Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 20

Rivolgo spesso ad Arianna Orelli parole del tipo: “Tu sei la mia poetessa preferita.”

In queste occasioni lei mi guarda, ride e mi dice che la sto prendendo in giro.

In realtà ho sempre e solo detto come la pensavo.

Non mi importa se Arianna non è famosa e riconosciuta. Non mi importa se qualcuno mi accuserà di esagerare.

In questo spazio, nei limiti del buon senso e dell’educazione, mi sento libero di esprimere i miei pareri che, appunto, sono miei e non hanno intenzione di influenzare o giudicare nessuno.

Perciò sì, rivendico le mie affermazioni: Arianna Orelli è la poetessa più talentuosa ed efficace che conosco.

Il suo modo di approcciarsi alla scrittura mi convince e mi appare onesto, corposo, passionale, schietto, forte ed elegante.

Arianna non è difficile da leggere. Il suo linguaggio è alla portata di tutti ma non si può certo definirlo banale o poco ricercato.

I suoi versi sono carne viva, cellule che da loro stesse si riproducono in forme sempre nuove.

Fuori dal comune, la musicalità naturale di cui sono pregne le parole che snocciola.

Ho chiesto ad Arianna di mandarmi una piccola biografia da allegare a questa scheda.

Lei l’ha presa forse troppo seriamente. D’altro canto ciò che ha scritto è un vero e proprio ritratto di se e della sua poesia.

Meno lavoro per me dunque, che come sempre auguro una buona lettura ai fruitori di questa rubrica.

Luca Piccolino

Apertura abnorme

Aperta vado

fra esalazioni stentate e

spaventi di piacere.

Aperta mi stendo

al suolo faccio dono

di tutte le mie erbacce

e delle dita spezzate.

Aperta mi adagio

sui tuoi pensieri vaghi

e distanti

sulle tue fantasie blande

con il dito sulla bocca

sulle tue parole bianche

e la calda ammirazione.

Così, aperta e penetrabile

m’infioro

di ciò che non sarà

m’impasto

di ciò che già t’ho preso

m’ allungo e mi squaglio

sotterrandomi fra le radici.

Aperta mi nascondo

ché temo d’essere annusata

del mio odore più vero

e sento che questo batter d’ali in lontananza

è troppo

è già troppo da sentire.

Aperta non dormo

e non veglio

ma solo mi adagio

sulle tue fantasie blande

con il dito sulla bocca

tutte tese a chiudermi

e ad avermi

a chiedermi

senza volermi.

Arianna Orelli nasce a Roma nel 1977, anno “caldo” degli anni ’70, dai quali ha probabilmente ereditato il subbuglio, il calore, la tenacia. Non è romana di 7 generazioni. I suoi genitori provengono dagli Appennini Umbro-Marchigiani e dalla Sabina. Da queste radici discende la fisicità delle sue parole, nelle quali la terra fumante s’impasta con il sentire.

Ha scritto la sua prima poesia, dal titolo Alla Luna, all’età di 8 anni. Da allora non ha mai smesso, attraversando ciclici periodi di stallo, peraltro sempre rispettati. La poesia per lei non è infatti artificio o sforzo, ma semplicemente vita, che va presa come viene e quando viene.

Durante gli studi liceali incontra Novalis, il Dolce Stil Novo, Rimbaud, Baudelaire e gli altri, ma è con la poesia russa che s’instaura una lunga storia appassionata che ha inizio con Majakovskij, passa per Anna Achmatova ed approda a Pasternak e Cvetaeva. Diviene poi onnivora, individuando alcuni modelli di riferimento, soprattutto emotivi, quali Alda Merini, Pablo Neruda, Vivianne Lamarque, Mario Benedetti, Sylvia Plath, Bertolt Brecht.

L’adolescenza e la giovane età adulta la spingono fortemente verso l’interno e la scrittura diviene allora veicolo d’espressione, sublimazione e liberazione da se stessa.

Non evita le emozioni, ama profondamente l’animo umano e scorrazza fra le metafore. Per questi ed altri ben più complicati motivi sceglie di dedicarsi alle “arti” della psicologa e della psicoterapia, tanto vituperate da una certa intellighenzia spaventosa e spaventata.

La scrittura, la sofferenza, l’esistenza, così come la terapia e la possibilità della gioia sono in lei aspetti indissolubilmente legati. A volte in lotta, talvolta alleate, tutte queste esperienze animano un mondo fatto di menti-corpi-relazioni in cui il “male al cuore” e il “bene al cuore” si alternano dinamicamente o bruscamente, dando vita ad una poesia sensibile e terrena.

Negli anni 2000 collabora con Rizoma e Ricerca di Strano, pubblicazioni indipendenti ed esperienze d’amore e d’amicizia, all’interno delle quali incontra poeti, scrittori e musicisti, cresce e riceve numerosi riconoscimenti. Da questo momento in poi la scrittura diviene in lei meno naif e maggiormente intenzionale.

In continua e silente evoluzione cerca attualmente di sfatare il mito della “maledizione poetica”, combattendo il sex appeal sado-maso della scrittura come liberazione dalla sofferenza, come esercizio masturbatorio, alla ricerca di una soluzione di sintesi fra opposte fazioni, di superamento del conflitto fra arte e vita.

Vive e lavora a Roma, scrive dappertutto, ma l’ispirazione migliore la coglie spesso in macchina, davanti a un semaforo rosso, quando l’asfalto e il cielo si mescolano alle parole.

Prima o poi, magari, pubblicherà una raccolta dei suoi scritti, seguendo affettuosi consigli.

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Trauma cronico – Saluti e baci

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento dell’anno con Trauma cronico, la rubrica va in vacanza per tornare domenica 3 gennaio 2010; segnatelo sul calendario nuovo di zecca, programmate la sveglia del cellulare, scrivetelo sui muri.

Sono un po’ stanco, la rete sfianca, devo disintossicarmi per qualche giorno del web. Negli ultimi mesi ho lavorato tanto per questo blog, appuntamento quotidiano per un numero sempre maggiore di lettori, voi, che ci date la forza di continuare a ricercare contenuti sempre nuovi. Colgo l’occasione anche per ringraziare a nome mio e di tutto il collettivo i tanti amici, scrittori ma non solo, a cui chiediamo di contribuire alla causa.

Per il nuovo anno speriamo di portarvi nuovi autori, giovani promettenti e firme già riconosciute nel panorama letterario nazionale. C’è qualcuno che sta già lavorando per noi, e per voi.

Il blog continuerà ad essere aggiornato ancora per qualche giorno, poi si prendrà un po’ di vacanza. Mertitata? Ditelo voi…

Domani c’è il consueto appuntamento del lunedì con la “Poesia precaria”, la rubrica di Andrea Coffami e Luca Piccolino. Vi anticipo solamente che ospiteremo una poetessa bravissima che ha letto ad un paio di reading insieme a noi. Avete capito? Scopritelo domani.

Martedì pubblichiamo la seconda parte del racconto diviso in tre di Daniele Vergni, L’inferno (il terzo sarà online il 5 gennaio).

Mercoledì infine chiudiamo i battenti rinnovando l’appuntamento per sabato 2 gennaio 2010 con l’undicesimo episodio del feuilleton politico surreale e grottesco di Simone Ghelli, La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia.

Per concludere ho piacere di segnalarvi qualche titolo di autori italiani usciti nell’ultimo biennio che ho letto quest’anno e che vi consiglio assolutamente. Purtroppo ne dimenticherò qualcuno, di quelli letti, e tanti, di quelli che ancora non sono riuscito a leggere. Ma credo di potervi dare ottimi suggerimenti. Leggete, e fatemi sapere.

Ecco a voi la mia piccola lista in ordine sparso:

Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giuseppe Genna, Italia de profundis

Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Claudio Morici, La terra vista dalla luna

Peppe Fiore, La futura classe dirigente

Cristiano Cavina, I frutti dimenticati

Luca Moretti, Cani da rapina

Ed infine, perché no, Il cagnolino rise, l’omaggio a John Fante di vari autori, tra cui i precari Ghelli, Zabaglio e il sottoscritto.

Buone letture e fate i bravi.

Gianluca Liguori