Il re che ride

Il re che ride (Marsilio, 2010)

di Simone Barillari

 

Chissà cosa direbbe del suo aforisma René Clair, ascoltando le barzellette di Berlusconi, osservando il ghigno plastificato, che nulla ha da invidiare al buon Joker di Nicholson, che si espande, si tira e soddisfatto fa da commento auto-celebrativo all’arguzia appena proferita.

Non possiamo dire che penserebbe e come reagirebbe Clair, ma di certo possiamo immaginare le reazioni degli italiani che assistono, da dietro lo schermo oppure dal vivo (ahiloro!) a questo imbarazzante siparietto offerto da IL RE CHE RIDE. Occhi spalancati, commenti acidi, mezzi sorrisi imbarazzati come quando ci accorgiamo di avere la patta dei pantaloni aperta, bestemmie e imprecazioni. E tante domande.

Ma di cosa ride poi? E re di cosa? Ma il re una volta non era nudo!?

Oggi (in) vestito più che mai di quell’aura di onnipotenza tipica dei piccoli dittatori dello stato di Banana, il buon monarca politicante è (auto) convinto di avere nella sua faretra strali, capaci di piegare ogni situazione e ogni avversario, con comicità consona a ogni occasione che non può che sedurre l’auditorium di proseliti e non che fa da bersaglio a ogni appuntamento.

Ma è veramente così? Nel suo saggio, Simone Barillari fa un suo punto di reputazione mostrarci tutto quello che si nasconde dietro le ingenue (?) battute del Silvio internazionale.

Perché tra le quinte di ogni comica storiella si affastellano momenti ben precisi della carriera politica dell’imprenditore con un sogno, nomi e cognomi di alleati e avversari vessati bonariamente come i poveri carabinieri (che mai dovrebbero prendersela per quello che si dice su di loro… visto che è la verità …) e scandali più o meno importanti che hanno scosso (ma davvero!?) le fondamenta del cielo azzurro in cui abita il Dio-RE.

L’autore del libro è quindi uno studioso pluri – competente che porta avanti con scaltrezza e bravura il lavoro dello storico, del sociologo e dello scrittore con una nota ironica che traspare leggendo molto bene tra le righe ma anche con un’oggettività intraprendente per un tema del genere.

Affatto banale Il Re che ride è un libro da leggere con molta attenzione, che serve da promemoria, da allerta costante per la nostra capacità di critica e autocritica.

Il re ride. Il popolo piange. La nazione trema e ridere non è il vero segno della libertà ma la bandiera bianca sventolata di fronte a un nemico che avanza con i fantocci di paglia.

 

Alex Pietrogiacomi

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Metodica delle cose inutili – Ancora sul potere

Ancora sul potere.

Dobbiamo tornare sul fondamentale concetto di potere, così come siamo arrivati ad intenderlo, ossia come potere da ottenere contro qualcuno o qualcosa, e da esercitare contro qualcuno o qualcosa. Abbiamo definito con rigore questa concezione come servile, perché il fine al quale ci chiama una simile lotta è quella di vedere gli altri assoggettati. Potremmo completare il concetto rivelando come anche chi si ritrova ad assoggettare gli altri è, inoltre, non meno asservito dei primi, non potendo fare a meno del vincolo di servitù che lo lega con costoro. Si obietterà che così si ritorna in qualche modo, sottilmente, al prototipo del re come colui che è comandato di comandare, e al potere come servizio. L’obiezione cade nel vuoto perché si dà per ovvio che l’inutilità altro non sia che una denigrazione e una parodia della realtà prototipa, che, purtroppo, non può essere eliminata e incombe sempre come minaccia.

Studieremo ora come il potere, nei suoi diversi stili, non può e non deve fare a meno di ripetere minuziosamente questi meccanismi servili.

A partire dal suo linguaggio. I greci, che hanno tanto pensato sull’uomo, privilegiandolo sul divino, concepiscono la natura umana come intrinsecamente infelice. Ad essere felici sono gli dei, con i quali, eppure, condividiamo la medesima matrice: sia un dio che un uomo nasce dalla terra. È questa comune matrice che fa sperare il greco in una perfettibilità dell’uomo che lo possa rendere simile a un dio. Simile a un dio, e negato ad un destino di disperazione, appare in Omero il feroce Agamennone e, suo contraltare, il capriccioso Achille. Aristotele non vorrà troppo allontanarsi da questa fantasia, reputando l’uomo, in quanto eretto e pensante, simile a un nume e, quindi, in cima ad una immaginifica scala gerarchica che lo pone al di sopra della natura. La natura può essere usata a piacimento dall’uomo. E non solo, perché, fra gli uomini c’è chi è più divino, eretto e pensante: per esempio il maschio nei confronti della femmina e, giacché qualcuno nasce schiavo di natura (non ci può essere altra spiegazione!), il padrone nei confronti del servitore. E da questa figurazione nevrotica, in chiave malinconica, nutrita di senso di inferiorità e mania di persecuzione che deriviamo in scioltezza il linguaggio della supremazia e della sudditanza. Una necessità insieme di supremazia e sudditanza. Chi non vede bene subito questo blocco, può essere illuminato dall’importanza data nelle determinazioni del potere alla parola controllo. Controllo è una parola che ci è molto famigliare. Non c’è bisogno di ricordare che la nevrosi altro non è che un particolare modo di usare la propria fantasia, imbrigliandola in concetti chiusi e oppositivi, concretizzati realisticamente (quel realistico parodia della realtà): per sua natura è una forza che si oppone al libero fluire della realtà. La parola controllo (contra rotulum, contro il rotolare) è la parola di questa opposizione. Tutti sappiamo che dobbiamo avere tutto sotto controllo o conosciamo la premura degli stati ad offrire garantita la sicurezza per tutti: queste sono solo un esempio delle tante parole chiave che costituiscono quella intima soddisfazione del piacere personale di ogni paranoico. Una paranoia soddisfatta al punto tale da potere essere definiti fra i primi mattoncini della nostra concezione del potere. Controllando, infatti, non facciamo altro che instaurare con la realtà un rapporto fatto di vincoli, e di asservirci in esso. Rinunciando al libero fluire della realtà, del resto, rinunciamo a quella forza libera che i greci chiamavano Dioniso. Rinunciamo a un potere reale per una rassicurante esistenza di servaggio. E dall’istinto al controllo che viene il vincolo della supremazia e del controllo.

Se ora siamo tutti edotti su come il controllo sia costitutivo nella nostra concezione servile del potere, possiamo passare alla valutazione di quegli stili che ci permettono, per così dire, di usare la macchina. Dovremo insomma parlare del prestigio, dell’ambizione, dell’efficienza, del carisma.

Pier Paolo Di Mino

Metodica delle cose inutili – Il potere

Il potere.

Il potere è un verbo servile.

Ciò che non è inutile, può sempre diventarlo. Eserciteremo questo concetto su un tema sostanziale della nostra concezione di vita: il potere.

Il potere, secondo una nota fantasia etimologica, sarebbe un potis esse, l’essere un signore, un re. Un re, ora, altro non è che un uomo comandato dagli altri di comandare. Se l’atto in sé del suo comandare è un servizio agli altri, è chiaro che anche l’oggetto di questo comandare altro non può essere che il servire gli altri. Il potere, allora, è un servizio, qualcosa che si ottiene dagli altri per gli altri. La più estesa nozione di democrazia dovrebbe essere in questa senso intensa come il riconoscimento della piena regalità (della sua disposizione e capacità a servire gli altri) di ogni individuo della collettività.

Noterete che questo ragionamento coglie i nessi per analogia e per metafora, spingendosi verso l’esterno con vigore. Per raggiungere l’inutilità dovremo seguire una rotta del tutto opposta.

Non è difficile, perché se il precedente è un ragionamento (il che ci chiama pur sempre ad un impegno) quello che noi dovremo seguire è piuttosto il filo tenace di un sentimento che nutre dal profondo la maggior parte delle nostre azioni: la nevrosi. Nella nevrosi, infatti, riusciamo con abilità a non cogliere mai l’insieme a favore dell’ossessiva contrapposizione delle parti. Come nella guerra di Swift dove si contende se essere devoti al sedere dell’uovo o al suo cacume perché non si riconosce più l’uovo nella sua totalità.

Per arrivare a concepire il potere come qualcosa che si ottiene contro qualcuno o qualcosa, e che si esercita su qualcuno o su qualcosa, la chiave è semplicemente questa: nutrirsi di bizzarre fantasie nevrotiche. Come, per fare un esempio sempre valido, la fantasia della gazzella e del leone, secondo la quale tutte le mattine una gazzella si sveglia e, non si sa perché, comincerebbe a correre inseguita da un leone anche lui in vena di attività atletica. Per fortuna nella realtà il leone, più saggiamente, bada a non sprecare in maniera vana le proprie energie, dorme venti ore al giorno, fa cacciare le sue femmine, e si accontenta di mangiare le gazzelle più male in arnese con grande vantaggio della comunità delle gazzelle, che devono aver finito, per questo motivo, di reputarlo il loro re, se non quello di tutti gli animali. C’è anche la fantasia della giungla: la vita è una giungla dove si lotta per vivere. In verità in una giungla si lotta per non morire, il che è una notevole sfumatura: ma un nevrotico è tale appunto perché le sfumatura non le coglie più. Come nel famoso racconto del Nazareno che passa in un posto di Gerusalemme dove c’è una piscina. Dicono che nella piscina tutte le mattine si bagni le ali un angelo e che il primo che si laverà nella piscina verrà guarito da tutti i suoi mali. Il Nazareno, una mattina, nei pressi di quella piscina vede un paralitico e gli viene da ridere, perché insomma, un paralitico in una gara di corsa non vincerà mai. Glielo dice pure allo storpio, ma dai, tirati su e impara a reggerti sulle tue gambe invece di fidare in queste storie. Parla per metafora, e, pare, quella metafora la capisce pure il menomato, che prende e se ne va. In seguito si è parlato di miracolo, perché un nevrotico ha un solo modo di leggere le cose, e un miracolo può sospendere solo in via del tutto eccezionale la sua unica realtà: che la vita è una lotta.

Potremmo moltiplicare gli esempi, ma reputiamo di essere stati chiari.

Aggiungiamo solo una variante importante di questo sentimento nevrotico, quella che non riconosce la benigna natura immaginale della nevrosi stessa. In questa variante la capacità di vedere una cosa in contrapposizione del tutto viene rimossa e penalizzata con un efficacia manovra di demenza mistica. Il potere diviene il male a cui si contrappone il bene e l’amore. Un modo come un altro per dare consistenza a una fantasia disturbata.

Potete scegliere una qualsiasi delle due opzioni, l’importante è che consideriate sempre il potere come un vincolo servile, da ottenere servilmente (dovremo più in là esplorare i concetti di ambizione, dovere, onore, efficienza e via dicendo), per ottenere dei servi.

Pier Paolo Di Mino