Lavorare, passeggiare, raccontare

Con la manifestazione del 9 aprile, che ha segnato un primo tentativo di unire in uno stesso corteo lavoratori (e non) accomunati dall’orizzonte della precarietà (anche se provenienti da contesti diversi),  è stata scattata la fotografia ancora parziale di una famiglia allargata, trasversale alle classi sociali e alle generazioni. Farsi vedere e raccontarsi, superare il senso di vergogna (magari per la differenza tra le aspettative e la realtà) e la paura del ricatto (sul luogo di lavoro), in una parola manifestarsi, rimane assolutamente necessario. Non basta infatti farlo una sola volta, ma deve essere pratica quotidiana e (possibilmente) condivisa. È questo il senso degli Stati Generali della Precarietà 3.0: tre giorni d’incontri che si terranno a Roma nel segno della condivisione di strumenti e strategie, dove «parlare dei nostri desideri, della libertà che vogliamo riprenderci, della forza che vogliamo far esplodere».

Simone Ghelli

Quello che segue è il programma dettagliato delle tre giornate:

Venerdi 15, @ LOA Acrobax [via della vasca navale,6]
dalle ore 19 accoglienza e concerto di Asian Dub Foundation

Sabato 16, @ GENERAZIONE_P RENDEZ-VOUS [via alberto da giussano, 59]:

dalle 21.00: serata di festeggiamento dei primi 6 mesi di occupazione di Generazione P – rendez vous
cena
+ proiezione della videoinchiesta sulla precarietà “Inpreca video”
+
proiezione del docufilmLampedusa next stopa cura di Insutv (presenti gli autori)
a seguire dj set

Domenica 17, @ Volturno [via Volturno, 37]:

9 Aprile, Stati Generali della Precarietà, Sciopero Generale. Prendiamo parola.

Abbiamo di fronte a noi un mese che ha tutte le potenzialità per essere qualcosa di lontano dagli stanchi rituali della mobilitazione che da anni hanno perso la capacità di incidere sulle contraddizioni della realtà politica e sociale italiana. Le date che si inanellano dal 9 aprile al 6 maggio possono diventare l’occasione per mettere a punto una “direzione culturale comune” attraverso cui interpretare le condizioni di vita e di lavoro in Italia e pensarne quindi la successiva trasformazione. Ma non solo. Dovremmo far nostra l’ambizione di libertà che si respira nel Mediterraneo, ritrovando la forza di credere che la Storia non la fanno solo gli eserciti e i capi di Stato. La contingenza storica che stiamo attraversando ci invita a sollevarci dal soporifero letto di piaceri immaginari che narcotizza le nostre vite, farla finita con la raccolta di testimonianze, e piuttosto scegliere la parte di chi lascia solo testimoni attorno a sé; invece di emozionarci esclusivamente per le piccole storie, non potremmo riscoprire la passione inattuale per la Storia?

La mobilitazione nazionale del 9 aprile, “Il nostro tempo è adesso”, gli Stati Generali della Precarietà, il 1 maggio e la May Day, hanno in comune la volontà di ordinarsi, per necessità, nel paradigma della “condizione precaria”. Leggi il resto dell’articolo

Avere un lavoro o lavorare? Riflessioni filosofiche sul precariato a partire da Erich Fromm

In vista della manifestazione dei precari di sabato 9 aprile, rilanciamo questa interessante riflessione di Matteo Antonin.

 

In un suo celebre saggio del 1976, Avere o essere?, lo studioso (filosofo, sociologo, psicologo) Erich Fromm delinea chiaramente, all’interno della sua indagine sulla dialettica individuo-società, le due modalità che, a suo parere, orientano l’esistenza dell’Uomo: la modalità dell’avere e la modalità dell’essere. «Dicendo essere o avere», scrive Fromm, «mi riferisco a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza dei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona».

Erich Fromm (Francoforte sul Meno, 1900 – Locarno, 1980)

Nella modalità esistenziale dell’avere l’uomo ha verso il mondo, verso le cose e le persone, un rapporto di possesso: egli aspira a possedere.

Per prima cosa, ognuno crede di possedere se stesso (ed è su questo possesso che, in definitiva, si basa il concetto di identità); in secondo luogo ognuno desidera possedere le altre cose e gli altri. Nella modalità dell’avere il possedere le cose, ovvero la proprietà, è ciò che costituisce l’individuo. L’avere reifica le persone e i processi vitali, si riferisce a cose, e le cose sono fisse, improduttive, morte.

L’essere invece si riferisce non alle cose, bensì all’esperienza: un’esperienza che è costitutivamente libera, indipendente e critica, in quanto si basa sull’«uso produttivo dei nostri poteri umani».

Fromm correda il ragionamento di molti esempi tratti dalla vita quotidiana: l’apprendimento (nella modalità dell’avere un apprendimento passivo, nel quale gli studenti sono come recipienti vuoti che vengono colmati; nell’esperienza produttiva dell’essere un apprendimento vitale, attivo, produttivo), la lettura, la conversazione, la conoscenza (sottolineando la differenza tra avere conoscenza e conoscere), la fede (cieca fiducia in idee preconfezionate o fede nella vita, nell’uomo, che non si basa sulla sottomissione ad un’autorità costituita), l’amore (come possesso dell’altra persona o come processo vitale e produttivo).

Dal 1976 molte cose sono cambiate, ma l’assetto di una società basata sulla proprietà, sui consumi e sul possesso non è cambiato molto.

Ciò che però è mutata da allora è la condizione del lavoratore, e la sua nuova condizione di subordinazione e sottomissione legalizzata attraverso precarietà, mancanza di futuro e di sicurezza, realtà che ai tempi del libro di Fromm era sconosciuta (come lo erano i concetti che di questi mutamenti stanno alla base come fondamenti teorici: globalizzazione, flessibilità, delocalizzazione del lavoro…) .

Tuttavia, applicando il ragionamento di Fromm a questa nuova  condizione esistenziale del lavoratore odierno (la precarietà lavorativa ed esistenziale) si può notare come essa si possa comunque inserire in un’ottica funzionale al contrastare la modalità dell’essere e a perpetrare quella dell’avere.

La mancanza di continuità del rapporto di lavoro e conseguentemente di qualsiasi certezza sul futuro è il moderno meccanismo, teorizzato e messo in atto, per spronare l’Uomo a piegarsi alla passività, all’incapacità di sviluppare la propria funzione e il proprio essere attraverso l’abitudine ad avere un lavoro, senza mai  lavorare.

Nella modalità dell’essere lavorare dovrebbe essere uno sperimentare (e questo è possibile solo attraverso la sicurezza e la continuità del rapporto lavorativo) un’attività non alienata che consista non nell’avere un (momentaneo) posto di lavoro (e desiderare averlo soltanto per avere il guadagno che ne deriva), ma un’attività produttiva nella quale sviluppare le proprie potenzialità e  il proprio essere dinamico.

Un lavoro sicuro, a tempo indeterminato, non alienato, che rappresenti il nostro essere profondo, esprimendo le nostre capacità più proprie, che garantisca al lavoratore di poter fare dei progetti, deve essere evitato in quanto, usando le parole di Fromm, nella modalità esistenziale dell’ essere, «quando realizziamo  una crescita ottimale, siamo non soltanto (relativamente) liberi, forti, ragionevoli e lieti, ma anche mentalmente sani».

Quindi essenzialmente pericolosi.

Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna

Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna (Transeuropa, 2010)

di Piero Pieri

Il nuovo romanzo di Piero Pieri, raffinato scrittore e poeta della generazione post-tondelliana e docente universitario dal 1980, può essere paragonato a certi liquori, che sollecitano piacevolmente il palato per tutto il tempo che si ha il bicchiere alle labbra; posato il bicchiere, lasciano un senso di nausea… Il paragone mi sia perdonato, ma ad un testo cinico e spietato (per ciò che vi si narra) va fatta una critica per via di quelle immagini crude e situazioni rivoltanti che accadono all’interno del «mondo marcio e dorato dell’accademia» (p. 21). Ecco, dunque, un romanzo-dossier sulla fauna giovanile universitaria, rappresentata dall’autore nelle sue fragilità, precarietà, miserie. Les nouveaux anarchistes è il racconto di futuri abortiti, di generazioni fallite, di parti ideologici mai portati a termine, della nascita di un nuovo e possibile movimento anarchico-insurrezionalista.

La trama si snoda tra le vicende di un gruppo di amici, fuorisede a Bologna in via Fondazza: Renzo, assegnista al Dipartimento di Filologia moderna; Gian, studente fuoricorso del DAMS e pittore scadente; Elena, chiacchierata ricercatrice di Letteratura italiana; Carla, giovane studentessa innamorata di Paolo, associato di Sociologia della letteratura. I loro destini si intrecciano più di quanto loro immaginino. Prendendo come campione l’ateneo di Bologna, il romanzo smaschera un mondo deviato, corrotto e meschino, dove le varie forme di precariato generano disfacimento morale e scelte autodistruttive: droghe, stupri, delitti, suicidi e pratiche sessuali come compromesso o risarcimento. In una realtà che agonizza, fatica perfino ad affermarsi l’azione politica eversiva, perché il vuoto generazionale che caratterizza ormai una sempre più diffusa disperazione giovanile porta ad imitare sterili modelli passati (il ‘68 e il ‘77). La rivoluzione non può funzionare se coloro i quali manifestavano nel Sessantotto sono ancora ingombrantemente seduti sulle loro poltrone assieme ai loro inguaribili vizi: «la mediocrità galoppa in questa italietta di furbi e maneggioni» (p. 16); il prof. Simonetti «non ammette deviazioni dalla sua linea programmatica» (p. 19); «Lei lo sa che fine hanno fatto quelli del ‘77? È una generazione di cui non si sa nulla. Se ho ben capito non sono nei posti di potere» (p. 43). Pieri rivolge la critica più feroce al mondo in cui egli stesso lavora e lo fa senza peli sulla lingua: cattedre in cambio di sesso, sfruttamento dei precari senza garantire loro prospettive, alleanze strategiche in nome di ipocriti e convenienti giochi di potere. È la solita storia. Ci sono regole non scritte che vanno rispettate: «Cosa ti aspettavi, idiota? Questo è l’ambiente che ti sei scelto, gonfio e putrido come tutti i luoghi di potere» (p. 132).

La violenza nelle sue innumerevoli forme è la protagonista indiscussa del testo: attacchi di panico, malattie fisiche che fanno da contorno a nausee intime, maternità impossibili, stupri programmati alla vigilia delle elezioni per spostare a destra il voto, generazioni tradite nei sogni e nelle aspirazioni. La narrazione si evolve lungo tre quaderni di gramsciana memoria, intervallati da appunti operativi (intermezzi di riflessione politica e sociale), cartelli letti in chiesa (posti alla fine di ogni capitolo, si basano sulla provocazione polisemica della lingua e rivelano un sarcasmo pungente), file segreti ad uso interno sugli avanzamenti di carriera, mail, intercettazioni telefoniche, lettere mai inviate, blog. Les nouveaux anarchistes è un romanzo affollato di nomi e cognomi, di marche pubblicitarie, di luoghi pubblici e social network, di oggetti che metabolizzano i sentimenti dei protagonisti, di arredi che incarnano esemplarmente i destini di alcuni personaggi (la sedia, il lenzuolo). La trama è volutamente “torturata” e narra le vicende di un precariato intellettuale «ricattabile, incapace di immaginare il futuro, costretto a regole del gioco mutevoli e comunque inaffidabili» (definizioni dello stesso autore). Come dire, che la strategia della tensione si percepisce già prima che i sassi diventino coltelli. Gian e Renzo vengono arrestati e picchiati dalla polizia perché sospettati di spedire pacchi bomba in Sardegna. Poco importa che non sia vero; dopo qualche mese di carcere verranno liberati. Ma la fine di ogni illusione è ormai certa. Nessuno si salva: «le università non vanno riformate, non vanno ricostruite da zero, non vanno neanche rivoluzionate. Le università vanno fatte brillare» (p. 133). La voce narrante si svela nel secondo quaderno ed esce allo scoperto soltanto alla fine del romanzo, ma nei suoi appunti operativi indica alle generazioni future la strada da seguire proiettandosi «istantaneamente nell’era post-apocalittica», quando tutto sarà saltato in aria.

Vale la pena soffermarsi, per un attimo, sulle disavventure degli altri personaggi del romanzo. Microstorie e bozzetti umani ben tratteggiati nella loro inevitabile déchéance morale: Aurora Pace (matricola del DAMS calabrese con una malattia auto-immune), Dominique (prostituta equadoregna venuta in Italia per investire il suo capitale), il dottorino della Dozza (imbastardito perché perennemente rifiutato a causa del suo aspetto fisico), Rita Zamboni (la vera anarchica che commette un delitto).

Una scrittura travolgente, cinica e liquida, che ha la capacità di imprimersi a fuoco nella coscienza di chi legge. Il linguaggio è crudo perché, come si diceva in apertura, cruda ma tremendamente vera e attuale è la realtà che si mette in scena. Il sottobosco intellettuale non sta più a guardare. Il potenziale giovanile non può concretizzarsi in eccellenti ricerche di qualità o in sistemi meritocratici. Le randellate scientifiche fanno più male delle botte dei poliziotti. La potenza rivoluzionaria della giovinezza infila la strada della Grecia. Avreste mai pensato che la rivoluzione potesse nascere da un frustrato precario universitario? Io si…

 

Stefania Segatori

Aspetta primavera, Lucky

Aspetta primavera, Lucky (Edizioni Socrates, 2011)

di Flavio Santi

 

Arrivo la sera morto, con gli occhi cotti come due uova in padella.

 

 

Ci sono dei libri che non ci lasciano indifferenti per principio, perché appartengono al nostro mondo ancor prima che alla scrittura, alla loro scrittura.

È un fatto strettamente personale, qualcosa che incrocia il nostro percorso fatto di altre letture e altre riflessioni; qualcosa che ci avvicina per principio al libro in questione, che ce lo rende fin troppo prossimo. Insomma, ci sono libri che per mille motivi non sfuggono a una lettura partigiana, viziata da un’invasione di campo che ci spinge a ingaggiare una lotta, più che una lettura: con o contro di loro.

È da queste premesse che nasceva il mio iniziale scetticismo nei confronti del libro di Flavio Santi, che tra tutti andava a toccarmi proprio il mio adorato Bianciardi (e il Bandini di John Fante); motivo per cui ho apprezzato di meno le prime pagine, dove ancora dovevo liberarmi dai miei pregiudizi e da ogni resistenza dettata dalla diffidenza nei confronti di una certa sfrontatezza dimostrata dall’autore – eppure, mi dico oggi che l’ho letto, in quel momento non ero forse la stessa persona convinta del fatto che sia meglio cimentarsi coi grandi e rischiare un grande fallimento, piuttosto che gareggiare col primo babbeo che va di moda?

E infatti dicevo dell’incipit, dove il protagonista sogna Pasolini, mica noccioline: Pasolini che anziché esser fuggito a Roma si è fermato in Friuli, a lavorare come insegnante nelle scuole medie, e che non ha più tempo per scrivere poesie né provare a fare un film. È a partire da questa invenzione dell’inconscio che Santi ci regala un’invettiva sulla condizione dell’intellettuale nel terzo millennio; in particolare quella di un traduttore – ed ecco qua Bianciardi e la sua Vita agra – che deve combattere con un mondo editoriale ridotto a spettacolo grottesco, a fiera delle vanità, dove la sopraffazione è un valore riconosciuto da tutti.

I personaggi che abitano le pagine di questo romanzo restano impressi al pari del protagonista, nel quale può riconoscersi chiunque viva oggi sulla propria pelle la condizione di lavoratore precario: basti pensare al collaboratore editoriale Danilo Casupola – che ripete continuamente: «A quando il botto?» riferendosi al Pirellone o Torracchione bianciardiano –, licenziato per far posto a un raccomandato; o allo scrittore Adamantino Pollastri, uno molto potente e in vista, uno che si lamenta del suo successo che l’ha trasformato in “brand”; senza dimenticarsi di Tano Dere, un conduttore televisivo che fa trasmissioni sui libri senza mai averne letto uno.

Il prodotto di questo mondo, a cui il protagonista rimane attaccato a costo di enormi sacrifici – perché ci starebbe volentieri al posto di Adamantino Pollastri, anziché dover elemosinare traduzioni per pagare le bollette –, è una persona incapace di esplodere, tanto per non discostarci dalle pagine della Vita agra: un uomo che anche volendo non distruggerebbe niente, circondato com’è da sole macerie. Un uomo che a forza di accettare è diventato persino incapace di scegliere, diviso fra due donne così come lo è fra il sogno e la realtà: da una parte la moglie Giulia, che ancora crede all’utopia (al comunismo), e di cui è innamorato di un amore delicato ma evanescente; dall’altra Sveva, che raggiunge a Roma ogni volta che può per sfogare le sue pulsioni sessuali – due parti che non formano comunque un intero: quella Simone Weil che è il sogno erotico segreto del protagonista.

Per quanto odi il potere e l’aura d’arroganza e ipocrisia che lo circonda, Fulvio Sant – alter ego dello scrittore, che suona all’orecchio come una sorta di kamikaze – è un uomo che non riesce neanche più a urlare i suoi vaffa, ma che al massimo se li sogna, e che come lo struzzo (della copertina del libro) mette la testa sotto terra; ma ci sente lo stesso, eccome se ci sente. Infatti non c’è niente di consolatorio in questo libro, a partire dalla scrittura stessa di Santi, che arriva dritta al cuore del problema e delle cose: una scrittura che mette in subbuglio e lascia il segno, e che soprattutto non risparmia nessuno, né vincitori né vinti.

 

Simone Ghelli

In perfetto orario

In perfetto orario (Robin, 2009)

di Luca Rinarelli

Una ragazza su un treno, un uomo con una missione, entrambi stranieri in una Torino umida, notturna, scarna. Così inizia questa piccola opera di Luca Rinarelli, già autore di volumi dedicati alla fotografia ed esordiente nel noir.

Pur mantenendo alcune delle caratteristiche formali del genere, In perfetto orario si configura come un romanzo della disperazione. Non vi è un solo personaggio che animi questa storia che non sia l’immagine della miseria, vittima di catastrofi legate nei modi più svariati al tema del lavoro, dal padre che perde la figlia bambina, alla ragazza russa scivolata nell’abuso, alla giovane votata al precariato economico ed esistenziale. Tutti aspirano a una forma di redenzione, e l’omicidio sembrerebbe il mezzo per la realizzazione di un riscatto sociale, senonché l’impossibilità del riscatto lo trasforma in atto di pura rivalsa sull’umano. Per fare un noir servirebbe la suspense, qualcosa che mantenga appesi al finale. Qui si rimane invece incollati all’ambientazione e a un vuoto post-industriale, in cui il killer non corrisponde al personaggio tipico se non per alcuni tratti derivati dalla lunga e nobile tradizione del genere. In realtà, anche lui tenta il suo riscatto, come gli immigrati afflitti da una vita senza radici né appartenenza, persi nella Torino reduce da una crisi industriale senza precedenti. Immigrati che giungono da varie parti di Europa per rimanere in questo luogo inospitale attratti da null’altro se non la pura sopravvivenza. Accanto a loro, giovani italiani le cui storie si intersecano con quelle degli immigrati in rotte casuali o determinate dalla necessità. Poco differenzia la ventenne torinese che stringe una relazione con Werner dalla prostituta russa sottratta a forza dal paese natale sul Volga e trasferita in una città a lei aliena. Solitudine, disgregazione, povertà, precariato estremo costituiscono i comuni denominatori delle vite che popolano questo piccolo romanzo anticapitalista. La lingua breve ricalca le strutture metalliche della periferia industriale e le pareti spoglie delle associazioni di supporto ai senza fissa dimora, scenari del romanzo insieme a piazze notturne vuote eccetto per bar affollati, luoghi di incontri causali, in una poetica dell’anonimato in cui a stento prendono vita dialoghi scarni, al netto di qualsiasi eccedenza di umano, fra i cristi spogli che Rinarelli ritrae trafitti dalla vita. Priva di elementi consolatori, questa piccola opera è una forte denuncia di una condizione umana intollerabile, e un auspicabile fire-starter di una narrativa dell’esclusione sociale di cui da tempo si avverte la mancanza.

Il finale è accattivante, anche se la raccomandazione è di non soffermarsi unicamente sull’intreccio e lasciarsi piuttosto sprofondare nell’atmosfera malinconica e notturna, veracemente padana, di un’Italia che non lascia più spazio all’ottimismo della volontà.

 

Claudia Boscolo

 

 

L’onda sulla pellicola

Riportiamo un estratto del romanzo L’onda sulla pellicola (Besa, 2004) di Michele Lupo, ambientato prevalentemente nel mondo delle scuole private, il cui protagonista è un insegnante precario, nonché erotomane incallito e aspirante cineasta.


 

 

 

Una specie molto gradita da Malerba era costituita da gente sistemata abbastanza da piazzarsi soltanto per prestazioni rapidissime. Ingegneri o avvocati che mai restavano nelle aule per più di dieci minuti di seguito, attaccati ai cellulari per rimediare appuntamenti di lavoro tra la rogna di una lezione e la farsa di un’interrogazione. Sei, sette ore settimanali mirate alle trecentomila in più a fine mese. Gente incline a non far domande che ponessero in discussione l’andazzo generale, immune da ogni preoccupazione concernente il senso o la qualità o i fini sociali di quel lavoro. Si informavano sulle condizioni di Nesta, sulle intenzioni di Zoff nella campagna acquisti.

E poi, ricordava Livio, qualche povero disgraziato di passaggio, ma soprattutto frustrati d’ogni risma disposti a tutto pur di farsi chiamare professore e professoressa piuttosto che capò alle bancarelle del mercato vendendo brache usate o i calendari di Frate Indovino. Gente che viveva con i genitori a quarant’anni suonati, che si lamentava di non potersi sposare, di non poter programmare un futuro, che la sera lavorava nei bar, nei call-center, o porta a porta. Che la mattina successiva sbandava nei gironi lutulenti del Provveditorato di via Pianciani, si torceva fra le sue spirali metalliche e ne usciva stritolata. Che votava Alleanza Nazionale o Rifondazione Comunista con la stessa identica disperazione. Che qualche volta si sparava.

Che si fossero sbagliati, lui e Fausto, quando avevano concluso che ormai fare l’insegnante, in Italia, equivaleva a un marchio d’infamia? neanche si fosse individuato il novello untore per sanzionarne la condanna in un ghetto? Perché al Centro Studi Malerba vedevi tizi disposti ad aspettare due mesi un assegnino postdatato che mai superava il mezzo milione di lire epperò si gongolavano nella soddisfazione di fare l’appello, di tenere un registro – quando c’era – di parlare da una cattedra. Certo, il tutto veniva poi emendato in audizione di amenità pronunciate dai ragazzi ad alta voce: meglio le corse di notte all’Eur o caricare una slava sulla Cristoforo Colombo e fare poi un lavoro pulito? meglio il tiro a segno con i gatti di PonteMammolo o farla finita con quel perbenismo del cazzo e dare finalmente una lezione a Galeazzi che lo sanno tutti che è della Lazio?

Talvolta erano indirizzate proprio a loro – agli insegnanti. E non proprio facezie, piuttosto consigli dritte suggerimenti. Perché erano sensibili, i ragazzi. Come, diecimila lire l’ora? Dodici, iva compresa. Be’ professo’, nessuno voleva andare, chessò, il sabato e la domenica nel ristorante del padre? Sensibili e svegli, a modo loro. Con quella cifra non si poteva persuadere nessuno ad ascoltare alcunché. Che aveva mai da dire di importante uno che guadagnava diecimila lire l’ora? C’era ancora chi si struggeva la sera davanti alla sua brava laurea con lode incorniciata in cameretta, ma Livio non conosceva quel tipo così diffuso di consolazione fondato sulla comparazione delle sofferenze. Che altri stessero peggio di lui, non modificava in nulla il suo stato. E forse neanche quello degli altri, chi più chi meno tutti pronti a produrre un armamentario social-professionale che supplisse alle carenze evidenti del lavorare lì dentro: menzionare altre occupazioni, ad esempio, più serie, con l’aria impostata alla bisogna – tono, falsetti e gridolini per lo più, e soprattutto studiatissima gestualità. Che poi venisse un pianto, era un dettaglio. Fare l’attore, un minimo devi esserci portato. E Livio rideva, come se fosse solo uno spettatore, persuaso che fosse questione di tempo, per lui; per gli altri, invece, sul proscenio, un modo malinconico di suscitare aspettative, il teatrino consueto di una città di provincia come la Roma di periferia in cui si recitavano arti e mestieri, sperando che le luci smorte del CSM facessero almeno intravedere una qualche ribalta futura…

– Una volta tanto sarò d’accordo con lei, professore – disse una mattina, scoglionatissimo. Ce l’aveva con Perduro. – Non solo ha stravinto, il capitale, ma ti ha ficcato il suo chiodo rovente nel cervello, ha ossidato le tue difese immunitarie e ti ha iniettato pure la vergogna di non averlo, un lavoro. Quella che chiamiamo filosofia della storia prende proprio delle cappellate, certe volte, non crede?

L’uomo sembrava impossibilitato a rispondere dalla coda di paglia su cui ogni parola di Livio sfregava come uno zolfanello – si sarebbe bruciato da solo, senza il tempo di replicare.

– Anche la sua, di vicenda, non me ne vorrà, è un po’ singolare, no? Un combattente dell’età di Cossutta, inorridito dalla svolta di Occhetto, pensionato più agiato dell’uno e l’altro messi insieme che svacca il tempo in un privato… Converrà che è un poco eccentrico, o mi sbaglio?

Quella che stava per diventare l’ennesima collisione fra i due insegnanti fu interrotta dall’arrivo di Malerba corsa subito in aiuto dell’ex preside. Prese Livio sottobraccio e se lo portò nel suo ufficio. Aveva dato un’occhiata ai programmi, disse.

– Pensa sia proprio necessario perdere tempo con questo Aretino, professore?

A domande del genere Livio era abituato. Da tempo, aveva ormai deciso che non doveva rispondere, ma limitarsi a guardare dritto verso di lei con un’ aria inespressiva, come di chi non pensa a niente in particolare e non sembra neanche accorgersene.

– Dicevo, Viola, un autore così minore…

Non da tonto, l’aria. Ma insomma.

– Mi ascolta? Deve mica farla per forza, la letteratura contemporanea.

Che non fosse una battuta era evidente, meno dalla sua insipienza nel caso lo fosse stata che dalla faccia serissima che ostentava. La sua di lui divenne di colpo quella di chi si ritrova l’ippogrifo in carne e ossa davanti agli occhi e tace estasiato.

– Senta professore, io ho molta stima di lei. Questo lo avrà capito. Ma non fosse che per gli anni che mi porto appresso, e mi scusi se scomodo il poeta, credo di esser degna di un po’ più di riverenza in vista.

– Non fa esattamente così, signora. Il verso, voglio dire.

– Viola, mi stia a sentire. Guardi che io non ho nulla contro la poesia, ci mancherebbe altro, anch’io sa, di tanto in tanto, prendo una penna e… e butto giù… Oh, lasciamo perdere.

– Peccato. L’ascolterei volentieri.

– Però, vede, io non sono il tipo che si caccia le mani in tasca per sentire poi le dita che ci girano a vuoto, mi segue? Se lei mi perde tutto questo tempo con autori sconosciuti i ragazzi mi volano via, mi volano. Poi ci lamentiamo del disinteresse.

Oh, il disinteresse. Se poco poco gli riusciva di catturare l’attenzione dei ragazzi, era in virtù di un prestigio usurpato, eteronomo alla sua funzione lì: erano le chiacchiere sui suoi trascorsi – in realtà insignificanti – a Cinecittà a propiziargli un po’ di attenzione, o forse solo di curiosità. E si trattava in ogni caso di momenti brevi e casuali, interruzioni fortuite della loro diffidenza, a suo modo giustificatissima. Perché poi non erano mica fessi: era ben strano che dal cinema fosse finito in quello zoo, a parlare di letteratura, ossia, per loro, dell’altro mondo. Dov’era, quest’altro mondo? e questo qui? cosa rimaneva di conosciuto fra cyberspazio e ombrelloni dove si continuava a giocare con i morti fra i piedi? erano tutti così bisognosi di invocarne uno ultimo e definitivo che fosse post-umano? erano o non erano proprio gli uomini i primi a non poterne più di se stessi?