Il libro parlante – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

In occasione del suo compleanno, il cinghiale Canovaccio ricevette in dono dalla sua fidanzata cinghialina un libro parlante.
Il libro parlava davvero, con accento inglese e con flemma da lord.
Attraverso questo regalo, la cinghialina Filomena intendeva istruire Canovaccio alla vita, affinché imparasse le buone maniere e potesse fare il suo ingresso in società.
Il libro dal canto suo non aveva compito facile: il cinghiale Canovaccio era infatti rozzo e burbero. Leggi il resto dell’articolo

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Bruci la città #1*

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
A volte, per esempio, a volte vado in giro in bici per delle strade che hanno dei paletti grigi per delimitare il marciapiedi, e inizio a pensare a cosa succederebbe se, mentre una macchina mi sorpassa, cadessi su uno di quelli. Mi immagino che picchio la tempia destra sull’angolo fra la plastica dura che fa da tappo al paletto cavo e il ferro mal levigato. Mi immagino che la bici vola via in mezzo alla strada e viene schiacciata da un’auto che sopraggiunge e che fa il rumore stridulo dei freni che bloccano le ruote. Mi immagino che chiudo gli occhi e cado a terra, grattandomi d’asfalto le braccia e le gambe. Mi immagino che con lo sterno vado a sbattere contro il paletto successivo e che si sentirebbe il rumore di ossa rotte, se non fosse per quello di ferraglia della bici schiacciata dalla macchina che assorda tutto il resto. Mi immagino che picchio la testa anche contro l’angolo del marciapiedi e che mi si rompono i denti. Leggi il resto dell’articolo

Che Guevara

Anche al buio lo vedo.

Grosso. Barbuto. Inquietante.

Ho aperto il divano in salone e mi sono buttato qui, su questo sottilissimo materasso violato in più punti da pungenti e scomode molle.

Ho chiuso gli occhi per pochi minuti.

Li ho riaperti. E lo vedo.

Enorme. Peloso. Strafottente.

Una sagoma in legno, verniciata di nero, a forma di un’immagine famosa in tutto il mondo.

Ernesto Che Guevara.

Niente di strano che io ce l’abbia appesa al muro del salone. In casa mia Che Guevara è ovunque.

Tutta colpa di Marta.

Lei di Che Guevara ha tutto. Libri, magliette, zaino, toppe, adesivi e foto, decine di maledettissime foto. Da attaccare con lo scotch sui pensili della cucina e davanti alla tazza, sullo specchio del cesso.

Nelle camere le ha messe in cornice. Persino sul comodino, vicino al letto. Dalla sua parte, naturalmente.

Personalmente non ho nulla contro Che Guevara. Anzi, mi piaceva prima di conoscere Marta.

Lei ha portato nella mia vita questa faccia che da ogni meandro del mio appartamento mi scruta, con quei suoi occhi profondi e la sua espressione gaudente.

In passato ho provato più volte a dire la mia su questa cosa. E le parole che ho ricevuto in risposta sono state ogni volta differenti.

Ma parlavano tutte di Che Guevara.

La sua storia. Le sue idee. La sua importanza. La sua generosità. La sua bellezza.

Perciò ci ho rinunciato e ora mi mordo la lingua per via del rimorso.

Ho lasciato che la situazione degenerasse. Ho lasciato una mania divenire fobia. Ho lasciato ai miei amici il sano diritto di prendermi per il culo una volta usciti da casa mia.

L’altro giorno, al bar del sor Guglielmo, vedendomi arrivare hanno gridato:”Oh è arrivato Che Guevara!”

Oltre al danno la beffa.

Poco fa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Andandomi a coricare ho notato, in una bella cornice argentata poggiata sul comodino dalla mia parte del letto, l’immagine di un volto radioso coi capelli al vento e la barba che pareva disegnata per quanto era perfetta.

“NON CE LO VOGLIO VICINO A ME PER DIO!”

Marta m’ha dato dell’insensibile. Perché quello era un suo regalo. E io, con una manata lo avevo gettato in terra.

Un regalo per me.

La situazione non era solo degenerata. Ci trovavamo ai limiti del grottesco.

L’unica era andarmene in salone, sul divano. Dormire da solo per sbollire la rabbia.

“Allora dormi con quel cubano del cazzo stanotte.”

“E’ argentino, pezzo di ignorante.”

Prima di coricarmi ho fatto il pieno dando fondo alla bottiglia di grappa che tengo in cucina.

Così ho smorzato il furore. E le molle che mi stanno scorticando la schiena non mi impediscono di addormentarmi.

Anche se lui mi guarda sempre.

So che domani sarà lì a salutarmi al risveglio e che dovrò compiere il sacrificio di non dargli fuoco.

Mi sveglio alle quattro del mattino, con la bocca arsa e amara.

Vado in cucina a bere. Mi stendo di nuovo.

Ora che l’alcool è svanito sento tutta la scomodità del mio giaciglio. Non è facile riaddormentarsi.

Penso a Marta. Chissà se s’è pentita del suo gesto.

Figurarsi.

Mi alzo, cammino fino alla sua stanza. Mi affaccio dentro con la testa.

Dorme. Serenamente.

Serena come dopo l’amore, abbracciata al cuscino anziché a me.

Magari prima di scendere nel regno di Morfeo s’è toccata.

Pensando a Che Guevara anziché a me.

Torno in posizione orizzontale e il sonno arriva piano, dopo un bel po’.

Risveglio schifoso.

Marta che sbatte porte, cammina su e giù e alla fine esce per andare al lavoro.

Io oggi sono di riposo e non ho nulla di importante da fare.

Mi solletica l’idea di un caffè accompagnato da una di quelle paste al cioccolato che il sor Guglielmo prepara con sagacia ed esperienza.

Ma non mi va di correre il rischio di incontrare qualcuno dei miei amici.

Quegli stronzi non perderebbero l’occasione per mettermi nuovamente in mezzo.

Preparo il caffè con la macchinetta di casa. Intingo nella tazzina tre o quattro frollini intostati dal tempo.

Esco.

Cammino per le strade del mio quartiere con l’unico scopo di uscirne. Non voglio parlare con nessuno. Non voglio sentire nessuno.

Arrivo al ponte sul fiume Aniene.

Strano. Non l’ho mai osservato da qui. Di solito il ponte lo attraverso in macchina e l’acqua la intravedo appena. Meglio così però.

Lo spettacolo è deprimente. L’Aniene è di un colore verdemarrone. Tra i flutti galleggia di tutto e sulle sponde c’è una rimpatriata di topi grossi come cervi.

Qualcosa è incastrato a uno dei piloni del ponte. Ma dal punto in cui mi trovo non si capisce bene. Mi sporgo ma non è ancora abbastanza.

Devo guardare da più in alto, è questa l’unica soluzione.

Salgo sul muretto in pietra che fa da balaustra e resto deluso. Anche da qui nulla. La visuale non va.

Una voce si rivolge a me. E’ la voce di una vecchia: “Che fai? Perché ti vuoi buttare all’età tua?”

Non ho il tempo di replicare.

Un altro passante mi urla: “Fermo! Parliamone! Non fare gesti avventati!”
Un signore di mezza età si avvicina e si interessa all’accaduto. Mentre il passante non mi lascia parlare, la vecchia gli spiega quel che sta succedendo.

Vedendo questo piccolo assembramento, altra gente si incuriosisce, vengono tutti davanti a me che rimango fermo in piedi, sul muro.

Devo spiegare. Devo dirlo che è un equivoco. Devo dire a tutti di levarsi dalle palle perché io non ho voglia di parlare con nessuno. Sono ancora troppo incazzato e ne ho ben donde.

Provo ad aprir bocca ma un altro tipo si sovrappone persino alle parole che il passante non ha mai smesso di mitragliarmi contro.

“Che cazzo ti dice il cervello? Scendi da quel muro. Che pensi di fare eh? Di ammazzarti? Pensi sia la soluzione? Bel cacasotto che sei. Complimenti.”

Tra la gente si alza un brusio. Una bella ragazza se la prende con l’altro tipo accusandolo di rozzezza e coglionaggine, oltre che di incapacità.

Non provo più a parlare. Il passante ha riattaccato la sua predica. La vecchia continua ad aggiornare quelli che si uniscono al gruppo. L’altro tipo è rimasto lì dopo esser stato redarguito. Zitto ma presente sul fatto.

Comincia a girar voce che io sia muto. Perché non rispondo.

Ho il sole alle spalle. E si sta alzando il vento. Lievemente mi muove i capelli che escono dal berretto di lana che mi copre la testa.

Quel po’ di barba che ho non riesce a proteggermi il viso dal freddo. Non è niente male. Dall’alto guardo questa gente che è qui per me.

Vorrei che Marta mi vedesse ora. Splendido e lucente come il suo Che Guevara a tener la folla col fiato sospeso.

Ma lei non lo saprà mai. In questo momento è in ufficio, al concludersi del suo orario sarà tutto finito da un pezzo.

Un nuovo arrivato scatta una foto con la sua macchina digitale.

Che buffo.

Se mi lanciassi di sotto il nuovo arrivato potrebbe vendere quello scatto a caro prezzo alle cronache locali di tutti i più importanti giornali.

Tutti vedrebbero il ritratto di un volto radioso, strafottente, un po’ peloso.

Anche Marta.

La vista di quella foto la tormenterà per sempre e non mi sembra di esagerare. So cosa vuol dire vivere tormentati da un volto. Potrebbe essere il momento di cedere il testimone con fare vendicativo ed estremo.

Basta girarsi verso il fiume e saltare.

Non so se ne ho il coraggio. Non so se mi conviene, in fondo.

Potrei semplicemente andare a casa e fare un gran fagotto con le cose di lei.

Mentre rimugino la gente parla.

Anche il passante continua a parlare ma non sento niente di quel che dice per quanto sono intense le mie riflessioni.

Mi viene da pensare a come, tante volte, le scelte razionali e convenienti non siano state il mio forte.

Ma questa è un’altra storia.

Luca Piccolino

Leggere è pericoloso

Venerdì ha nevicato su Roma e i romani andavano in giro con l’ombrello: quattro fiocchi di neve hanno paralizzato la città: l’inadeguatezza di rapportarsi con l’insolito.

Sabato era già tutto finito, c’era un bel sole e la neve è rimasta soltanto nelle fotografie. Verso le due sono passato a prendere mia sorella per accompagnarla in libreria, doveva comprare un dizionario: io le ho consigliato di prenderne uno antecedente l’avvento di internet, perché poi sono spariti un bel po’ di lemmi, per dar spazio al nuovo linguaggio tecnologico: una bella tragedia.

Intanto, per la strada, ad una bancarella dietro piazza della Repubblica, ho trovato, e comprato per soli 15 euro, uno Zingarelli del 1954. In tutti questi anni, ho sempre utilizzato il mio Devoto-Oli: mi fu regalato, su mio espresso desiderio, quando ho fatto la prima comunione, sarà stato il ’91-’92. A che età si fa la prima comunione?

È finita che anche per mia sorella abbiamo comprato un Devoto-Oli, l’ultimo, edizione 2010, ma senza il cd-rom: vincono sempre loro.

“Se ti occorre qualche definizione che non trovi mi scrivi e te la ricopio in chat”, le ho detto.

Abbiamo fatto un giro per la libreria. Sorvolo sui tanti, troppi volumi che non avrebbero ragion d’esistere: la letteratura è sempre più rara nelle librerie: è come cercare il vino buono al supermercato: quando lo si trova, spesso è a prezzi esorbitanti.

I problemi dell’editoria italiana sono tanti e complessi che scriverne in un breve post sarebbe riduttivo e controproducente, lasciamo perdere.

I libri costano troppo; mi capita troppo spesso di dover rinunciare a letture desiderate a causa dei prezzi esorbitanti stabiliti dagli editori (spesso in combutta con i distributori): questo fa male alla letteratura: occorre trovare nuove forme di resistenza.

Si dice chi cerca trova, e spesso è vero: me ne sono andato felice dalla libreria: nella sezione usati e a metà prezzo ho trovato tre libri, che avrei voluto leggere ma non avevo potuto a causa dell’eccessivo costo d’uscita: Al Diavul (Marsilio, 2008) di Alessandro Bertante, Strane cose, domani (Baldini Castoldi Dalai, 2009) di Raul Montanari e I Cariolanti (Elliot, 2009) di Sacha Naspini: ho speso 25,25 euro, comunque troppo, ma a prezzo pieno avrei pagato 50,50 euro: tre libri, due giornate di lavoro: c’è qualcosa che non va.

Per ovvie ed evidenti ragioni, non mi aspetto che il Governo si occupi di queste cose, per carità, d’altronde pare abbia altre priorità, e non parlo di disoccupazione naturalmente: quanto va al chilo, la cultura?

Gli italiani, dicono le statistiche, non leggono più (e si vede!, direbbe una pecora). La mancanza di cultura e di informazione (ma anche di interesse e curiosità, aggiungerei) è probabilmente la causa principale della regressione democratica e culturale del nostro paese. Ripeto: occorre trovare nuove forme di resistenza.

Una bellissima iniziativa, come spesso ultimamente, viene dal web: Alberto, un ragazzo di Empoli di 22 anni, appassionato lettore, è rimasto, giustamente, sconcertato dal dato che una persona su due in Italia non legge un libro in un anno e ha lanciato sul suo blog e su facebook un’idea: il 26 marzo regala un libro ad uno sconosciuto.

Il gruppo su facebook vola verso le 200.000 adesioni in poche settimane. Una giornata dove decine e decine di migliaia di libri passino di mano in mano: un momento d’incontro, d’avvicinamento all’altro in quest’epoca individualista: per non dimenticare l’umanità.

Certo, considerato che lo scopo è quello di far nascere nuovi lettori, scegliere un libro, uno solo, è una faccenda complicata: deve essere un capolavoro, senza dubbio, ma non troppo complesso, serve una buona scrittura, una bella storia, degli elementi di empatia tra la narrazione ed il lettore. Vi auguro una buona scelta.

La lettura rende consapevoli. Lo sanno anche le pietre, una persona consapevole è una persona libera.

Regala anche tu un libro: una nuova forma di resistenza.

Gianluca Liguori