IL LIBRO NERO DI SANREMO RELOADED, 2010 d.c.

Nota dell’autore:

Il seguente racconto prende nome, e idea, da uno scritto di Niccolò Ammaniti apparso sul suo sito qualche anno fa, dal titolo, appunto, “Il libro nero di Sanremo”. Questo mio racconto breve non ha alcuna pretesa letteraria, come qualsiasi cosa io scriva d’altronde, né tantomeno quella di ricordare lo scritto del mio vate Nic. Quindi, divertitevi. Tanto, pure che vi fa schifo, è gratis. Salvo il costo della corrente elettrica, si capisce.

può scoppiare in un attimo il sole
tutto quanto potrebbe finire
ma l’amore, malamorenò
(Arisa – Malamorenò)

Arisa si stava facendo una striscia di coca, il naso infarinato e le pupille dilatate, quando la porta del suo camerino si spalancò. Simone Cristicchi si era perso, stava cercando da ore la Clerici per ingropparsela a modo, ma non era stato capace di trovarla.
«Arisa, cosa diavolo fai? Ti droghi?»
«Cristicchi, fottuto figlio di una puttana querula, non si usa più bussare?» gli strillò contro la cantante.
«Arisa? Ma…» Cristicchi sembrava un’anziana di Portogruaro il giorno della pensione, lo stesso tono rincoglionito, meravigliato. Anche gli stessi capelli.
«Beh?» ribadì Arisa prima di fiondarsi ancora con le froge sul tavolino, un’altra striscia dritta dritta ad attenderla «Non hai mai visto una bagascia pippare cocaina?»
«Ho visto Carla Bruni alla tele il mese scorso però, e c’ho scritto la canzone del festival. Vuoi sentirla?»
«Puoi infilartela su per il culo la tua canzoncina, Cristicchi maledetto! Ora togliti dalle balle, che stasera la serata la apro io, devo essere in scena tra venti minuti! Fuori dai coglioni o ti faccio un buco su quella faccia da pirla!» Arisa prese a strillare come una poiana rimasta prematuramente vedova.
Simone Cristicchi si richiuse la porta alle spalle. Arisa si faceva a cocaina. Che mondo di merda, pensò il giovane cantante sosia di Gilardino, l’attaccante della Fiorentina.
Proprio in quel momento, il corridoio fu invaso da una processione di uomini vestiti da Pulcinella. A capeggiarla, Nino D’Angelo e Maria Nazionale.
«Jamme ja, Cristììì!» esordì il celebre cantante napoletano «Lievat’ nu poc’ dananz’ ‘e pall’!». Intanto Maria Nazionale ballava, agitandosi come se avesse un capitone infilato nei collant. Cristicchi si appiattì al muro, lasciando defluire tutta la sfilata dei Pulcinella. Una volta finito il baccano, il cantante riprese a cercare il camerino della Clerici; doveva averla prima della diretta, prima dell’eurovisione, prima dello stacchetto copiato dai Sigur Ros. Doveva averla, insomma.
Bussò ad un’altra porta. Dall’altra parte nessuna risposta. Fece un respiro profondo e afferrò la maniglia.
Nel camerino, Valerio Scanu e Marco Mengoni si stavano passando olii balsamici al Patchouly su tutto il corpo. Entrambi erano nudi. Più in là, anch’egli nudo, ad osservare la scena c’era Marco Carta, il vincitore della passata edizione, intento a tirarsi una sega mentre lo stereo passava tutti i successi di Al Bano e Romina Power.
Un delirio. L’ingenuo Cristicchi, senza farsi sentire, richiuse piano la porta e sparì. Un quarto d’ora alla diretta, e la sua voglia della bionda presentatrice ancora intatta.
Imboccò un altro corridoio, sentiva come dei gemiti provenire dalla porta infondo all’andito. Incuriosito (Cristicchi era un tipo molto curioso), prese ad origliare. Effettivamente, erano proprio dei lamenti ad arrivare dal ventre della stanza. Senza farsi pregare, e siccome aveva fatto 30 e poteva fare pure 31, aprì anche quella porta.
Il Principe Emanuele Filiberto di Savoia era intento a trombarsi il Maestro Vessicchio, truccato e vestito da Madonna, la cantante. Pupo intanto cantava “Gelato al cioccolato”, e il tenore senza nome si stava chiedendo cosa diavolo ci facesse lì, nel bel mezzo di un’orgia, a Sanremo, quando gli avevano offerto un remunerativo posto da fattorino a Borgo Tricignano Inferiore. Nel dubbio, attaccò ad accompagnare Pupo con acuti degni della salma di Pavarotti.
Cristicchi prese aria per dire qualcosa, quando uno zampone lo afferrò per una spalla.
Era Enrico Ruggeri. Gli occhietti esoftalmici, il ciuffo da troll e il colorito giallognolo.
«Stasera, al Bivio, una storia vera. Una storia vissuta» prese a dirgli Ruggeri, stringendogli la carne con le unghie «Una storia che a un certo punto, cambia direzione…»
«Ruggeri, mi fai male!» Cristicchi prese a piagnucolare come Cicciobello.
«Ti faccio male perché stasera al Bivio si parlerà di storie vere, di cambiamenti…»
«Che caspiterina dici, Enrico?»
«Un attimooo, scusiii, oddiooo!» un ometto con un camice bianco arrivò di corsa dall’altra parte del corridoio «È che non gli abbiamo dato le pillole, oggi. Si pensa di stare al Bivio, su Italia Uno…»
«ITALIAAA… UNOOO!» a strillare era la voce di Pistarino, inspiegabilmente anche lui sul posto.
«Pistarino! Tu qui?» Cristicchi era felice come un bimbo al luna park «Io ti guardavo sempre a Drive In!»
«Non sono Pistarino» disse Pistarino scurendosi in volto «Sono Tom Cruise» e con una mano si tolse la maschera di cera che aveva incollata sul viso. Solo che non era Tom Cruise, ma Povia.
«Povia, dai, non fare scherzi»
«Quando i piccioni fanno… BLUUUAAAA» e Povia vomitò tutto sul pavimento.
Enrico Ruggeri, scosso dalla vista del vomito, disse che era colpa della scelta di non essere più Pistarino.
«Una vita che cambia. Prima era Pistarino, poi Povia… Al Bivio ne succedono di cose strane…»
«Sì sì, Ruggè, andiamo va» l’infermiere lo prese sotto braccio, portandolo via.
Cristicchi era disperato. Cinque minuti alla diretta e della Clerici nessuna traccia. Quando a un tratto, proprio mentre tutte le speranze sembravano svanite, Antonellina apparve fasciata in un vestito di raso rosso, con autoreggenti blu cobalto e una corona di lucine dell’albero di Natale in testa.
«Antonella, fatti possedere» eruppe il cantante.
«Devo fare Sanremo, non posso, ne parliamo dopo Cristì»
«Stabbene».

La sigla dell’eurovisione invase le case degli italiani alle ventuno in punto. Antonella Clerici, sobria come la carta di un Mon Chéri, prese a mitragliare una serie di cazzate sulla città di Sanremo, sui fiori, sul sindaco di Sanremo.
Poi, finalmente, diede il via alla gara.
«Signoriii e signoreee… Arisaaa».
L’applauso dell’Ariston esplose come una bomba carta. La cantante, vestita come un imitatore sardo di Charlie Chaplin, arrivò trottando sulla scena. Uno sguardo diverso filtrava dalle lenti enormi, il bianco degli occhi rotto da crepe rosse, un leggero tremolio nella palpebra sinistra.
«Buonasera, ciao a tutti…» squittì la giovane cantante.
«Arisa ci canterà… MALAMORENò! Per televotarla, codice 023» altro applauso del pubblico.
Forse fu per i rumori forti, o per la vista di Rutelli tra il pubblico, ma Arisa perse completamente il controllo. Tirò fuori dalla gonna un kalashnikov e prese a sputare fuoco sulla platea.
«FOTTUTI FIGLI DI PUTTANA, TELEVOTATEMI QUESTO!».
Una carneficina. Si salvò solo il sindaco di Sanremo (che era un ologramma) e Pippo Baudo, che le pallottole non potevano colpire per contratto Rai.
Finito il caricatore, Arisa si lanciò nell’orchestra, e morì infilzata nell’asta di un legìo. I superstiti applaudirono, da casa il televoto galoppava impazzito.

Poi la Clerici annunciò l’ospite internazionale della serata. Il mago Tony Binarelli accompagnato dalle ragazze del Moulin Rouge di Cinisello Balsamo.

Marco Marsullo

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La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 7

[Leggi qui le puntate precedenti]

Ora, stando agli atti del processo gli è che il bubbone metifico – quello che lor poeti definirebbero invece sacro fuoco, o volontà di potenza, perché troppo si vergognano a chiamarlo col suo termine più proprio: ovvero un ego smisurato – insomma, quella cosa lì, crebbe a dismisura dopo una prima tappa sperimentale nella città partenopea, dove gli entusiasmi ribollirono a tal punto da convincere una signorina lì di passaggio a indirizzarli verso un luogo il cui nome ben si adattava alla veritiera natura dei cinque declamatori. Questo luogo si chiamava – e presuppongo si chiami tutt’oggi, poiché non compare nel registro degl’indagati – il Perditempo: un posto dove vennero accolti come cantori di un nuovo mondo, in modo così inaspettato che rimasero basiti davanti a chi porgeva loro in dono calici traboccanti di bevande senza che neanche vi fosse stata esplicita richiesta (quando invece, solitamente, erano costretti a far la questua per ottenere almeno un cicchetto omaggiato per sciaquare l’ugola dopo tanto profluvio di parole). Uno di loro poi, quello che si vantava dei suoi natali etruschi – che però era finito guardacaso a Roma per fornicar con le parole – finì talmente ciucco da concludere la serata con una barzelletta toscana; ché ci vorrebbero delle foto solo per vedere le facce tutte da ridere dei discendenti di Pulcinella, da immaginarsi con le orecchie protese e le mascelle spalancate nel tentativo di carpire qualche ci aspirata e inghiottita insieme ai sorsi di limoncello di Sorrento che il sommo vate trincava tra una frase e l’altra.

È di quei giorni lì la prima voce di una possibile alleanza extracapitolina, in cui sembrò confluire una misteriosa brigata partenopea, composta di scrittori dialettali e non, che spingevano per goder dei fasti di un nuovo 7 settembre*, per poi ritirarsi anch’essi, da veri intellettuali, senza ricompense e in qualche sperduto loco**.

Ad onor del vero quest’unione non s’ebbe poi a fare, e rimane una delle zone oscure di tutta questa stramba processione che vide le parole uscir dai loro ranghi come insubordinati non ligi agli ordini. Il dilemma non è affatto di poco conto, ché la risposta potrebbe confermare i legittimi dubbi sulla reale unità d’intenti tra i nostrani spadaccini di penna, soprattutto alla luce dei documenti recentemente resi noti dalla commissione di vigilanza web, dai quali emergono polemiche e risse verbali all’ordine del giorno tra questi tutori della cultura, che in quanto a ferir di lingua non sembravano da meno dei tanto vituperati giornalisti.

Insomma, stando ai prodromi si potrebbe oggi asserire che il piano partì già bello che zoppo, nonostante i facili entusiasmi che accompagnarono i cinque briganti durante il viaggio di ritorno in seconda classe, soprattutto quelli del poeta imbrattatore di mura, che fantasticava il buon ritiro in quel di Ausonia, ma solo dopo aver compiuto il suo dovere civico verso l’irriconoscente patria, che si burlava ancora una volta del coraggio dei proprio figli.

Il dado era tratto e i cinque si apprestavano a render giustizia non soltanto a coloro che già si organizzavano per l’espatrio, ma anche a chi, accerchiato dalla cultura dell’aggressione verbale, si accingeva mestamente ad alzar bandiera bianca: essi vollero dare esempio di strenua resistenza dinanzi a chi voleva accorciare la lingua italiana ai suoi minimi termini, per riportarla invece ai fasti, alla ricchezza e alla musicalità a lei più congeniali, proprio come ai tempi del Gadda e del Landolfi.

Simone Ghelli

* Il riferimento è alla conquista della capitale del Regno delle due Sicilie, dove Garibaldi fece il suo ingresso il 7 settembre del 1860, per poi sconfiggere le truppe del re Francesco II che si erano ritirate a nord del Volturno.

** Dopo aver accompagnato il re Vittorio Emanuele II a Napoli, l’8 novembre del 1860 Garibaldi si ritirò sull’isola di Caprera, rifiutandosi di accettare qualsivoglia ricompensa per i suoi servigi.