Sempre più libri, e a pagamento

Ogni anno mi succede la stessa cosa: che arrivo in fiera carico di motivazioni, con quella smania di guardar libri che solo chi non riesce a star senza leggere può conoscere (quella gioia tipica del bambino che s’avventura nel mondo dei balocchi), ma dopo un paio d’ore al massimo cedo miseramente e vengo colto da attacchi di panico, con quel senso di soffocamento che ti spinge a correre via, il più lontano possibile; e mi accade perché non posso resistere nell’ordine:

  1. Al caldo opprimente: che tu stai lì e ti chiedi come sia possibile che tutta questa gente così sensibile e acculturata non capisca e non protesti contro tanto spreco di energia – e allora, per associazione, pensi subito con sgomento anche a tutta quella carta che ti circonda, che chissà quanti alberi ci sono voluti (sì, ci sono anche i virtuosi della carta riciclata, ma quanti saranno in mezzo a questa baraonda di stand?) Leggi il resto dell’articolo

Avere un lavoro o lavorare? Riflessioni filosofiche sul precariato a partire da Erich Fromm

In vista della manifestazione dei precari di sabato 9 aprile, rilanciamo questa interessante riflessione di Matteo Antonin.

 

In un suo celebre saggio del 1976, Avere o essere?, lo studioso (filosofo, sociologo, psicologo) Erich Fromm delinea chiaramente, all’interno della sua indagine sulla dialettica individuo-società, le due modalità che, a suo parere, orientano l’esistenza dell’Uomo: la modalità dell’avere e la modalità dell’essere. «Dicendo essere o avere», scrive Fromm, «mi riferisco a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza dei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona».

Erich Fromm (Francoforte sul Meno, 1900 – Locarno, 1980)

Nella modalità esistenziale dell’avere l’uomo ha verso il mondo, verso le cose e le persone, un rapporto di possesso: egli aspira a possedere.

Per prima cosa, ognuno crede di possedere se stesso (ed è su questo possesso che, in definitiva, si basa il concetto di identità); in secondo luogo ognuno desidera possedere le altre cose e gli altri. Nella modalità dell’avere il possedere le cose, ovvero la proprietà, è ciò che costituisce l’individuo. L’avere reifica le persone e i processi vitali, si riferisce a cose, e le cose sono fisse, improduttive, morte.

L’essere invece si riferisce non alle cose, bensì all’esperienza: un’esperienza che è costitutivamente libera, indipendente e critica, in quanto si basa sull’«uso produttivo dei nostri poteri umani».

Fromm correda il ragionamento di molti esempi tratti dalla vita quotidiana: l’apprendimento (nella modalità dell’avere un apprendimento passivo, nel quale gli studenti sono come recipienti vuoti che vengono colmati; nell’esperienza produttiva dell’essere un apprendimento vitale, attivo, produttivo), la lettura, la conversazione, la conoscenza (sottolineando la differenza tra avere conoscenza e conoscere), la fede (cieca fiducia in idee preconfezionate o fede nella vita, nell’uomo, che non si basa sulla sottomissione ad un’autorità costituita), l’amore (come possesso dell’altra persona o come processo vitale e produttivo).

Dal 1976 molte cose sono cambiate, ma l’assetto di una società basata sulla proprietà, sui consumi e sul possesso non è cambiato molto.

Ciò che però è mutata da allora è la condizione del lavoratore, e la sua nuova condizione di subordinazione e sottomissione legalizzata attraverso precarietà, mancanza di futuro e di sicurezza, realtà che ai tempi del libro di Fromm era sconosciuta (come lo erano i concetti che di questi mutamenti stanno alla base come fondamenti teorici: globalizzazione, flessibilità, delocalizzazione del lavoro…) .

Tuttavia, applicando il ragionamento di Fromm a questa nuova  condizione esistenziale del lavoratore odierno (la precarietà lavorativa ed esistenziale) si può notare come essa si possa comunque inserire in un’ottica funzionale al contrastare la modalità dell’essere e a perpetrare quella dell’avere.

La mancanza di continuità del rapporto di lavoro e conseguentemente di qualsiasi certezza sul futuro è il moderno meccanismo, teorizzato e messo in atto, per spronare l’Uomo a piegarsi alla passività, all’incapacità di sviluppare la propria funzione e il proprio essere attraverso l’abitudine ad avere un lavoro, senza mai  lavorare.

Nella modalità dell’essere lavorare dovrebbe essere uno sperimentare (e questo è possibile solo attraverso la sicurezza e la continuità del rapporto lavorativo) un’attività non alienata che consista non nell’avere un (momentaneo) posto di lavoro (e desiderare averlo soltanto per avere il guadagno che ne deriva), ma un’attività produttiva nella quale sviluppare le proprie potenzialità e  il proprio essere dinamico.

Un lavoro sicuro, a tempo indeterminato, non alienato, che rappresenti il nostro essere profondo, esprimendo le nostre capacità più proprie, che garantisca al lavoratore di poter fare dei progetti, deve essere evitato in quanto, usando le parole di Fromm, nella modalità esistenziale dell’ essere, «quando realizziamo  una crescita ottimale, siamo non soltanto (relativamente) liberi, forti, ragionevoli e lieti, ma anche mentalmente sani».

Quindi essenzialmente pericolosi.

Precari all’erta! – Per riprendere la parola…

Mentre il paese dibatte sulla libertà di stampa e sui vari lodi, mentre la politica continua a usare lo stesso aggressivo linguaggio per rivendicare le proprie ragioni, mentre i politici di professione mistificano la realtà a proprio uso e consumo, io ho deciso di cambiare strategia, convinto del fatto che per cortocircuitare questo processo sia necessario sabotarne il linguaggio.

Pertanto ho deciso che la rubrica Precari all’erta! andrà, almeno temporaneamente, in vacanza (e comunque, per quanto riguarda le notizie sul mondo del precariato avrete sempre il bel blog di PrecarieMenti) per lasciar posto a una storia a puntate che s’intitolerà La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia. Un feuilleton politico insomma, ma alla maniera irriverente e surreale come piace a me. I protagonisti saranno una banda di scrittori che girano l’Italia a leggere le proprie cose, e che, spinti dall’euforia per l’imprevisto successo di pubblico, decidono di mettere in atto un piano che Luciano Bianciardi avrebbe probabilmente affidato al grande Ugo Tognazzi*: rubare le parole al Presidente. I cinque sconsiderati vengono però fermati proprio sul più bello, esattamente il giorno prima della grande manifestazione per la libertà di stampa. Chissà a quali parole crederà il popolo…

Vi aspetto qui, numerosi, dal prossimo sabato… e naturalmente si accettano suggerimenti, ma tanto poi decido io!

Simone Ghelli

*Mi rifersico qui alla trasposizione cinematografica de La vita agra, che diresse Carlo Lizzani e di cui Tognazzi fu protagonista.

Diario di bordo – Bologna

A Firenze Vanni ci accompagna a mangiare un panino e lampredotto, poi si riparte per un’ultima vasca lungo l’Arno, tante volte i piedi rischiassero d’andare fuori allenamento.

A Bologna il posto auto con le strisce bianche non esiste o siamo noi che non lo troviamo, tant’è che regaliamo 8 euro al comune e tanti saluti a tutti. Almeno stavolta siamo vicini al locale, che si chiama Zammù e ha un bel mobilio lilla e giallo. Siamo stanchi morti, anche perché siamo finiti a Piazza Maggiore per attaccarci a una wireless e postare il diario di viaggio. Al ritorno conosciamo Chiara Arnone, che scrive su SuccoAcido, e Barbara Gozzi di PrecarieMenti, venuta apposta dalla provincia. Il reading va bene, anche se non c’è il microfono e nella stanza accanto la gente chiacchiera. Finiamo a mangiare una mega pizza da Totò, dove ci porta Matteo, altro ex Elton Junk come il sottoscritto, che ci toglie le pezze dal culo lasciandoci casa libera. Finalmente ci si può lavare e andare a letto come bambini felici…

Simone Ghelli

Dopo aver ricominciato la stagione alla grande con la maratona della scorsa settimana a Roma, dopo aver conquistato Napoli e Firenze, oggi ci siamo presi anche Bologna. La risposta del pubblico è stata positiva, c’era un po’ di preoccupazione generale e diffusa riguardo a questa data felsinea, ma nonostante il vociare della sala accanto e i rumori provenienti da fuori la finestra, la serata si è svolta magnificamente. Ho rivisto con piacere, oggi, Simone Rossi, che ha suonato per noi. Sono stato immensamente contento di rivederlo anche se si è potuto parlar poco, purtroppo, ma ci rincontreremo dopodomani a Meldola, alla Casa del Cuculo, per la penultima data del tour. Simone avrebbe dovuto essere in giro con noi, poi per una serie di motivi che non starò qui a spiegare, non è partito più con noi. Venerdì si starà un po’ insieme, ma prima ci sarà Milano.

A Milano ci aspetta Alex, l’ho sentito molto carico. Intanto qui è ritornato il Ghelli, pulito e profumato, litiga con Piccolino, si contendono una sedia, non ce la si fa più, troppi giorni insieme, quante cose che non si possono raccontare, tra risate e santi e madonne che piovono giù, il Ghelli si lamenta, mi interrompe, non si riesce ad andare avanti di una frase che le risate a crepapelle ci piegano in due. Sembriamo quasi ragazzini in gita ed è bello così.

L’avventura continua. La stanchezza è pesante, ieri solo quattro ore di sonno, svegliati da una trivella che spaccava pietre, poi il viaggio, la ricerca di un accesso alla rete, il reading. Bravi i nostri ospiti, Matteo Bortolotti e Carlo Palizzi, che ha letto Decimo che non si è presentato. Noi eravamo provati, ma abbiamo retto alla grande.

Adesso ci tocca riposare, che domattina la sveglia suona e si torna di nuovo sulla strada.

Gianluca Liguori


Tre ore  di sonno ci pesano sul groppone. Non siamo più gli elastici individui di un tempo, inutile mentire.

Firenze ci saluta con un panino al lampredotto e gli abbracci di Vanni Santoni.

Bologna.

Ordinata. Pulita.

Zona ztl e parcheggio a pagamento da due Euro all’ora. Alcuni amici bolognesi mi confermano che la città è parecchio cambiata. Il sindaco-sceriffo Cofferati ci ha messo del suo.

Allora mi viene da pensare a Roma. Penso a Rutelli, Veltroni e Alemanno. E penso che al peggio non c’è mai fine in questo paese.

Arriviamo alla libro-vineria Zammù. Notiamo come non ci sia neanche uno straccio di locandina innanzi al locale. Non c’è microfono.

Decidiamo dunque di svolgere le nostre letture nella più piccola delle due stanze, dove forse le nostre voci arriveranno meglio.

Rilasciamo un’intervista a Chiara Arnone di SuccoAcido chiedendo scusa per le nostre condizioni e le nostre facce.

Si inizia.

Con noi ci sono Matteo Bortolotti e Carlo Palizzi, Simone Olla. Simone Rossi con la sua chitarra acustica ci accompagna a volume regolato, vista la mancanza di microfono.

Bisogna tirare fuori il cuore. Il nostro assonnato e stanco cuore.

Così di fronte a un buon pubblico venuto per noi, sputiamo quel che ci resta in corpo.

Il risultato è qualcosa di atipico per noi,  qualcosa di buono. Non il nostro meglio ma neanche malaccio. Ci può stare.

Matteo, un amico del Ghelli, si offre di ospitarci, prima però si va in via del Pratello a mangiare.

Finalmente una doccia mi lava via dalla pelle la puzza di cane avariata e cicca spenta. Otto ore di sonno non ce le toglierà nessuno.

Domani a Milano rinconteremo Pietrogiacomi e così saremo di nuovo tutti e cinque…

Luca Piccolino

Al mattino si va io ed il Ghelli a comprare le paste ed i caffè. Il barista mi dice cose strane ed io non capisco nulla. Poi il Vanni Santoni ci porta a mangiare della carne bollita in un panino. Robba buona che mi ricorda il muso di porco. Ma pare sia scroto di vacca o budello di vitello o bufalotto, boh. Comunque andiamo a stomaco pieno verso Bologna. Arriviamo, forse. Ci pare di essere in una città tipo Bologna. Il tomtom come al solito dice le frasi a cazzo e ci manda in un luogo umido. Capiamo essere l’Arno quando le ginocchia iniziano a bagnarsi. E siamo in auto cristo! Il sonno è poco, cioè è tanto, sono le ore di sonno dormite che sono poche. Fatto è che si cammina come disperati verso un internet point. Chiedo informazioni a due studenti e nessuno sa dirmi dove sia un internet point. Poi andiamo avanti di dieci passi e ci troviamo da un indiano che ha un internet point ed allora penso che gli studenti si devono fare meno canne mentre camminano sotto i portici e cofferati ha ragione. Stremati ma vogliosi di leggere si arriva allo Zammù dove Chiara ci vuol conoscere ma intanto scopriamo essere senza microfono e con la voce mia che è andata a puttane. Ma è andata da paura: Simon Red ci ha accompagnati con la sua chitarra mentre si leggeva e la gente nel caos da mercato ci ha seguiti e anche questa volta ha comprato un bel po’ di robba. Ora siamo a casa di un amico di Ghelli. Abbiamo in pratica occupato casa loro, mi sono docciato scrostandomi la ruggine dai testicoli e sono pronto per il materasso. Lui è rosso, bello, sporco al punto giusto, lo accarezzo, lo bacio e la passione cresce. Domattina sgraverà tre cuscini. Li chiamerò Atos, Portos e Mariastella. Ora vado a dormire che sono stanco. Ho voglia di mangiarmi una banana, ne addento una ma sa di mela cotogna. Ottima. Ora vado a dormire che sono stanco e potrei iniziare a ripetermi dicendo sempre le stesse cose in automatismo. Ho voglia di mangiarmi una banana, ne addento una ma sa di mela cotogna. Ottima. Ora vado a dormire che sono stanco, però il bello è che io devo ringraziare chi mi ha ridato la passione per le mie passioni, altrimenti queste risate e questa stanchezza non le avrei mai vissute. E allora le mando un sms e la ringrazio… ma vabbè, queste son cose mie 🙂

Andrea Coffami

Precari all’erta! – On the road

Quando si pensa alla figura dello scrittore, che sia declinata al maschile o al femminile, viene quasi sempre in mente l’immagine di una persona solitaria, china sui propri fogli o sulla tastiera di un pc, che per concentrarsi e lavorare deve fare una vita appartata e solitaria. Probabilmente si tratta di un retaggio scolastico e culturale, che dipinge il lavoro della scrittura come una pratica associata a una certa postura del corpo. Invece non sempre è così, tant’è vero che il sottoscritto si ritrova spesso a scrivere all’in piedi (come può testimoniare l’amico Gianluca Liguori) e a sentire la necessità di uscire a fare due passi quando si blocca il rubinetto dell’ispirazione. Questo non significa che lo scrivere non vada rigorosamente disciplinato, ma semplicemente che non esiste realtà che non si ponga all’incrocio tra l’interno (l’immaginazione) e l’esterno (il sensibile).

Insomma, lo scrittore deve uscire per strada, ma non perché debba essere per forza ubriaco e maledetto come certi personaggi di Charles Bukowski o Jack Kerouac, bensì perché non deve mai perdere di vista ciò che gli accade intorno.

Deve raccogliere gli effetti delle proprie parole.

E’ con questo spirito che il collettivo Scrittori Precari si accinge a partire per il primo tour italiano, dopo le tante date fatte nel corso dell’ultimo anno all’interno delle mura capitoline.

Oggi, mentre leggerete, noi saremo in viaggio per Napoli, dove troveremo la Brigata Parthenope e la Libreria Ubik pronte ad accoglierci. Poi da martedì sarà la volta di tutte le altre date, di cui cercheremo di rendervi conto (connessioni ballerine a parte) con un diario giornaliero che scombussolerà per una settimana il normale andamento delle nostre rubriche.

Colgo perciò l’occasione per informarvi che da oggi potrete seguire tutte le vicende del precariato anche su un nuovo blog intitolato PrecarieMenti che darà spazio al cosiddetto “cognitariato precario (…) cioè la categoria dei lavoratori intellettuali sottopagati e senza tutele”. Si tratta di uno spazio con cui dialogheremo costantemente, che è nato per dare seguito al dibattito iniziato proprio qui alcune settimane fa, e che si propone di allargare ancora di più le maglie della rete per far passare il maggior numero possibile d’informazioni sull’argomento.

Come vedete lo spirito d’iniziativa non ci manca….

Simone Ghelli