermete la prima volta che ci rimise piede.

Tutta la fatica, il sudore, la forza dei muscoli in tensione, in armonia con il rumore folle delle macchine, e le esplosioni di calore, e i boati, e quell’odore di bruciato che li assediava ovunque; tutto questo era come evaporato, risucchiato dal verminaio di tubi che correva sotto ai suoi piedi.

(continua altrove)

I miei mondiali – quasi un racconto…

Siamo arrivati al fatidico appuntamento con i mondiali, cazzo. Da ragazzino l’anno dei mondiali mi metteva allegria, adesso mica tanto, ché mi dico son già passati altri quattro anni, porca d’una zozza, e io sono ancora qui a coglioneggiare. Tanto per ingannare l’attesa mi sono messo in testa di scrivere un racconto sui mondiali, pure se di calcio m’importa una mazza dal 1998 o giù di lì, guarda caso proprio l’anno dei mondiali in Francia. Il tempo vola, Berta ‘un si marita e io non sono messo meglio di lei, ché devo ancora decidere cosa fare da grande, sono rimasto quello di Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, che si barcamena tra editore, scrittore, traduttore e lettore. Faccio di tutto ancora oggi, magari male ma lo faccio. Ho smesso di occuparmi di calcio, però, ed è un bel vantaggio, ché sai quanto tempo risparmio in discorsi oziosi il lunedì mattina, sai che libidine non sapere chi è in testa alla classifica e chi allena la Juventus… non te lo immagini nemmeno. Ti fa l’effetto d’essere un alieno, ma è divertente vedere l’espressione inebetita del barista mentre ti serve il caffè e si rende conto che non sai dove gioca Totti e quante reti ha segnato nello scorso campionato. E tu lo sai quanti libri ha scritto Leonardo Padura Fuentes e quanti premi Casa de las Americas ha vinto? ti verrebbe da chiedergli, ma non glielo chiedi, temi che ti ricoverino alla neuro di prima mattina, ché a Livorno l’ottavo padiglione l’hanno chiuso, ma un posto per i matti lo trovano sempre.
I miei mondiali ve li voglio raccontare, però. Un tempo ero parecchio fissato col calcio, roba che se la domenica non mi facevo una pera d’olio canforato non vivevo, drogato perso di pallone, prendevo metadone d’erba tagliata (di campo… cosa avete capito?), se non vedevo una partita a settimana stavo male e spesso non bastava…
Era il 1966 e non capivo una mazza, facevo la prima elementare, a casa mia c’era un televisore in bianco e nero comprato a rate, il ricordo dei mondiali inglesi è confuso, rammento le bestemmie di mio padre seduto in poltrona mentre malediceva un dentista. Cosa cazzo gli aveva fatto il dentista l’ho capito dopo, c’è voluto del tempo, anche se adesso un ritornello mi perseguita, ogni volta che sbaglio qualcosa e provo a giustificarmi c’è babbo che dice: “Dài la colpa alla Corea!”. Povero Mondino Fabbri che portava un paio di occhialini da persona tanto per bene e povero anche Pascutti con la pelata da pensionato, ma povero anche me che mi ciuccio il refrain del dentista da oltre quarant’anni.
Il Messico me lo sono goduto di più, avevo un’età ragionevole, potevo imparare a mente la formazione e scambiare figurine con gli amici, ma le partite si giocavano di notte e – a parte la finale – me le son viste tutte registrate. Italia – Germania 4 a 3, partita indimenticabile, c’hanno pure fatto un film, siamo andati avanti anni a rivederla, quel goal di Rivera, i sette minuti di staffetta con Mazzola, roba pesante, droga allo stato puro. Gigi Riva, Boninsegna, zio Valcareggi, De Sisti, Domenghini… mitologia del calcio. La finale col Brasile mi fa venire a mente la colata continua dell’acciaieria, non so il motivo, forse perché vivevo a due passi dalla fabbrica che da tempo immemorabile ammorba la mia città. Era estate, tra il primo e il secondo tempo me ne stavo in terrazzo a sparare cazzate con gli amici dei palazzi vicini che si affacciavano su cortili sporchi di polvere di carbone. Si vinceva uno a zero, aveva segnato il vecchio Bonimba, ma il miraggio durò poco, alla fine il Brasile ce ne dette quattro e il resto mancia.
Triste Germania del 1974 che mi fa venire a mente un libro di Giovanni Arpino, me lo sono letto cinque volte Azzurro tenebra da quant’era bello, chissà perché non ci sono più gli scrittori di calcio d’una volta, gente come Gianni Brera e Beppe Viola. Avranno fatto la fine delle mezze stagioni, dei discorsi portati via dal vento e delle biciclette rubate dai livornesi? Non lo so, ma la storia di quei tristi mondiali la racconta bene Arpino, non voglio sciupare la magia che sa dare uno scrittore vero, leggetelo se avete tempo. A me viene a mente solo Mazzola con la maglia numero sette che fa l’ala tornante, ma lui non ci vuole stare sulla fascia destra, non è il suo ruolo. Mi ricordo Giorgione Chinaglia, gigante buono, che d’un tratto s’incazza e manda affanculo zio Valcareggi, povero Cristo. Tutto il resto buio totale, rammento solo che ci cacciarono fuori al primo turno.
L’Argentina del 1978 è il ricordo dei miei diciott’anni, cazzo, quanto tempo è passato. Arriviamo quarti, ma il mondo è cambiato, il calcio è degli olandesi che corrono come matti, sembrano pagati. Forse pensavo ad altro, era l’anno della maturità, la strizza mi perseguitava in vesti di folle paura che mi cambiassero la materia, avevo studiato solo italiano e filosofia, del resto non sapevo un cazzo. Tu pensa se usciva greco, non ce l’avrei mai fatta. E in quell’estate di paese, finita la matura e uscito da quel cesso di liceo classico Giosuè Carducci con quarantadue, minimo sindacale per uno che studiava poco come me, c’erano tante sagre e parecchie feste di partito, ancora non era finita la prima repubblica. Ricordo i mondiali del 1978 visti in televisione alla festa del garofano, ai tempi che c’era ancora il partito socialista, ma pure alla festa del bianco fiore sui giardini prensili di via Leonardo Da Vinci, erano salsicce democristiane ma andavano giù bene come quelle comuniste di piazza Dante. Ci tirammo su dalle delusioni mondiali a forza di birra chiara e sbornie di vino, ché sarebbe stata l’ultima estate da fancazzista, dopo cominciava l’università e si studiava davvero.
I mondiali di Spagna del 1982 scorrono come un sogno sui lungarni di Pisa, esame di diritto diplomatico e consolare mentre al Bar Cipriani facciamo nero il Brasile, mi vedo la partita di straforo prima di beccarmi un onesto ventinove. E per la finale non posso fare a meno di scappare a Piombino, insieme agli amici della sezione arbitri, ché facevo pure l’arbitro di calcio, mica mi bastava vedere le partite. Mondiali di Spagna che vinciamo alla grande contro gli odiati tedeschi, girandole di auto a far casino in piazza Verdi, inno di Mameli come fosse Baglioni, Viva l’Italia di Francesco De Gregori che esce gracchiando da un Autovox Canguro parecchio scassato. Bearzot aveva capito tutto ma non lo dava a vedere, i tifosi lo portano in trionfo come un eroe nazionale, aveva avuto parecchio culo come capita spesso, ma non fa niente, quel che conta è restare nella leggenda. Paolo Rossi finisce nel refrain d’una canzone di Stefano Rosso, una cosa intitolata L’italiano che sono rimasto solo ad ascoltare: e la domenica ho problemi grossi/ segna Giordano oppure Paolo Rossi. Povero Stefano Rosso, che è morto sei o sette mesi fa, nessuno si ricorda più di lui, ma a noi ragazzi degli anni Settanta piaceva parecchio.
Messico 1986 non mi ricordo un cazzo, ché stavo insieme a una ragazza pallosa, lei odiava il calcio, diceva sempre ce l’ho qui la brioche! tamburellando le dita sul mio capo, perché una sottospecie di comico chiamato Zuzzurro aveva inventato quella gag maledetta insieme alla spalla Gaspare. Per lei la brioche era il gioco del calcio, diceva che ce l’avevo in testa e forse era pure vero, ma mica facevo niente di male se volevo vedere i mondiali. Niente da fare. Se guardi i mondiali non si tromba, diceva. L’argomento era convincente.
La mia età d’oro dei mondiali finisce qui, ché dopo tutto diventa più ordinario, anche se nel 1990 si gioca in Italia e arriviamo terzi, lasciamo il primo posto alla Germania. Ma ho già trent’anni, una laurea in tasca in una materia che non m’interessa per niente, come capita a molti, lavoro da tre o quattro anni, un cazzo di lavoro che mi logora l’anima, ma me lo porto dietro ancora oggi, pure se sogno di lasciarlo ma so che non accadrà mai. Nel 1994 andiamo negli Stati Uniti e si perde ai rigori con il Brasile. Arrigo Sacchi è parecchio antipatico, per lui sono quasi contento, ma Franco Baresi e Roberto Baggio fanno tenerezza, poverini, si battono il petto da veri responsabili della sconfitta. Arrivare secondi per colpa dei rigori dispiace, ma si perde col Brasile, mica con la Corea del dentista, ci può anche stare. La Francia del 1998 me la ricordo bene perché è stato l’anno che ho chiuso con il calcio, ho smesso di arbitrare, staccata la flebo dal braccio, mi sono disintossicato. Peccato che nello stesso anno mi sono innamorato di Cuba e d’una cubana, sono passato da una malattia all’altra, adesso il mio metadone non è l’erba tagliata d’un campo e l’olio canforato, ma l’opera completa di Pedro Juan Gutiérrez e i racconti di Yoani Sánchez. Meno male che in Francia facciamo cagare, perché non vedo neppure una partita, ho portato via Dargys da Cuba, passiamo da un locale all’altro, balliamo, mangiamo pizze, sbafiamo cene cinesi, la gastrite non mi tormenta ancora e i figli devono arrivare. I mondiali coreani passano come una meteora nel 2002, non mi rendo neppure conto che qualche partita la giocano in Giappone. Si riperde contro la Corea, questa volta è quella del Sud e non ci sono dentisti, tutti danno la colpa a un arbitro cornuto che fa il possibile per spezzarci le gambe. Non lo so, non me ne sono accorto e poi da ex collega non posso infierire. Spero solo che l’abbiano pagato bene. Siamo all’altro ieri, cazzarola, sono passati quattro anni, come dicevo prima, e siamo sempre qui che ce la meniamo senza trovare il bandolo della matassa. Siamo al 2006 quando si rivincono i mondiali in Germania, mia moglie è incinta di Laura, vediamo la finale sul terrazzo della casa di mare, insieme a mia madre e mio padre, lei col pancione seduta per non affaticarsi, mio padre parecchio meno incazzato che nel mondiale inglese del dentista. Il tempo passa, le emozioni si stemperano, la vita modifica caratteri e persone, in meglio o in peggio non so, ma cambiare si cambia. Cabeza blanca Lippi guida gli azzurri in panchina, più antipatico non potrebbe essere, quasi peggio di Sacchi, arrogante come pochi, parla di calcio e gli pare di spiegare la critica della ragion pura, non si rende conto che dice un mare di cazzate. Ma hai voglia a dire, ha ragione lui, ché per dire cazzate lo pagano piuttosto bene, mica come me che le dico gratis. Agroppi ci litiga spesso con il vecchio Lippi, a me sta più simpatico Agroppi, pure per campanile, ché lui vive a Piombino e ogni tanto lo vedo, mi saluta, mi chiede come vanno le cose. Povero Aldo, mi sarebbe piaciuto vederlo allenare la nazionale in Sudafrica, invece che al circolino della Magona mentre gioca a brisca e tresette con i pensionati. Agroppi mister di un’Italia sudafricana al posto di Lippi, pensa che goduria, almeno ci si divertiva, si sentiva qualche battuta della serie io mica so’ nato a Nazaret, so’ di Piombino e i miracoli non li faccio, oppure prendeva per il culo qualche giornalista intervallando i battibecchi con Mourinho. Ne avesse azzeccata una anche Agroppi, meno male che una partita in nazionale l’ha giocata ed è stato pure una colonna del Torino. Tengo ancora tra le cose più care una sua foto con dedica mentre indossa la maglia della nazionale, me la dette in via Gaeta un milione di anni fa, davanti al ristorante di sua madre. “Conosco tua mamma”, mi disse. Avevo dieci anni e mi sentivo importante. Aldo Agroppi conosceva la mia mamma. “Si viveva in via Pisa e si faceva la fame, ma ci si voleva parecchio più bene”. Allora mica lo capivo questo fatto del volersi bene, caro Aldo. Adesso sì, ché sono più vecchio e ho visto tante cose, persino posti dove non c’hanno un cazzo ma si vogliono bene. E mi piacerebbe davvero tornare ai tempi di via Pisa, così, tanto per vedere. Sarebbe come vincere un mondiale.

Gordiano Lupi

La dismissione

La dismissione (Rizzoli, 2002)

di Ermanno Rea

Per il palato di uno come me, che viene da una città industriale come Piombino, il romanzo di Ermanno Rea assume tutto un sapore particolare. Un sapore che ricorda certi odori delle acciaierie, che mi accompagnano sin da quando ero bambino e che variano in base ai venti. Di quegli odori che ti si attaccano alla pelle e ai vestiti e di cui non ti scordi più, che sanno di cieli innaturalmente arrossati e della limatura di ferro che in certi giorni, insieme alla sabbia delle dune marittime a ridosso della fabbrica, sembra posarsi dappertutto, anche nelle narici e sulla lingua.

Per chi, come il sottoscritto, nella fabbrica c’è anche entrato – se pur per un brevissimo periodo, come brevi sono gli unici due racconti che ad essa ho dedicato – questo sapore si suddivide poi in una gamma di odori più specifici, di immagini un po’ apocalittiche che Ermanno Rea sa restituirci magistralmente, senza mai compiacersene troppo.

La storia di Vincenzo Buonocore, ex operaio poi divenuto tecnico specializzato, va infatti oltre i confini di Bagnoli dov’è ambientata, poiché ci parla di un’Italia che sta ormai scomparendo, di un paese che è tornato a essere preda di lotte intestine che ne minano la pur precaria unità.

Da questo punto di vista La dismissione è anche un romanzo profetico, e in questo consiste forse la sua grande forza, poiché, a distanza di quasi otto anni dalla sua uscita, il libro di Rea ci parla del processo, politico e culturale, in atto nel nostro paese (un processo iniziato già negli anni ’80, e acutizzatosi, proprio come per l’industria siderurgica, nel corso del decennio successivo).

Un romanzo, dunque, che attraverso la storia di una delle ultime grandi lotte del movimento operaio ci parla in sostanza della dismissione del sistema Italia, della sua svendita, pezzo dopo pezzo. Con la differenza sostanziale che nel lavoro maniacale e certosino di Vincenzo Buonocore, che la maggior parte degli operai in lotta sembra non comprendere, trasuda l’amore totale e devoto nei confronti della sua fabbrica, che se proprio deve finire nelle mani dei cinesi, deve arrivarci senza uno sgraffio, senza un difetto che possa comprometterne il perfetto funzionamento. Se i pezzi di Bagnoli continuano a funzionare in un altrove disseminato – non solo la sterminata Cina, ma anche la stessa Piombino o Taranto – è proprio grazie a una coscienza di classe che ha cominciato a cedere con l’epoca della cassa integrazione e dei prepensionamenti, e che è venuta meno con la precarizzazione selvaggia di ampi settori lavorativi, con la conseguente disaffezione nei confronti del proprio operato e del proprio spazio d’intervento.

Ecco perché il romanzo di Rea si presenta ancora come una lettura attuale e necessaria, come un’opera che non soltanto – e non è poco – conserva una memoria storica e culturale, ma che c’invita a riflettere sulla deriva intrapresa da questo paese, e lo fa senza indicare i nomi dei “mandanti”, perché i primi ad aver accettato lo smantellamento, i primi responsabili, siamo proprio noi: noi italiani.

Simone Ghelli