La società dello spettacaaargh! – 11

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10]

Caro Matteo,

ho ragionato un po’ sulla tua analogia tra piani meta- e geometrie di Escher: non era proprio così che me l’immaginavo, e questo mi ha portato ad analizzare meglio il concetto, che avevo delineato in modo approssimativo e frettoloso.
Con “inerpicarsi di piani meta-” intendevo ciò che scopriamo in quelle discussioni che finiscono quasi subito per vertere su cosa si è detto, sul perché lo si è detto, sul fatto che lo si è detto (talvolta addirittura qui, si finisce) etcetera; meta-discussioni, insomma, spesso snervanti, che sono favorite dall’epidemica comunicazione in forma di trolling (e in generale da quel fenomeno della comunicazione nel quale Mario Perniola ravvisa il discorso psicotico): il discorso del troll è talmente disgregato – spesso inconsapevolmente – e superficiale – nel senso proprio che pare un’increspatura della superficie – che la prima cosa che ti viene da fare è chiedere conto dei presupposti, tentando di mostrare al tuo interlocutore quanta complessità e quanto pervertimento dei significati si celino in quelle che lui pretende essere verità lapalissiane. La cosa interessante è che ai suoi occhi è il tuo meta-discorso che inerpica piani meta- e si allontana dal reale, mentre per te il tuo meta-discorso non fa che scoprire, a ritroso, in direzione del reale, la somma di piani occultati sui quali il discorso del tuo interlocutore si muove: l’impressione prodotta nel tuo interlocutore dal tuo meta-discorso, di un ulteriore allontanamento dal reale, è causata dal fatto che stai spostando l’attenzione dalla realtà dell’originario oggetto del dibattere alla realtà dell’esistenza del piano meta-, che però, per chi vi si muove sopra, è occultato, quindi il tuo meta-discorso scade, agli occhi dell’interlocutore, a pippa. Leggi il resto dell’articolo

Il re che ride

Il re che ride (Marsilio, 2010)

di Simone Barillari

 

Chissà cosa direbbe del suo aforisma René Clair, ascoltando le barzellette di Berlusconi, osservando il ghigno plastificato, che nulla ha da invidiare al buon Joker di Nicholson, che si espande, si tira e soddisfatto fa da commento auto-celebrativo all’arguzia appena proferita.

Non possiamo dire che penserebbe e come reagirebbe Clair, ma di certo possiamo immaginare le reazioni degli italiani che assistono, da dietro lo schermo oppure dal vivo (ahiloro!) a questo imbarazzante siparietto offerto da IL RE CHE RIDE. Occhi spalancati, commenti acidi, mezzi sorrisi imbarazzati come quando ci accorgiamo di avere la patta dei pantaloni aperta, bestemmie e imprecazioni. E tante domande.

Ma di cosa ride poi? E re di cosa? Ma il re una volta non era nudo!?

Oggi (in) vestito più che mai di quell’aura di onnipotenza tipica dei piccoli dittatori dello stato di Banana, il buon monarca politicante è (auto) convinto di avere nella sua faretra strali, capaci di piegare ogni situazione e ogni avversario, con comicità consona a ogni occasione che non può che sedurre l’auditorium di proseliti e non che fa da bersaglio a ogni appuntamento.

Ma è veramente così? Nel suo saggio, Simone Barillari fa un suo punto di reputazione mostrarci tutto quello che si nasconde dietro le ingenue (?) battute del Silvio internazionale.

Perché tra le quinte di ogni comica storiella si affastellano momenti ben precisi della carriera politica dell’imprenditore con un sogno, nomi e cognomi di alleati e avversari vessati bonariamente come i poveri carabinieri (che mai dovrebbero prendersela per quello che si dice su di loro… visto che è la verità …) e scandali più o meno importanti che hanno scosso (ma davvero!?) le fondamenta del cielo azzurro in cui abita il Dio-RE.

L’autore del libro è quindi uno studioso pluri – competente che porta avanti con scaltrezza e bravura il lavoro dello storico, del sociologo e dello scrittore con una nota ironica che traspare leggendo molto bene tra le righe ma anche con un’oggettività intraprendente per un tema del genere.

Affatto banale Il Re che ride è un libro da leggere con molta attenzione, che serve da promemoria, da allerta costante per la nostra capacità di critica e autocritica.

Il re ride. Il popolo piange. La nazione trema e ridere non è il vero segno della libertà ma la bandiera bianca sventolata di fronte a un nemico che avanza con i fantocci di paglia.

 

Alex Pietrogiacomi

Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro

SERVI. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, 2009)

di Marco Rovelli

Poi mi accompagni alla macchina e mi dici: “Mi piacerebbe sapere meglio l’italiano, sai la lingua è un problema, non capisci mai fino in fondo, e nelle cose il gusto è in fondo”, e già è il primo regalo che mi porto dietro nel viaggio, e poi mi lasci dicendo: “In patria ormai sono straniero, quando torno al paese non mi piace più andare a rubare la frutta sugli alberi”, e questa immagine perfetta del tuo sradicamento la porto con me, in questo viaggio, che mi fa fare un passo sotto, nel paese sommerso. (p. 106)

Vi ricordate degli “italiani brava gente”? Quelli che hanno permesso il boom economico del dopoguerra e che sono conosciuti in tutto il mondo per il loro estro e la loro fantasia? Quegli stessi che sono emigrati in massa a cercar lavoro, in America o nel resto d’Europa, e che in materia di discriminazioni dovrebbero saperla lunga?

Forse no, perché il popolo italiano pare avere la memoria corta, o forse fa finta di non averla affatto, grazie a quella stessa capacità istrionica di saper ribaltare la realtà dei fatti che lo contraddistingue da sempre. Anni e anni di trucchi e sberleffi ci hanno ormai abituati a identificare ciò che conviene con la realtà dei fatti, che poi è un altro modo per dire che chiudiamo volentieri gli occhi dinanzi a ciò che non ci piace vedere. Anzi, per non dover neanche sostenere lo sforzo di abbassare le palpebre, ciò che è sconveniente lo rendiamo direttamente invisibile, relegandolo in uno spazio cieco, per poi illuminarlo solo quando ci torna utile.

È quanto più o meno succede da anni nei confronti dei clandestini, ché riconoscere una massa di nuovi servi nel paese del Rinascimento sarebbe poco meno che bestemmiare, o giù di lì.

Marco Rovelli, in quello che la quarta di copertina definisce un “reportage narrativo”, gli occhi non li chiude, anzi, ci restituisce con la sua scrittura il viaggio allucinante nel mondo della clandestinità made in Italy, di cui la legge (e quindi lo Stato) è diretta produttrice. L’autore fa quest’opera di scavo – nella lingua, nella vita – necessaria a gettare una luce sui vasti coni d’ombra di un’economia italiana fatta ancora di braccianti e di subappalti che moltiplicano i cantieri di lavoro nero.

Come non capire, leggendo le storie qui riportate, a chi convenga mantenere gli immigrati in situazioni d’irregolarità per sfruttarli a condizioni lavorative inumane? Forse molti di noi già lo sanno, o intuiscono come vanno certe cose, ma conviene far finta di non saperlo. Conviene a noi italiani, soprattutto. E allora è necessario un libro – ebbene sì, anche loro, a volte, sono ancora necessari – per andarci a sbattere contro queste verità: un libro che restituisca la parola e un volto, o dei gesti, a chi solitamente non ne ha.

Rovelli riesce magistralmente in questo lavoro, assieme geografico e geologico, che è sì un reportage (la geografia di un’Italia sconosciuta), ma al tempo stesso anche un romanzo in cui la voce narrante è il prodotto dell’incontro tra l’autore e i propri temporanei compagni di viaggio. Un libro, soprattutto, in cui ci si rivolge in seconda persona nei confronti di chi non viene mai interpellato, di chi spesso non ha neanche un nome. Difatti, in più d’una di queste storie si riscontra questo stupore dell’altro – il clandestino – davanti alla disponibilità all’ascolto . Non si tratta di compassione, bensì di rispetto, quello a cui dovrebbe avere diritto ogni essere umano, ma che sembra roba da marziani in un paese che non conosce più il rispetto neanche per se stesso; in un paese che perde volentieri la memoria, come ci ricorda Maloud, che non si capacita di come gl’italiani non si rivedano nella situazione che investe oggi i nuovi emigrati, bloccati in questa terra di nessuno e stranieri in ogni luogo. Prigionieri in Italia, dove non gli vengono riconosciuti i propri diritti; prigionieri nel proprio paese, dove non possono rientrare sia per motivi politici (possibili ritorsioni o persecuzioni), sia a causa di una legge kafkiana che li mette in condizioni di irregolarità perenne. E lo dice uno come Maloud, che è fortunato, perché per via della pelle chiara, il capello biondastro e gli occhi chiari non lo prendono per maghrebino. Eppure anche per lui l’integrazione resta un sogno, perché quando gira con i suoi amici marocchini vede la gente che c’ha paura, che si stringe la borsa al corpo. E se lo dice uno come Maloud, che forse l’Italia non è quell’America che tutti si credono prima di partire, c’è da credergli, perché all’interno di questo libro la sua storia sembra la più normale, o forse è soltanto perché sono le altre ad essere allucinanti oltre ogni immaginazione. Proprio come in quest’Italia, dove la realtà sembra ogni giorno di più uno sceneggiato girato male, ma dove chi viene costretto a pagare, alla fine, paga davvero.

Simone Ghelli

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 10

[Segue da qui]

Ci sono diverse teorie sulle attitudini politiche del quintetto, tutte ben argomentate, ma smontate dal fatto che in ognuna di quelle teste la visione del mondo era bacata in un modo diverso. Non v’era cioè uno sguardo d’insieme sulla realtà, ma semmai un’accozzaglia d’idee – o, per esser più precisi, di principi d’idee – che rimanevano abbozzi, e che di tanto in tanto rispuntavano dal terreno per poi ricader subito per terra al primo alito di vento. In verità, i più – ad eccezione dei pochi facinorosi rimasti a piede libero nel nostro beneamato paese – concordano sul fatto che le tendenze eversive del gruppo nascessero da un eccessivo bisogno di comparire, nonostante tutti i proclami contro la società dello spettacolo e via discorrendo.

Questa loro necessità di trasformare la parola in azione era insomma il risultato di un lento logorio dell’anima, la quale ambiva a trovare un riscontro della propria esistenza in mezzo agli altri, al di fuori di quelle poche righe scritte, perlopiù non reperibili dal grande pubblico. Per chiamare le cose con il loro nome e non fare il gioco di questi scrittori, così bravi a ribaltare il senso e a colpir di metafora, si può dire che il vero motivo di tal furore poetico fosse un male assai ricorrente e banale pei nostri tempi: la frustrazione. Nonostante gli alti ideali, risorgimentali o rinascimentali che fossero, costoro erano in tutto e per tutto figli della nostra epoca, in cui l’occhio precede gli altri organi, e perciò incapaci di condurre quella vita isolata e anonima che apparteneva ai grandi scrittori di una volta. Forse questi novelli scrittori non avevano così tanta fiducia nella loro parola, e allora dovevan batter di gran cassa, buttarla insomma in caciara, e per farlo non trovarono di meglio che mirare al bersaglio grosso della politica, ché tanto quello fa sempre rumore.

Gli è che questi cinque affabulatori si sentivano posseduti dalla voce del popolo; un popolo, a dire il vero, che non rispecchiava certo la maggioranza degli italiani, ché ormai alla precarietà c’aveva fatto il callo da tempo e che non si riempiva di certo la panza con la cultura. Essi identificavano però il popolo in quel manipolo di spettatori che nel bene o nel male continuavano a seguirli, senza considerare problemi di ordine statistico – ché i letterati non si abbassano a certe cose – dai quali avrebbero subito dedotto che trenta persone, per quanto siano risultato più che dignitoso per una lettura, sono una minoranza della minoranza in una penisola abitata da milioni d’individui. E invece le loro gole s’incendiarono per qualche applauso di convenienza, che scambiarono per fermento culturale – e qua ci sarebbe da incolparne quelli che non capiscono quanto fragili siano le menti di certi soggetti portati al romanticismo, e che anziché spegnerne preventivamente i bollenti spiriti, si divertono nel gettar benzina sul fuoco delle loro passioni.

A volte, come il caso in questione dimostra, è da certi errori di valutazione che nascono poi i peggiori mostri, che di qualche idea strampalata finiscono per farne un manifesto, o addirittura un piano che prevede il sovvertimento della retorica dominante e il sabotaggio del linguaggio del potere; che da qui a scambiare una visione personale del mondo – oltretutto insana, aggiungo io – per la realtà delle cose, il passo è breve. Anzi, brevissimo.

Insomma, se il virtuale altro non è che un potenziale reale – qualcosa che attende di essere messo in pratica – allora la colpa di tutto quanto è primariamente di quei lettori che non s’avvidero della pericolosità soggiacente tra le righe, e ancora più di chi non legge, perché è come chi si tappi gli occhi davanti all’orrore per non esser costretto a guardarlo in faccia. Se questi cinque modesti scribacchini avessero goduto di un pubblico più ampio, probabilmente non starei qui a raccontarvi questa storia, perché nella massa sarebbe balzato agli occhi, anche ad una sola persona, l’aberrante disegno che si andava delineando. Ma forse, a pensarci bene, in tali condizioni non si sarebbe neanche sviluppato quel senso di frustrazione che vedo all’origine del tutto, e che dimostra che il male si annida sempre laddove non vi sia del bello. Un sentimento, mi pare ormai chiaro, a cui non potevano certo aspirare i cinque bruti di cui stiamo qua trattando.

Simone Ghelli

Trauma cronico – Perché l’Italia non deve vincere il mondiale

Credo che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta che i fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.

José Saramago

L’Italia di calcio si è qualificata per il mondiale. L’Italia è campione del mondo in carica e potrà difendere il titolo conquistato. Se la memoria non mi trae in inganno, è la prima volta che la squadra campione uscente debba affrontare la fase a gironi di qualificazione. Sono cambiate le regole, e se sono cambiate, sicuramente dietro ci sono ragioni economiche, ma non staremo qui ad indagare, non ci interessa. Quello che mi preme è condividere una riflessione cominciata nella tarda serata del 9 luglio del 2006, quando il popolo italiano è impazzito al grido bestiale di Pooo Popò PoPoPooo Pooo Popò PoPoPooo. Che poi milioni di italiani a fare il coretto per giorni e giorni, e mica lo sapevano, la maggioranza di loro, questi ignoranti, che intonavano il tema principale di un pezzo dei White Stripes, Seven Nation Army.

L’italiano è pecora, da secoli, nei secoli. In cento anni questi idioti hanno avuto la capacità di subire Benito Mussolini e, non contenti, Silvio Berlusconi. Roba da far accapponare la pelle all’uomo ancora capace di discernere e di ragionare.

Quel 9 luglio abbiamo assistito allo sdoganamento ufficiale del fascismo in tutta la sua brutale ignoranza e prepotenza. La gioia mondiale e i litri di Peroni avevano annullato i freni inibitori degli italiani scesi sbraitanti e suonanti nelle piazze ergendo simboli sopiti, svastiche, croci celtiche, fasci littori e soprattutto il volto di Benito Mussolini raffigurato su t-shirt e bandiere, o addirittura sulle mutande. L’ho visto coi miei occhi, ho sentito con le mie orecchie intonare vecchi canti fascisti, fu allora che decidemmo di ritirarci, io e i miei amici, perché ci rendemmo conto che non c’era nulla da festeggiare. La vittoria del mondiale di calcio, in quel determinato contesto storico, più che una gioia, fu un tristo evento.

Animale Italia. Italia di animali.

Il giorno successivo poi, in diretta tv coi festeggiamenti da Circo Massimo insieme ai giocatori, Buffon, uno degli uomini-simbolo di quella nazionale, il portiere paratutto, esultava mostrando uno striscione in cui vi era scritto “Fieri di essere italiani”, con tanto di celtica raffigurata in calce. Fu uno spettacolo indegno. Io mi vergognavo di essere italiano mentre il mio popolo impazzito era in preda a delirio collettivo.

Immagino Pertini, sono certo che egli non avrebbe taciuto, avrebbe detto qualcosa con l’indice puntato contro il portierone, a spiegargli cosa era il fascismo, il nazismo, che la Repubblica, la Costituzione, nascono dalla lotta per la libertà contro la dittatura, che lui era stato in prigione e storie di uomini che non ci sono più. Altri tempi, altri uomini.

Il mondiale del 1982 fu epico. Pertini ne fu un simbolo che seppe dare un senso vero, concreto, in un momento difficile nella storia del nostro stato democratico, l’ennesimo momento difficile, quando da poco la cronaca era stata investita dallo scandalo P2 e Pertini, Presidente Partigiano di cui oggi sentiamo immensa mancanza e gran bisogno, era allo stesso tempo la voce del popolo e la voce delle istituzioni che all’unisono parlavano da cittadini liberi a cittadini liberi.

Uno spettro si aggira per l’Italia, un doppietta mondiale che evocherebbe quella del ’34-’38, e non sarebbe proprio il caso. Abbiamo motivi validi di seria preoccupazione, Materazzi colpito dalla testata che crollava al suolo, era  l’immagine della democrazia in Italia che veniva meno. Rivolti alla mamma di Zidane questo popolo di imbecilli rivolgeva improperi irripetibili, specchio dell’incultura e del degrado senza dignità in cui si è beceramente sprofondati.

Ecco perché spero che l’Italia non vinca il mondiale.

Gianluca Liguori

Precari all’erta! – Per riprendere la parola…

Mentre il paese dibatte sulla libertà di stampa e sui vari lodi, mentre la politica continua a usare lo stesso aggressivo linguaggio per rivendicare le proprie ragioni, mentre i politici di professione mistificano la realtà a proprio uso e consumo, io ho deciso di cambiare strategia, convinto del fatto che per cortocircuitare questo processo sia necessario sabotarne il linguaggio.

Pertanto ho deciso che la rubrica Precari all’erta! andrà, almeno temporaneamente, in vacanza (e comunque, per quanto riguarda le notizie sul mondo del precariato avrete sempre il bel blog di PrecarieMenti) per lasciar posto a una storia a puntate che s’intitolerà La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia. Un feuilleton politico insomma, ma alla maniera irriverente e surreale come piace a me. I protagonisti saranno una banda di scrittori che girano l’Italia a leggere le proprie cose, e che, spinti dall’euforia per l’imprevisto successo di pubblico, decidono di mettere in atto un piano che Luciano Bianciardi avrebbe probabilmente affidato al grande Ugo Tognazzi*: rubare le parole al Presidente. I cinque sconsiderati vengono però fermati proprio sul più bello, esattamente il giorno prima della grande manifestazione per la libertà di stampa. Chissà a quali parole crederà il popolo…

Vi aspetto qui, numerosi, dal prossimo sabato… e naturalmente si accettano suggerimenti, ma tanto poi decido io!

Simone Ghelli

*Mi rifersico qui alla trasposizione cinematografica de La vita agra, che diresse Carlo Lizzani e di cui Tognazzi fu protagonista.

Caro Simone, hai ragione però…

Caro Simone,

hai immensa ragione quando inviti al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese, e hai immensa ragione quando sostieni che se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto. Rimarrà una terra desolata in mano a chi questo Paese lo voleva esattamente così, un deserto culturale senza opposizione.

Tuttavia, considera questo. L’Italia è un angolo di mondo la cui popolazione soffre di disturbo da stress post-traumatico a livello nazionale. Non ne è escluso nessuno. Lo dimostra il fatto che la memoria è labilissima, non si ricordano eventi tragici, ma allo stesso tempo nessun Paese in Europa celebra come eroi nazionali scrittori di noir storici o giornalisti che hanno l’unico merito di chiamare le cose con il loro nome – reati –, e di menzionare le leggi che in linea teorica li punirebbero.
Gli italiani sono il popolo più ansioso del continente europeo. L’ansia è ovunque: dalle madri isteriche che sulla spiaggia urlano ai bambini di non sporcarsi, all’ultra-trentenne in scadenza di contratto che non godrà di ammortizzatori sociali fino all’inizio dell’impiego successivo, ma dovrà accontentarsi di un assegno di disoccupazione ridotta calcolato sui CUD dell’anno fiscale precedente, che in totale non arriverà a coprire le spese vive di un mese. Il consumo di benzodiazepine e altri psicofarmaci è il più alto d’Europa.

C’è nel popolo italiano un’abitudine generalizzata al non detto, tale che non sembra più strano che non si siano mai fatti i nomi dei responsabili di eventi che hanno segnato intere generazioni e le cui conseguenze paghiamo fino ad oggi, oggi non in senso figurato, ma proprio ora, adesso. Non sembra più strano che si passino leggi contro l’interesse del popolo il giorno di Ferragosto, non fa alcun effetto che i sindacati non abbiano lottato perché l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro implicasse che il soggetto tutelato fosse il lavoratore e non le aziende, le quali sulla base di quella flessibilità realizzano ora un risparmio sul personale che incide in maniera sensibile sul bilancio annuo.
Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

Bianconi dei Baustelle (gruppo che – detto per inciso – non ascolto, tanto da avere scoperto solo oggi che il cantante, oltre ad avere un look molto cool – cosa che mi ha sempre tenuta alla larga insieme al genere che non amo – è dotato effettivamente di un cervello sopraffino) avanza una proposta molto interessante. Dice: gli intellettuali che per raggiunto benessere possono permetterselo, perché non si trasferiscono all’estero e motivano il gesto con una lettera collettiva di indignazione indirizzata al Capo dello Stato? Non ha torto: sottrarre a questo paese che muore la linfa intellettuale significa infliggergli un colpo al cuore, un’umiliazione pesante davanti al mondo che ci guarda.

Il padre fondatore della lingua italiana fu esiliato da Firenze in contumacia, come si studiava a memoria al liceo, senza capire cosa ciò avesse significato per il poeta sul piano umano, intellettuale e professionale: un disastro. Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che? Un’indifferenza assoluta.
E d’altronde questi intellettuali che grazie a raggiunto benessere, coronati dall’alloro di prestigiosi premi letterari, invece di abbracciare con uno sguardo amoroso il proprio paese da cui non solo non se ne vanno indignati, ma anzi si godono tutte le glorie transitorie di qualche successino editoriale in un carnevale egoico che fa pietà, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi, si impegnano unicamente in miserande scaramucce sui quotidiani nazionali, che chi è in scadenza di contratto non ha nessuna voglia di leggere, e se le legge per curiosità ne rimane disgustato e allibito.

Dunque Simone, concordo con ogni virgola della tua proposta, ma concordo per un’unica ragione: me lo posso permettere, perché in realtà niente e nessuno mi trattiene qui. Per me essere tornata in Italia per un periodo è un’esperienza come un’altra, come se fossi andata a vivere un anno alle Galapagos. Ma chi invece non ha né i mezzi e neppure il curriculum per potersi spostare all’estero credo che guardi con impotenza questo spettacolo, e che coltivi il desiderio feroce di allontanarsene, perché la verità è che provoca dolore.
Questo è un dolore che oramai non si sente più, è entrato a fare parte dell’organismo, si è trasformato in qualcos’altro, ansia, anaffettività, carenza endemica di autostima, carenza di desiderio, un dolore convertito in qualcosa di più accettabile, che permetta per lo meno di affrontare la giornata.

Io l’Italia la vedo così: un paese malato che non sa quanto soffre davvero, perché a volerlo veramente valutare si aprirebbe un abisso che è meglio per tutti che rimanga chiuso. Per questo nessuno muove un dito perché al lavoro intellettuale venga riconosciuto un ruolo nell’uscita dall’impasse politica, sociale ed economica. Aprire quel pozzo e sprigionare forze che da almeno un ventennio premono per uscire allo scoperto è qualcosa che chi questo paese lo tiene sotto giogo non può assolutamente permettersi. Il vero corpo di Eluana è l’Italia. A questo punto resta solo, veramente, da staccare il tubo.

Claudia Boscolo