“Valore estetico” e “valore espressivo”

Supponiamo di avere davanti un quadro. Innanzitutto diremo se è un “bel quadro” o un “brutto quadro”, se è “profondo” o “superficiale”, se è “ben eseguito” o “fatto male”, se è “emozionante” o “freddo” – non necessariamente in quest’ordine.

Ma cosa abbiamo considerato in queste fasi? Il “valore estetico” di un’opera, il suo “valore espressivo”, la sua forma o il suo contenuto?

Partiamo innanzitutto da un concetto filosofico: il concetto di estetica.

Fu il filosofo Alexander Gottlieb Baumgarten a creare la parola “estetica” nel ‘700 intendendola come quella parte della filosofia che esamina la conoscenza che ci perviene dai sensi. Leggi il resto dell’articolo

Arte: unica o duplice?

Il Laocoonte è, sotto certi punti di vista, il condensato d’una delle più “sanguinose” dispute sull’arte. Sanguinosa perché duplice. O meglio perché articolata in due punti temibili.

Primo punto: essere o apparire (assai meno volgare dell’Avere di Fromm)? L’arte è quella scritta o figurativa, cioè è contenuto o forma? Dire che tutte le arti sono Arte è vero o semplicemente i poeti (o i figurativi) non vogliono scatenare penosi paragoni?

Secondo punto: l’arte deve essere pluridirezionale e interdipendente o a compartimenti stagni?

Proveremo a rispondere servendoci del Laocoonte. E chissà se non riusciremo a dare un’unica risposta. Leggi il resto dell’articolo

L’onda sulla pellicola

Riportiamo un estratto del romanzo L’onda sulla pellicola (Besa, 2004) di Michele Lupo, ambientato prevalentemente nel mondo delle scuole private, il cui protagonista è un insegnante precario, nonché erotomane incallito e aspirante cineasta.


 

 

 

Una specie molto gradita da Malerba era costituita da gente sistemata abbastanza da piazzarsi soltanto per prestazioni rapidissime. Ingegneri o avvocati che mai restavano nelle aule per più di dieci minuti di seguito, attaccati ai cellulari per rimediare appuntamenti di lavoro tra la rogna di una lezione e la farsa di un’interrogazione. Sei, sette ore settimanali mirate alle trecentomila in più a fine mese. Gente incline a non far domande che ponessero in discussione l’andazzo generale, immune da ogni preoccupazione concernente il senso o la qualità o i fini sociali di quel lavoro. Si informavano sulle condizioni di Nesta, sulle intenzioni di Zoff nella campagna acquisti.

E poi, ricordava Livio, qualche povero disgraziato di passaggio, ma soprattutto frustrati d’ogni risma disposti a tutto pur di farsi chiamare professore e professoressa piuttosto che capò alle bancarelle del mercato vendendo brache usate o i calendari di Frate Indovino. Gente che viveva con i genitori a quarant’anni suonati, che si lamentava di non potersi sposare, di non poter programmare un futuro, che la sera lavorava nei bar, nei call-center, o porta a porta. Che la mattina successiva sbandava nei gironi lutulenti del Provveditorato di via Pianciani, si torceva fra le sue spirali metalliche e ne usciva stritolata. Che votava Alleanza Nazionale o Rifondazione Comunista con la stessa identica disperazione. Che qualche volta si sparava.

Che si fossero sbagliati, lui e Fausto, quando avevano concluso che ormai fare l’insegnante, in Italia, equivaleva a un marchio d’infamia? neanche si fosse individuato il novello untore per sanzionarne la condanna in un ghetto? Perché al Centro Studi Malerba vedevi tizi disposti ad aspettare due mesi un assegnino postdatato che mai superava il mezzo milione di lire epperò si gongolavano nella soddisfazione di fare l’appello, di tenere un registro – quando c’era – di parlare da una cattedra. Certo, il tutto veniva poi emendato in audizione di amenità pronunciate dai ragazzi ad alta voce: meglio le corse di notte all’Eur o caricare una slava sulla Cristoforo Colombo e fare poi un lavoro pulito? meglio il tiro a segno con i gatti di PonteMammolo o farla finita con quel perbenismo del cazzo e dare finalmente una lezione a Galeazzi che lo sanno tutti che è della Lazio?

Talvolta erano indirizzate proprio a loro – agli insegnanti. E non proprio facezie, piuttosto consigli dritte suggerimenti. Perché erano sensibili, i ragazzi. Come, diecimila lire l’ora? Dodici, iva compresa. Be’ professo’, nessuno voleva andare, chessò, il sabato e la domenica nel ristorante del padre? Sensibili e svegli, a modo loro. Con quella cifra non si poteva persuadere nessuno ad ascoltare alcunché. Che aveva mai da dire di importante uno che guadagnava diecimila lire l’ora? C’era ancora chi si struggeva la sera davanti alla sua brava laurea con lode incorniciata in cameretta, ma Livio non conosceva quel tipo così diffuso di consolazione fondato sulla comparazione delle sofferenze. Che altri stessero peggio di lui, non modificava in nulla il suo stato. E forse neanche quello degli altri, chi più chi meno tutti pronti a produrre un armamentario social-professionale che supplisse alle carenze evidenti del lavorare lì dentro: menzionare altre occupazioni, ad esempio, più serie, con l’aria impostata alla bisogna – tono, falsetti e gridolini per lo più, e soprattutto studiatissima gestualità. Che poi venisse un pianto, era un dettaglio. Fare l’attore, un minimo devi esserci portato. E Livio rideva, come se fosse solo uno spettatore, persuaso che fosse questione di tempo, per lui; per gli altri, invece, sul proscenio, un modo malinconico di suscitare aspettative, il teatrino consueto di una città di provincia come la Roma di periferia in cui si recitavano arti e mestieri, sperando che le luci smorte del CSM facessero almeno intravedere una qualche ribalta futura…

– Una volta tanto sarò d’accordo con lei, professore – disse una mattina, scoglionatissimo. Ce l’aveva con Perduro. – Non solo ha stravinto, il capitale, ma ti ha ficcato il suo chiodo rovente nel cervello, ha ossidato le tue difese immunitarie e ti ha iniettato pure la vergogna di non averlo, un lavoro. Quella che chiamiamo filosofia della storia prende proprio delle cappellate, certe volte, non crede?

L’uomo sembrava impossibilitato a rispondere dalla coda di paglia su cui ogni parola di Livio sfregava come uno zolfanello – si sarebbe bruciato da solo, senza il tempo di replicare.

– Anche la sua, di vicenda, non me ne vorrà, è un po’ singolare, no? Un combattente dell’età di Cossutta, inorridito dalla svolta di Occhetto, pensionato più agiato dell’uno e l’altro messi insieme che svacca il tempo in un privato… Converrà che è un poco eccentrico, o mi sbaglio?

Quella che stava per diventare l’ennesima collisione fra i due insegnanti fu interrotta dall’arrivo di Malerba corsa subito in aiuto dell’ex preside. Prese Livio sottobraccio e se lo portò nel suo ufficio. Aveva dato un’occhiata ai programmi, disse.

– Pensa sia proprio necessario perdere tempo con questo Aretino, professore?

A domande del genere Livio era abituato. Da tempo, aveva ormai deciso che non doveva rispondere, ma limitarsi a guardare dritto verso di lei con un’ aria inespressiva, come di chi non pensa a niente in particolare e non sembra neanche accorgersene.

– Dicevo, Viola, un autore così minore…

Non da tonto, l’aria. Ma insomma.

– Mi ascolta? Deve mica farla per forza, la letteratura contemporanea.

Che non fosse una battuta era evidente, meno dalla sua insipienza nel caso lo fosse stata che dalla faccia serissima che ostentava. La sua di lui divenne di colpo quella di chi si ritrova l’ippogrifo in carne e ossa davanti agli occhi e tace estasiato.

– Senta professore, io ho molta stima di lei. Questo lo avrà capito. Ma non fosse che per gli anni che mi porto appresso, e mi scusi se scomodo il poeta, credo di esser degna di un po’ più di riverenza in vista.

– Non fa esattamente così, signora. Il verso, voglio dire.

– Viola, mi stia a sentire. Guardi che io non ho nulla contro la poesia, ci mancherebbe altro, anch’io sa, di tanto in tanto, prendo una penna e… e butto giù… Oh, lasciamo perdere.

– Peccato. L’ascolterei volentieri.

– Però, vede, io non sono il tipo che si caccia le mani in tasca per sentire poi le dita che ci girano a vuoto, mi segue? Se lei mi perde tutto questo tempo con autori sconosciuti i ragazzi mi volano via, mi volano. Poi ci lamentiamo del disinteresse.

Oh, il disinteresse. Se poco poco gli riusciva di catturare l’attenzione dei ragazzi, era in virtù di un prestigio usurpato, eteronomo alla sua funzione lì: erano le chiacchiere sui suoi trascorsi – in realtà insignificanti – a Cinecittà a propiziargli un po’ di attenzione, o forse solo di curiosità. E si trattava in ogni caso di momenti brevi e casuali, interruzioni fortuite della loro diffidenza, a suo modo giustificatissima. Perché poi non erano mica fessi: era ben strano che dal cinema fosse finito in quello zoo, a parlare di letteratura, ossia, per loro, dell’altro mondo. Dov’era, quest’altro mondo? e questo qui? cosa rimaneva di conosciuto fra cyberspazio e ombrelloni dove si continuava a giocare con i morti fra i piedi? erano tutti così bisognosi di invocarne uno ultimo e definitivo che fosse post-umano? erano o non erano proprio gli uomini i primi a non poterne più di se stessi?

Supposte

C’è la fila

di fronte alla mia porta.

Sono tutti lì

che mi consolano,

spronando l’idea

che vuole

assegnato all’impegno

qualsiasi risultato.

Ma io

lo so

che i miei ardori

la volontà,

le mie passioni,

valgono

quei pochi centesimi di rame

che quelli in coda

han generosamente

dato in elemosina.

Non avevo la mano tesa.

Tanto meno un volto supplicante.

Poco male.

Hanno gettato spiccioli

ai miei piedi,

tra la merda

e le cicche spente

aspettandosi gratitudine

e rispetto.

Io l’ho detto

mille volte e ancora

d’esser poco avvezzo

a frasi di circostanza

e a reverenze di forma.

Così hanno aperto una valigia

piena di occhiali

e si sono divertiti

a poggiarmeli uno a uno sul naso

enunciando, pignoli,

le qualità di ogni lente

o il pregio della montatura.

Non credevo d’apparire

indolente e arrogante

quando ho rifiutato quel dono

considerando sano

il mio occhio.

Allora hanno cercato rimedio

alla sindrome

che mi impediva

di riconoscere la malattia,

offrendo medicine

inutili come un voto alle elezioni.

Non pastiglie ma supposte

grandi come pugni.

C’è la fila

di fronte alla mia porta.

Sono tutti lì

che mi consolano,

spronando l’idea

che vuole

assegnato all’impegno

qualsiasi risultato.

Ma io

lo so

che i miei ardori

la volontà,

le mie passioni,

valgono

quei pochi centesimi di rame

che quelli in coda

han generosamente

dato in elemosina.

Non avevo la mano tesa.

Tanto meno un volto supplicante.

Poco male.

Hanno gettato spiccioli

ai miei piedi,

tra la merda

e le cicche spente

aspettandosi gratitudine

e rispetto.

Io l’ho detto

mille volte e ancora

d’esser poco avvezzo

a frasi di circostanza

e a reverenze di forma.

Così hanno aperto una valigia

piena di occhiali

e si sono divertiti

a poggiarmeli uno a uno sul naso

enunciando, pignoli,

le qualità di ogni lente

o il pregio della montatura.

Non credevo d’apparire

indolente e arrogante

quando ho rifiutato quel dono

considerando sano

il mio occhio.

Allora hanno cercato rimedio

alla sindrome

che mi impediva

di riconoscere la malattia,

offrendo medicine

inutili come un voto alle elezioni.

Non pastiglie ma supposte

grandi come pugni.

Luca Piccolino

Petrosino intervista Catalano

[Intervista di Alfonso Maria Petrosino a Guido Catalano uscita sul blog criticaletteraria.blogspot.com]

Alfonso Maria Petrosino: Dicono di te che fai cabaret e non poesia: dove inizia una e dove finisce l’altro?

Guido Catalano: Penso che le due cose si confondano. Le mie poesie, non tutte, ma molte, fanno ridere le persone. Ho lavorato in ambito cabarettistico, solo che le mie cose nel mondo zeligghiano non funzionano. Bisogna essere brevi e pensare all’uomo in canottiera con il telecomando in mano. Anche nei live. Io sono lungo. E poi ci vuole il tormentone. E io non ce l’ho. Oggi il cabaret è Zelig. E io non ci sto dentro.

Una cosa che mi disturba è quando i sedicenti poeti mi danno del cabarettista con l’intento di offendermi. Essi non sanno che fare cabaret è una delle cose più difficili al mondo. Ci vogliono le palle di ghisa. O di cemento armato.

AMP: Nella poesia bum bum bum cerchi l’unità di misura dell’amore. Ne hai trovata una per la poesia?

GC: Non credo. Le cose che scrivo sono in continuo mutamento. Se leggo le mie prime cose e le ultime mi rendo conto di questo mutamento. E ne sono contento. Ma forse non ho capito la domanda.

AMP: Sei in costante tour, tra presentazioni, poetry slam e Il grande fresco (“il varietà poetico-musicale più lungo del mondo”). Se non sei in giro sei sul palco, se non sei sul palco aggiorni il blog, se non aggiorni il blog sei in giro e così via. E poi ci sono le partecipazioni alle trasmissioni televisive (Zelig, Barbareschi Schiok): qual è il luogo ideale per la tua poesia?

GC: Mi piace avere delle persone davanti che ascoltino le mie poesie lette ad alta voce da me. Dunque il luogo ideale è il luogo dove delle persone possano stare comodamente sedute ed io davanti a loro, leggere e raccontare.

La televisione fa paura ma è un’esperienza di rara potenza.

La mia speranza è che le mie poesie vivano di vita propria a prescindere dal fatto che io le declami. È come avere dei piccoli figli che poi devono essere autonomi. Non è detto che succeda sempre.

AMP: Tra i tuoi primi tre libri, Motosega, Sono un poeta, cara e I cani hanno sempre ragione, e l’ultimo, La donna che si baciava con i lupi, che differenze ci sono? Sei cresciuto migliorato deteriorato interiorizzato?

GC: Come spiegavo nella domanda numero 2, le poesie mie sono cambiate a manetta. nei “Cani” erano brevi e tristissime. Io ai tempi ero tristissimo. Dunque c’è una coerenza. Poi si sono allungate. Poi si sono riaccorciate un po’. Poi si sono riallungate di brutto. Alcune sono diventate dei racconti. Solo che io dopo dieci anni non sono più in grado di non andare a capo. Anche adesso, mentre ti sto rispondendo per iscritto faccio una fatica boia a non andare a capo.

Negli anni ho cambiato molto e sono molto cambiato. Anche la tecnica di scrittura e i tempi. Una volta scrivevo di getto. Oggi impiego anche tre o quattro giorni a scrivere una poesia. La rivedo e ri-rivedo e la ri-ri-rivedo ancora. Una volta zac!

Oggi sono molto più di buon umore. Sto più attento al suono. Sto molto più attento perché so che la poesia che sto scrivendo la leggerò in pubblico. Deve suonare bene.

Non so se son migliorato, sinceramente.

Spero di sì sennò son cazzi.

AMP: Quali sono i tuoi modelli? In una poesia dichiari propositi di sodomia su Montale. Con chi altri fai all’amore?

GC: Ero giovane e inesperto. Erano i tempi dei cani che hanno sempre ragione e mi piaceva l’idea di sodomizzare Montale. Oggi so che Montale, con tutto che non amo la sua poesia, se fosse ancora vivo, mi si inculerebbe lui con le mani dietro e su un piede solo.

Detto questo, avrei piacere di avere una relazione intima con Jacques Prevert. Proprio baciarci con la lingua. Ma è morto.

Amo Woody Allen, Benito Jacovitti e il poeta credo argentino Martin Santiago, morto nella grande mareggiata di Sicilia mentre pescava con le bombe a mano.

AMP: Che rapporto c’è con la prosa di Maurizio Milani (nel tuo ultimo libro c’è un personaggio specializzato in resurrezione di cani, lui invece i cani di solito li pesa)? Altro punti in comune sono gli accrescitivi onomastici – il tuo Cocciantone, per esempio, e le apparizioni di personaggi reali come figuranti (penso a Sempre, che comincia “eravamo io / Ludovico Einaudi e Francesco Guccini” o Carogna contro scimmia vince carogna (“eravamo io, Noam Chomski e Gilles Deleuze”).

GC: Stimo il Milani. È uno della vecchia guardia. Quella del cabaret di Paolo Rossi, Cornacchione, Albanese e altri a scelta. Diverse persone, negli anni, mi hanno detto che ho qualcosa di milanesco. Soprattutto nel modo di esporre le cose. Non so, non sono mai stato un suo enorme fan. Però evidentemente, qualcosa c’è. Ma non voglio pensarci troppo che sennò mi viene l’ansia.

AMP: Dicci / dacci una tua poesia.

GC: Posso dirti che la prossima che sto scrivendo me l’ha ispirata il tuo amico Gaetano l’altra sera a Pavia.

Spesso mi capita questa cosa: sento una frase che mi piace intanto che chiacchiero con qualcuno e me la segno di nascosto e poi, se il giorno dopo mi piace ancora, la uso per una poesia. Tante poesie sono nate così. Soprattutto a livello di titoli.

Questa poesia che sto scrivendo parla di morte e del fatto che ho un idea chiara di dove voglio essere seppellito quando tirerò le cuoia, fra una novantina d’anni.

Gatti vivi e gatte morte – Ovvero il ratto del gatto ad opera della Bellezza

Si chiamava Elena Dimilo ed era bella. Così bella che a volte sui documenti firmava staccato. Di-Milo. Come la statua di Venere. Ma figuriamoci se lo faceva di proposito. Si chiamava Elena Dimilo, scritto attaccato, e tutto le si poteva attribuire fuorché qualche difetto. Qualcuno aveva pure messo in giro strane voci, riguardo al suo naso, che aveva un profilo un po’ storto, avevano detto, ma Elena Dimilo sapeva che altro non erano che malignerie dettate dall’invidia e continuava a sorridere in giro, con i suoi denti bianchissimi, così bianchi che si diceva avesse una relazione con Piergiorgio Sartiani, il dentista più ricco della città, ma pure questa, vi dico, era una maligneria bella e buona. Non per altro. È che, in quanto portatrice sana di bellezza, come ella stessa si considerava – ma di nascosto, per non apparire arrogante – Elena Dimilo aveva una passione per l’arte. Elena conobbe Ivan Siranovic un giorno d’inverno, ad una lettura di poesie dell’avanguardia russa. Lui veniva da San Pietroburgo, faceva il pittore e quella sera stessa decise che le poesie dell’avanguardia russa poteva leggersele anche da solo nella sua casa di Napoli, dove pure abitava da un po’ . «Ne ho una collezione immensa», disse alla donna. «Davvero?» E mentre facevano l’amore lui gliele recitava in cirillico, perché comunque non poteva mica far vedere che era stata una scusa. Il mattino dopo, sull’avanguardia, Elena Dimilo aveva ancora qualche dubbio, ma in quanto al russo, bisogna dirlo, Elena non era mai stata così sicura. Al risveglio era sola, avvolta tra le lenzuola di seta rossa, nella penombra della stanza. Nell’angolo giaceva poggiata e coperta da un panno una tela incompiuta. Sorrise Elena Dimilo, scese dal letto per osservare meglio. Immaginò il suo corpo nudo e dormiente sulla tela, dipinto nella notte, bellissimo a vedersi, irresistibile. Sollevò piano il panno: la porzione di tela mostrava il rosso del letto, le pieghe della seta. Sollevò di più e scorse sulla seta una collana di perle, come quella che portava al collo nudo la notte precedente. Era raggiante Elena Dimilo, che mai si sarebbe immaginata una trasformazione in musa così repentina. Poi sentì un motivo dell’Internazionale avvicinarsi, canticchiato. «Buongiorno mia dea», le aveva detto il pittore, mentre con una mano le cingeva il corpo e con l’altra teneva il vassoio d’argento della colazione. «Ivan, davvero non dovevi…», disse lei, infatti lui non le doveva proprio niente: dalla porta un grosso gatto si diresse verso la colazione di Elena Dimilo e cominciò a banchettare a piccoli scatti.

«Mia cara, lei è Vanessa», disse Ivan Siranovic, mentre le accarezzava il pelo. Alla gatta, ovviamente.

Si guardarono con odio gatta e donna, più forti le fusa, a marcare un primato.

«Ma è meravigliosa!» disse Elena al pittore. La gatta, da parte sua, corse in grembo alla donna e le fece qualche festa. «Ero certo che vi sareste piaciute», fece lui «e ora voglio mostrarti una cosa!» A passo marziale si diresse verso la tela e la scoprì: l’immenso quadro ritraeva la gatta, maestosa, gigante nel suo pelo morbido e bianco come nevi di Russia. Giacente sul letto vermiglio cosparso di perle. La gatta prese a fare le fusa al pittore e alla tela stessa. «È una gatta di pura razza siberiana, discendente dalla famiglia dell’ultimo zar di Russia. È una gatta nobile. Da quando ha rischiato la vita, mesi fa, il nostro legame s’è rafforzato e la mia arte ha subito una svolta!» Ivan Siranovic condusse l’amante nel grande salone, ricoperte le pareti di cornici di ogni dimensione, al centro di ognuna, voluttuosa e sensuale, la gatta bianca con un diadema al collo. «È la bellezza felina l’emblema dell’Arte: indipendente ed erotica. È con lei che ho trovato la chiave dell’ineffabile etereo». Poi continuava con nomi altisonanti, di quegli artisti che si fecero profeti della carica simbolico-estetica felina: e via con i Céline, i Baudelaire, gli Alfonso Gatto e i Gatto Panceri, mentre con le mani le illustrava i dipinti: adagiata, annoiata, distratta, la gatta ammiccava dai quadri a chi le concedeva lo sguardo, abbagliato dal candore del pelo dipinto e dallo scintillio dei premi dorati esposti su mobili e vetrinette. Elena Dimilo sorrideva interessata, tuttavia pensando non tanto all’arte quanto all’atto di imporre un irreversibile scalpo frontale alla gatta, tra le orecchie aguzze e pelose.

Entrò poi nella stanza una donnetta, che Elena scrutò con sufficienza ma tirando dentro la pancia, perché Elena Dimilo era generosa e la sua bellezza non voleva negarla a nessuno. La donnetta veniva a prendere Vanessa per le ore di posa, nell’atelier al piano sottostante. Siranovic congedò Elena con un bacio appassionato e un alito fresco di tundra, mentre la gatta Vanessa la guardava dalle braccia della donnetta con fare vittorioso.

Quella mattina Elena tornò a casa stizzita. Neppure il solito manicure o le iniezioni di botulino riuscirono a gettare balsamo sul suo orgoglio ferito. Ché lei, Elena Dimilo, seconda a qualcuna mai lo era stata, figurarsi ad una gatta. Passò un mese, passarono due, ed ogni notte giaciuta col pittore portava all’abbandono mattutino in cui una gatta slavata e pelosa vedeva eternata la sua bellezza in luogo di quella di Elena.

Una mattina allora Elena fece quello che stava architettando da tempo: nell’uscire di casa e lasciare Ivan Siranovic al suo lavoro, approfittando di non essere vista, prese la gatta che sonnecchiava sulla poltrona all’ingresso e la mise in borsa. Allo sparire della gatta, a quel punto, l’artista redento le avrebbe implorato di posare per lui, perché davvero, era stato accecato fino a quel momento, ma ora sapeva che lei sola era vera Bellezza, lei sola la chiave.

Elena Dimilo portò la gatta in casa e la poggiò sul tavolo con violenza. Il felino e la donna si osservavano ciascuna pensando cosa mai il pittore avesse trovato nell’altra. Non arrivando risposta, entrambe si scaraventarono in una lotta in cui furono dati graffi, si tirarono code, si lanciarono soffi ed insulti e altre cose che non voglio neanche menzionare. Fu il pollice opponibile di Elena elemento fondamentale per l’esito dello scontro: la gatta fu messa nella gabbietta del defunto coniglio Anselmo buonanima e là rimase, nutrita a scatolette comprate alla Lidl per soli 2 euro e 90. Questo per una settimana dieci giorni in cui il pittore pareva incontentabile e neppure più il pennello dritto poteva tenere senza tremare, se capite cosa intendo. Un mese dopo Ivan Siranovic pareva essersi ripreso, ma riprese erano anche le vecchie abitudini, anzi, cominciò ad essere ancor più irreperibile, dal momento che passava in atelier sempre più tempo, nel tentativo di colmare con nuovi linguaggi il dolore della sua perdita.

Dopo una lunga notte passata insonne nella cucina di casa, meditando sulla sorte della bianca prigioniera, Elena Dimilo giunse alla soluzione definitiva della faccenda: fare irruzione nello studio dell’affranto pittore e sigillare per sempre il loro amore nell’atto di un miracoloso reperimento felino da parte di lei, che per l’occasione avrebbe accettato di essere dipinta come un’Athena vittoriosa, ma non senza un po’ di insistenza. Così pose fine al ratto del gatto che si affacciò intimorito tra le sbarrette, smunto e corrotto dalla penuria di cibo costoso e adulazioni. Lo prese in braccio e riuscì a sentire una ad una le costole sotto il pelo, poi in un gesto solo lo ricacciò in borsa, tirando sempre dentro la pancia, che le costole pure a lei si vedevano e anche molto meglio, inutile a dirsi.

Fu allora che accadde l’irreparabile: nel suo atelier Siranovic tutt’altro che disperato aveva colmato il dolore con la donnetta Carmela, che intenta a lucidare il pavimento veniva dipinta e vezzeggiata dal pittore. Elena Dimilo con la gatta in mano si fermò un attimo sulla soglia: «Sfrega più forte», diceva il pittore. «La sua voce, maestro, è il mio canto», diceva lei, e alzava l’occhio languido all’artista. «L’Arte è dipendenza, sottomissione estrema, alienazione di uomini e donne nel gesto puro», aveva detto lui, una volta che donna e gatta entrarono nella stanza. Ma a quanto pare il nuovo Siranovic non era risultato convincente. La donnetta, con quel suo fare da gatta morta, pure capì che qualcosa non era andata per il verso giusto: ogni dubbio fu eluso quando Elena Dimilo, presa dalla rabbia per la nuova usurpazione del suo posto di Musa, gettò la gatta viva sulla gatta morta e soffi e schianti e graffi e grida risuonarono per l’atelier, distruggendo tele e reputazioni. Dal canto suo, Ivan Siranovic cercava di chiamare a sé la gatta, quella viva, stupito del suo ritrovamento, ma questa, uscita vincitrice dalla battaglia contro la donnetta sanguinante, emise un miagolio stizzito e gli voltò la coda. Così, per una strana applicazione della Sindrome di Stoccolma, la gatta rapita cercò il rapitore e con un balzo tornò nella borsa di Elena, che preferendo il gatto al porco non vi si oppose affatto e tornò a casa.

Olga Campofreda

Il nuovo credo

Credo nel dribbling, nel passaggio laterale,
nel colpo di tacco, nel “sombrero”, nella
“bicicletta”, nello stop di petto e nella
rovesciata, nel tiro al volo all’incrocio
dei pali; credo in San Blatter, in San Rimet
ora pronobis, in Sanbittér, in San Pelè
Edson Arantes do Nascimento, credo
in San Diego Armando Maradona, credo
in San Johan Cruijff, in San Gianni Rivera,
credo nel profeta Zinedine Zidane, credo
nell’illuminismo di Michel Platini, credo
nel protestantesimo di Neeskens, in papa
Franz Beckenbauer kaiser di tutte le guerre
di religione, credo nei Freikoerper di Gerd
Mueller, credo in Ameri, Ciotti, Bortoluzzi,
credo in Pulici, in Sivori, in Paolo Rossi,
credo in Cristiano Ronaldo, in Andrade,
in Garrincha, in Vavà, in Junior, in Zico,
credo nella filosofia di Wolfgang Overath
e nella volontà di potenza di Rummenigge,
credo nell’eleganza di Jogi Loew, nel fado
di Mourinho, nella follia althusseriana
di George Best, credo nel suicidio del caro
Di Bartolomei, nella chioma dittatoriale
di Mario Kempes, nella Barilla di Falcao,
credo nel calcio, nella folle magia insensata,
in questo gioco stupido per bimbi devastati
dalla violenza, in questo lurido cortile
che è stato il nostro campo per anni,
prima che fossimo presi dal monte di pietà,
e rivenduti sul mercato d’una vita espulsa.

Franz Krauspenhaar