L’economia come scienza umanistica /1

Continua il nostro viaggio tra le dispense dell’economista Malina Kendelthon, di cui pubblicheremo in vari capitoli la parte intitolata “L’economia come scienza umanistica”.

Viaggio da una prospettiva psicologica ad un punto di vista organizzativamente rilevante

DIFFERENZE INDIVIDUALI NEL SELF-MONITORING : VERSO LO SVILUPPO DI UNA ”NUOVA COMPETENZA”.

Sulla capacità di adattarsi ad un io in movimento… «L’Uomo è il creatore di se stesso.. è animale di natura varia, multiforme e cangiante», in questa condizione flessibile all’uomo  «è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole».

(Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

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“Popsofia” e “Sofolar culture”: il caso Teledurruti

Riproponiamo questo articolo apparso originariamente sul blog di Antonio Romano e, in versione ridotta, su Popsophia.

PREMESSA
La recente boutade di Edoardo Camurri ha avuto il merito di portare alla ribalta la questione della popsofia, ossia della strumentazione filosofica applicata a quella viscida materia che sono i fenomeni dell’industria culturale, dal dottor House all’Ape Maya.

Partendo dal presupposto che, per quanto mi riguarda, con la filosofia ci possiamo destrutturare Topolino, ermeneutizzare Lili Gruber e sillogizzare ‘sta fava, vorrei mettermi nei panni intellettuali di chi avversa la popsofia. Da un certo punto di vista potrei perfino arrivare a essere d’accordo: se la filosofia, per secoli, si è concentrata su certe materie (la metafisica dell’anima è più antica della metafisica dei Simpson), possiamo ragionevolmente supporre che i suoi metodi e i suoi “contenuti” (ammettendo che la filosofia abbia prodotto “contenuti” propriamente detti, anziché solo metodi, per quanto “densi”) siano tagliati su misura per certi temi piuttosto che per altri. Un po’ come la fisica, che certi astrofisici pretendono di applicare a galassie che probabilmente non hanno nemmeno un principio termodinamico in comune con noi. Leggi il resto dell’articolo

Commiato

Ogni commiato è una sottile declinazione della rinascita: nel concretizzare una fine, già profuma di inizio. È solo per questo che non mi rattrista la fine del Manuale che ho intitolato alla perfezione dell’esser gasteropodo. Non infatti un percorso per espertizzare come strisciante, ma un’anatomia che rovisti nelle interiora di un gasteropodo “totale” e completo.
Perché il gasteropodo?

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L’amore e la morte, più l’odio. E il potere /2

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Qui sarà utile raccontare un fatterello di cronaca. Abbiamo prima citato gli snuff movie. Il primo film snuff fu realizzato nel 1974 dai coniugi Michael e Roberta Findlay, ed era intitolato proprio Snuff. Nel film si voleva ricostruire in chiave pornografica la strage che la “famiglia” Manson operò a Bel Air e in cui perse la vita anche Sharon Tate, moglie di Roman Polanski. Findlay aveva già realizzato alcuni porno, disgustosi ed estremi, come Invasion of the blood Farmers e Shriek of the Mutilated; eppure i suoi primi film erano stati dei porno-soft. Da qui, con la moglie, si erano spinti fino all’hardcore, poi al sadomaso, poi al sadomaso estremo, fino ad arrivare allo snuff – cioè fino all’omicidio. La spirale era partita da una base piccola, con sesso abbastanza pacato, non abominevole; poi si era allargata al sesso efferato; quindi alla violenza; e la violenza era sempre più aumentata fino a diventare morte violentissima. Una spirale. Leggi il resto dell’articolo

Cos’è tutto questo teatro?

La prima tesi sul teatro potrebbe essere: “Il teatro è una nostra riproduzione. I personaggi sono tutti frutti della nostra mente, riproduce la vita”. La seconda: “Il teatro non ha nulla a che vedere con la vita o con la realtà: come fanno i personaggi teatrali a essere delle proiezioni della mente umana?”.

A questo punto si potrebbe rispondere che il teatro offre delle “macroscopicizzazioni” di fatti reali microscopici, cioè ingigantisce aspetti remoti della realtà. Ma questo non vorrebbe dire che il teatro è una fotografia della realtà. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /2

Dopo aver specificato che la legalità è un valore relativo ed esterno perché cambia a seconda delle leggi e non pretende una spinta interiore, dovremo porci una domanda: cosa spinge gli uomini a produrre delle regole? Cosa vogliono raggiungere con l’edificazione d’un palazzo di leggi e norme? D’istinto si risponderebbe che vogliono la giustizia, confondendola erroneamente con la legalità (che dovrebbe invece essere un modello di saggezza). Ma è non è del tutto ridondante specificare che esse sono due cose radicalmente differenti: la legalità è la “giustizia” degli uomini, la Giustizia vera e propria è un concetto che solo Dio (se esiste) conosce. Leggi il resto dell’articolo

Videor ergo sum

Da giovane non mi sarei mai permesso, nel giudicare un’opera o una persona,
di cedere alla ripugnanza che essa mi suscitava senza alcuna ragione.
Oggi do più credito alle mie antipatie.
Jean Rostand
 
La bellezza delle cose esiste nella mente che contempla.
David Hume
 
La bellezza è negli occhi di colui che guarda.
Margaret Wolfe Hungerford
 
Ci sono cose graziose, eleganti, sontuose, avvenenti,
ma finché non parlano all’immaginazione non sono ancora belle.
Ralph Waldo Emerson
 
 

Se ci si fa caso, la «pulchritudo» di cui parla Baumgarten rimanda al concetto di «arte come principio dell’armonia universale» di Pitagora e alla “theia mania” – intesa poi come furor – di Platone. Il buon Orazio trovava che bisognasse «miscere utile et dulci» e che il brutto fosse nel – per usare una sola parola – caotico. Per Leonardo, invece, l’arte non imita, ma crea e condivide l’oraziano «delectando docere». Bisognerà aspettare Vico perché si cominci a distinguere il ruolo della fantasia (arte) da quello della ragione (filosofia), ma è soprattutto Schelling che – pervaso di Sehnsucht romantica – arriverà a parlare di «attività» unica nel suo genere e capace di calmare l’infinito conato umano mettendone in luce le intime contraddizioni.

Il Positivismo, infine, sia nella veste originaria ottocentesca che in quella riveduta e corretta novecentesca, darà all’arte solo una funzione ancillare: una posizione che precorre il «riflesso della situazione sociale» attribuitale dal Lukács, teorico dell’estetica marxista. Leggi il resto dell’articolo

Guerra: una raffinata forma di masochismo

Le sole persone di buon senso che incontriamo

sono quelle che condividono le nostre opinioni.

La Rochefoucauld

 

Mi riesce un po’ difficile convincermi che tutti

possano aderire al mio punto di vista, che si

trovino tutti sulla mia lunghezza d’onda, con

tanta compattezza, senza che qualcuno dissenta.

Fabrizio De André

 

Solo in due casi penso che una persona sia

cretina: quando non mi capisce o quando

mi capisce perfettamente. Io, ormai, non

cerco neanche più di capirmi.

Antonio Romano


Il concetto del doppio ha sempre affascinato l’umanità. Il doppio è la chance, l’ipotesi, l’alternativa (per Rank sei frocio, ma questo è un’altra questione): bianco o nero, alto o basso, vero o falso. Questi – che a prima vista possono sembrare degli opposti – sono dei clamorosi doppi. Il fatto che se non è bianco è nero, implica che l’oggetto in questione abbia la potenzialità intrinseca d’essere sia bianco che nero, cioè di poter modificare la propria colorazione senza cambiare la propria identità. Questa è doppiezza.

Il fatto che i miei calzini siano neri anziché bianchi non esclude che possano essere bianchi anziché neri, ma sempre calzini restano. Questa è doppiezza. Il fatto che un uomo dica una verità anziché una menzogna non esclude che possa dire una menzogna anziché una verità, ma sempre lo stesso uomo è. Questa è doppiezza. O meglio è la scelta, o la chance o l’ipotesi o l’alternativa che ci permette di mentire o di dire la verità oppure di cambiare calzini a seconda dei pantaloni.

Il concetto del doppio si è espresso per secoli anche sotto forme impensabili. Per esempio, una forma del doppio è l’antinomia. Il fatto che una frase possa contraddire se stessa è l’espressione della doppiezza del discorso. Il discorso dovrebbe servire a comunicare, ma, se finge di comunicare, la comunicazione va a farsi benedire. Se una frase si contraddice – e si dimostra non vera – diventa inutile. Una celebre antinomia della scuola megarica è la semplicissima frase: «Sto mentendo». Un attimo! Che vuol dire «Sto mentendo»? Evidentemente che sto mentendo sul mentire. Allora dico il vero? No, se ho detto che sto mentendo.

È interessante questa antinomia visto che, sotto le mentite spoglie della comunicazione, nasconde l’incomunicabilità (dovrei forse rammentare Lacan, che spiega il dramma del disavanzo fra desiderio e parola: ma non mi va di alzarmi a cercare in libreria). Questa frase non porta a termine il suo compito – la comunicazione – perché non serve a comunicare alcunché; ha lo stesso valore della domanda «Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?»: il vero significato, l’essenza e la funzione della domanda vengono annullate e vanificate in quanto la domanda si risponde da sola. È incomunicativa, inutile. E anche in questo c’è doppiezza: in una domanda che è contemporaneamente risposta.

Un’altra antinomia, stavolta dei logici medievali, è: «Socrate dice: “Platone dice sempre il falso”, Platone dice: “Socrate dice sempre il vero”. Chi mente dei due?». Anche qui c’è doppiezza, visto che sia Socrate che Platone sono contemporaneamente bugiardi e sinceri.

Un caso interessante – e forse illuminante a proposito di questa tematica – ce lo dona il popolo dei Maya. Questo popolo straordinario, su cui ancora molto deve essere scoperto e detto, riuscì a sincronizzare il calendario solare con quello lunare creando un nuovo calendario di 364 giorni (il 365° avanzante fu dedicato alla Festa del Tempo: momento in cui i Maya si divertivano sfrenatamente. Tale giorno non veniva neanche computato, come se non fosse mai esistito… tipo Una notte da leoni); questa sincronizzazione potrebbe essere facilmente interpretata come il sintomo d’un’ossessione (non per nulla i Maya sono anche chiamati “Maniaci del Tempo”) oppure, meno facilmente e più costruttivamente, come il desiderio profondo d’annientare la doppiezza; scandire il tempo secondo il sole o secondo la luna è un caso eclatante di doppiezza. I Maya avranno così voluto cancellarlo. Sempre i Maya, in questo campo, offrono un secondo spunto di riflessione. Quando si salutavano usavano una formula che recitava: «In lak’ech», io sono un altro te stesso. Questo popolo doveva aver intuito che l’umanità soffre di doppiezza nei termini di “io” e di “altri”; teoricamente si potrebbe azzardare che avessero anticipato ideologie politiche come il comunismo prevedendo un abbattimento dei ruoli psico-antropologici; sempre teoricamente si potrebbe azzardare che abbiano abbattuto i presupposti per la lotta sociale, per le faide, per la rivalità e per l’invidia (difficile pensare che per un Maya sarebbero valsi gli ultimi due gradi della gerarchia dei bisogni di Maslow): anche in questo caso sembra quasi che abbiano voluto eliminare la doppiezza della società, le differenze fra “io” e gli “altri”. Però, cosa avrebbe risposto un Maya alla domanda: «Preferisci te o me?». Probabilmente non avrebbe saputo rispondere, se è vero che “io sono un altro te stesso” (si pensi alla coincidenza nell’etimo della parola “persona”). Fortunatamente a queste antinomiche doppiezze linguistiche pose una regola (dunque un limite) Russell, stabilendo che le proposizioni non devono essere autoreferenziali. Intendiamoci: Russell non ha eliminato le doppiezze del discorso, le ha solo arginate. Le doppiezze, cioè gli opposti all’interno di uno stesso soggetto o oggetto, implicano l’armonia; gli opposti che convivono sono, a loro modo, armonici. Ma l’armonia non è sempre positiva. Armonia, che ha la stessa radice di arma, comporta appiattimenti, e tutti gli appiattimenti comportano repressione (non soluzione) delle differenze e dei problemi. L’armonia è solo il paravento dietro cui combattono gli opposti. Tale “guerra” (bisogna giustamente intendere questa parola, senza vizi d’interpretazione) per Eraclito è il fulcro stesso dell’esistenza. Dico che bisogna giustamente interpretarla perché, attraverso i millenni, certe parole hanno perso via via il loro autentico significato e si sono dovute avvalere di vari aggettivi (guerra d’offesa, guerra di difesa, guerra preventiva, guerra intelligente, guerra espansionistica, guerriglia).

Biante di Priene, uno dei Sette Savi, diceva che il più pericoloso degli animali selvatici era il tiranno e di quelli domestici l’adulatore. Hobbes, invece, disse: «Le due virtù cardinali in guerra sono la forza e la frode». Il tiranno e l’adulatore, che per Biante erano animali pericolosi, si sono trasformati nelle due virtù cardinali della guerra per Hobbes: la forza e la frode.

Hobbes, si sa, non era un campione di pacifismo (non per nulla è sua la teoria del «Homo homini lupus». L’espressione, in realtà, è da far risalire alla seconda parte – verso 495 – dell’Asinaria di Plauto, in cui è possibile leggere «lupus est homo homini». Altre possibili fonti potrebbero essere ricercate nel settimo capitolo, paragrafo primo, dell’Historia naturalis di Plinio e nel primo paragrafo della centotreesima delle Epistule di Seneca), ma questo la dice lunga su almeno un dato: la guerra è la parte sporca della nostra coscienza, quella che vuole prevalere sull’altro.

Igiene del mondo una sega! Se Marinetti avesse perso qualche arto in battaglia o fosse stato costretto in un letto per tutta la sua esistenza (o sulla sedia a rotelle come Evola) non avrebbe detto cose del genere. All’inizio uno dei Savi disse che la forza (ovviamente la forza “cattiva”, impersonata dal tiranno) e la frode (impersonata dall’adulatore) erano pericolose, in seguito l’empirista del ‘600 le fece diventare le virtù cardinali della guerra e, infine, il futurista tramutò la guerra in una cosa necessaria e giusta. Non vi pare che ci sia una logica ferrea in questa follia? In ogni caso la guerra non è giusta, a prescindere dagli aggettivi con cui la si voglia accoppiare.

La cosa più folle, però, è che non sono sempre gli opposti a fare guerra. Spesso e volentieri sono proprio gli omologhi a combattere fra loro. Francia, Germania e Inghilterra non hanno fatto altro per secoli e non perché diverse, ma perché troppo simili. Questo dovrebbe far riflettere: se attacchiamo una persona che ci somiglia troppo (almeno quanto si somigliano Francia, Germania e Inghilterra) significa che abbiamo gravissimi problemi con noi stessi.

 

Antonio Romano