Pietre

Il poliziotto guarda le carte che si allargano sulla scrivania e pensa che è veramente un lavoro del cazzo. Non capisce dove sia il problema. Non c’è nulla di strano. Rapina in gioielleria: chiedono di vedere degli anelli e poi mano alle armi. Tutto videoregistrato. Sacchetto dell’immondizia, due colpi in aria e via. Nessun ferito. Qual è il problema? Solito iter procedurale: domande a chi di solito acquista refurtiva, perquisizioni nei campi rom, ecc.

Riguarda il video: uno dei due rapinatori prende in mano un anello, lo guarda, lo volta, lo infila in tasca. Lo guarda: lo guarda bene.

Il poliziotto esce, cammina verso il bar. La gioielleria è a poche decine di metri. Ci passa davanti. Seduto per terra un mendicante. Gli butta un euro. Lui non lo vede neppure. Vede che allunga una mano dietro di sé. Raccoglie una pietra da terra. Il poliziotto tende i muscoli, pensa che voglia lanciarla contro di lui, ma il clochard, guardandosi intorno, avvicina la mano alle labbra, mette in bocca la pietra e la ingoia.

Il poliziotto corre verso di lui e lo afferra, temendo che muoia soffocato in pochi minuti, ma si accorge con sorpresa che il tipo sta bene, ha ingoiato la pietra molto naturalmente.

Gli parla:

Stai bene?

Certo. Perché?

Hai appena ingoiato una pietra. Le persone non lo fanno di solito, o se lo fanno rischiano di morire.

Non so, amico, a me le pietre piacciono, mangiarle mi fa sentire meglio. Non chiedermi perché, sono solo un mendicante.

Ma non sei mai andato in ospedale?

Una volta che mi ero tagliato, ma mi hanno mandato via, ché puzzavo troppo.

Il poliziotto concorda su questo aspetto, lentamente si alza per scostarsi. Gli chiede ancora se sta bene e quello conferma. Di nuovo.

Nei giorni seguenti, mentre sbriga la pratica per la rapina dal gioielliere, il poliziotto capita più volte su quella via, e rivede spesso il barbone. Ogni volta si ripete la stessa scena: cammina, oppure è seduto, raccoglie un sasso, a volte più grande, a volte piccolo, e lo ingoia, solo, senza nemmeno un sorso d’acqua.

Il poliziotto pensa che il tipo è partito di testa, e che al più presto lo ritroverà cadavere, uno non può andare avanti così per molto. Pensa che forse dovrebbe chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare con un TSO. Decide che chiederà al suo superiore.

Il barbone tasta la pietra. Sente se è calda. A volte di più. Altre sono gelide, e allora le mette nelle mutande. Le pietre a volte sono rotte, e allora le deve lisciare. Per molto tempo le sfrega con le mani l’una contro l’altra, e infine non solo sono lisce ma cambiano anche colore. Luccicano. La luce che c’è imprigionata inizia ad uscire. Quelle sono le migliori, è in quel momento che lui le mangia. Sente la luce dentro di sé, e la luce lo guarisce. Il barbone riconosce tutte le pietre. Le vede, anche da lontano, e sente se hanno la luce. Vede il colore, sente il calore e il peso. Le pietre sono antiche quanto la terra. Le pietre sono oneste: non sanno che esisti, per loro stessa natura illuminano e guariscono.

Il poliziotto esce dal bar. È notte fonda. È ubriaco. Il barbone è lì, seduto. C’è qualcosa che non va. Due uomini sono in piedi davanti a lui, uno lo prende a calci.

Il poliziotto si gira e si incammina nella direzione opposta. Di fronte a lui un’auto dei Carabinieri. Vaffanculo, non può andarsene. Se quelli se ne accorgono ha finito di vivere tranquillo. Allora ritorna sui suoi passi, e vede che quelli continuano a menare il barbone. Gli girano i coglioni. Si avvicina.

Allora, avete finito di rompere?

Quelli si girano, hanno davvero due facce di merda, entrambi hanno le lame. Stavano torturando il barbone. Ma di che cazzo si fa la gente? Lo guardano storto e gli dicono:

Sparisci. Tu non hai visto niente e non hai problemi.

Il poliziotto risponde calmo che non vuole storie, che i Carabinieri si stanno avvicinando, che devono solo togliersi dalle palle e mollare il barbone, così nessuno si fa male. Quello sembra che non lo senta nemmeno, estrae un pistolone da film. Insieme al suo compare inizia a sparare verso il poliziotto e i due Carabinieri che sono ormai pochi metri alle sue spalle.

I due volano secchi, come rami spezzati. Il poliziotto si piscia addosso e urla come una scimmia. Spara tutti i colpi della sua pistola d’ordinanza. La vita genera casi, coincidenze fortunate: insomma, li secca. Entrambi.

Con i pantaloni sporchi di merda il poliziotto si avvicina. La gente si affaccia alle finestre. La sbronza gli è passata. Controlla che i morti siano tutti morti, compresi i Carabinieri. Chiama il commissariato e le ambulanze. Chiama anche sua moglie.

Poi cammina verso il barbone. Lo sente rantolare. Si abbassa verso di lui, vede sangue ovunque. Guarda meglio, e poi capisce. Lo hanno sventrato, ha lo stomaco aperto. È ancora vivo, recita strani versi e litanie. Cristo, povero vecchio. Il poliziotto guarda se può fare qualcosa, ma ne dubita. Poi vede che dentro la sacca dello stomaco ci sono le pietre. Le pietre che il vecchio continuava ad ingoiare erano lì, almeno in parte, dentro al suo stomaco. E lì, brillante come l’onestà, luminoso come la purezza, uno splendido diamante è in bella vista, tra le pietre di strada e i ciottoli. Il poliziotto guarda il barbone. Quello accenna un sorriso doloroso, quasi di scusa, e cerca di sussurrargli qualcosa che parla di cura e di onestà.

Il poliziotto non capisce, ma non importa. Il barbone muore davanti a lui. Pochi minuti prima delle ambulanze.

L’assicurazione del gioielliere ammise che in fondo era contenta.

Luca Giudici

Babbo Natale Poliziotto Fetish

Sono le 18e50, tra dieci minuti finisco. Ancora penso a quell’unico bambino che oggi mi ha scoperto: “Non sei quello vero, la barba è di plastica” mi aveva detto circondato da altri che invece strabuzzavano gli occhi e mi guardavano affascinati. Allora la madre di quel marmocchio si era intrufolata tra la folla di bambini e lo aveva tirato a se proprio mentre cercava di arrivarmi alla barba per svelare il trucco. Ci siamo guardati negli occhi, io e la madre. Lei ha sorriso e lo ha portato via.

“Papà papà! Quello non è il vero Babbo Natale” sentii il marmocchio frignare.

“Mah! Lo pagheranno anche in nero” disse il padre rivolto più alla moglie che al figlio.

“Caro, smettila di fare il poliziotto anche quando non sei in servizio” disse la moglie  mentre si allontanavano dal trono di Babbo Natale.

Sono le 19, saluto tutti con un “Oh oh oh!” e vado via. Dietro l’angolo tolgo il costume e lo metto nel mio inseparabile borsone.

Squilla il cellulare: “Si? Ok. A che ora? Ok, tra poco sono li”

Un appuntamento al Night, stasera qualcuno ha richiesto i miei servigi. Da Babbo Natale a poliziotto fetish. Ecco come tiro avanti in questo periodo. A Pasqua sarò Coniglietto Pasquale e sempre, occasionalmente, poliziotto fetish. E io che ho studiato per diventare attore di teatro!

Passo a casa, infilo nel borsone il costume per il privé e arrivo al Night. Chissà quale donna annoiata vuole farsi strusciare dal poliziotto fetish il 23 di Dicembre. Entro. Guardo negli occhi la donna seduta sul divanetto blu. Riconosco lo sguardo: è la madre del bambino anarchico di oggi pomeriggio. Sorrido: la moglie del poliziotto che prenota il poliziotto fetish. Dentro di me rido e piango: questi luridi lavori mi stanno moralmente distruggendo. La faccio divertire ballando, giocando con le manette e tutte le altre cazzate che piacciono tanto alle clienti. Poi rimango al Night dopo l’appuntamento. Grave errore perché mi bevo la metà di quello che ho guadagnato oggi facendo il Babbo Natale e tutto quello che ho racimolato col privé.

Sono le 9e30 di mattina e non sono tornato a casa a dormire, l’alcool ha vinto e mi ha tenuto sveglio. Ora sono ubriaco, totalmente pendente e tra mezz’ora sarò anche un Babbo Natale. Arrivo vicino la piazza. Mi vien da vomitare. Arraffo il costume dal borsone. Che vita di merda. Mi vesto incastrandomi più volte nei pantaloni rossi e larghi e poi via, verso i figli delle donne annoiate.

Sono le 10, eccomi al centro della piazza vicino al trono di Babbo Natale. I bambini, però, non mi vengono incontro felici. Alcune mamme trascinano via i propri pargoli coprendogli gli occhi. Sono tutti a bocca aperta. Che vogliono? Abbasso lo sguardo, mi osservo. Scarpe a punta nero lucide, pantaloni rossi e larghi, maglietta aderente di rete nera con buco ad altezza capezzoli, stella da sceriffo dorata, manette e frustino agganciate alla cintura. In testa il cappello di Babbo Natale.

Sono le 10e01: mentre l’alcool mi risale dallo stomaco e inonda con un fiotto il trono di Babbo Natale, vedo, con la coda dell’occhio, due poliziotti che mi corrono incontro minacciosi. Uno dei due ha un volto che conosco.

Patrizio D’Amico